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QUELLO
CHE EMILIO FEDE NON VI DIRA’ MAI SUGLI STATI UNITI Gli
Stati Uniti sono il paese che come nessun altro si erge a difensore dei
diritti fondamentali dell’uomo, quando questi vengono vilipesi in
qualche parte del mondo; nulla da eccepire se poi anch’esso fosse
disponibile ad accogliere tali critiche, quando altri governi od
organismi internazionali rivolgono loro le stesse accuse. Decine
di dichiarazioni e convenzioni INTERNAZIONALI, negli ultimi
cinquant’anni, hanno visto lo scarso sostegno di Washington:il governo
americano si è mostrato indisponibile a sottomettersi alle norme
internazionali che le imponevano di accettare quelle stesse condizioni
minime, di cui reclamava il rispetto da parte degli altri stati. ·
La
discussione sulla Corte penale internazionale (1998) ha visto gli
Stati Uniti porre delle condizioni che hanno intaccato l’indipendenza
del tribunale, indebolendo il fatto che alcuni crimini vengano
sottoposti al principio di giurisdizione universale, siano in pratica
perseguibili ovunque indipendentemente della nazionalità
dell’imputato, della vittima e del luogo ove il crimine è stato
commesso. L’America ha fatto di tutto per eliminare la capacità
della Corte di agire senza il consenso dello stato, di cui è cittadino
l’eventuale autore del crimine. ·
Ci
sono solo due paesi al mondo che non hanno ratificato la Convenzione
sui diritti dei fanciulli: la Somalia e gli Stati Uniti. Essi sono
inoltre tra i pochissimi a non aver ratificato la Convenzione
sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le
donne. ·
Solo
nel ’92 e in coda a 109 paesi, hanno detto di sì alla Convenzione sui
diritti civili e politici, 26 anni dopo la sua adozione da parte delle
Nazioni Unite. ·
Gli Stati Uniti sono uno dei quattro paesi che ancora mandano a morte
chi ha compiuto un delitto da minorenne. Così la pena capitale non risparmia né i
minori al momento del reato, né i disabili mentali. ·
Tra
le ultime Convenzioni non ratificate da Washington vanno
ricordate quella per la messa al bando delle mine antipersona e
quella per il controllo internazionale del commercio delle armi leggere. A SCUOLA DI
TERRORISMO: ALLIEVI E CATTIVI MAESTRI
Il
giorno stesso in cui gli aerei statunitensi e britannici cominciavano a
bombardare l’Afghanistan, il presidente Bush affermava che
“qualsiasi governo, se sponsorizza fuorilegge e assassini di
innocenti, diventa esso stesso fuori legge e assassino”. Una posizione
che non si può che condividere. Basta che valga per tutti. Da
55 anni, Washington ospita un campo di addestramento dal quale sono
usciti diplomati, ufficiali che nella loro carriera hanno certamente
ucciso molte più persone di quelle sepolte dal crollo delle Torri
Gemelle. Fino al gennaio del 2001, si chiamava “Scuola delle
Americhe”. Si trova a Fort Benning, in Georgia. È il centro
d’addestramento americano più noto. Altri 150 sono sparsi sul
territorio degli Stati Uniti
e all’estero. Dalla Scuola delle Americhe sono stati licenziati 60mila
poliziotti, ufficiali e soldati provenienti dai vari paesi
dell’America latina. Dalle sue aule sono usciti a pieni voti
torturatori, omicidi, dittatori e terroristi di stato che hanno
attraversato la storia di quel continente. Ora
la Scuola è stata chiusa per essere immediatamente riaperta sotto altro
nome. Vi si insegna la pianificazione per le operazioni civili-militari,
di pace e antidroga, i soccorsi in caso di disastri, varie iniziative
“a favore dei diritti umani”. Insomma, le stesse materie che
venivano offerte ai corsisti dalla vecchia Scuola delle Americhe solo
sotto altro nome. Non è tutto. Nel ’93, alcuni miliziani arabi
della jihad erano stati addestrati all’uso delle armi presso
un’associazione di tiro a segno nello stato del Connecticut. Tuttavia
l’istruzione ufficiale e formale negli Stati Uniti era stata avviata
già dal 1980, sotto l’amministrazione Carter, un anno dopo l’inizio
della guerra degli afgani contro le truppe sovietiche, che avevano
invaso il paese. Alcuni ufficiali scelti dei Berretti Verdi, veterani
del Vietnam, diedero così inizio alle attività di preparazione per
la nuova guerra in Asia meridionale. A questo scopo, esistevano
alcuni centri di addestramento paramilitare: uno gestito
direttamente dalla Cia, a Camp Peary, che avrebbe svolto un ruolo
fondamentale nell’addestramento degli specialisti in terrorismo. Ce
n’erano poi altri, come Harvey Point, in North Carolina o Fort A.P.
