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IL SOCIALISMO E L'UOMO A CUBA

di Ernesto Guevara

Stimato compagno,

termino queste note mentre viaggio per l’Africa, animato dal desiderio di mantenere la mia promessa, sia pure con ritardo. Vorrei farlo affrontando il tema del titolo. Credo che possa essere interessante per i lettori uru­guaiani.

Si ascolta spesso dalla bocca dei portavoce capitalistici, come argomento della lotta ideologica contro il socialismo, l’affermazione secondo cui questo sistema sociale, o il pe­riodo di costruzione del socialismo nel quale siamo impegnati, sarebbe caratterizzato dal­la negazione dell’individuo sacrificato sull’altare dello Stato. Non cercherò di confutare questa affermazione su una base pura­mente teorica, ma di descrivere la realtà che oggi si vive a Cuba, aggiungendo qualche commento di carattere generale. In primo luogo, traccerò a grandi linee la storia della nostra lotta rivoluzionaria prima e dopo la presa del potere. Come è noto, la data esatta in cui iniziaro­no le azioni rivoluzionarie, che dovevano culminare nel 10 gennaio 1959, fu il 26 luglio 1953. All’alba di quel giorno, un gruppo di uomini, guidati da Fidel Castro, attaccò la caserma Moncada nella provincia d’Oriente. L’azione fu un fallimento che si trasformò in un disastro e i sopravvissuti finirono in car­cere, per poi ricominciare, dopo essere stati amnistiati, la lotta rivoluzionaria. Durante questa fase, nella quale esisteva­no soltanto dei germi di socialismo, l’uomo era il fattore fondamentale. Si faceva affidamento su di lui, come individuo, dotato di una sua specificità, con tanto di nome e cognome; e dalla sua capacità d’agire dipende­va il trionfo o il fallimento dell’azione in­trapresa. Venne poi la fase della lotta guerrigliera. Essa si sviluppò in due ambienti diversi: il popolo, massa ancora assopita che bisognava mobilitare, e la sua avanguardia, la guer­riglia, motore propulsivo del movimento, generatore di coscienza rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo. Questa avanguardia fu l’agente catalizzatore che creò le condizioni soggettive necessarie per la vittoria. Anche in questa fase, nel quadro del processo di proletarizzazione del nostro pensiero, della rivoluzione che si operava nelle nostre abitudini e nella nostra mente, l’individuo rimase il fat­tore fondamentale. Ognuno dei combattenti della Sierra Maestra, che abbia raggiunto un grado elevato tra le forze rivoluzionarie, ha al suo attivo una storia di fatti memorabili. E in base a questi conquistava i suoi gradi. Fu questo il primo periodo eroico, in cui ci si batteva per ottenere incarichi di maggiore responsabilità e di maggior pericolo, senza altra soddisfazione che l’adempimento del proprio dovere. Nel nostro lavoro di educazione rivoluzio­naria, torniamo spesso su questo tema for­mativo. Nell’atteggiamento dei nostri combattenti già si delineava l’uomo del futuro. In altri momenti della nostra storia si sono ripresentate le occasioni per un impegno totale nella causa rivoluzionaria. Durante la crisi di ottobre o nei giorni del ciclone «Flora» abbiamo visto atti di valore e di sacrificio eccezionali, compiuti da tutto un popolo. Trovare il modo di perpetuare nella vita quotidiana questo atteggiamento eroico è uno dei nostri compiti fondamentali dal punto di vista ideologico.

Nel gennaio 1959 si costituì il governo rivoluzionario con la partecipazione al suo in­terno di vari esponenti della borghesia filoimperialista. La presenza dell’Esercito ribelle costituiva la garanzia per il mantenimento del potere, come fattore di forza fondamentale. In seguito si produssero gravi contraddi­zioni, risolte in un primo momento nel febbraio 1959, quando Fidel Castro assunse la direzione del governo, con la carica di primo ministro. Questo processo culminò nel luglio dello stesso anno, quando il presidente Urrutia si dimise sotto la pressione delle masse. Appariva così nella storia della rivoluzione cubana, ormai con caratteristiche nitide, un personaggio che si ripresenterà sistematica­mente: le masse. Questa entità multiforme non è, come si pensa, la somma di elementi di una medesi­ma categoria (a ciò ridotti, tra l’altro, dal si­stema imposto) che agisce come un gregge mansueto. E’ vero che segue senza esitare i propri dirigenti, in particolare Fidel Castro; ma il grado in cui questi si è guadagnato tale fiducia risponde precisamente al modo in cui egli interpreta i desideri del popolo, le sue aspirazioni, e alla lotta sincera per il mante­nimento delle promesse fatte. Le masse parteciparono alla riforma agra­ria e al difficile compito dell’amministrazio­ne delle imprese statali; sono passate attra­verso l’esperienza eroica di Playa Giròn, si sono forgiate nella lotta contro le varie ban­de armate dalla Cia; hanno vissuto uno dei momenti decisivi della storia moderna con la crisi di ottobre e oggi continuano a lavorare per la costruzione del socialismo.

