PONTE  CESTIO

Gli antichi ponti Cestio e Fabricio dell'isola Tiberina

PONTE  FABRICIO

 

 

Ponte Cestio collega l'isola Tiberina alla riva destra del Tevere.

Venne eretto da Lucio Cestio dopo aver ricevuto, nel 46 a.C., la carica di amministratore dell'Urbe da Cesare che partiva per la campagna di Spagna. Lucio era fratello del forse più famoso Caio Cestio, che a Roma costruì uno dei monumenti più caratteristici: la Piramide, quasi a ridosso della porta Ostiense.

Fu sottoposto a restauro da Antonino Pio nel 152 ad.C. e a completa ricostruzione nel 370 ad opera di Simmaco, Prefetto di Roma, con materiali prelevati dal Teatro di Marcello. In questa occasione assunse il nome di ponte "Graziano", essendo questo il nome dell'imperatore di quel periodo.

Epigrafe che ricorda i restauri del ponte Cestio ad opera di Carushomo.Nel 1193 fu eseguito un nuovo restauro (ricordato da un'epigrafe incisa sul parapetto di sinistra) ad opera di Benedetto Carushomo, il quale aveva guidato un moto rivoluzionario contro Celestino III, assumendo dal 1191 al 1193 la guida di Roma con il titolo di Summus Senator.

Negli anni seguenti furono fatti altri interventi sotto i pontificati di Eugenio IV (1431-1447) e Innocenzo XI (1676-1689).

 

Notizie non certe sono quelle secondo le quali nel '400 il ponte venne chiamato anche "di S. Bartolomeo", dalla chiesa omonima sull'isola Tiberina. Tra il Settecento e l'Ottocento gli fu affibbiato il titolo di "ponte Ferrato" per le grosse catene che tenevano ancorate al ponte numerose mole.

Tra gli anni 1888 e 1892 vennero demoliti i due archi laterali, sostituiti da altrettanti archi più ampi, per permettere la costruzione dei muraglioni del Tevere. Il 20 settembre 1892 venne inaugurato con l'antico nome di ponte Cestio.

Misura 54,30 metri in lunghezza e 8,2 in larghezza e ha tre arcate in muratura.

 

 

 

 

Ponte FabricioLa costruzione del ponte Fabricio risale, secondo un brano dello storico Dione Cassio, al 62 a.C.

Eretto in tufo e peperino dal curatore delle strade Lucio Fabrizio, avrebbe preso il posto di un ponte in legno che univa l'isola Tiberina alla sponda sinistra del fiume dal 192 a.C.

Le facciate degli archi del ponte recano l'iscrizione: "L. FABRICIUS C. F. CUR VIAR FACIUNDUM COERAVIT", ossia "Lucio Fabrizio figlio di Caio (o Gaio), curatore delle strade, curò la costruzione (del ponte)". Sulle facciate del fornice del pilone centrale si legge anche, in caratteri più piccoli, un'altra iscrizione fatta incidere dallo stesso Lucio Fabrizio: "Idemque probavit". Questa frase veniva impressa all'opera come segno dell'approvazione del costruttore, che si assumeva la responsabilità della corretta esecuzione dei lavori e garantiva la solidità e l'agibilità del ponte per 40 anni. Così, sull'arco poggiato sulla sponda del Tevere è inciso anche il probaverunt dichiarato nel 21 a.C. dai consoli Marco Lollio e Quinto Lepido dopo un intervento di restauro.

Altri lavori furono eseguiti per volere di papa Eugenio IV, che fece anche pavimentare il ponte con lastre di travertino. I parapetti vennero invece rifatti sotto Innocenzo XI nel 1679.

 

Quando nel 1556 Paolo IV creò il Ghetto nella zona sinistra del Tevere per asserragliarvi la comunità ebraica, ponte Fabricio fu detto "dei Giudei".

E' conosciuto anche come ponte "Tarpeo", forse perché poco distante dal monte Tarpeo (Campidoglio), e soprattutto (anche perché nome attuale) come ponte "Quattro capi", nome derivato dalla presenza, nella balaustra all'ingresso del ponte, di quattro erme quadrifronti in marmo: secondo la leggenda, queste sono il ricordo di quattro architetti incaricati del restauro del ponte e fatti poi decapitare da Sisto V per condotta di vita immorale. Oggi, sui parapetti del ponte Fabricio, rimangono solo due delle quattro erme originarie, essendo state le altre due rimosse e disperse nella metà del Cinquecento.

 

Ponte Fabricio è lungo 57,30 metri, largo 5,6 metri ed è costituito da 2 grandi arcate a sesto alquanto ribassato e poggianti su un pilone di proporzioni davvero esagerate rispetto alla brevità del ponte stesso (è chiaro che Lucio Fabrizio non voleva sorprese!). Nella parte alta del pilone è presente una finestra arcuata larga 6 metri, aperta per collaborare allo sfogo delle acque di piena; in origine esistevano altre due piccole finestre arcuate laterali, nelle opposte testate del ponte, ma ormai da secoli sono sparite, inghiottite da una parte dalle abitazioni del Ghetto e dall'altra da quelle dell'isola Tiberina.