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Eugenio Montale

 


 INDICE POESIE 

Due nel crepuscolo
Al mare (o quasi) 
Brani da "Ossi di seppia" 
Presto o tardi
Piccolo Testamento
La vita in prosa 
Altro effetto  di luna
Spesso il male di vivere ho incontrato                
Forse un mattino andando in un'aria di vetro 
Arsenio 
Maestrale
Meriggiare
Da "Le Occasioni" Verso Vienna
A Liuba che parte 
Non recidere, forbice, quel volto
NUOVE STANZE 
DA "LA BUFERA E ALTRO" La Bufera
L'Arca 
Sulla colonna più alta Moschea di Damasco
L'Anguilla 
Da "Satura" Xenia I 
La Storia 
La belle dame sans merci
Morgana
I limoni
Non chiederci la parola
Debole sistro al vento 




 


Due nel crepuscolo


Fluisce fra te e me sul belvedere
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.

Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene.

Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali.

... le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi: fuorchè due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate
di un sorriso.

 
 




Al mare (o quasi)  



L' ultima cicala stride
sulla scorza gialla dell' eucalipto
i bambini raccolgono pinóli
indispensabili per la galantina
un cane alano urla dall' inferriata
di una villa ormai disabitata
le ville furono costruite dai padri
ma i figli non le hanno volute
ci sarebbe spazio per centomila terremotati
di qui non si vede nemmeno la proda
se puó chiamarsi così quell' ottanta per cento
ceduta in uso ai bagnini
e sarebbe eccessivo pretendervi
una pace alcionica
il mare é d' altronde infestato
mentre i rifiuti in totale
formano ondulate collinette plastiche
esaurite le siepi hanno avuto lo sfratto
i deliziosi figli della ruggine
gli scriccioli o reatini come spesso
li citano i poeti. E c' é anche qualche boccio
di magnolia l' etichetta di un pediatra
ma qui i bambini volano in bicicletta
e non hanno bisogno delle sue cure
Chi vuole respirare a grandi zaffate
la musa del nostro tempo la precarietá
puó passare di qui senza affrettarsi
é il colpo secco quello che fa orrore
non giá l' evanescenza il dolce afflato del nulla
Hic manebimus se vi piace non proprio
ottimamente ma il meglio sarebbe troppo simile
alla morte (e questa piace solo ai giovani).
( Quaderno di 4 anni) 










Ripenso il tuo sorriso.... 



Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un'acqua limpida 
scorta per avventura tra le pietraie d'un greto, 
esiguo specchio in cui guardi un'ellera e i suoi corimbi;
e su tutto l'abbraccio di un bianco cielo quieto.

Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto si esprime libera un'anima ingenua,
vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.

Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un'ondata di calma,
e che il tuo aspetto s'insinua nella memoria grigia
schietto come la cima di una giovane palma...

(Ossi di seppia)



 




Antico, sono ubriacato dalla voce

 

Antico, sono ubriacato dalla voce

ch'esce dalle tue bocche quando si schiudono

come verdi campane e si ributtano

indietro e si disciolgono.

La casa delle mie estati lontane,t'era accanto,

lo sai,lá nel paese dove il sole cuoce

e annuvolano l'aria le zanzare.

Come allora oggi in tua presenza impietro,mare,

ma non piú degnomi credo

del solenne ammonimentodel tuo respiro.

Tu m'hai detto primoche il piccino fermentodel mio cuore

non era che un momentodel tuo;

che mi era in fondo la tua legge rischiosa:

esser vasto e diverso e insieme fisso:

e svuotarmi cosí d'ogni lordura

come tu fai che sbatti sulle sponde

tra sugheri alghe asterie

le inutili macerie del tuo abisso.

(Ossi di seppia)









La storia  


I

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l'ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a paco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell'orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
 

II


La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C'è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
 
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.



( Satura)  







Altro effetto di luna

 

La trama del carrubo che si profila

nuda contro l'azzurro sonnolento

,il suono delle voci, la trafiladelle

dita d'argento sulle soglie,

la piuma che si invischia, un trepestìo

sul molo che si sciogliee

la feluca già ripiega il volo

con le vele dimesse come spoglie.

