PASQUINO

La "statua parlante" più famosa di Roma

Nel 1501 il cardinale Oliviero Carafa, volendosi stabilire nel rione Parione nei pressi di Piazza Navona, all'epoca centro della vita cittadina, si insediò a palazzo Orsini (poi divenuto Braschi) incaricando il Bramante di eseguire opere di rifacimento. Fu così che, durante i lavori interessanti le fondamenta, fu rinvenuto un torso di marmo di un'opera non ancora ben identificata, senza gambe né braccia, il viso privo di naso, le occhiaie vuote e spettrali.

Ma quella statua malconcia al cardinale umanista apparve di eccellente fattura; la fece dunque porre su un piedistallo di travertino addossata al lato del palazzo che dava sulla piazzetta di Parione. Egli volle anche serbare la memoria di quel suo meritorio salvataggio, apponendo sul piedistallo lo stemma di famiglia e un'epigrafe: "Qui fui posto a cura di Oliviero Carafa nell'anno del Signore 1501".

 

Sull'identità della scultura si accesero subito le dispute dei vari studiosi che vi videro Ercole in lotta con i Centauri, Aiace con il cadavere di Achille, Alessandro Magno e infine, cosa più probabile, Menelao che solleva il morente Patroclo. Fu datata tra la fine del IV secolo a.C. e l'inizio del III. Oggi è stata riconosciuta come copia romana di un gruppo del II secolo a.C. il cui originale è stato scoperto nel 1995 in Arcadia.

 

Sulla nascita del nome con il quale doveva passare alla storia vi sono varie ipotesi.

Secondo lo scrittore mantovano Teofilo Folengo (1491-1544), monaco gaudente e poeta maccheronico di fama, Pasquino deve il suo nome ad un'osteria in Parione proprietà di un tale mastro Pasquino.

Antonio Tebeldeo cita un sarto chiamato Pasquino famoso per criticare apertamente il Papa ed il clero tutto.

Un certo Celio Secondo Curione si rifà ad un arguto barbiere di tal nome che aveva bottega nel rione.

Infine, Giacomo Mazzocchi afferma che Pasquino era il nome con il quale era conosciuto un letterato del vicino ginnasio. I suoi studenti, per burlarsi del loro insegnante, affibbiarono il suo nome alla misteriosa figura di marmo. Dallo stesso anno del ritrovamento e della sua collocazione sulla piazzetta, in occasione della festa del 25 aprile, Pasquino, mascherato e vestito con drappi, vide affiggere sul suo basamento gli epigrammi che gli studenti componevano per l'occasione. A questi, nel corso dell'anno, cominciarono ad affiancarsi anonimi sonetti satirici che mettevano in ridicolo il Papa e la sua corte.

Ma nell'anno 1527 il terribile sacco di Roma operato dalle truppe di Carlo V segnerà la fine della festa del 25 aprile e quindi Pasquino diviene definitivamente e solamente il satirico e barbuto censore dei costumi e degli avvenimenti. I suoi sonetti (ora in dialetto, ora in latino maccheronico, ora in italiano), cominciarono a circolare per tutta Roma con il nome di "pasquinate", che le autorità e gli sbirri guardinghi non riuscirono mai a estirpare.

 

La sua diventa l'unica voce libera in un'epoca nella quale era impensabile poter esprimere in libertà le proprie idee.

Pasquino dà sfogo a tutte le insoddisfazioni del popolo, denuncia ingiustizie e prepotenze delle curie e delle famiglie patrizie, aggredisce il sistema nepotistico ed il malgoverno della Chiesa. Non vennero risparmiati i più grandi pontefici di quel secolo, da Alessandro VI Borgia (1492-1503) a Clemente VIII Aldobrandini.

 

La prima pasquinata datata risale al 13 agosto 1501 e, facendo ambiguo riferimento al toro che campeggiava sullo stemma papale, si rivolge ad Alessandro VI Borgia:

Preedixi tibi papa bos quod esses

che, giocando sulla virgola, si può tradurre in vari modi:

-  Predissi che saresti stato un papa bue

-  Predissi, o bue, che saresti stato papa

-  Ti tradissi, o papa, che saresti stato un bue.