Hill, in Virginia. In quest’ultimo, come anche a Camp Picket, sempre
in Virginia, i Berretti Verdi e la Marina statunitense prepararono gli
ufficiali dei servizi segreti pachistani e talvolta direttamente i mujaheddin.
In diversi casi, le tecniche lì acquisite sarebbero state
utilizzate dai fondamentalisti islamici egiziani e algerini dopo il
ritorno nei loro paesi dei veterani della guerra contro i sovietici, tra
la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90. Così come alcuni degli
allievi egiziani dei centri di Camp Peary, Camp Pickett e Fort Hill,
avrebbero a loro volta addestrato i volontari in partenza per la jihad
afgana. DIPLOMA
DI PERFETTI ASSASSINI, alcuni esempi di famigerati diplomati della
Scuola delle Americhe: il
colonnello Lima Estrada, responsabile dell’assassinio di Juan
Gerardi, vescovo di Città del Guatemala; Roberto D’Abuisson che
a capo dei suoi squadroni della morte, uccise il vescovo Oscar Romero;
19 dei 26 soldati che nel ‘89 massacrarono i gesuiti di San Salvador;
istruttori cileni della polizia segreta di Pinochet; i dittatori
argentini Viola e Galtieri, i panamensi Noriega e Torrijos, il peruviano
Alvarado e l’ecuadoregno Rodriguez; il capo di uno squadrone della
morte nel Perù; quattro dei cinque ufficiali che comandavano un
battaglione in Honduras che controllava le truppe paramilitari; l’ufficiale
comandante del massacro di Ocosigo, avvenuto in Messico nel ’94, agli
inizi della rivolta zapatista. Gli uomini istruiti alla Scuola delle
Americhe sono oggi impegnati nella guerra in atto in Colombia. Human
Rights Watch, due anni fa, rivelò che sette uomini provenienti
sempre da Fort Benning, attualmente a capo di gruppi paramilitari
colombiani, hanno organizzato e diretto rapimenti, sparizioni, omicidi e
massacri. Nel febbraio del 2001, un altro militare addestrato là è
stato condannato per complicità nelle torture e uccisioni di trenta
contadini compiute dalle forze speciali di Bogotà. Due pesi,
due misure
Girato
il vento della storia, le “forze del male”, preparate
scrupolosamente sul territorio americano, avrebbero utilizzato le
loro conoscenze per colpire i loro vecchi maestri. Tuttavia Fort
Benning o Fort Bregg, Camp Peary o Camp Hill non sono campi di
addestramento di al-Qaeda, anche se ci assomigliano molto. Quindi nessun
governo occidentale democratico, coinvolto nella campagna “Libertà
duratura”, penserà mai di far chiudere queste autentiche Università
del terrorismo di stato internazionale. Il
terrorismo esiste solo quando è rivolto contro di noi, e non quando è
da noi utilizzato contro gli altri. Volete qualche esempio: I
miliziani dell’Uck quando si battevano contro i serbi, erano
“combattenti per la libertà”; quando invece rivolsero le loro armi
per le stesse ragioni contro la Macedonia, alleata degli Usa,
diventarono da un momento all’altro terroristi assassini. L’Anc
(African National Congress) era per Washington
un’organizzazione terroristica, quando si batteva contro l’apartheid
in Sudafrica; poi il suo leader, Nelson Mandela, è diventato un Nobel
per la pace e un capo di stato. Per
gli inglesi, terroristi erano quelli dell’Irgun, gruppo armato
ebraico; Begin, il comandante dell’organizzazione, in seguito è
diventato primo ministro israeliano. Ora, per Tel Aviv, i terroristi
sono quelli dell’intifada. Basta
che cambi la contingenza storica e l’interesse politico di parte, che
uno si può trovare sulla lista nera e subito dopo elevato a stimato