( Le occasioni)

 

 



 

Casa sul mare

 

Il viaggio finisce qui:

nelle cure meschine che dividono

l’anima che non sa più dare un grido.

Ora iminuti sono eguali e fissi

come igiri di ruota della pompa.

Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.

Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

 

Il viaggio finisce a questa spiaggia

che tentano gli assidui e lenti flussi.

Nulla disvela se non pigri fumi

la marina che tramano di conche

I soffi leni: ed è raro che appaia

nella bonaccia muta

tra l’isole dell’aria migrabonde

la Corsica dorsuta o la Capraia.

 

Tu chiedi se così tutto vanisce

in questa poca nebbia di memorie;

se nell’ora che torpe o nel sospiro

del frangente si compie ogni destino.

Vorrei dirti che no, che ti s’appressa

l’ora che passerai di là dal tempo;

forse solo chi vuole s’infinita,

e questo tu potrai, chissà, non io.

Penso che per i più non sia salvezza,

ma taluno sovverta ogni disegno,

passi il varco, qual volle si ritrovi.

Vorrei prima di cedere segnarti

codesta via di fuga

labile come nei sommossi campi

del mare spuma o ruga.

Ti dono anche l’avara mia speranza.

A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:

l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

 

Il cammino finisce a queste prode

che rode la marea col moto alterno.

Il tuo cuore vicino che non m’ode

salpa già forse per l’eterno.

(Ossi di seppia)

 

 

 

E' ridicolo credere

 

 

E' ridicolo credere

che gli uomini di domani

possano essere uomini,

ridicolo pensare

che la scimmia sperasse

di camminare un giorno

su due zampe

 

é ridicolo

ipotecare il tempo

e lo é altrettanto

immaginare un tempo

suddiviso in piú tempi

 

e piú che mai

supporre che qualcosa

esista

fuori dall'esistibile,

il solo che si guarda

dall'esistere.

( Satura II)

 

 

 

Presto o tardi

 

H o creduto da bimbo che non l'uomo

si muove ma il fondale, il paesaggio.

Fu quando io, fermo, vidi srotolarsi

il lago di Lugano nel vaudeville di un Dall'Argine

che probabilmente in omaggio a se stesso,

nomen omen, non lasció mai la proda.

Poi mi accorsi del mio puerile inganno e ora so

che volante o pedestre, stasi o moto in nulla differiscono.

C’è chi ama bere la vita a gocce o a garganella;

ma la bottiglia è quella,

non si può riempirla quando è vuota.

( Diario del '72)

 

 

 

Piccolo testamento

 

Q uesto che a notte balugina

nella calotta del mio pensiero,

traccia madreperlacea di lumaca

o smeriglio di vetro calpestato,

non è lume di chiesa o d'officina

che alimenti

chierico rosso, o nero.

Solo quest'iride posso

lasciarti a testimonianza

d'una fede che fu combattuta,

d'una speranza che brucio' piu' lenta

di un duro ceppo nel focolare.

Conservane la cipria nello specchietto

quando spenta ogni lampada

la sardana si fara' infernale

e un ombroso Lucifero scendera' su una prora

del Tamigi, dell'Hudson, della Senna

scuotendo l'ali di bitume

semi- mozze dalla fatica, a dirti: è l'ora.

Non è un'eredita', un portafortuna

che puo' reggere all'urto dei monsoni

sul fil di ragno della memoria,

ma una storia non dura che nella cenere

e persistenza è solo l'estinzione.

Giusto era il segno: chi l'ha ravvisato

non puo' fallire nel ritrovarti.

Ognuno riconosce i suoi:

l'orgoglio non era fuga,

l'umilta' non era vile,

il tenue bagliore strofinato

laggiu' non era quello di un fiammifero.

( La bufera)

 

 

La vita in prosa

 

I l fatto è che la vita non si spiega

né con la biologia

né con la teologia.

La vita è molto lunga

anche quando è corta

come quella della farfalla

- la vita è sempre prodiga

anche quando la terra non produce nulla.

Furibonda è la lotta che si fa

per renderla inutile e impossibile.

Non resta che il pescaggio nell'inconscio

l'ultima farsa del nostro moribondo teatro.

