BEATRICE  CENCI

Di antica origine medievale, i membri della famiglia Cenci avevano spesso ricoperto importanti incarichi presso la corte pontificia.

Monsignor Cristoforo, nonno di Beatrice, aveva accumulato una vera ricchezza in denaro, terre e palazzi.

Il figlio Francesco, uomo di indole violenta, sposò una Santacroce che gli partorì dodici figli, di cui cinque vivi: tre femmine, Antonia, Lavinia e Beatrice, e due maschi, Giacomo e Bernardo. Questi ultimi tre figli, non sposatisi, si trovarono a vivere nel palazzo romano, nel quartiere Regola, con la seconda moglie di Francesco, Lucrezia Petroni.

 

Tutti i componenti della famiglia subiscono continui abusi e violenze da parte di Francesco, il cui temperamento aggressivo si manifesta anche fuori delle mura di casa, fino fargli subire un processo per sodomia nei confronti dei figli di un rigattiere e conclusosi con la condanna al pagamento di centomila scudi e il carcere per omicidio. Forse per non correre il rischio di dover pagare una eventuale dote per la figlia Betarice, allora ventenne, Francesco la fa segregare per più di due anni con la matrigna in un castello a Petrella Salto, in Abruzzo, sotto la sorveglianza del giovane Olimpio. E proprio di quest'ultimo Beatrice finisce col diventare l'amante.

Non sopportando più la sua prigionia, la giovane Cenci invia a Roma al fratello Giacomo una lettera, nella quale espone la sua situazione e lo scongiura di liberarla dalla schiavitù del padre. Ma la lettera giunge nelle mani di Francesco che, furibondo, si precipita a Petrella Salto, massacra di frustrate la figlia e la rinchiude in una stanza per tre giorni.

A questo punto gli eventi precipitano.

 

Giacomo procura a Beatrice un forte sonnifero che viene propinato nel vino a Francesco. Durante la notte del 10 settembre 1598 Olimpio e forse lo stesso Giacomo gli sfondano il cranio a martellate e ne precipitano il cadavere da un balcone prospiciente una scarpata per simulare un incidente. Il corpo viene poi fatto seppellire in tutta fretta nella chiesa del borgo.

Ma il Papa, Clemente VIII (1592-1605), non crede all'incidente. Fa riesumare il cadavere di Francesco e ne invia ad un medico la testa per una perizia, che porterà all'arresto della moglie di Francesco e dei figli Beatrice, Giacomo e Bernardo.

Olimpio, fuggiasco, muore assassinato per ordine del cardinale Guerra, amico dei Cenci, che voleva evitare che questi cadesse vivo nelle mani degli inquisitori e confessare il delitto.

Muore anche, sotto tortura e reo confesso, un contadino di Petrella che aveva aiutato Olimpio la notte dell'omicidio.

Il processo si conclude dopo un anno con la condanna di tutti gli inquisiti.

 

Il giorno 11 settembre 1599, davanti ponte Sant'Angelo, Giacomo viene attanagliato con ferri roventi, colpito alla testa con un maglio ed infine squartato. Beatrice e la matrigna Lucrezia vengono decapitate. Il dodicenne Bernardo, del tutto estraneo al delitto, viene castrato ed inviato sulle galere dopo essere stato costretto ad assistere alla carneficina dei suoi familiari.

A nulla era servito l'intervento a difesa di Beatrice del giureconsulto Prospero Farinacci che, in una delle ultime udienze, giunge a rivelare che la ragazza, oltre a fame e sevizie, aveva dovuto subire dal padre anche violenza carnale.

Clemente VIII aveva già deciso l'epilogo del processo prima che questo iniziasse. La condanna dei Cenci gli serviva come monito alle altre famiglie potenti e gli permetteva di mettere le mani su un più che discreto patrimonio.

 

Il popolo, di contro, già nel il corso del processo, aveva fatto di Beatrice un'eroina da contrapporre alla violenta figura paterna ed alla cupidigia del papa.

Durante il trasferimento dal carcere di Corte Sabella, dietro piazza Navona, al luogo dell'esecuzione e nelle 6 ore che durò il supplizio per la bella e fiera Beatrice "ce fu buriana forta... Tutto er popolo voleva pe' forza sarvà la bella Cenci, e si nun fossino stati li sordati je sarebbe ariuscito" (Giggi Zanazzo).

Ne accompagnerà la salma, coperta di rose bianche, in processione notturna fino alla chiesa di San Pietro in Montorio, dove la seppellirà sotto l'altare con la testa posata su un piatto d'argento e ne rafforzerà la memoria facendo della sua tomba meta di continuo pellegrinaggio.

Durante l'occupazione di Roma da parte dei francesi nel 1798 un gruppo di sanculotti profana le tombe della chiesa del Gianicolo. Il pittore Vincenzo Camuccini, testimone oculare dell'avvenimento, ci dice che venne aperta anche la tomba di Beatrice. Rubato il vassoio d'argento, un soldato "prese con disprezzo il teschio della nobile vergine e cominciò a gettarlo a più riprese in aria, a mo' di palla. E ciò fatto se lo portò via".

 

Nel 1982 furono ritrovate a Petrella Salto le spoglie di Francesco Cenci mancanti della testa.

La spada con cui venne decapitata Beatrice è esposta nel museo criminologico di via del Gonfalone.

 

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A questa storia sono ispirate numerose opere artistiche e letterarie: il ritratto di Guido Reni del XVII secolo, la tragedia I Cenci (1819) di Shelley e i romanzi e i racconti di Stendhal, Dumas padre e Guerrazzi.