Suggestivo resto del ponte romano di Emilio Lepido, conosciuto oggi come ponte Rotto.

PONTE  EMILIO

(Ponte Rotto)

 

 

Lo storico Tito Livio scrive che nel 193 a.C. vi fu una violenta inondazione del Tevere tale da causare danni ingenti agli edifici che sorgevano vicino alla porta Flumentana e da rovesciare due ponti, ambedue costruiti in legno.

Questa ed altre successive inondazioni spinsero le autorità ad affidare ai censori Marco Emilio Lepido e Marco Fulvio Nobiliore l'incarico di erigere un ponte in muratura.

Furono così realizzati i piloni del ponte ed un porto. Al completamento dell'opera provvidero nel 142 avanti Cristo i consoli Publio Scipione Africano e Lucio Mummio.

Altre antiche testimonianze sul ponte Emilio ci parlano di un rifacimento operato da Augusto in qualità di pontefice massimo nel 12 a.C. e ci tramandano che nel 221 d.C da qui fu gettato nel Tevere, dalla folla inferocita, il corpo di Eliogabalo. Inoltre, il 17 agosto presso questo ponte venivano celebrate le feste in onore del dio fluviale Portuno.

 

In una descrizione anonima del Tevere risalente al V secolo lo si nomina come il "ponte di Lepido, che ora la plebe arbitrariamente chiama ponte di Lapidi, presso il foro Boario...". Giacché è questa la prima volta in cui compare tale denominazione del ponte, si pensa che l'autore l'abbia tratta dall'epigrafe incisa sugli archi.

Il nome "ponte di lapidi", cioè di pietre, deriva forse dal raffronto, fatto dal popolino, con il ponte Sublicio costruito in legno.

Nella metà dell'8° secolo, il ponte venne detto anche "Maggiore" e poi, nel 1144, "dei Senatori", alludendo forse ad un restauro eseguito per iniziativa senatoriale.

Nel medioevo assunse anche il nome di ponte di Santa Maria, in quanto sorgeva di fronte alla chiesa di Santa Maria Egiziaca, ricavata dal tempio romano "della Fortuna Virile".

 

La posizione obliqua rispetto alla corrente fluviale e la pressione provocata dalla curva del fiume hanno sempre reso difficile la vita del ponte Emilio.

Già nel 280 d.C. si dovette intervenire con urgenti riparazioni per volere di Probo.

Nel 1230, il primo febbraio, una violenta inondazione ne provocò la caduta. Ricostruito per intervento di papa Gregorio IX, subì altri gravi danni nel 1422. Papa Martino V, nel 1426, ne ordinò il restauro, ripreso poi da Nicolò V nel 1450.

Al tempo di papa Paolo III (1534-1549) il ponte versava in condizioni preoccupanti: venne così dato incarico a Michelangelo di dirigere i lavori di ristrutturazione. Tuttavia, dato che tali lavori erano ancora in alto mare, Giulio III, salito nel frattempo al soglio pontificio, tolse l'incarico a Michelangelo e lo affidò a Nanni di Baccio Bigio (Giovanni Lippi), il quale terminò l'opera nel 1552. Ma il 27 settembre del 1557 un'altra inondazione portò a pressoché completa distruzione lo sfortunato ponte.

Nel 1573 il pontefice Gregorio XIII lo fece riedificare, per l'ennesima volta, dall'architetto idraulico Mastro Matteo di Castello, ma per l'ennesima volta la ricostruzione fu inutile: la notte di Natale del 1598 quella che passò alla storia come la massima alluvione del Tevere mutilò della sua metà il ponte Emilio (di sei archi, solo tre rimasero in piedi), che acquistò così la nuova e definitiva denominazione di ponte Rotto.

 

Abbandonata ogni ipotesi di ricostruzione, fu reso transitabile dal 1853 al 1887 applicando una passerella metallica tra la sponda del fiume e la metà ancora integra del ponte.

 

Oggi dell'antico pons Aemilius rimane una sola arcata, sopravvissuta alla demolizione delle tre rimaste in piedi dopo la disastrosa inondazione del 1598.