Manderei ai lavori forzati o alla forca

chi la professa o la subisce.

E' chiaro che l'ignaro è più che sufficiente

per abbuiare il buio.

(Poesie disperse)

 

 

 

Felicità raggiunta, si cammina

 

Felicità raggiunta,si cammina

per te sul fil di lama.

Agli occhi sei barlume che vacilla,

al piede, teso ghiaccio che s'incrina;

e dunque non ti tocchi chi piu' t'ama.

 

Se giungi sulle anime invase

di tristezza e le schiari,il tuo mattino

e' dolce e turbatore come i nidi delle cimase.

Ma nulla paga il pianto del bambino

a cui fugge il pallone tra le case.

(Ossi di seppia )

 

 

Giorno e notte

 

Anche una piuma che vola può disegnare

la tua figura, o il raggio che gioca a rimpiattino

tra i mobili, il rimando dello specchio

di un bambino, dai tetti. Sul giro delle mura

strascichi di vapore prolungano le guglie

dei pioppi e giù sul trespolo s'arruffa

il pappagallo dell'arrotino.

Poi la notte afosa sulla piazzola,

e i passi, e sempre questa dura fatica di affondare

per risorgere eguali da secoli, o da istanti,

d'incubi che non possono ritrovare

la luce dei tuoi occhi nell'antro incandescente

- e ancora le stesse grida e i lunghi pianti sulla veranda

se rimbomba improvviso il colpo che t'arrossa la gola e schianta l'ali,

o perigliosa annunziatrice dell'alba,

e si destano i chiostri e gli ospedali

a un lacerìo di trombe...

( Finisterre)

 

 

 

 

Spesso il male di vivere ho incontrato 

  
Spesso il male di vivere ho incontrato: 
era il rivo strozzato che gorgoglia, 
era l'incartocciarsi della foglia 
riarsa, era il cavallo stramazzato. 
  
Bene non seppi; fuori del prodigio 
che schiude la divina Indifferenza: 
era la statua nella sonnolenza 
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. 
(Ossi di seppia)








Forse un mattino andando in un'aria di vetro 

  
Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: 
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro 
di me, con un terrore di ubriaco. 
  
Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto 
alberi case colli per l'inganno consueto. 
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto 
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto. 






 
  
Arsenio 
  
I turbini sollevano la polvere 
sui tetti, a mulinelli, e sugli spiazzi 
deserti, ove i cavalli incappucciati 
annusano la terra, fermi innanzi 
ai vetri luccicanti degli alberghi. 
Sul corso, in faccia al mare, tu discendi 
in questo giorno 
or piovorno ora acceso, in cui par scatti 
a sconvolgerne l'ore 
uguali, strette in trama, un ritornello 
di castagnette. 
  
E' il segno d'un'altra orbita: tu seguilo. 
Discendi all'orizzonte che sovrasta 
una tromba di piombo, alta sui gorghi, 
più d'essi vagabonda: salso nembo 
vorticante, soffiato dal ribelle 
elemento alle nubi; fa che il passo 
su la ghiaia ti scricchioli e t'inciampi 
il viluppo dell'alghe: quell'istante 
è forse, molto atteso, che ti scampi 
dal finire il tuo viaggio, anello d'una 
catena, immoto andare, oh troppo noto 
delirio, Arsenio, d'immobilità... 
  
Ascolta tra i palmizi il getto tremulo 
dei violini, spento quando rotola 
il tuono con un fremer di lamiera 
percossa; la tempesta è dolce quando 
sgorga bianca la stella di Canicola 
nel cielo azzurro e lunge par la sera 
ch'è prossima: se il fulmine la incide 
dirama come un albero prezioso 
entro la luce che s'arrosa: e il timpano 
degli tzigani è il rombo silenzioso 
  
Discendi in mezzo al buio che precipita 
e muta il mezzogiorno in una notte 
di globi accesi, dondolanti a riva, - 
e fuori, dove un'ombra sola tiene 
mare e cielo, dai gozzi sparsi palpita 
l'acetilene - 
finché goccia trepido 
il cielo, fuma il suolo che t'abbevera, 
tutto d'accanto ti sciaborda, sbattono 
le tende molli, un fruscio immenso rade 
la terra, giù s'afflosciano stridendo 
le lanterne di carta sulle strade. 
  