Guardando ai fatti da un punto di vista su­perficiale, potrebbe sembrare che abbiano ragione coloro che parlano di sottomissione dell’individuo allo Stato; le masse realizzano, con entusiasmo e disciplina senza pari, i compiti che il governo affida loro, siano essi di tipo economico, culturale, sportivo o di difesa. L’iniziativa, in genere, parte da Fidel Ca­stro o dall’alto comando della rivoluzione e viene poi spiegata al popolo che la fa pro­pria. Altre volte, le esperienze locali vengono riprese dal partito e dal governo per genera­lizzarle, seguendo lo stesso procedimento. Lo Stato, tuttavia, a volte si sbaglia. Quan­do si verifica uno di questi errori, si nota un calo dell’entusiasmo collettivo, dovuto a una diminuzione di quello stesso entusiasmo in cia­scuno degli individui che formano la massa; il lavoro si paralizza, fino a ridursi a livelli in­significanti: è il momento di rettificare. Così avvenne nel marzo del 1962, con la politica settaria imposta al partito da Anibal Escalan­te. E’ ovvio che il meccanismo non è in grado di garantire una serie di misure adeguate e che occorre un legàme più organico con le masse. Dobbiamo migliorare tale meccanismo nel corso dei prossimi anni; nel caso, co­munque, di iniziative provenienti dai livelli elevati del governo, utilizziamo per ora il me­todo quasi intuitivo di osservare le reazioni generali di fronte ai problemi sollevati. In ciò è maestro Fidel, il cui modo particolare di comunicazione col popolo si può apprezzare solo vedendolo direttamente. Nelle grandi manifestazioni pubbliche sembra di assistere quasi a un dialogo tra diapason, che pone in vibrazione reciproca gli interlocutori. Fidel e le masse cominciano a vibrare in un dialogo di intensità crescente fino a raggiungere l’a­pice in un finale improvviso, segnato dal no­stro grido di lotta e di vittoria. Ciò che è difficile comprendere, per chi non stia vivendo l’esperienza della rivoluzio­ne, è questa stretta unità dialettica tra l’indi­viduo e la massa, in cui entrambi interagisco­no e la massa a sua volta, come insieme di in­dividui, interagisce con i dirigenti.

Nel capitalismo si possono osservare feno­meni di questo tipo quando appaiono uomini politici capaci di spingere alla mobilitazione popolare; ma se non si tratta di un autentico movimento sociale -nel qual caso non si può parlare pienamente di capitalismo-  es­so durerà quanto la vita di chi lo ha messo in moto o fino al termine delle illusioni popola­ri imposto dalla rigidità della società capitali­stica. All’interno di questa, l’uomo è guidato da un ordinamento impersonale che, in gene­re, sfugge alla sua comprensione. L’essere umano, alienato, ha un cordone ombelicale invisibile che lo lega alla società nel suo insie­me: la legge del valore. Essa agisce in tutti gli aspetti della sua vita, modellandogli la strada e il destino. Le leggi del capitalismo, cieche e invisibili per il senso comune della gente, agiscono sull’individuo senza che questi se ne accorga. Egli non vede altro che la vastità di un oriz­zonte che gli appare infinito. Così lo presen­ta la propaganda capitalistica che pretende di ricavare dal caso Rockefeller -vero o falso che sia- una lezione sulle possibilità di suc­cesso. La miseria che è necessario accumula­re perché si realizzi un esempio del genere e la somma di iniquità che implica una fortuna ditali dimensioni non fanno parte del qua­dro, e non è sempre possibile per le forze po­polari avere chiari simili concetti. (A questo punto sarebbe opportuna una disquisizione sul modo in cui gli operai dei paesi imperiali­sti vadano via via perdendo il proprio spirito internazionalista di classe, sotto l’influenza di una certa complicità nello sfruttamento dei paesi dipendenti e come questo fatto atte­nui, contemporaneamente, lo spirito di lotta delle masse nel proprio paese; ma questo è un tema che esula dalle finalità di queste no­te). Al massimo si mostra la strada con gli ostacoli che, apparentemente, un individuo dotato delle qualità necessarie potrebbe su­perare per giungere alla meta. Il premio si in­travede in lontananza: il cammino è solita­rio. Si tratta, per giunta, di una corsa tra lu­pi: si può vincere solo grazie all’insuccesso degli altri.

