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LA STORIA DEL

ROCK

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Sam Phillips, nato il 5 gennaio 1923 a Florence in Alabama. E' considerato da molti il grande padre della musica moderna perché con il suo geniale intuito ha inventato, creato, prodotto e registrato le fondamenta del Rock and Roll e del Rockabilly.Seduto nell'ex officina di riparazioni per radiatori, da lui trasformata in uno studio di registrazione adiacente al ghetto di Memphis, Sam Phillips non era certo l'unica persona al mondo a ritenere che, se avesse trovato un cantante bianco con la musicalità di un nero, avrebbe fatto soldi a palate; solo che lui era in una posizione più propizia, rispetto ad altri, per realizzare il suo sogno.

 Ma non ne fece niente, continuando a registrare esecuzioni di artisti di colore e di rhythm & blues, peraltro poco noti, per conto della neonata Sun Records (e, sotto contratto, le esecuzioni diMarion Keisker amava con tutto il cuore e l'anima Sam Phillips ed insieme con lui cambiò per sempre la faccia della musica. artisti più noti per le case più conosciute).

Il suo sogno è conosciuto non tanto perché Phillips si sia dato da fare per realizzarlo, quanto perché soleva farne partecipe, quasi con ossessione, l'unica dipendente del suo ufficio, vale dire Marion Keisker. Non so quante volte - avrebbe raccontato Marion - Sam mi ripeteva: "Se solo potessi trovare un uomo bianco con la musicalità il sentimento di un nero farei soldi a palate!".

 

 

E accadde che sul finire dell'estate 1953, un sabato sera, il sogno bussò alla sua porta.

 

Elvis Presley

Il caso volle che non fosse Phillips, i cui modi bruschi erano notori, ad aprire la porta, ma che toccasse a Marion Keisker introdurre per la prima volta il giovane Elvis Presley alla Sun Records .

Elvis, a dire il vero, non era venuto per la Sun, bensì per una delle attività secondarie di Phillips, la Memphis Recording Service, ragione sociale con la quale Phillips gestiva un servizio per i clienti che prevedeva, tra l'altro, la registrazione di matrimoni o di feste di pensionamento, oltre alla possibilità, per chiunque volesse farlo, di incidere una sola copia di un disco a 78 giri per due dollari a facciata.

La modesta tariffa aveva portato allo studio numerosi clienti, soprattutto nei pomeriggi liberi del sabato, per cui la Keisker disse ad Elvis che avrebbe dovuto aspettare il suo turno.

E lui pazientemente attese, seduto con la chitarra a fianco.

 

Nel frattempo scambiò due parole con la stessa Keisker, la quale in seguito, non si sarebbe fatta pregare per ripetere alla lettera il loro dialogo: "Gli chiesi: 'Che cosa canti?' e lui mi rispose: 'Di tutto'. Ed io, insistendo: 'Ma a chi somiglia la tua voce?' 'A nessuno', rispose. Allora gli domandai: ' Fai country music?' 'Si, country music', confermò. E ancora: 'A chi somiglia il tuo modo di cantare country?' E lui: 'A nessuno'.

 

A dire il vero non assomigliava a nessun altro neanche il suo aspetto. Un paio d'anni prima, nel 1951, Elvis aveva cominciato a portare i capelli lunghi. E non soltanto più lunghi di quelli dei ragazzi che sfoggiavano tagli a spazzola, ma addirittura più lunghi di quelli, già lunghi, che un gruppo di duri esibiva a mo' di sfida della moda prevalente, mentre il loro isolamento non faceva che confermare che i tagli a spazzola erano la moda.

Oltre i capelli lunghi spazzolati all'indietro (che facevano pensare al sedere di una papera) Elvis aveva due lunghe basette che scendevano sotto le orecchie e indossava quel tipo di vestiti che si vendevano sono a Beale Street, nel quartiere nero di Memphis: pantaloni larghi e pieghettati, che si stringevano all'orlo con effetto a sbuffo, di colore nero con un'unica striscia fluorescente lungo la cucitura esterna.

 

Beale Street a Memphis

 

Questa immagine, peraltro accuratamente coltivata allo scopo di sottolinearne la diversità, era una scelta precisa di Elvis, ma è anche vero che a volte il ruolo gli fu imposto.

In una fotografia del 1946, scattata un paio di anni prima del trasferimento della famiglia Presley dallo stato del Mississippi a Memphis, i 25 studenti della classe di Elvis, della scuola superiore Milam Junior, appaiono in quattro file ordinate.

I ragazzi - tutti bianchi a quei tempi - appartengono evidentemente ad una solida classe media. Le femmine sono in camicetta o in abiti semplici, con le maniche corte. I maschi vestono in calzoni sportivi e camicie; tutti tranne uno: all'estremità di una fila, fa spicco un giovane Elvis Presley in una tuta a bretelle da contadino.