Così sperso tra i vimini e le stuoie 
grondanti, giunco tu che le radici 
con sé trascina, viscide, non mai 
svelte, tremi di vita e ti protendi 
a un vuoto risonante di lamenti 
soffocati, la tesa ti ringhiotte 
dell'onda antica che ti volge; e ancora 
tutto che ti riprende, strada portico 
mura specchi ti figge in una sola 
ghiacciata moltitudine di morti, 
e se un gesto ti sfiora, una parola 
ti cade accanto, quello è forse, Arsenio, 
nell'ora che si scioglie, il cenno d'una 
vita strozzata per te sorta, e il vento 
la porta con la cenere degli astri. 
 








Maestrale


S'è rifatta la calma nell'aria:
tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, 
qualche palma appena svetta.

Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s'infrange
e ancora il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata,
e specchia nel suo cuore vasto 
codesta povera mia vita turbata.

Sotto l'azzurro fitto del cielo
qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini
portano scrito:
"più in là".










MERIGGIARE


Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d'orto;
ascoltare fra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, fruscii di serpi.

Nelle crepe del suolo o sulla veccia
spiar le file di rosse formiche
ch'ora si rompono ed ora s'intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare,
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale di calvi picchi.

E, andando nel sole che abbaglia,
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio,
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.









  
Da "Le Occasioni" 
Verso Vienna 
  
Il convento barocco 
di schiuma e di biscotto 
adombrava uno scorcio d'acque lente 
e tavole imbandite, qua e là sparse 
di foglie e zenzero. 
  
Emerse un nuotatore, sgrondò sotto 
una nube di moscerini, 
chiese del nostro viaggio, 
parlò a lungo del suo d'oltre confine. 
  
Additò il ponte in faccia che si passa 
(informò) con un solo di pedaggio. 
Salutò con la mano, sprofondò, 
fu la corrente stessa... 
Ed al suo posto, 
battistrada balzò da una rimessa 
un bassotto festoso che latrava, 
  
fraterna unica voce dentro l'afa. 








 
  
A Liuba che parte 

  
Non il grillo ma il gatto 
del focolare 
or ti consiglia, splendido 
lare della dispersa tua famiglia. 
La casa che tu rechi 
con te ravvolta, gabbia o cappelliera? 
sovrasta i ciechi tempi come il flutto 
arca leggera - e basta al tuo riscatto. 
 
  
Non recidere, forbice, quel volto 
  
Non recidere, forbice, quel volto, 
solo nella memoria che si sfolla, 
non far del grande suo viso in ascolto 
la mia nebbia di sempre. 
  
Un freddo cala... Duro il colpo svetta. 
E l'acacia ferita da sé scrolla 
il guscio di cicala 
nella prima belletta di Novembre. 







 
  
NUOVE STANZE 

  
Poi che gli ultimi fili di tabacco 
al tuo gesto si spengono nel piatto 
di cristallo, al soffitto lenta sale 
la spirale del fumo 
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi 
guardano stupefatti; e nuovi anelli 
la seguono, più mobili di quelli 
delle tua dita. 
  
La morgana che in cielo liberava 
torri e ponti è sparita 
al primo soffio; s'apre la finestra 
non vista e il fumo s'agita. Là in fondo, 
altro stormo si muove: una tregenda 
d'uomini che non sa questo tuo incenso, 
nella scacchiera di cui puoi tu sola 
comporre il senso. 
  
Il mio dubbio d'un tempo era se forse 
tu stessa ignori il giuoco che si svolge 
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte: 
follìa di morte non si placa a poco 
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo 
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte 
cortine che per te fomenta il dio 
del caso, quando assiste. 
  
Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco 
tocco la Martinella ed impaura 
le sagome d'avorio in una luce 
spettrale di nevaio. Ma resiste 
e vince il premio della solitaria 
veglia chi può con te allo specchio ustorio 
che accieca le pedine opporre i tuoi 
occhi d'acciaio. 
 