Tenterò ora di definire l’individuo, attore di questo straordinario e appassionante dramma che è la costruzione del socialismo, nella sua duplice entità di singolo e membro della comunità. Credo che la cosa più sem­plice stia nel riconoscere la sua qualità di es­sere non-fatto, di prodotto non-terminato. Le tare del passato si trasmettono al presente nella coscienza individuale e c’è bisogno di un lavoro continuo per sradicarle. Il proces­so è duplice: da un lato è la società che agisce con l’educazione diretta e indiretta; dall’al­tro è l’individuo che si sottopone a un pro­cesso cosciente di autoeducazione.

La nuova società in formazione deve lotta­re molto duramente con il passato. Ciò si av­verte non solo nella coscienza individuale, su cui pesano i residui di un’educazione orienta­ta sistematicamente all’isolamento dell’indi­viduo, ma anche per il carattere stesso di questo periodo di transizione, con il perma­nere di rapporti di mercato. La merce è la cellula economica della società capitalistica; finché esisterà, i suoi effetti si ripercuoteran­no sull’organizzazione della produzione e conseguentemente sulla coscienza.

Nello schema di Marx il periodo di transizione era concepito come il risultato della trasformazione esplosiva del sistema capita­listico soffocato dalle proprie contraddizio­ni; successivamente, si è visto nella realtà co­me dall’albero imperialista potevano staccar­si alcuni paesi che rappresentavano i rami de­boli; un fenomeno previsto da Lenin. In essi, il capitalismo si è sviluppato abbastanza da far sentire i propri effetti, in un modo o nel­l’altro, sul popolo; ma non sono le sue stesse contraddizioni che, esaurite tutte le possibili­tà, fanno saltare il sistema. La lotta di libera­zione contro un oppressore straniero, la mi­seria provocata da avvenimenti esterni come la guerra -le cui conseguenze vengono fatte ricadere dalle classi privilegiate sugli sfruttati- i movimenti di liberazione destinati a ro­vesciare i regimi neocoloniali: questi sono i fattori scatenanti più comuni. L’azione co­sciente fa il resto. In questi paesi non si è ancora prodotta un’educazione completa nei confronti del la­voro sociale e la ricchezza è lungi dall’essere alla portata delle masse attraverso un sempli­ce processo di appropriazione. Il sottosvilup­po da un lato e l’abituale fuga di capitali ver­so i paesi «civilizzati» dall’altro, rendono impossibile un cambiamento rapido e indo­lore. Resta un lungo tratto da percorrere per la costruzione della base economica e la ten­tazione di seguire le strade battute dell’inte­resse materiale, come leva propulsiva per uno sviluppo accelerato, è notevole. Si corre il pericolo che gli alberi impedisca­no di vedere il bosco. Rincorrendo l’illusione di realizzare il socialismo con l’aiuto delle ar­mi spuntate che ci lascia in eredità il capitali­smo (la merce come cellula economica, il pro­fitto, l’interesse materiale individuale come leva, ecc.), si può imboccare un vicolo senza usci­ta. E vi si arriva dopo aver percorso un lungo tratto in cui le strade si incrociano più volte e dove è difficile capire il punto in cui si è sba­gliato strada. Frattanto, la base economica adot­tata ha compiuto il suo lavoro di scavo sullo sviluppo della coscienza. Per costruire il co­munismo, contemporaneamente alla base ma­teriale, bisogna creare l’uomo nuovo.

Di qui la grande importanza di scegliere correttamente lo strumento per mobilitare le masse. Questo deve essere fondamentalmen­te di natura morale, pur senza trascurare un corretto utilizzo degli incentivi materiali, so­prattutto di natura sociale.

Come ho già detto, nei momenti di grave pericolo è facile potenziare gli incentivi mo­rali; per mantenere la loro efficacia è neces­sario sviluppare una coscienza in cui i valori acquistino nuove caratteristiche. La società nel suo insieme deve trasformarsi in una gi­gantesca scuola. Le grandi linee di questo fenomeno sono simili al processo di formazione della co­scienza capitalistica nella sua prima fase. Il capitalismo ricorre alla forza, ma educa an­che la gente all’interno del sistema. La pro­paganda diretta viene realizzata da coloro che sono incaricati di spiegare l’ineluttabilità di un regime di classe, sia esso d’origine divi­na o imposto dalla natura come entità mec­canica. Ciò placa le masse che si vedono op­presse da un male contro il quale non è possi­bile lottare. In seguito subentra la speranza e in questo si differenzia dai precedenti regimi di casta che non offrivano via d’uscita.

