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Ritratto di Roma 

la più festosa, smargiassa, sontuosa e pittoresca città italiana

 

 

 

"Di Roma ci si innamora

molto lentamente

ma per sempre"

 

(Nikolaj Vasil'evic Gogol

1809-1852

Poeta russo)

 

 

"Quando Roma finirà,

tutt'er monno

s'ha dda scapicollà"

 

(Ferdinand Gregorovius

1821-1871

Storico tedesco)

 

 

 

Iniziamo questo ritratto verbale di Roma con alcune pennellate di illustri personaggi.

 

"Prima fra tutte le città, casa degli dei, è l'aurea Roma" scriveva tre secoli d.C. Ausonio, poeta latino originario dell'odierna Bordeaux. Da oltre 2500 anni Roma è infatti la più importante città del mondo dal punto di vista politico, religioso e artistico e da sempre vi approdano scrittori ed artisti di tutto il mondo.

 

Montaigne

 

Il filosofo francese Michel Eyquem de Montaigne  scrisse nel 1580: "Se si paragona la sua grandezza al numero e all'affollamento delle case, Roma non raggiunge un terzo della grandezza di Parigi. Tuttavia per numero e vastità di piazze e per bellezza di abitazioni e di strade, Roma la vince di gran lunga sulla capitale francese". 

 

 

 

Charles-Louis de Secondat de Montesquieu, altro filosofo e pensatore politico francese, nonché viaggiatore, disse invece, nel 1729,  che "Roma è sempre, in un modo o nell'altro, metropoli d'una gran parte dell'universo. Un tesoro immenso, messo insieme, di cose uniche... Ognuno vivendo a Roma crede di trovarvi la sua patria".

 

Goethe

 

Fra i Tedeschi bisogna "accontentarsi" delle parole che il poeta-drammaturgo-romanziere-scienziato Wolfgang Johann Goethe disse nel 1786: "Altrove bisogna andare a cercare quello che più importa; qui a Roma ne siamo premuti e soverchiati. Che uno vada o stia, sempre gli si offrono quadri e paesaggi d'ogni genere e maniera, palazzi e rovine, giardini e deserti, lontananze e vicoli, casupole e stalle, archi trionfali e colonne, il tutto spesso così vicino e pigiato insieme che si potrebbe riportare sopra un solo foglio di carta. Per descriverlo ci vorrebbero cento stili d'acciaio..."

 

Dickens

 

Quasi un secolo dopo, nel 1846, l'inglese Charles Dickens davanti al Colosseo disse: "Osservarlo qui mentre si sgretola, osservare le sue mura e i suoi archi coperti di vegetazione, i suoi corridoi aperti alla luce del giorno, le alte erbe che spuntano nei suoi portici... osservare tutto questo vuol dire vedere dinnanzi a sé lo spettro dell'antica Roma".

 

Mark Twain

 

Tra gli scrittori americani, ricordiamo Mark Twain (1835-1919): "Dalla cupola di S. Pietro si possono vedere tutti i luoghi e i monumenti più importanti di Roma... si domina un panorama vario, esteso, di grande bellezza e storicamente più illustre di qualsiasi altro in Europa...".

 

Pier Paolo Pasolini

 

Tra gli innumerevoli autori italiani, Pier Paolo Pasolini (1992-1975): "... stupenda e misera città che mi hai fatto fare esperienza di quella vita ignota: fino a farmi scoprire ciò che, in ognuno, era il mondo...".

 

Rafael Alberti

Questa, invece, la voce del grande poeta spagnolo contemporaneo Rafael Alberti: "Roma tanto agognata, in te mi tieni, in te mi trovo, e ti ritrovi in me! Mi dilato o assottiglio per vie e piazze del quartiere in cui vivo, accanto al fiume...".

 

Noi contemporanei sappiamo che la città eterna conta oggi milioni di abitanti, ma nel '700 non erano rare frasi come quella di Charles de Brosses: "Si dice che Roma possa contenere centoquarantamila anime".