 

Alla morte di Clemente VII de' Medici, morte che le voci popolari attribuivano all'imperizia del medico pontificio, sul piedistallo di Pasquino venne affisso il ritratto del presunto responsabile, con la scritta: Ecce qui tollit peccata mundi (Ecco colui che toglie i peccati del mondo).

 

Alla elezione di Paolo V Borghese la "statua parlante" così commentava:

"Dopo i Carafa, i Medici, i Farnese

or si deve arricchir casa Borghese".

 

Il lungo pontificato di Urbano VIII Barberini è costellato di feroci epigrammi. Subito dopo il giubileo del 1625, per fronteggiare le ingenti spese di guerra, Papa Gabella, come fu soprannominato, fu costretto a imporre il primo dei numerosi balzelli. Sicché Pasquino commentò:

"Urbano VIII dalla barba bella

dopo il giubileo impone la gabella".

Per finanziare i lavori alla fontana di Trevi, fu imposta una tassa sul vino, cosicché Pasquino disse:

"Urban poi che di tasse aggravò il vino

ricrea coll'acqua il popol di Quirino".

Pasquino non risparmiò il pontefice nemmeno alla morte; sul tumulo provvisorio del papa morto, fu trovata una tavoletta con mezz'oncia di pane su cui era scritto: "Per grazia ricevuta" .

E un epitaffio allusivo alle api dello stemma del Barberini, che ai romani ricordavano gli avidi nipoti, fu il velenoso commiato di Pasquino:

"Questo d'Urban si scriva al monumento

ingrassò l'api e scorticò l'armento".

 

Non meno graffianti furono le pasquinate contro Innocenzo X Pamphili e contro Donna Olimpia, la potente cognata del papa. Come questa:

"Per chi vuol qualche grazia dal sovrano

aspra e lunga è la via del Vaticano.

Ma se è persona accorta

corre da Donna Olimpia a mani piene

e ciò che vuole ottiene.

È la strada più larga e la più corta".

 

L'elezione di Alessandro VII Chigi fu salutata da un coro generale di consensi. Si diceva che fosse contrario a ogni sorta di nepotismo, la più scandalosa piaga del tempo. E agli inizi parve tener fede a questo proposito; poi Roma fu invasa dai suoi parenti senesi. Il primo dei parenti a giungere nella città eterna era insignito della croce di cavaliere, per cui Pasquino commentò: "Ecco la croce: tra poco verrà la processione".

 

Clemente X Altieri (1670-1676) aveva affidato le redini del governo a un lontano parente, il cardinal Paluzzi, che dal papa aveva preso anche il nome ed era diventato cardinale nipote. Pasquino si chiedeva, sarcastico:

"Qual di loro fosse papa

io non so bene:

ché il primo ebbe il potere e l'altro il nome.

Lui c'è per benedire e santificare

e quell'altro per reggere e governare".

 

Naturalmente gli autori delle pasquinate rischiavano grosso. La "statua parlante" era sottoposta sovente a una rigorosa sorveglianza da parte degli sbirri e di spie abilmente mascherate. Molti finirono sul patibolo. Ma con scarsi risultati: la statua mutila dell'eroe greco continuò a rappresentare per i romani, per qualche secolo, il simbolo beffardo dei loro umori repressi.

L'ultima pasquinata compare alla vigilia del 20 settembre 1870, giorno della breccia di Porta Pia e della fine del potere temporale del papa. Presagendo tale epilogo, Pasquino vuole donare al pontefice un ombrello a protezione del l'imminente sciagura:

Santo Padre benedetto

ci sarebbe un poveretto

che vorrebbe darvi in dono questo ombrello. È poco buono,

ma non ho nulla di meglio.

Mi direte: A che mi vale?

Tuona il nembo, santo Veglio,

e se cade il temporale?

 

E quando Pasquino non vuole più essere il solo a parlare, compaiono sulla scena altre statue che gli fanno da interlocutrici e con le quali scambia i suoni irriverenti versi. Sono Marfonio, l'Abate Luigi, Madonna Lucrezia, il Faccjino in via Lata e il Babuino.