Ponte Sant'Angelo e Castel Sant'Angelo (Mausoleo dell'imperatore Adriano)

 

LA  STRADA  DEGLI  ANGELI

Un ponte verso il Terzo Millennio

tra arte, storia e spiritualità

 

Veduta aerea di Ponte Sant'Angelo e Castel Sant'Angelo (Mausoleo dell'imperatore Adriano)

 

Ritengo che fare un po’ di divulgazione artistica non sia del tutto fuori luogo e presentare al pubblico romano, notoriamente apatico e distratto, "in tutt’altre faccende affaccendato", uno dei monumenti più belli e trascurati di Roma, sia una carta che valga comunque la pena di essere giocata.

Tra l’arricciare il naso degli addetti ai lavori, turbati dal dilettantismo di chi si arrischi nel loro sancta sanctorum, e il "me rimbarza" del nostrano coatto di fine millennio, l’invito è rivolto alla maggioranza silenziosa dei cosiddetti ignoranti colti, sensibili al fascino della loro città, ma travolti dalla ineluttabilità delle leggi della produzione e del consumo.

Per quei temerari in controtendenza, non timorosi di una esperienza di full immersion tra arte, storia e spiritualità, proponiamo un'avventura di 170 passi, sospesi tra acqua e cielo, tra creature extraterrestri di rara bellezza:

una passeggiata a… Ponte S. Angelo!

 

 

Statue di S. Pietro e S. Paolo all'ingresso di ponte S. AngeloLa visita al Ponte inizia incontrando le classicheggianti statue degli Apostoli Pietro e Paolo, i Santi Protettori della Città Eterna. Sui rispettivi piedistalli si legge: ”Hinc humilibus venia” (di qui il perdono per gli umili) e “Hinc  retributio superbis” (di qui il castigo per i superbi). Sembra quasi la traduzione cristiana del “perdonare ai vinti e punire i superbi” con cui Orazio aveva sintetizzato la funzione di Roma.

Erano queste le sole statue che ornavano il ponte fino al 1667, quando salito al soglio pontificio il pistoiese Cardinal Rospigliosi col nome di Clemente IX, fu conferito il titolo di Supervisore di Castel S. Angelo all’allora settantenne Cavalier Bernini.  Prese così l’avvio una delle avventure più avvincenti della Storia dell’Arte, uno dei  cantieri più entusiasmanti e coinvolgenti della Roma Barocca . L’idea di Bernini è quella di amplificare, nella cornice scenograficamente più esaltante, la valenza simbolica del ponte, obbligatoria via di unione tra la Roma laica e quella religiosa, giocando sul tema  degli Angeli, intermediari tra Dio e gli uomini, per realizzare una “Via Crucis” mozzafiato, senza precedenti nella storia dell’arte.

Dieci meravigliosi Angeli con i simboli della Passione di Cristo, arresteranno il battito delle loro ali e,  sospesi sul fiume, accompagneranno, ora con espressioni di posata malinconia, ora di dolente partecipazione, il cammino di espiazione e di meditazione spirituale dei pellegrini giunti ormai in prossimità del Vaticano.

Io non voglio altro da te Cristiano, se non che tu tenghi a memoria quanto ho fatto, e patito per te. Questo sia l’unico segno di gratitudine che ricerco da te, per tanti benefici che t’ho fatti, fino a dare il sangue, e la vita per te, che ti ricordi della mia passione”: così recitava un libretto devozionale molto diffuso tra i fedeli  nella Roma seicentesca.

Bernini fu ideatore, progettista e regista dell’intera impresa ed esecutore personale di due angeli (quello con il titolo della croce e quello con la corona di spine), ma la realizzazione degli altri otto fu affidata ad un gruppo di collaboratori, incaricati ciascuno di tradurre il progetto del Maestro (poco più di un rapido disegno o qualche bozzetto) in una scultura monumentale in marmo, alta più di tre metri.

La personalità storico-artistica di questi “giovani” è stata spesso trascurata, il loro nome destinato ad essere presto dimenticato ed il loro stile considerato semplicemente come “scuola berniniana”; eppure si trattava di una squadra di artisti di valore, consapevoli del proprio talento ed orgogliosi di partecipare ad un’impresa storica; non solo dei semplici artigiani o esecutori dell’opera altrui, ma veri e propri solisti ed interpreti dei disegni del Bernini, in grado, ciascuno con il proprio temperamento e la propria espressività, di rendere unici e personali gli angeli loro commissionati.