Per alcuni, tuttavia, continuerà a vigere la formula di casta: il premio a chi obbedisce consiste nell’arrivo — dopo la morte — in altri mondi meravigliosi dove i buoni vengono premiati, secondo quanto afferma la vecchia tradizione. Per altri, c’è la novità: la distin­zione in classi è fatale, ma gli individui pos­sono uscire da quella cui appartengono me­diante il lavoro, l’iniziativa, ecc. Questo pro­cesso e quello di autoeducazione al successo devono essere profondamente ipocriti; sono la dimostrazione interessata del fatto che una menzogna è verità. Nel nostro caso l’educazione diretta acqui­sta un’importanza molto maggiore. La spie­gazione e Convincente perché è vera; non ha bisogno dì sotterfugi. Si esercita attraverso l’apparato educativo dello Stato in funzione della cultura generale, tecnica e ideologica, attraverso organismi quali il ministero dell’e­ducazione e l’apparato di propaganda del partito. L’educazione penetra tra le masse e il nuovo atteggiamento proposto tende a tra­sformarsi in abitudine; le masse lo vanno fa­cendo proprio ed esercitano una pressione su coloro che non si sono ancora educati. Que­sta è la forma indiretta di educazione delle masse, potente tanto quanto l’altra.

Il processo, tuttavia, è cosciente: l’indivi­duo riceve continuamente l’impatto del nuo­vo potere sociale e si rende conto di non es­sersi ancora completamente adeguato ad es­so. Sotto la pressione prodotta dall’educa­zione indiretta, cerca di adattarsi a una situa­zione che ritiene giusta ed alla quale la sua mancanza di sviluppo gli ha impedito di ade­guarsi finora. Si autoeduca.

In questa fase di costruzione del sociali­smo possiamo vedere l’uomo nuovo che sta nascendo. La sua immagine non è ancora de­finita; né potrebbe esserlo, giacché il proces­so marcia parallelo allo sviluppo di nuove forme economiche. Tralasciando coloro la cui mancata educazione li spinge verso un cammino solitario, verso l’autosoddisfacimento delle proprie ambizioni, ci sono altri che, all’interno di questo nuovo quadro di avanzamento collettivo, tendono a cammi­nare isolati dalla massa che accompagnano. L’importante è che gli uomini vanno acqui­stando ogni giorno di più Coscienza della ne­cessità della propria integrazione nella socie­tà e, allo stesso tempo, della propria impor­tanza come motori di essa.

Ormai non marciano più soli, per sentieri sperduti, verso brame lontane. Seguono la loro avanguardia, costituita dal partito, da­gli operai più avanzati che camminano legati alle masse e in stretto collegamento con loro. Le avanguardie hanno lo sguardo rivolto al futuro e alla sua ricompensa, però questa non appare come qualcosa di individuale; il premio è la nuova Società in cui gli uomini avranno caratteristiche diverse: è la società dell’uomo comunista.

La strada è lunga e piena di difficoltà. A volte, per avere smarrito la strada si deve re­trocedere; altre volte, camminando troppo in fretta, ci separiamo dalle masse; in qualche caso, per troppa lentezza, sentiamo vicino il fiato di coloro che ci pestano i talloni. Nella nostra ambizione di rivoluzionari, cerchiamo di camminare il più velocemente possibile, aprendo nuove strade, ma sappiamo che dobbiamo trarre nutrimento dalle masse e che queste potranno avanzare più rapida­mente solo se le stimoliamo con il nostro esempio. Indipendentemente dall’importanza data agli incentivi morali, il fatto che esista la di­visione in due gruppi principali (escludendo naturalmente la frazione minoritaria di colo­ro che non prendono parte -per una ragio­ne o per l’altra-  alla costruzione del sociali­smo) dimostra la relativa mancanza di svi­luppo della coscienza morale. Il gruppo d’a­vanguardia è ideologicamente più avanzato delle masse: queste conoscono i nuovi valori, ma in modo parziale. Mentre tra i primi si produce un cambiamento qualitativo che permette loro di andare incontro al sacrificio nella loro funzione di avanguardia, i secondi hanno solamente una visione parziale e debbono essere sottoposti a stimoli e pressioni di una certa intensità; è la dittatura del proleta­riato che si esercita non solo sulla classe sconfitta, ma anche, a livello individuale, sulla classe vincitrice.