 

A quei tempi, la famiglia Presley versava nella miseria più nera.

Elvis era nato nel gennaio 1935 (secondo di una coppia di gemelli di cui il primo era nato morto) in una catapecchia di due stanze sul lato sbagliato di East Tupelo, a sua volta considerata la parte sbagliata di Tupelo.

 

Elvis con i suoi genitori.Suo padre, Vernon Presley, da mezzadro era diventato camionista e bracciante, e sua madre, Gladys, fino a quando la gravidanza glielo aveva consentito aveva lavorato come cucitrice in una fabbrica di abbigliamento.

 

Apparteneva dunque a quella che, anche secondo i canoni indulgenti dell'epoca, era considerata"spazzatura bianca".

 

Di sicuro la famiglia Presley viveva alla giornata.

Il 16 novembre 1937, alcune settimane prima del terzo compleanno di Elvis, le cose addirittura peggiorarono: Vernon Presley  venne accusato di furto. La cifra era davvero modesta, qualcosa tra i dieci e i quaranta dollari, comunque non superiore al salario di una settimana. Tuttavia al padre di Elvis viene chiesta una cauzione di ben 500 dollari.

La cifra era pressoché impensabile per la famiglia: basti pensare che per costruire la baracca in cui vivevano e il cortile posterioreParchman Prison Farm avevano speso 180 dollari, presi tra l'altro tutti a prestito.

Fu così che, da novembre fino a maggio, data stabilita del processo, Vernon Presley fu rinchiuso nelle carceri di Tupelo. Il giorno del processo, dichiaratosi colpevole, Vernon fu condannato ad altri tre anni di prigione da trascorrere nella famigerata Parchman Prison Farm.

 

 Oggi una sentenza del genere appare molto severa, ma anche allora sarebbe stato improbabile che il figlio di un medico o di un avvocato potesse subire un verdetto così duro per un reato minore. In questo senso, la condanna a tre anni può essere considerata come la conferma quasi ufficiale della condizione sociale di Presley: se non era spazzatura bianca prima di reato, lo era senza alcun dubbio diventata dopo.

 

Dopo il rilascio (avvenuto in anticipo a causa delle difficoltà in cui versava la famiglia) Vernon fece ritorno a Tupelo.

Qui, tuttavia, anche perché i suoi precedenti penali erano ormai cosa nota, non gli riuscì di trovare un lavoro, sia pure di poco conto.

La famiglia, ridotta alla disperazione, nel 1948, quando Elvis aveva 13 anni, decise di trasferirsi nel Tennessee, destinazione Memphis. Qualunque cosa li avesse attesi in quella strana città, la prima in cui avessero mai abitato, sarebbe stata pur sempre meglio di ciò che si erano lasciati alle spalle.

 

I fatti diedero loro ragione quando lasciarono il monolocale in cui erano andati ad abitare per trasferirsi in una casa che faceva parte di un progetto finanziato dallo stato per aiutare le famiglie povere. Là Elvis disponeva, finalmente, di una camera da letto tutta per sé. Tuttavia, non appena superarono il reddito annuo di 3000 dollari, cioè il massimo consentito per avere diritto ad una casa popolare, furono sfrattati.

Quando Elvis prese la licenza di scuola superiore, la famiglia viveva di nuovo in un tugurio, un po' più grande della prima casa che avevano abitato a Memphis, ma appena più decente.

 

Nel futuro di Elvis non  si prospettavano alternative. Guidava il camion per un'azienda elettrica del posto e guadagnava uno stipendio minimo di 1,25 dollari all'ora. Faceva, vale dire, lo stesso tipo di lavoro di suo padre e, per di più, continuava a vivere nella casa paterna e dava gran parte del suo stipendio ai genitori.

Aveva, è vero, un certo talento per il canto (aveva vinto un paio di manifestazioni per dilettanti e si era guadagnato una certa popolarità tra i compagni di scuola cantando musica country) che però non era stato affatto coltivato. Era, ciò nonostante, tutto quello che aveva.

E semmai qualcosa gli poteva permettere di fuggire dal mondo in cui era cresciuto, questo qualcosa era la sua voce. Non è, quindi, esagerato affermare che, quando Elvis entrò nello studio di cui Marion Keisker gli aveva aperto le porte, si apprestava a cantare per la sua stessa vita.

Il disco, frutto della prima registrazione di Elvis in uno studio, è andato ormai perso, ma, stando a quanto lui stesso ha detto con umiltà, la scomparsa di questa sua esecuzione di due ballate degli Ink Spots è una perdita più per la storia che per l'estetica.