Infine, nella monumentale, famosa e consultatissima Storia della città di Roma nel Medio Evo, scritta nel 1872 da Ferdinand Gregorovius (insigne storiografo tedesco, nato in Prussia nel 1821 a Neidemburg e morto a Monaco nel 1891), si può leggere: "Roma vive oggi un momento analogo della sua esistenza storica: anche oggi una caduta e una rinascita, una metamorfosi interna ed esterna che già comincia a compiersi". Queste parole vanno proprio bene per Roma: le sono andate bene e le andranno bene in ogni stagione della sua vita. E, come si sa, quando morirà Roma morirà il mondo oppure, per dirla con un proverbio romanesco, quando Roma finirà, tutt'er monno s'ha dda scapicollà.

 

Roma ha una popolazione in continuo ricambio, si distrugge e si rinnova ogni giorno, cambia un bel po' della sua pelle ogni vent'anni, è varia e confusa, ha un traffico intensissimo e chiassoso, è festosa, smargiassa, violenta, cupa, sontuosa, pittoresca, disperata, di piacevole clima, e usata nei modi più diversi. 

E' luogo di politica, di religione, di febbre edilizia, di scandali, di suggestive memorie, di vagabondi, di letterati, di cinema.

E' città di ministeri, di enti, di ambasciate, di partiti.

E' sito predestinato di "lavori in corso" perenni.

Roma è quasi sempre amata, qualche volta odiata, spesso cercata fino allo spasimo, talora lasciata volontariamente in disparte.

Uno stuolo di stranieri, gente di mille nazioni, ne ha amato le rovine, i palazzi, i giardini, le basiliche, le strade e le osterie. Ne ha amato lo spirito goliardico, gli splendori e i pericoli. 

 

Andersen

 

Come ha scritto Hans Christian Andersen, ogni giorno di viaggio nei dintorni della città è un'incantevole fiaba.

 

Qualche anno fa s'è accesa una polemica tra scrittori: chi diceva di amare Roma, chi diceva di trovarla insopportabile; si sono scritti articoli e perfino libri: ma, si sa, le persone chiacchierate - e Roma, più che una città è una persona - sono spesso quelle che contano, che coinvolgono. 

Se chiediamo a cento turisti , forse uno o due torceranno il naso e parleranno di scippi, di frastornanti cortei, di antipatica mancanza di vita notturna. di gente indifferente e sgarbata. La stragrande maggioranza, invece, ne dirà inevitabilmente bene: prima parlerà del sole, poi di come si mangia; i mirabili monumenti sono sottintesi, si sa che sono qui e solo qui, e basta. Qualcuno dirà forse che ci sono troppi rumori, ma qualcun altro dirà che i rumori vanno bene perché gli fanno dimenticare la solitudine.

Tutti però diranno che a Roma si mangia bene e, di solito, a buon prezzo.

Con una cifra modesta si può mangiare discretamente (e con qualcosa in più, benissimo) in qualche bonaria osteria nelle viuzze del centro storico o nelle bettoline di Trastevere - quelle che non hanno nome famoso e spocchia - o a Borgo, che è l'antica città Leonina, o nelle trattorie di Prati (un quartiere umbertino, tra il Tevere, la via Trionfale e il viale delle Milizie, che un tempo era un gran prato verde for de porta con tante piccole osteriole) e poi in zone "capelloniche", cioè tutt'attorno al Pantheon e al Colosseo. 

La trattoria è importantissima per Roma: è luogo d'affari, di politica, di convegni amorosi; in trattoria ci si felicita per un matrimonio o per una nascita, ci si rammarica per una dipartita, si chiedono firme di protesta, si fondano associazioni, partiti, si distruggono sodalizi, si stabiliscono dote, eredità, lasciti, donazioni, ci si associa a delinquere.

 

 

I Romani sono sempre stati delle buone forchette. Apicio, che visse nel I secolo d.C. e che ci ha lasciato tante belle ricette di cucina, consigliava di far cuocere i piccioni con l'uva passa e il miele e di stuzzicare l'appetito con sughetto di pesce; gli antichi Romani erano ghiotti di ghiri, di cervi, di pavoni, di gru e naturalmente, col mare tanto vicino, di pesci e di frutti di mare. Spendevano patrimoni per una bella spigola, tant'è che Catone il Censore, nel II secolo a.C., tuonava: "E' difficile, cittadini, salvare una città dove un pesce costa più di un bue".

Ma la città si è sempre salvata e i pesci continuano a essere cari.