statista. Eppure basterebbe così poco per fare chiarezza: applicare
anche per gli atti di guerra compiuti da Washington la definizione che
di terrorismo ne hanno dato i documenti statunitensi: “L’impiego
calcolato della violenza o della minaccia di violenza per conseguire
obiettivi di natura politica, religiosa o ideologica. Il tutto compiuto
per mezzo dell’intimidazione, della coercizione o con la diffusione
della paura”. Se usassimo questa definizione, non potremmo non
denunciare come azioni terroristiche molte di quelle portate avanti dal
grande fratello d’oltreoceano. È improbabile però che ciò avvenga. Oggi
l’imperativo è un altro: si deve dimenticare, anzi si deve far
dimenticare. Allora non fa scandalo, non suscita quella giusta
indignazione morale e politica che ci si potrebbe aspettare
dall’opinione pubblica, la proposta di legittimare la tortura, nel
senso di inserirla come strumento di indagine poliziesca, ovviamente
contro i presunti terroristi. Legittimarla, cioè dare veste legale ad
una pratica che è stata e continua ad essere ampiamente praticata da
polizie di stato anche di governi “democratici”, forze armate
paramilitari e gruppi criminali. Opinionisti, avvocati, docenti
universitari, ex agenti della Cia, politici americani – dopo l’11
settembre – non hanno usato mezze parole. ”È ora di pensare alla
tortura”; “La tortura è brutta, ma in certe circostanze può
essere il male minore”. Su alcuni organi di stampa, si è
ventilata l’ipotesi di poter ricorrere a “misure di pressione”,
appunto fino alla tortura, nei casi in cui si debbano avere informazioni
utili a impedire nuovi attentati. Basta seminare. Qualcosa si raccoglierà.
RESPONSABILITÀ
E SANGUE
La
complicità diretta o indiretta di Washington in atti di aggressione nei
confronti di altri popoli e paesi non ha mai trovato una sanzione
giudiziaria, se non nel caso del Nicaragua. Le
vicende legate all’aiuto politico, economico o militare offerto dagli
Stati Uniti a vari governi autoritari o dittatori militari, o in alcuni
casi all’intervento diretto nelle zone d’operazioni con propri
“consiglieri militari”, sono ampiamente conosciute e certificate
da documenti provenenti dalla stessa Amministrazione americana. Dai
crimini di guerra compiuti in Vietnam e accertati dal Tribunale Russell
(1967), a quelli sostenuti nel giardino di casa (Salvador, Honduras,
Haiti, Guatemala, Panama), dove alla fine dei vari conflitti sono stati
contati 200mila cadaveri, torturati o mutilati, milioni di orfani e
profughi. Dal cono sud dell’America latina (Argentina, Cile, Bolivia,
Brasile, Uruguay, Paraguay), al Sudafrica dell’apartheid;
dall’Indonesia di quel Suharto che nel ’65, con l’aiuto americano,
sterminò quasi 600mila oppositori politici e che gli Usa continuarono
ad appoggiare sino al ’99, nell’aggressione a Timor Est, all’ex
alleato Saddam Hussein, quando gassava 5mila curdi proprio mentre si
batteva quale fedele amico dell’Occidente contro il pericolo
khomeinista. Al premier turco Ecevit, che continua a seguire le orme del
dittatore di Baghdad, facendo scorrere sangue curdo. Quando
all’ex segretario di stato, Madeleine Albright, fu chiesto cosa
pensasse delle stime di mezzo milione di bambini iracheni morti a
causa delle sanzioni, che il suo governo sosteneva con vigore
insieme alla Gran Bretagna, dopo circa nove anni dalla fine della guerra
del Golfo, rispose: “Pensiamo che ne valga la pena”. Diritto
internazionale: quando le regole non valgono per tutti
Da