  
DA "LA BUFERA E ALTRO" 
La Bufera 
  

La bufera che sgronda sulle foglie 
dure della magnolia i lunghi tuoni 
marzolini e la grandine, 
  
(i suoni di cristallo nel tuo nido 
notturno ti sorprendono, dell'oro 
che s'è spento sui mogani, sul taglio 
dei libri rilegati, brucia ancora 
una grana di zucchero nel guscio 
delle tue palpebre) 
  
il lampo che candisce 
alberi e muro e li sorprende in quella 
eternità d'istante - marmo manna 
e distruzione - ch'entro te scolpita 
porti per tua condanna e che ti lega 
più che l'amore a me, strana sorella, - 
e poi lo schianto rude, i sistri, il fremere 
dei tamburelli sulla fossa fuia, 
lo scalpicciare del fandango, e sopra 
qualche gesto che annaspa... 
Come quando 
ti rivolgesti e con la mano, sgombra 
la fronte dalla nube dei capelli, 
  
mi salutasti - per entrar nel buio. 


 



 
 
L'Arca 
  
La tempesta di primavera ha sconvolto 
l'ombrello del salice, 
al turbine d'aprile 
s'è impigliato nell'orto il vello d'oro 
che nasconde i miei morti, 
i miei cani fidati, le mie vecchie 
serve - quanti da allora 
(quando il salce era biondo e io ne stroncavo 
le anella con la fionda) son calati, 
vivi, nel trabocchetto. La tempesta 
certo li riunirà sotto quel tetto 
di prima, ma lontano, più lontano 
di questa terra folgorata dove 
bollono calce e sangue nell'impronta 
del piede umano. Fuma il ramaiolo 
in cucina, un suo tondo di riflessi 
accentra i volti ossuti, i musi aguzzi 
e li protegge in fondo la magnolia 
se un soffio ve la getta. La tempesta 
primaverile scuote d'un latrato 
di fedeltà la mia arca, o perduti. 
  

Sulla colonna più alta 
Moschea di Damasco 
  
Dovrà posarsi lassù 
il Cristo giustiziere 
per dire la sua parola. 
Tra il pietrisco dei sette greti, insieme 
s'umilieranno corvi e capinere, 
ortiche e girasoli. 
  
Ma in quel crepuscolo eri tu sul vertice: 
scura, l'ali ingrommate, stronche dai 
geli dell'Antilibano; e ancora 
il tuo lampo mutava in vischio i neri 
diademi degli sterpi, la Colonna 
sillabava la Legge per te sola. 







 
L'Anguilla 

  
L'anguilla, la sirena 
dei mari freddi che lascia il Baltico 
per giungere ai nostri mari, 
ai nostri estuari, ai fiumi 
che risale in profondo, sotto la piena avversa, 
di ramo in ramo e poi 
di capello in capello, assottigliati, 
sempre più addentro, sempre più nel cuore 
del macigno, filtrando 
tra gorielli di melma finché un giorno 
una luce scoccata dai castagni 
ne accende il guizzo in pozze d'acquamorta, 
nei fossi che declinano 
dai balzi d'Appennino alla Romagna; 
l'anguilla, torcia, frusta, 
freccia d'Amore in terra 
che solo i nostri botri o i disseccati 
ruscelli pirenaici riconducono 
a paradisi di fecondazione; 
l'anima verde che cerca 
vita là dove solo 
morde l'arsura e la desolazione, 
la scintilla che dice 
tutto comincia quando tutto pare 
incarbonirsi, bronco seppellito; 
l'iride breve, gemella 
di quella che incastonano i tuoi cigli 
e fai brillare intatta in mezzo ai figli 
dell'uomo, immersi nel tuo fango, puoi tu 
non crederla sorella? 
  
 









Da "Satura" 
Xenia I 

  
Avevamo studiato per l'aldilà 
un fischio, un segno di riconoscimento. 
Mi provo a modularlo nella speranza 
che tutti siamo già morti senza saperlo. 
  
Non ho mai capito se io fossi 
il tuo cane fedele e incimurrito 
o tu lo fossi per me. 
Per gli altri no, eri un insetto miope 
smarrito nel blabla 
dell'alta società. Erano ingenui 
quei furbi e non sapevano 
di essere loro il tuo zimbello: 
di esser visti anche al buio e smascherati 
da un tuo senso infallibile, dal tuo 
radar di pipistrello. 