 

Accade, però, che nel bel mezzo di un pomeriggio di grande lavoro, la Keisker si sia in certo qual modo accorta della promessa insita nella voce di Presley per cui, mentre Elvis si apprestava a incidere, un registratore entrò in funzione.

Marion aveva in mente (e come avrebbe potuto non averla dopo le infinite volte in cui le era stata ripetuta) la speranza di Phillips di imbattersi in un bianco che avesse cantato come un uomo di colore. "Mi è sembrato che l'uomo che cercavamo fosse proprio lui, Elvis", avrebbe raccontato in seguito, " voglio dire che cantava la musica che adesso chiamano soul. Così, ho pensato bene di registrarla".

 

La registrazione, tuttavia, non fece una grande impressione su Phillips che si rese conto immediatamente di trovarsi fronte ad una voce tutta da educare. Tuttavia, egli chiese alla Keisker se avesse preso nota del nome di Elvis. Il nome era stato puntualmente scritto su un pezzo di carta, insieme all'indirizzo e al numero di telefono del vicino di casa (i Presley non potevano permettersi un telefono) e e con la nota: "Conservare!".

Phillips non trovò il tempo di chiamarlo; ma la Keisker, che oltre ad ascoltarlo lo aveva anche visto, sapeva per esperienza che a cantare non era solo la voce di Elvis, bensì quella voce e quel volto.

Primo di una serie di film sul malessere e la ribellione giovanile, che ha affascinato le platee di tutto il mondo.Il suo era il tipo di faccia che Marlon Brando aveva appena esibito ne Il selvaggio, nelle vesti del capo temerario di una banda di motociclisti, ingiustamente coinvolto nella morte di un uomo. Alla domanda: "Contro chi ti ribelli?", Brando risponde: "Contro chi dovrei ribellarmi?", battuta che, quella estate, fu sulla bocca di milioni diJames Dean adolescenti americani.

 

Era anche la faccia che James Dean avrebbe esibito in Gioventù bruciata del 1955, film che si inseriva nel filone iniziato da Brando e che finì con il caratterizzare una generazione.

 

Elvis Presley nel 1953

 

Ed era, infine, la faccia di Elvis.

 

Quella faccia Phillips non l'avrebbe vista se non quando, di sua iniziativa, Elvis fece ritorno allo studio nella gennaio 1954 per incidere un altro paio di ballate. Da quella data sarebbero trascorsi altri cinque mesi prima che Phillips si decidesse a telefonar gli. Aveva ricevuto un disco dimostrativo, una ballata intitolata Whithout You, ma non gli riusciva di trovare il cantante originale per realizzare una nuova incisione. Dietro suggerimento della Keisker, si decise a convocare Elvis per la sua prima registrazione a carattere professionale.

 

Dean MartinLa cosa poi non andò in porto, ma Phillips si era reso conto delle possibilità di Elvis al quale chiese che cos'altro sapesse fare. Al che Elvis si lanciò in una canzone dietro l'altra, "attingendo abbondantemente al repertorio di Dean Martin ".

Stando ai ricordi della Keisker, ce n'era abbastanza per considerarloScotty Moore in una recente fotografia molto lontano da quell'ideale di cantante sognato da Phillips. Questi, che probabilmente aveva sentito o visto qualcosa di più, decise però di metterlo insieme ad un chitarrista di 21 anni di cui si era già servito, Scotty Moore, il quale reclutò Bill Black, suo vicino nonché membro della sua band, per suonare il basso.

Con il senno del poi, l'accoppiata può considerarsi azzeccata poiché, a giudicare da un disco inciso per Phillips con gli Starlite Wranglers di Doug Pointdexter, nella musica di Moore e Black si avvertivano i prodromi della pop music con elementi rock e country. E anche se non erano ancora pronti per Elvis (tanto che, quando un sabato mattina questi si presentò alla porta di Moore in completo rosa e scarpe bianche, avranno probabilmente pensato che fosse un tipo un po' strano per averci a che fare), avevano nondimeno in comune un vocabolario musicale.

 

Da sinistra a destra: Elvis Presley, Bill Black, Scotty Moore ed il proprietario della Sun Records Sam Phillips

 

Insieme trascorsero un paio di ore suonando e cantando canzoni varie.

Non accadde alcun miracolo, ma il giudizio che Moore riferii a Phillips fu tanto positivo da indurre quest'ultimo a cedere loro lo studio nelle ore serali, in moto da consentire loro di elaborare un proprio stile e a lui di seguirne personalmente le fasi.

 

Per i tre musicisti, era questo un grosso impegno oltre che un potenziale passo avanti.

 

 

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