Carter fino a Clinton e Bush junior, tutti i presidenti americani
hanno sempre sottolineato l’importanza dei diritti umani, quando
questa retorica serviva per denunciare l’inefficienza dell’Onu;
depotenziamento di cui – è bene ricordarlo – loro sono stati tra i
maggiori responsabili sia sul piano politico che economico. Gli Stati
Uniti hanno usato la legge internazionale, solo quando portava loro qualche
vantaggio o
non entrava in conflitto con la propria normativa: se nel ’79
denunciarono l’Iran alla Corte internazionale di giustizia dell’Aja
perché teneva in ostaggio dei diplomatici americani, quattro anni dopo
rifiutarono di riconoscere la giurisdizione di quella stessa Corte a
seguito della denuncia nei loro confronti da parte del Nicaragua che
li accusava di sostenere attività militari e paramilitari all’interno
del proprio territorio nazionale. In tale occasione, Washington aveva
esplicitamente ordinato all’esercito mercenario dei contras antisandinisti
(definiti da Reagan “combattenti per la libertà”) di colpire
obiettivi non militari (soft targets), ovvero i civili indifesi.
In sostanza, un via libera ad operazioni terroristiche. Tutti i
commentatori del tempo, sulle maggiori testate americane, lodarono
l’efficacia dei metodi utilizzati al fine “di rovinare l’economia
(del Nicaragua) e condurre per procura una guerra lunga e sanguinosa”. Pur
essendo attaccato dal Golia del continente (armamenti, supporto
logistico, consiglieri militari, istruttori, controllo aereo, ecc. erano
tutti made in Usa), Managua non pensò di bombardare la
capitale statunitense come legittimo atto di ritorsione nei
confronti di chi stava massacrando il suo popolo. Così decise di
affidarsi al diritto internazionale e quindi di ricorrere alla Corte
internazionale dell’Aja, la quale le diede ragione, ordinando nel
contempo agli Stati Uniti di fermarsi e di ripagare i danni materiali
causati. Washington non solo respinse con sdegno tale sentenza, ma, in
tutta risposta, intensificò gli attacchi omicidi. Pazientemente il
Nicaragua si appellò al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Questo mise a punto una risoluzione che chiedeva a tutti gli stati,
indistintamente, di obbedire al diritto internazionale, ma gli Stati
Uniti posero il loro veto. Allora Managua si rivolse all’Assemblea
generale dell’Onu, dove fu presentata una mozione simile alla
precedente, ottenendo finalmente
l’approvazione della maggioranza (153 voti), meno quella di due
membri: Stati Uniti e Israele. Il passaggio che non approvavano era
quello in cui si affermava che “nulla nella presente risoluzione può
in alcun modo pregiudicare il diritto all’autodeterminazione, alla
libertà, all’indipendenza così come rivendicato nella Carta delle
Nazioni Unite, dei popoli privati con la forza del loro diritto, in
particolare i popoli soggetti a regimi coloniali razzisti e
all’occupazione straniera o ad altre forme di dominazione coloniale, né
il diritto dei popoli a lottare per questo fine e a cercare e ricevere
aiuto”. In pratica le lotte di liberazione o antirazziste, così
come difendere il proprio territorio da attacchi esterni che ne minacciassero l’integrità, erano legittime. In sostanza, gli Stati Uniti sono l’unica nazione al mondo condannata per terrorismo dalla Corte internazionale, che si è rifiutata di sottostare al diritto accogliendo una risoluzione, la cui richiesta a tutti i governi era semplicemente quella di rispettare le leggi in vigore. |