Oggi i piatti romani sono diventati patrimonio di tutt'Italia: tonnarelli alla chitarra, spaghetti all'amatriciana, abbacchio alla cacciatora o a scottadito, coratella con carciofi, sono piatti che si trovano ovunque. Soltanto la vera porchetta, i carciofi alla giudìa e i fagioli con le cotiche, accompagnati dalla deliziosa bruschetta romana, si mangiano bene solo a Roma.

 

Per quanto riguarda il vino lasciamo la parola a Giuseppe Gioachino Belli, grande poeta romano: "E' bono asciutto, dorce, tonnarello,  solo e cor pane in zuppa, e, si è sincero, te se confà allo stommico e ar ciarvello. E' bono bianco, è bono rosso e nero; de Genzano, d'Orvieti e Vignanello: ma l'este-este è un paradiso vero!".

Oggi forse non tutto è così, ma vale tentare.

 

Ma torniamo al turista. Dirà di essersi soffermato tante volte a guardare il Tevere. Diciamolo subito: il Tevere non è bello, né biondo: è nocciola, screziato nei toni più scuri. E' un fiume che amava molto diventare gonfio e violento. Nei suoi Diari romani, Gregorovius parla di una piena deI 31 dicembre 1870 che vale la pena di sentire: "Il  26 traboccò il Tevere con spaventosa violenza, e metà di Roma è sott'acqua. L'onda salì improvvisamente alle cinque ore del mattino e presto coprì il Corso e penetrò nella via Babuino fino verso piazza di Spagna... il Ghetto, la Lungara, la Ripetta hanno patito molto... La vista delle strade in cui canotti navigano come a Venezia era singolare; i lampioni e i lumi versano sull'acqua bellissimo effetto...".

Oggi, quando è scirocco, "fiume", come dicono familiarmente i Romani, puzza; ma quando è tramontana ha ancora qualche briciola delle antiche bellezze, per poche ore diventa del colore d'oro spento degli interni delle chiese della Roma barocca. Fino a non molti anni fa, nel giorno del suo compleanno, che cadeva ai primi di gennaio, un belga, che venne a Roma nel '45 e ci restò, soleva buttarsi dal Ponte Cavour per un augurale tuffo: Mr. O.K., cosi lo chiamavano i fiumaroli, era del '99... 

 

Ara Pacis Augustae

Stendhal (pseudonimo di Henry Beyle)

Ma guardare il Tevere, è guardare la storia di Roma: una gran parte della Roma importante, dall'Ara Pacis a Castel S. Angelo, vi si specchia, per non dire dell'Isola Tiberina che va goduta in un tramonto di quelli che Stendhal diceva color arancio, per non parlare del soave monticello dell'Aventino, che regala al fiume il suo verde solenne.

 

Ma come sono i Romani? Romani si fa per dire: di Romani da tre generazioni, ce n'è pochi. 

A Roma vengono da tutte le parti, come sono venuti da tutte le parti, un tempo, i suoi marmi colorati, i porfidi rossi egiziani come il i vermiglio marmo greco o l'oltremarina basanite o l'alabastro di Palombara. Tant'è che anche il Romano che non ha viaggiato sa trattare con tutto il mondo con non minor sagacia di Marco Polo. 

Casanova E' curioso sapere cosa ne pensava il veneziano Giacomo Casanova sulle "qualità" che era necessario possedesse chi voleva stare a Roma e farvi fortuna: "Occorre essere flessibili, insinuanti, grandi dissimulatori, impenetrabili, compiacenti, sovente ignobili, falsamente sinceri. Bisogna sempre far finta di sapere meno di quello che si sa e parlare con un solo tono di voce".

 

 

Ma ciò si potrebbe senz'altro dire di chi vuol far fortuna in una qualsiasi delle grandi capitali del mondo. 

E Roma è una doppia capitale: sede del potere politico e sede del potere spirituale.

Roma ha una storia di impero, di repubblica, di monarchia e una storia di papato.

Dentro Roma, c'è uno Stato, piccolo ma forte: il Vaticano. I suoi abitanti sono ben pochi, gendarmi e guardie svizzere compresi. I suoi confini sono il colonnato di S. Pietro, via di Porta Angelica, piazza Risorgimento, via Leone IV,  via della Sacrestia e viale Vaticano; sulle Mura Leonine c'è il Passetto: più di 400 m di "corridoio", che serviva ai papi per correre, nei momenti di tensione, velocemente al sicuro nel ben difeso e solido Castel S. Angelo.