Tutto ciò implica, per la sua vittoria tota­le, l’esistenza di una serie di meccanismi: le istituzioni rivoluzionarie. Nell’immagine del­le folle che marciano verso il futuro, è impli­cito il concetto di istituzionalizzazione, inte­so come un insieme armonico di canali, gra­dini, barriere, apparati ben collaudati che permettono questa marcia e la selezione na­turale di coloro che sono destinati a cammi­nare tra l’avanguardia e che stabiliscono il premio o il castigo, rispettivamente per chi compie il proprio dovere e per chi trama con­tro la società in costruzione.

Questa istituzionalizzazione della rivolu­zione non si è ancora attuata. Stiamo cercan­do qualcosa di nuovo che permetta un’iden­tificazione perfetta tra il governo e la comu­nità nel suo insieme, adeguata alle particolari condizioni della costruzione del socialismo e

che rifugga al massimo dai luoghi comuni della democrazia borghese trapiantati nella società in formazione (come le camere legi­slative, per esempio). Sono state fatte alcune esperienze volte a creare poco a poco l’istitu­zionalizzazione della rivoluzione, ma senza eccessiva fretta. Il freno maggiore che abbia­mo avuto è stato il timore che qualsiasi aspetto formale potesse separarci sia dalle masse sia dall’individuo, facendoci perdere di vista la più importante e decisiva ambizio­ne rivoluzionaria, che è quella di vedere l’uo­mo liberato dalla sua alienazione.

Nonostante la carenza di istituzioni, che deve essere superata gradualmente, ora sono le masse a fare la storia, come insieme co­sciente di individui che lottano per una causa comune. L’uomo nel socialismo, malgrado la sua apparente standardizzazione, è più completo e benché non disponga di un mec­canismo perfettamente adeguato allo scopo, la sua possibilità di esprimersi e farsi ascolta­re nell’apparato sociale è infinitamente mag­giore. Tuttavia è necessario accentuare la sua partecipazione cosciente, individuale e col­lettiva, in tutti i meccanismi direttivi e pro­duttivi e legarla all’idea della necessità dell’e­ducazione tecnica e ideologica, in modo che avverta come questi processi siano stret­tamente interdipendenti e i loro progressi pa­ralleli. L’uomo acquisterà così la piena co­scienza del proprio essere sociale, il che equi­vale alla sua completa realizzazione come creatura umana, una volta spezzate le catene dell’alienazione. Ciò si tradurrà concretamen­te nella riappropriazione della propria natu­ra attraverso il lavoro liberato e l’espressione della propria condizione umana attraverso la cultura e l’arte.

Perché l’uomo si sviluppi nel primo aspet­to, il lavoro deve acquistare un carattere nuovo; la merce-uomo cessa di esistere e si instaura un sistema che assegna una quota in cambio dell’adempimento del dovere sociale. I mezzi di produzione appartengono alla so­cietà e la macchina è solo la trincea dove si compie il proprio dovere. L’uomo comincia a liberare la propria mente dal pensiero sgradevole di dover necessariamente soddisfare i propri bisogni animali attraverso il lavoro. Comincia a vedersi realizzato nella propria opera e a cogliere la propria grandezza uma­na attraverso l’oggetto creato, il lavoro com­piuto. Ciò non implica la perdita di una par­te del suo essere sotto forma di forza-lavoro venduta, che non gli appartiene più, ma si­gnifica un’emanazione di se stesso, un con­tributo alla vita comune nella quale egli si ri­flette: l’adempimento del proprio dovere so­ciale e per collegano allo sviluppo tecnologi­co da un lato -il che determinerà nuove condizioni per una maggiore libertà- e al lavoro volontario dall’altro, fondandoci sul­la concezione marxista secondo cui l’uomo realizza pienamente la propria piena condi­zione umana quando produce senza la costri­zione della necessità fisica di vendersi come merce.

     E’ ovvio che esistono ancora aspetti coatti­vi nel lavoro, anche quando esso è volonta­rio; l’uomo non ha ancora trasformato tutta la coercizione che lo circonda in un riflesso condizionato di natura sociale, e in molti casi produce ancora sotto la pressione dell’am­biente («costrizione morale» la definisce Fi­del). Gli resta ancora da conquistare il piace­re di un completo godimento spirituale del proprio lavoro, senza la pressione diretta dell’ambiente sociale, ma vincolato ad esso dalle nuove abitudini. Questo sarà il comuni­smo. Il mutamento non avviene automatica­mente nella coscienza, così come non avviene nell’economia. Le variazioni sono lente e ir­regolari: ci sono periodi di accelerazione, al­tri di pausa e persino di regresso.