A questa squadra di giovani scultori, al loro slancio creativo e alla febbrile operosità di quella stagione irripetibile, è dedicata questa testimonianza, oltre che alla genialità del Cavalier Bernini e al suo illuminato modo di scolpire e lasciar scolpire, in termini di assoluta originalità e libertà esecutiva.

Era la primavera del 1668 quando i preziosi blocchi di marmo statuario, provenienti dalle cave di Carrara e scaricati via mare al porto di Ripa, cominciarono ad essere trasportati su carri trainati da buoi negli studi degli scultori prescelti.

700 scudi  fu l’onorario concesso dalle casse di Sua Santità ai singoli artisti, ma la posta in gioco era di gran lunga maggiore: la consapevolezza di partecipare ad una impresa che avrebbe sfidato i secoli !

Intorno al 1670  furono questi gli scultori impegnati nel cantiere del Ponte:

 

Angelo con la colonna - Antonio Raggi, 1670 (clicca per ingrandire)Antonio RAGGI (46enne, nativo di Vico Morcote, paesino di montagna vicino Lugano) per l’Angelo con la colonna, forse la scultura più interessante ed inquieta dell’intera serie ed una delle più rappresentative del Barocco Romano;

 

 

 

Angelo con i flagelli - Lazzaro Morelli, 1669 (clicca per ingrandire)Lazzaro MORELLI (di Ascoli Piceno, 62 anni, autore fra l’altro di una ventina di sculture - le migliori - del colonnato di S. Pietro) per l’Angelo con i flagelli, la prima scultura ultimata e posta sul ponte;

 

 

 

Angelo con la veste e i dadi - Paolo Naldini, 1669 (clicca per ingrandire)Angelo con la corona di spine - Paolo Naldini, 1671 (clicca per ingrandire)Paolo NALDINI (56 anni, romano) autore di due angeli: la copia il più possibile fedele dell’Angelo con la corona di spine, già eseguita da Bernini, e la personale interpretazione dell’Angelo con la veste e i dadi, scultura classicheggiante col volto di un eroe greco o forse di Alessandro Magno;

 

 

Angelo con il Sudario - Cosimo Fancelli, 1670 (clicca per ingrandire)Cosimo FANCELLI (50 anni, romano) per il suo malinconico e vagamente assonnato Angelo con il Sudario (o con il Volto Santo);

 

 

 

Angelo con i chiodi - Girolamo Lucenti, 1669 (clicca per ingrandire)Girolamo LUCENTI (49enne fonditore di cannoni per le artiglierie di Sua Santità) per il suo Angelo con i chiodi, il più statico e meno proporzionato, sicuramente il meno convincente (…è difficile non pensare a un …venditore di coni gelato!…E poi quel "sorrisetto" enigmatico: c’è veramente ben poco da ridere nel bel mezzo di una crocefissione!);

 

 

Angelo con la croce - Ercole Ferrata, 1669 (clicca per ingrandire)Ercole FERRATA (60 anni, lombardo) per il suo Angelo con la croce, scultura più vicina alla meditata lezione classica dell’Algardi (l’anima tranquilla del Barocco romano) che all’estro trasgressivo del Bernini;

 

 

 

Angelo con la spugna (com'era in origine)- Antonio Giorgetti, 1669 (clicca per ingrandire)Angelo con la lancia - Domenico Guidi, 1669 (clicca per ingrandire)Antonio GIORGETTI (il più giovane, 35 anni, romano) e Domenico GUIDI (45 anni, di Carrara) autori rispettivamente dell’Angelo con la spugna e dell’Angelo con la lancia, due delle sculture più ammirate per la tensione dinamica che le anima e la grande finezza esecutiva (sono le sole ad essere completate anche posteriormente, a causa della loro posizione, alla fine del ponte, che le rende visibili anche dal retro).

 

Angelo con il titolo della croce - Gian Lorenzo Bernini, 1669 - Chiesa di S. Andrea delle fratte (clicca per ingrandire)Angelo con la corona di spine - Gian Lorenzo Bernini, 1669 - Chiesa di S. Andrea delle fratte (clicca per ingrandire)Gian Lorenzo Bernini, insieme al figlio Paolo, scolpì il meraviglioso Angelo col titolo della croce (esempio di dolore-languore muliebre) e l’Angelo con la corona di spine (esempio di dolore virile) .