E ugualmente dentro Roma c'è il Parlamento, con i suoi ormai innumerevoli deputati e senatori, c'è il Quirinale, col Presidente della Repubblica, ci sono le sedi centrali dei partiti, si prendono le decisioni politiche più importanti, si decidono le sorti del Paese.

 

 

Di Roma, in questi ultimi anni, hanno però fatto scempio: sono sorte decine di borgate, in clamoroso oltraggio al verde pubblico, nella condiscendenza di ignobili speculatori.

E così Roma è oggi in gran parte "abusivo-condonata", danneggiata dai palazzinari forse più che dalle antiche orde barbariche

E' stato detto che Roma "è la più bella città del mondo con la più brutta periferia del mondo". Paragonando questa città ad un corpo umano, potremmo anche dire che ha una splendida testa, un tronco un po' difettoso ma ancora passabile e degli arti mostruosi.

Cosa ne sarà di Roma, quando, fra una ventina d'anni, avrà cambiato ancora faccia?

 

A proposito di facce e di busti: i busti del Pincio, il Collis Hortulorum dei Romani, hanno cambiato faccia più volte, come dice Italo De Tuddo: " Pio IX, tornato a Roma, trova dei busti "politicamente sospetti"... la faccia di Alfieri fu mutata a colpi di scalpello in quella di Vincenzo Monti; lo scultore Achille Stocchi fu incaricato nel 1860 di alterare i busti di Savonarola, Caio Gracco e Pietro Colletta. Savonarola diventò Guido d'Arezzo "modificando un poco l'abito domenicano" (come si legge nelle disposizioni del contratto che affidava la commissione), Caio Gracco diventò Vitruvio "modificando i capelli, facendo la testa calva e qualche ruga al viso", Colletta, persa la parrucca. diventò Plinio il Vecchio...".

Così, velocemente, ma senza perdere la calma, Roma cambia i busti del Pincio; senza perdere la calma Roma scompone, sconvolge, sovrappone, ritocca, deforma i suoi lineamenti.

 

Ma cosa sono quei busti bianchi-grigi del più bel parco romano, in confronto alle trasformazioni di Roma durante il ventennio fascista? La Roma imperiale volle abbattuta Spina de' Borghi, il pittoresco quartiere della Roma papalina; caddero, tra il Campidoglio e l'Aracoeli, a largo Argentina o alla Salita del Grillo, case caratteristiche e più di una chiesa di notevole importanza architettonica; venne progettata e incominciata la grande esposizione universale dell'E 42 che avrebbe dovuto mostrare ai posteri la grandezza dell'Italia fascista, in laterizi, travertino e tufo, marmorea e maestosa, abbacinante e sepolcrale. I palazzi dell'esposizione ci sono ancora, contornati da palazzoni modernissimi in ferro e vetro, dal verdognolo grattacielo dell'ENI, dai grigi semigrattacieli dei ministeri, fra laghetti artificiali e bar con ombrelloni vivaci in un'atmosfera artificiale, così poco romana: è l'EUR, quartiere residenziale-ministeriale, a pochi chilometri in linea d'aria da Ostia, la frequentatissima spiaggia dei Romani.

La foga di costruire - vedi il Montemario di D'Annunzio che era un tempo alto mare (nella collina, si possono ancora trovare fossili e conchiglie di un milione di anni fa), la montagnola della Farnesina, i Parioli, la sgraziata collinetta Fleming - ha trasformato la città in tanti centri eleganti ma anonimi; il traffico del centro storico, l'ingrandimento e l'indiscriminato aumento di numero dei negozi e i parcheggi hanno allontanato dalle vestigia dei tempi antichi quell'alone di mistero che aveva tanto affascinato i viaggiatori "curiosi" del Settecento e dell'Ottocento.

 

La bella basilica di S. Clemente (nei suoi sotterranei esistano ancora i tempietti mitralici dove gli iniziati mangiavano carne di gallina e bevevano artigianali allucinogeni in onore del dio indo-iraniano) è contornata e afflitta dal traffico del Colosseo, e il Colosseo stesso continua a reggersi perché, quando lo hanno costruito, hanno pensato bene di appoggiarlo su una ciambella grande e grossa come esso, di pietra e tufo. 