Dobbiamo inoltre considerare, come ab­biamo notato prima, che non siamo di fron­te ad un periodo di transizione puro e sem­plice, quale lo vedeva Marx nella Critica del programma di Gotha, ma a una nuova fase da lui non prevista: il primo periodo di tran­sizione al comunismo o di costruzione del socialismo. Ciò avviene in mezzo a violente lotte di classe con elementi di capitalismo nel proprio seno, che rendono difficile una com­prensione globale.

Se a ciò si aggiunge lo scolasticismo che ha frenato lo sviluppo della filosofia marxista e impedito l’analisi sistematica del periodo, la cui economia politica non si é sviluppata, dobbiamo riconoscere che siamo ancora in fasce e che é giusto dedicarsi allo studio di tutte le caratteristiche fondamentali ditale periodo, prima di elaborare una teoria eco­nomica e politica di maggior respiro.

La teoria che ne scaturirà darà inevitabil­mente la preminenza ai due pilastri della co­struzione: la formazione dell’uomo nuovo e lo sviluppo tecnologico, in entrambi gli aspetti, ci resta molto da fare, ma è meno grave il ritardo per quanto riguarda la conce­zione della tecnica come base fondamentale, giacché non si tratta in questo caso di andare avanti alla cieca, ma di seguire per un buon tratto la strada aperta dai paesi più evoluti del mondo. E per questo che Fidel batte con tanta insistenza sulla necessità della forma­zione tecnica e scientifica dei nostro popolo e in particolare della sua avanguardia. Nel campo delle idee che riguardano attività non-produttive è più facile cogliere la divi­sione tra necessità materiale e spirituale. Da molto tempo l’uomo cerca di liberarsi dell’a­lienazione mediante la cultura e l’arte. Muo­re quotidianamente durante le otto e più ore in cui funge da merce, per rinascere poi at­traverso la sua creatività spirituale. Ma que­sto rimedio ha in sé i germi della stessa ma­lattia: è un essere solitario che cerca la comu­nione con la natura. Difende la propria indi­vidualità oppressa dall’ambiente e reagisce di fronte alle idee estetiche come un essere iso­lato, la cui aspirazione è rimanere immacola­to.

Si tratta solo di un tentativo di fuga. La legge del valore non è il semplice riflesso dei rapporti di produzione; i capitalisti monopo­listici la circondano di una complicata impal­catura che la trasforma in una schiava doci­le, anche quando i metodi che usano sono esclusivamente empirici. La sovrastruttura impone un tipo di arte in cui bisogna educare gli artisti. I ribelli vengono dominati dal meccanismo e solo i talenti eccezionali potranno creare opere proprie. Gli altri diven­tano vili salariati Oppure vengono schiaccia­Si inventa la ricerca artistica, intesa comesinonimo di libertà; ma questa «ricerca» ha i suoi limiti, impercettibili fino al momento in cui non ci si scontra, vale a dire fino a quando non si affrontano i problemi reali dell’uomo e della sua alienazione. L’ango­scia irrazionale o il volgare passatempo rap­presentano delle comode valvole di sfogo per l’inquietudine umana; si combatte l’idea di rendere l’arte un’arma di denuncia. Se si ri­spettano le regole del gioco, si ottengono tut­ti gli onori; quegli stessi che otterrebbe una scimmia esibendosi in piroette. L’accordo è di non cercare di fuggire dalla gabbia invi­sibile.

Quando la rivoluzione prese il potere, ci fu l’esodo di coloro che erano completamente addomesticati; gli altri, rivoluzionari o no, videro di fronte a sé nuove strade. La ricerca artistica ebbe un nuovo impulso. Senza dub­bio le strade erano più o meno tracciate e il significato del concetto di fuga si mascherò dietro la parola «libertà». Gli stessi rivolu­zionari ebbero molto spesso questo atteggia­mento, riflesso dell’idealismo borghese nella coscienza.

Nei paesi in cui si è verificato un processo analogo, si è cercato di combattere queste tendenze con un esagerato dogmatismo. La cultura in generale si trasformò praticamente in un tabù, e si proclamò come massima aspirazione culturale la rappresentazione formalmente esatta della natura, trasfor­mandosi poi questa in una rappresentazione meccanica della realtà sociale che si voleva mostrare: la società ideale, quasi senza con­flitti né contraddizioni, che si voleva creare.