Quando il Papa vide le due sculture ne fu talmente affascinato che ne proibì la collocazione sul ponte, temendo l’usura degli agenti atmosferici (…se solo avesse potuto prevedere il traffico del Lungotevere e l’acidità delle nostre piogge sarebbe entrato in crisi!) e ne decise il trasferimento a Pistoia, sua città natale (in realtà, a causa della sua morte, le sculture rimasero per molti anni in casa Bernini, in Via della Mercede, finché il nipote Prospero, dopo più di sessanta anni, non decise di farne dono alla Chiesa di S. Andrea delle Fratte, sita proprio davanti casa, dove sono tutt’ora visibili nel loro nitore originale).

 

Ma Bernini capisce che il Ponte sarà una passerella privilegiata per le moltitudini di visitatori e pellegrini che vi transiteranno e Angelo con il titolo della croce - Gian Lorenzo Bernini, 1671 (clicca per ingrandire)decide di scolpire una seconda edizione dei due angeli: la copia dell’angelo con la corona verrà affidata a Naldini, mentre, con l’aiuto di Giulio Cartari, scolpirà nuovamente l’angelo col titolo della croce, patetico e sensuale nel suo languido abbandono.

Saranno le due ultime sculture ad essere poste sul ponte, nell’inverno del 1671.

 

 

Sul piedistallo di ciascuna statua venne posta una iscrizione tratta dalla Sacra Scrittura per la meditazione delle singole stazioni della Via Crucis.

Seguendo la narrazione evangelica, percorreremo il ponte zig-zagando da un angelo all’altro.

Gesù è condotto alla colonna (1° Angelo: ”Tronus meus in columna” - Il mio trono su una colonna) per essere sottoposto alla flagellazione (2° Angelo: ”In flagello paratus sum” - Sono pronto per il flagello). Il flagellum romano era costituito da un mazzo di strisce di cuoio o di corde terminanti all’estremità con palline di piombo o frammenti  acuminati di ferro (il supplizio prevedeva secondo la legge mosaica 40  colpi ed era tale da mettere a repentaglio la sopravvivenza del condannato).

Narra il vangelo che Cristo fu poi incoronato di spine (3° Angelo : “In aerumna mea dum configitur spina” - Nella mia tribolazione si conficca pure una spina) prima di intraprendere la salita al Golgota. Durante l’ascesa al luogo della crocifissione avvenne, secondo una pia tradizione, l’incontro con Veronica, la coraggiosa donna che, corsa incontro a Gesù, ne asciugò il volto sudato e insanguinato: miracolosamente sul  panno usato si sarebbero impresse le sembianze del Santo Volto.

Siamo dunque alla 4a stazione: l’angelo ostenta il panno della Veronica (“Respice faciem Christi tui” - Volgiti a guardare il volto del tuo Gesù -, recitava l’iscrizione originariamente). Non possiamo a questo punto non pensare alla meravigliosa “Veronica” di Francesco Mochi, sotto uno dei quattro pilastri della cupola michelangiolesca, scultura potente ed inquieta, investita dal sacro vento della passione.

“La Redenzione cercava la tua forma, Veronica, per entrare nell’inquietudine di ogni uomo”: recita così una lirica di Karol Wojtyla,  S.S. Giovanni Paolo II, il papa poeta, annunciatore del Grande Giubileo del 2000.

Giunti al Golgota i soldati tirarono a sorte la tunica di Cristo (5a stazione, l’ Angelo con la  veste e i dadi : ” Super vestem meam miserunt sortem”) e poi lo inchiodarono al legno della croce (6a stazione, l’Angelo con i chiodi: “Aspiciant ad me quem confixerunt” - Volgono lo sguardo su colui che hanno crocifisso).

 Inizia l’agonia di Gesù (7a stazione, l’ Angelo con la croce: ”Cuius principatus super humerum eius” - Il suo regno è caricato sulle sue spalle). Per atto estremo di derisione si pose sulla croce la scritta I.N.R.I. (dalle iniziali Gesù Nazzareno Re dei Giudei):è l’8a stazione, quella con l’Angelo con il titolo della croce (“Regnavit a ligno deus” - Regnava Dio appeso al legno della croce).

Prima di spirare Gesù, assetato, chiede da bere; gli viene offerta una spugna imbevuta di aceto posta sulla cima di una canna (9a stazione, l’Angelo con la spugna : ”Potaverunt me aceto”).

Per sincerarsi dell’avvenuto decesso un centurione vibrò un colpo di lancia al costato di Cristo morto e dalla ferita apertasi sgorgarono sangue ed acqua (10a e ultima stazione, l’Angelo con la lancia: “Vulnerasti cor meum”). Secondo la tradizione quel centurione si sarebbe successivamente convertito al cristianesimo e sarebbe diventato santo! E’ il San Longino, immortalato da Bernini con la sua lancia, all’interno della Basilica di S. Pietro, proprio di fronte alla statua della “Veronica”. 

