(
Articolo apparso su Liberazione del 3 giugno 2001 )
I pre-POTENTI
della terra
Si chiamano
G7 e G8. Sono i summit nei quali i paesi più ricchi decidono
sul nostro futuro. Come funzionano e come operano
Le prime
riunioni dei capi di stato e di governo dei paesi più potenti
del pianeta risalgono al secondo dopoguerra, quando le potenze alleate
si incontravano per definire i futuri assetti del mondo. Ma è
solo dal 1975 che hanno inizio le riunioni del cosiddetto "Gruppo
dei Sette" o G7, che per la verità in quella prima riunione
non comprendeva ancora il Canada. Sarà lanno successivo,
nel 1976 in Porto Rico, che questa si unirà a Stati Uniti, Francia,
Gran Bretagna, Giappone, Germania e Italia, dando vita ufficialmente
al G7. LUnione Europea (allora Comunità europea) fu invitata
lanno successivo con uno status diverso rispetto agli stati membri,
e da allora partecipa regolarmente ai vertici.
Al
gruppo originario dei sette paesi si è aggiunta, ufficialmente
nel 1998, la Russia. E così nato il G8, che si riunisce
parallelamente al G7. La Russia è stata "ammessa" nel
gruppo dei grandi paesi dopo un lungo percorso di avvicinamento, iniziato
nel 1991, poco dopo il crollo definitivo del sistema socialista. Il
gruppo si è ulteriormente allargato, ancora in forma di riunioni
parallele, nel 1999, quando è nato il G20, che riunisce i ministri
economici di venti stati, tra cui alcuni dei principali paesi emergenti,
come Cina, India, Brasile e Messico.
Come
funziona
Come
è facile immaginare, ogni riunione del G7 viene preparata con
largo anticipo. In realtà, i ministri e i funzionari competenti
per le materie oggetto degli incontri si incontrano più volte
durante tutto lanno. I cosiddetti "sherpa", i tecnici
addetti alla preparazione dei vari documenti, formano ormai un gruppo
compatto che si riunisce regolarmente, in un percorso che coinvolge
tutte le amministrazioni dei paesi membri del G7. Ai vertici, dunque,
non partecipano solo delegazioni di carattere diplomatico, ma sono sempre
presenti le schiere di funzionari che garantiscono la continuità
del lavoro, a prescindere dai cambiamenti di governo. Le decisioni che
scaturiscono dai vertici non hanno valore vincolante da un punto di
vista formale, ma costituiscono degli "orientamenti politici"
che ogni paese membro si impegna a concretizzare. Essi sono contenuti
nel comunicato finale del vertice, che rappresenta il testo principale
e che viene di norma concordato preventivamente.
A
partire dal 1975, quindi, possiamo affermare che al panorama delle organizzazioni
internazionali nate dopo la seconda guerra mondiale (Fondo monetario
internazionale, Banca Mondiale, Ocse, Onu) si è aggiunta una
ulteriore sede di dialogo politico internazionale. Il G7, però,
presenta una differenza fondamentale rispetto alle organizzazioni citate:
esso, infatti, non ha alcuna base formale. Il G7 non è una vera
e propria istituzione internazionale, dal momento che non è basato
su un trattato internazionale. Dal punto di vista del diritto internazionale,
insomma, il G7 non esiste, è solo una sede informale di dialogo
ai massimi livelli. Le sue "decisioni", quindi, non hanno
alcun valore vincolante per i paesi che le sottoscrivono, se non dal
punto di vista politico-diplomatico. E sono ancor meno legittimate da
un punto di vista democratico, poiché i capi di stato e di governo
partecipano al G7 non hanno alcun mandato parlamentare, né tantomeno
sottopongono gli impegni assunti alla discussione democratica nei propri
paesi.
Il G7 rappresenta
dunque un paradosso politico-istituzionale, ma ciò non ha impedito
che divenisse - di fatto - la sede più importante di decisione
a livello internazionale. Già nel 1975, la nascita del G7 ha
in realtà segnato linizio del superamento definitivo del
tentativo di dare vita ad una comunità internazionale ampia e
democratica, basata sulle Nazioni Unite. La regolarità delle
riunioni del G7 a partire da quel primo incontro informale, ma soprattutto
lampliamento dellagenda degli incontri, hanno progressivamente
eroso le competenze delle Nazioni Unite e delle altre istituzioni internazionali.