Il socialismo è giovane e compie degli erro­ri. Noi rivoluzionari, a volte, siamo privi del­le conoscenze e dell’audacia intellettuale ne­cessarie per affrontare il compito di svilup­pare l’uomo nuovo con metodi diversi da quelli tradizionali che, a loro volta, subisco­no l’influenza della società che li ha creati. (Ancora una volta si pone il problema del rapporto tra forma e contenuto). Il disorien­tamento è grande e siamo assorbiti dai pro­blemi della costruzione materiale. Non ci so­no artisti di grande valore che abbiano, a lo­ro volta, un grande prestigio rivoluzionario. Sono gli Uomini del partito che devono assu­mere questo compito e cercare di raggiungere l’obiettivo principale: l’educazione del popolo. Si cerca allora la semplificazione; ciò che è alla portata di tutti, che è poi alla portata dei funzionari. La ricerca artistica autentica viene annullata, e il problema della cultura generale si riduce a una riappropriazione del presente socialista e del passato morto (e quindi non più Pericoloso). Così nasce il rea­lismo socialista, sulle basi dell’arte del secolo scorso. Ma l’arte realista del secolo XIX è anch’essa di classe, capitalistica forse in una forma più pura di questa arte decadente del XX secolo, da cui traspare l’angoscia del­l’uomo alienato.

Nella cultura il capitalismo ha dato tutto se stesso e di esso non rimane altro che la presenza di un cadavere maleodorante; in ar­te la sua decadenza attuale. Perché tentare, allora, di cercare nelle forme congelate del realismo socialista l’unica ricetta valida? Non si può opporre al realismo socialista «la libertà», perché questa ancora non esiste, nè esisterà sino al completo sviluppo della nuo­va società: non si pretenda neppure di con­dannare tutte le forme artistiche successive alla prima metà del secolo XIX dall’alto del trono pontificio del realismo ad oltranza, perché si cadrebbe in un errore proudhonia­no di ritorno al passato, mettendo una cami­cia di forza all’espressione artistica dell’uo­mo che nasce e si forma attualmente. Manca lo sviluppo di un meccanismo ideologico cul­turale che permetta la ricerca e distrugga le erbacce che così facilmente si moltiplicano sul terreno concimato delle sovvenzioni statali. Nel nostro paese non si è verificato l’erro­re del meccanicismo realista, ma uno di se­gno contrario. E ciò è accaduto perché non è stata compresa la necessità di creare l’uomo nuovo; un uomo che non sia più il porta­voce delle idee del secolo XIX, ma neppure di quelle del nostro secolo decadente e mor­boso. E’ l’uomo del XXI secolo quello che dobbiamo creare, benché si tratti ancora di un’aspirazione soggettiva e non sistematizza­ta. Proprio questo è uno dei punti fonda­mentali del nostro studio e del nostro lavoro e nella misura in cui otterremo risultati con­creti su una base teorica o, viceversa, ricave­remo conclusioni teoriche di carattere gene­rale dalla nostra ricerca concreta, avremo dato un valido apporto al marxismo-leninismo e alla causa dell’umanità.

La reazione contro l’uomo del XIX secolo ci ha portato a una ricaduta nel decadenti­smo del XX secolo; non è un errore troppo grave, però dobbiamo superarlo, se non vo­gliamo aprire un ampio arco al revisionismo. Le grandi masse si vanno sviluppando, le nuove idee stanno acquistando un naturale impeto in seno alla società, le possibilità ma­teriali di sviluppo integrale di tutti i suoi membri in assoluto rendono più produttiva la fatica. E un presente di lotta, ma il futuro è nostro.

Riassumendo, la colpa di molti nostri in­tellettuali e artisti risiede nel loro peccato ori­ginale; non sono autenticamente rivoluzio­nari. Possiamo cercare di innestare un olmo perché dia pere, ma contemporaneamente bi­sogna piantar peri. Le nuove generazioni sa­ranno libere dal peccato originale. Le proba­bilità che compaiano artisti eccezionali sa­ranno tanto maggiori quanto più si saranno ampliati il campo della cultura e le possibilità di espressione. Il nostro compito consiste nell’impedire che la generazione odierna, fuorviata dai suoi stessi conflitti, si perverta e perverta le generazioni future. Non dobbia­mo creare docili salariati del pensiero ufficia­le, né «borsisti» che vivano al riparo dei fi­nanziamenti statali, beneficiando di una li­bertà tra virgolette. È tempo ormai che siano i rivoluzionari a intonare il canto del popolo. E un processo lungo.Nella nostra società svolgono un ruolo enorme la gioventù e il partito. particolarmente importante è la prima, perché è l’argil­la malleabile con cui si può costruire l’uomo nuovo, senza alcuna delle tare del passato. Essa riceve un trattamento corrispondente alle nostre ambizioni. La sua educazione è sempre più completa e non trascuriamo di in­tegrarla nel lavoro sin dal primo momento. I nostri studenti fanno un lavoro manuale du­rante le vacanze o contemporaneamente allo studio. Il lavoro è un premio in certi casi, uno strumento educativo in altri, mai un ca­stigo. Una nuova generazione sta nascendo.