 

A questo punto, oltrepassato il Tevere, il pellegrino si inoltrava nell’intreccio dei vicoli di Borgo, per giungere finalmente nell’anfiteatro di Piazza S. Pietro, accolto dai Santi posti a coronamento del colonnato, per l’ultima tappa del suo itinerario di penitenza: la preghiera sulla tomba dell’Apostolo Pietro.

 E’ naturale pensare che tra gli artisti si fosse instaurata una sorta di cavalleresca competizione per la realizzazione dell’angelo più bello, e sicuramente non mancarono giudizi e critiche tra i contemporanei. Si ritenne l'angelo con i chiodi il meno riuscito, mentre i più ammirati, oltre a quelli del Bernini, furono l'angelo di Giorgetti (con la spugna), quello di Guidi (con la lancia) e quello di Raggi (l' angelo con la colonna).

A proposito di questa ultima scultura conviene senz’altro prolungare un po’ la nostra osservazione. E’ una scultura concepita e realizzata con grande disinvoltura e audacia tecnica, con una impostazione realmente tridimensionale. Il panneggio agitato dal vento è il protagonista assoluto della materia scolpita, il suo risalto è tale da concretizzarsi in una vera e propria scultura astratta, nel suo avvinghiarsi vorticosamente attorno al corpo dell’angelo, nel suo gonfiarsi e spalancarsi in una specie di grido angosciato, per poi fluire mestamente in uno svolazzo obliquo, come un flebile sospiro. L’angelo fu posto sul ponte mentre Bernini era avanti nella replica del suo angelo col titolo della croce; sicuramente il Maestro dovette apprezzare grandemente l’opera dell’allievo, soprattutto quell’effetto di diagonale nello spazio, se è vero che, pur trovandosi a lavoro inoltrato, non esitò a modificare il progetto del proprio angelo e ad aggiungere addirittura dei pezzi di marmo al suo blocco, per poter ottenere un analogo effetto tridimensionale nel panneggio tra le gambe del suo angelo (il tutto fu abilmente mascherato nell’attaccatura delle nuvole al drappeggio).

Dunque il Cavalier  Bernini,  protetto dai grandi della terra e idolatrato dai popoli, opinion leader incontrastato della cultura estetica  della sua epoca, era disposto a tornare sui suoi passi, a ricredersi e modificare il progetto della propria opera (tale era la concezione di libertà che aveva nello scolpire) e, inoltre, era ancora disposto a imparare qualcosa, anche da un suo allievo (tale era il rispetto e la libertà nel trattare con i suoi collaboratori).

Viene in mente quel quadro di Goya in cui un vecchio arranca col volto  sereno, una sorta di autoritratto, sotto la scritta “Ancora imparo”. 

Questa lezione di vita (senza tempo), prima ancora che di arte,  suscita un moto di indubbia simpatia in chi si accosta a considerare quelle vicende.

 

 

 

PROPOSTA DISATTESA DI UN  MINI-RESTAURO

In previsione del Giubileo, abbiamo inutilmente cercato di sensibilizzare la stampa romana e la competente Sovraintendenza ad un mini intervento di restauro, un maquillage o  una “romanella” per intendersi, allo scopo di sanare le poche ma significative incongruenze del monumento.

Purtroppo non siamo riusciti nel nostro intento.

Si chiedeva nell’estate del 1999:

 

di ridare dignità estetica ed apostolica alla spada di S. Paolo, ridotta a poco più di uno spezzone;

 

di reinserire la scritta sul basamento dell’Angelo col sudario, come in origine:” Respice faciem Christi tui”, ormai definitivamente perduta. Le lacune procurate dallo scoppio di un proiettile nel secolo scorso e le successive stuccature hanno cancellato completamente l’iscrizione. E’ vero che trattandosi di un colpo sparato da un’arma del XIX secolo, si potrebbe discettare sulla sua valenza storico/antiquariale, ma tramandarla ai posteri, invece dell’accorato invito a guardare il volto di Nostro Signore, sembra per lo meno discutibile.

Perché, mi domando, non si è conservata per le  generazioni future la martellata inferta alla Pietà michelangiolesca, come memoria storica di uno dei più significativi atti vandalici del XX secolo?

Dato che ci siamo converrebbe grattar via  dai basamenti anche le scritte di pennarelli e bombolette selvagge, come si promette di fare in 24 ore nelle stazioni della Metro.