Sempre
più globale
Al
principio, i motivi che spinsero i capi di stato dei paesi più
ricchi del mondo a riunirsi furono di carattere economico e finanziario.
La forte instabilità determinata dalla crisi inflazionistica
del 1973, infatti, fece sorgere la necessità di dare una regolazione
concertata al sistema finanziario internazionale. Le prime riunioni,
quindi, furono dedicate alla politica monetaria internazionale e ai
tassi di cambio. E con gli anni 80 che i vertici cominciano ad
assumere un carattere più politico. Il tema principale degli
incontri di questo decennio fu inevitabilmente la questione delle relazioni
est-ovest, con i primi segnali di ingerenza nelle questioni di politica
internazionale prima demandate esclusivamente alle Nazioni Unite. E
così il G7 si è occupato di commercio internazionale,
di agricoltura, di debito estero, della guerra Iran-Iraq e del controllo
degli armamenti. A partire dal 1990, il G7 ha giocato un ruolo molto
importante nella gestione della transizione verso il mercato delle economie
dellEst europeo. Dalla metà del decennio (1994, G7 di Napoli),
lattenzione dei grandi si è spostata su temi di rilevanza
globale, conseguentemente alla crescente interdipendenza data dalla
globalizzazione neoliberista. Il G7 è così tornato ad
occuparsi di sistema finanziario internazionale, di commercio e investimenti,
di debito estero. Ma a partire dal 1997, quando la crisi finanziaria
del sud-est asiatico ha cominciato a minare le basi dellottimismo
neoliberista, allagenda dei vertici si sono aggiunti temi "sociali",
come le emergenze umanitarie, linclusione sociale, la democrazia
globale, il debito, la lotta alla povertà e altre questioni tradizionalmente
riservate alla competenza nazionale.
Un ruolo
decisivo
Con
lavanzare della globalizzazione neoliberista, dunque, il G7 ha
avocato a sé sfere di decisione sempre più ampie. Chi
ne ha fatto le spese, come dicevamo, sono state le Nazioni Unite e le
altre istituzioni internazionali, anche quelle dominate dagli stessi
interessi dei paesi più ricchi. La perdita di credibilità
del Fmi dopo le crisi finanziarie del 1997 è stata così
compensata da un intervento più incisivo del consesso dei grandi.
Allo stesso modo, la tendenza alla definizione di un governo unipolare
del mondo è stata in qualche modo sancita dal vertice del 1999
a Colonia. In quella sede, il G7 decise la soluzione del conflitto nella
ex-Jugoslavia, segnando il definitivo superamento dellautorità
del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. In linea, del resto,
con le modalità illegittime con cui quella guerra è stata
condotta da parte della Nato. Vale la pena ricordare che anche questultima,
proprio nel 1999, modificò la sua natura "istituzionale",
in modo tanto strutturale quanto illegittimo, dal momento che il trattato
alla base dellalleanza non è mai stato sottoposto a nuova
ratifica parlamentare negli stati membri, nonostante ne sia stato profondamente
modificato loggetto.
La faccia
buona
Il
consolidamento del sistema neoliberista ha acuito le disuguaglianze
nella distribuzione della ricchezza mondiale, dando luogo, di pari passo,
ad una crescente instabilità sociale e ad una progressiva erosione
della legittimità delle istituzioni globali. Così anche
il G7, ben prima dellOrganizzazione Mondiale del Commercio, è
stato oggetto di contestazioni popolari molto partecipate. Per citare
solo le più recenti, ricordiamo il controvertice organizzato
in occasione del G7 di Napoli nel 1994, la catena umana di 10mila persone
che a Colonia nel 1999 ha chiesto la cancellazione del debito estero
e le migliaia di persone che nel luglio del 2000 hanno raggiunto Okinawa.
La risposta dei grandi dinanzi allondata crescente di contestazione
è stata linclusione nellagenda dei principali problemi
globali: povertà, debito estero, Aids, ambiente, lavoro, disoccupazione,
nel tentativo di recuperare legittimità. Allo stesso modo, si
è cominciato a parlare di unapertura del G7 al dialogo
con altri paesi e con le organizzazioni della società civile.
E così questanno a Genova, il G7 pensa di invitare alcuni
capi di stato di paesi poveri, nellillusione di dare un carattere
più democratico a quello che è e resta la più importante
rappresentazione del dominio di paesi più ricchi sul resto del
pianeta.