Il    partito è un’organizzazione d’avanguar­dia. I lavoratori migliori vengono proposti dai loro compagni per farne parte. E’ minori­tario, ma dotato di grande prestigio per la qualità dei suoi quadri. La nostra aspirazio­ne è che il partito sia di massa, quando però le masse avranno raggiunto il livello di svi­luppo dell’avanguardia, vale a dire quando saranno state educate per il comunismo. E verso questa formazione va indirizzato il la­voro. Il partito è l’esempio vivente; i suoi quadri devono essere modelli di laboriosità e sacrificio, con la loro azione devono portare le masse al compimento degli obiettivi rivo­luzionari, e ciò implica anni di dura lotta contro le difficoltà della costruzione, i nemi­ci di classe, le piaghe del passato, l’imperiali­smo.

Vorrei spiegare ora il ruolo che svolge la personalità umana, l’uomo come individuo dirigente delle masse che fanno la storia. E’ la nostra esperienza diretta, non una ricetta. Fidel ha dato alla rivoluzione l’impulso nei pri­mi anni e il tono sempre; ma oggi esiste un buon gruppo di rivoluzionari che si sviluppa all’unisono con il nostro massimo dirigente e una gran massa che segue i propri capi per­ché ha fiducia in loro; e ha fiducia perché questi dirigenti hanno saputo interpretare le loro aspirazioni.

Non si tratta di sapere quanti chili di carne si mangino o quante volte l’anno ognuno possa andarsene a passeggiare sulla spiaggia, e neppure quante belle cose provenienti dal­l’estero si possano acquistare con gli attuali salari. Si tratta, piuttosto, di far sì che l’individuo si senta più completo, con molta mag­giore ricchezza interiore e senso di responsa­bilità. Il cittadino nel nostro paese sa bene che l’epoca gloriosa che sta vivendo è fatta di sacrifici; e sa bene che cos’è il sacrificio. I primi impararono a conoscerlo sulla Sierra Maestra e ovunque si è combattuto; e poi lo abbiamo conosciuto in tutto il paese. Cuba è l’avanguardia dell’America e deve fare dei sacrifici perché sta in prima linea, perché in­dica alle masse Latinoamericane il cammino verso la completa libertà. All’interno del paese, i dirigenti hanno il dovere di assolvere il proprio ruolo di avanguardia; ed è bene dirlo in tutta sincerità, in una vera rivoluzio­ne alla quale si consacra tutto, dalla quale. non ci si attende alcuna ricompensa materia­le, il compito del rivoluzionario di avanguar­dia è a un tempo magnifico e angoscioso.

Mi permetta di dirle, a rischio di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore. E’ impossibile concepire un rivoluzionario autentico privo di questa qualità. E questo è forse uno dei grandi drammi del dirigente: egli deve unire a uno spirito appassionato una mente fred­da, e prendere decisioni dolorose senza con­trarre un muscolo. I nostri rivoluzionari d’a­vanguardia devono idealizzare questo amore per i popoli, per le cause più sacre e renderlo unico, indivisibile. Non possono scendere con la loro piccola dose di affetto quotidiano nei luoghi in cui lo esercita l’uomo comune.

I dirigenti della rivoluzione hanno figli che nei loro primi balbettii non imparano a no­minare il padre; mogli che devono partecipare al sacrificio della loro vita, alfine di condurre la rivoluzione verso il suo destino; la cer­chia dei loro amici coincide con quella dei compagni della rivoluzione. Non c’è vita al di fuori dì questa.

In tali condizioni, bisogna avere una gran­de dose di umanità, un gran senso di giustizia e di verità per non cadere in eccessi di dog­matismo, in freddo scolasticismo, nell’isola­mento delle masse. Bisogna lottare ogni gior­no perché questo amore per l’umanità viven­te si trasformi in fatti concreti, in atti che servano di esempio, di mobilitazione.

     Il rivoluzionario, motore ideologico della rivoluzione in seno al partito, si consuma in questa attività ininterrotta, che finisce solo con la morte, a meno che il processo non si estenda su scala mondiale. Se il suo impegno rivoluzionario si affievolisce quando i com­piti più urgenti vengono realizzati su scala lo­cale e l’internazionalismo proletario viene dimen- ticato, la rivoluzione che egli dirige cessa di essere una forza propulsiva e affonda in un tranquillo letargo, di cui ap- profitta il nostro inconciliabile nemico, l’imperialismo, per riguadagnare terreno. L’internazionalismo proletario è un dovere, ma anche una necessità rivoluzionaria. Così educhiamo il nostro popolo.