Ingolfato tra attichetti - adattati alle esigenze di sofisticati stranieri o cinematografari che li prendono in affitto ammobiliati, pagandoli quanto, in altri luoghi d'Italia, occorrerebbe per avere in locazione una reggia appena decaduta e ancora fresca di addobbi e di dispense - c'è il piccolo campanile della chiesa di S. Benedetto in Piscinula a Trastevere, dove suona la più antica campana romana (nacque verso lo seconda metà dell'anno Mille); l'Arco degli Argentari, nei dintorni di S. Giorgio in Velabro, scompare nel caos del movimento generato dal vicino palazzo dell'Anagrafe. La chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, dove c'è un museo unico al mondo, di segni dovuti alle anime del Purgatorio (messali bruciati da uno mano di fuoco, pianete che portano l'impronta di un dito incandescente) raccoglie tutto il chiasso di quella tumultuosa pista che è il Lungotevere. 

 

Il Caffè Greco, dalle "paste che avevano la pancia rigonfia di crema", come dice Pascarella, ritrovo di letterati, pittori e stranieri raffinati, ha perso gran parte delle sue caratteristiche. La Porta Magica dove è incisa lo formula alchemica per la fabbricazione dell'oro filosofale (reliquia della Villa del Marchese di Pietraforte) è in un pericoloso quartiere dal quale è meglio, di sera, stare alla larga, abbandonata in giardino dove più di una volta sono stati bruciati i gatti. I gatti che i Romani amano, memori forse del culto egiziano che un tempo li fece sacri per molti iniziati anche a Roma. Folti gruppi di gatti abitano i Fori e il Colosseo, mentre la Roma nuova vede solo quelli provvisti di regolare padrone o padrona (e, a volte, di guinzaglio): ma il vero gatto romano è il soriano, corpulento, goloso e pigro, che s'aggira fra le osterie, adorato dalle turiste americane che lo invitano a pranzo.

 

 

Oggi le catacombe ebraiche (ce ne furono sei, anteriori a quelle cristiane, come del resto gli insediamenti ebraici a Roma furono anteriori a quelli cristiani,  per via del traffico d'affari tra i porti del Medio Oriente e quelli di Pozzuoli e Ostia) oggi sono dimenticate se non per qualche saggia passeggiata di studiosi. Eppure sono affascinanti nei loro ornamenti di palme e di candelabri dalle sette braccia, nella loro assoluta mancanza di "ritratti", nel modo consono alla religione ebraica.

 

 

Le fontane di Roma d'inverno hanno spesso aspetto sonnacchioso e sporco, ma la suggestione delle forme barocche, ricche di felicissime immagini, resta. La Roma barocca, berniniana, è una città di fontane. Ma l'acqua fa pensare al verde: e che rimpianto, allora, per la Roma fiorita di giardini stupendi e di ville suburbane, con quella Porta del Popolo, col suo obelisco e le due chiese che fanno da guardia alle tre strade barocche, il Babuino, il Corso e Ripetta, che faceva scrivere solennemente all'anonimo compilatore di una guida settecentesca "annuncia la città di Roma a coloro che vi giungono dalla Francia o dalla Germania per la strada di Firenze"!

 

Adesso Roma è annunciata da tante porte, da tanti simbolici ingressi, congestionati, movimentati come quelli di tutte le grandi città. Ingressi che ne annunciano la beltà, la perfidia, la gioia, i pericoli. Ma a chi dicesse che mai a Roma s'erano viste tante aggressioni, rapine, violenze e tanti danni alla tranquillità, bisognerebbe regalare il diario di un abate del '700, Francesco Valesio, che ci dà notizie di una Roma dove si bastonano da mattina a sera, trionfano gli scippatori, la notte porta ruberie, violenze a stranieri e risse di cocchieri, dove i bambini vengono abbandonati e lacerati dai cani, e i banditi si danno coltellate in chiesa.

 

 

La vecchia Roma, la nuova Roma (ma quest'ultima è già quasi vecchia) e la Roma che ci sarà. Lasciamo quindi ancora una volta la parola a Ferdinand Gregorovius: "La vecchia Roma tramonta; tra vent'anni ci sarà qui un altro mondo".

 

 

 

 

 

 

 

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