 

Ridate, vi prego, la spugna all’Angelo …senza spugna!  Attualmente, purtroppo, la canna spezzata rassomiglia più ad un flauto traverso o alla mazza di una maggiorette; peccato, proprio uno degli angeli più belli dell’intera scenografia.

 

 

La seguente osservazione, riconosco, è davvero pedante e rischia di attirare sullo scrivente la doverosa antipatia tributata  al “secchione” da trenta e lode, più che la simpatia suscitata dalle gag di “Striscia la notizia!”. Tant’è!

L’iscrizione commemorativa posta sul retro del basamento dell’Angelo con la lancia, è stata distrattamente restaurata: invece di recare la data corretta MDCLXXII (=1672), c’è scritto MDCIXXII (che non significa niente!). Prima che se ne accorgono quelli di Der Spiegel, sciacquiamoci i panni in …Tevere!  Che è meglio.

 

 

Si concludeva con un appello proveniente dal più profondo del cuore ad evitare che dell’isola pedonale di Ponte S. Angelo si continuasse a fare un uso improprio. Altri luoghi sembravano più degnamente eligibili per la succursale di Porta Portese o della Kasba del Cairo, a seconda delle preferenze accordate al Ponte dai vari gruppi etnici che abitualmente solevano mercanteggiarvi, con ostentato e abusato folclore.

 

 

Perché non pensare a un Vigile del Ponte, in grado di dare anche qualche informazione ai turisti sul ponte più bello del mondo?

 

 

Forse siamo ancora in tempo. 

 

Magari per il prossimo Giubileo!?

 

 

Luciano Capriotti

medico e scultore

 

 

STORIA DI PONTE ELIO - S. ANGELO

 

Publio Elio Adriano (nato ad Italica, Siviglia nel 76 e morto a Baia nel 138 d.C.), imperatore romano dal 117 al 138.Nell'anno 136 d.C. l'imperatore Publio Elio Adriano affidò all'architetto Demetriano il compito di edificare un ponte che permettesse l'accesso al proprio mausoleo. L'opera si articolava in tre arcate centrali, tuttora esistenti, e due rampe inclinate sostenute da tre archetti a sinistra e due a destra. Al ponte venne dato il nome di Ponte Elio dal prenome dell'imperatore, e come tale fu conosciuto fino al medioevo quando, seguendo il destino del mausoleo, venne chiamato Ponte Sant'Angelo.

Di eccezionale solidità, non necessitò di restauri, nonostante le disastrose piene del fiume, fino al 1450, quando le sue sponde cedettero per la calca dei fedeli che tornavano da San Pietro dopo la benedizione di papa Nicolò V.

Questa disgrazia, che costò la vita a 172 persone, spinse il papa a far edificare anche due piccole cappelle rotonde dedicate a Santa Maria Maddalena ed ai Santissimi Innocenti e a far abbattere molte case per creare la piazza di Ponte, onde evitare il ripetersi di simili incidenti.

Le due cappelle vennero distrutte nel 1527, anno del sacco di Roma, per ordine di Clemente VII, che si rese conto che queste offrivano un buon rifugio agli archibugieri nemici che da lì potevano colpire le mura del castello. Al loro posto nel 1535 furono erette le statue di S. Pietro e S. Paolo ad opera del Lorenzetto e di Paolo Romano.

Un anno dopo Raffaello di Montelupo aggiunse, dalla parte di San Pietro, le statue dei quattro Evangelisti e, dalla parte di San Paolo, quelle dei patriarchi Adamo, Noè, Abramo e Mosè.

Dal sedicesimo secolo il ponte venne utilizzato per esporvi a monito i cadaveri dei condannati a morte.

La prima esposizione avvenne proprio nell'Anno Santo del 1500, quando vi furono appesi nove impiccati per ogni ingresso al ponte. Forche e teste mozze divennero presto all'ordine del giorno, tanto da far dire al popolo: "Ce so' più teste mozze su le spallette che meloni al mercato".

Nel 1668 Clemente IX sostituì le dieci esistenti statue con quelle di altrettanti angeli, cinque per balaustrata, e fece costruire alle estremità del ponte due arcate minori, rese necessarie dai lavori di ampliamento delle strutture difensive del castello.

La costruzione dei muraglioni del Tevere del 1892 fece assumere al ponte I'attuale aspetto con l'edificazione di due archi simmetrici al posto di quelli minori.

Il ponte misura 130 metri di lunghezza e nove di larghezza.

 

 

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