 
  
La Storia 

  
La storia non si snoda 
come una catena 
di anelli ininterrotta. 
In ogni caso 
molti anelli non tengono. 
La storia non contiene 
il prima e il dopo, 
nulla che in lei borbotti 
a lento fuoco. 
La storia non è prodotta 
da chi la pensa e neppure 
da chi l'ignora. La storia 
non si fa strada, si ostina, 
detesta il poco a paco, non procede 
né recede, si sposta di binario 
e la sua direzione 
non è nell'orario. 
La storia non giustifica 
e non deplora, 
la storia non è intrinseca 
perché è fuori. 
La storia non somministra carezze o colpi di frusta. 
La storia non è magistra 
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve 
a farla più vera e più giusta. 
  
La storia non è poi 
la devastante ruspa che si dice. 
Lascia sottopassaggi, cripte, buche 
e nascondigli. C'è chi sopravvive. 
La storia è anche benevola: distrugge 
quanto più può: se esagerasse, certo 
sarebbe meglio, ma la storia è a corto 
di notizie, non compie tutte le sue vendette. 
  
La storia gratta il fondo 
come una rete a strascico 
con qualche strappo e più di un pesce sfugge. 
Qualche volta s'incontra l'ectoplasma 
d'uno scampato e non sembra particolarmente felice. 
Ignora di essere fuori, nessuno glie n'ha parlato. 
Gli altri, nel sacco, si credono 
più liberi di lui. 
 
  






La belle dame sans merci 
  
Certo i gabbiani cantonali hanno atteso invano 
le briciole di pale che io gettavo 
sul tuo balcone perché tu sentissi 
anche chiusa nel sonno le loro strida. 
  
Oggi manchiamo all'appuntamento tutti e due 
e il nostro breakfast gela tra cataste 
per me di libri inutili e per te di reliquie 
che non so: calendari, astucci, fiale e creme. 
  
Stupefacente il tuo volto s'ostina ancora, stagliato 
sui fondali di calce del mattino; 
ma una vita senz'ali non lo raggiunge e il suo fuoco 
soffocato è il bagliore dell'accendino 






 
  
Morgana 
  

Non so immaginare come la tua giovinezza 
si sia prolungata 
di tanto tempo (e quale!). 
Mi avevano accusato 
di abbandonare il branco 
quasi ch'io mi sentissi 
illustre, ex gregis o che diavolo altro. 
Invece avevo detto soltanto revenons 
à nos moutons (non pecore però) 
ma la torma pensò 
che la sventura di appartenere a un multiplo 
fosse indizio di un'anima distorta 
e di un cuore senza pietà. 
Ahimè figlia adorata, vera mia 
Regina della Notte, mia Cordelia, 
mia Brunilde, mia rondine alle prime luci, 
mia baby-sitter se il cervello vàgoli, 
mia spada e scudo, 
ahimè come si perdono le piste 
tracciate al nostro passo 
dai Mani che ci vegliarono, i più efferati 
che mai fossero a guardia di due umani. 
Hanno detto hanno scritto che ci mancò la fede. 
Forse ne abbiamo avuto un surrogato. 
La fede è un'altra. Così fu detto ma 
non è detto che il detto sia sicuro. 
Forse sarebbe bastata quella della Catastrofe, 
ma non per te che uscivi per ritornarvi 
dal grembo degli Dei.







I Limoni


Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltato fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
piu' chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non di muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed e' l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo,l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verita'.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piu' languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni umbra umana che si allontana
qualche disturbata Divinita'

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle citta' rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra,di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo del cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarita'.






Non chiederci la parola




Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
si' qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
cio che non siamo, cio' che non vogliamo.







Debole sistro al vento




Debole sistro al vento
d'una persa cicala,
toccato appena e spento
nel torpore ch'esala.

Dirama dal profondo
in noi la vena
segreta: il nostro mondo
si regge appena.

Se tu l'accenni, all'aria
bigia treman corrotte
le vestigia
che il vuoto non ringhiotte.

Il gesto indi s'annulla,
tace ogni voce,
discende alla sua foce
la vita brulla.












 

 

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