Le tappe della vita
1926
Nasce
ad Avigliano (24 febbraio) da Vincenzo Mecca e Maria Luigia Coviello.
È
battezzato nella chiesa madre di Avigliano dall’arciprete don Nicola
Loffredo (6 marzo); gli viene imposto il nome di Domenico Luciano.
1933
Riceve
la cresima dal Servo di Dio mons. Augusto Bertazzoni, vescovo di Potenza e
Marsico (24 giugno).
1939
Entra
nel Pontificio Seminario Minore di Potenza (24 settembre).
1939-1944
Alunno
del Seminario Minore di Potenza per gli studi ginnasiali.
1944-1950
Alunno
del Pontificio Seminario Regionale di Salerno per gli studi liceali e
teologici.
1946
Riceve
la prima tonsura nella Cappella del Seminario di Salerno (21 dicembre).
1947
Riceve
i primi ordini minori nella Cappella del Seminario di Potenza (26
ottobre).
1948
Riceve
i secondi ordini minori nella cappella del Seminario di Potenza (31
ottobre).
1950
Riceve
il suddiaconato nella cattedrale di Salerno da S. Ecc. mons. Demetrio
Moscato, arcivescovo di Salerno (18 giugno) e il diaconato nella cappella
del Seminario di Potenza (25 giugno).
È
ordinato sacerdote ad Avigliano da S. Ecc. mons. A. Bertazzoni (2 luglio).
Viene
ammesso a far parte del Capitolo della Chiesa ricettizia della Beata
Vergine del Carmine (18 ottobre), nella quale assume il servizio pastorale
di assistente della G.I.A.C. (Gioventù italiana di Azione Cattolica).
1954
Il
Capitolo parrocchiale, nella seduta del 27 settembre, accoglie la sua
proposta di abbattere la chiesetta di San Rocco, situata nella piazza
principale del paese, per la necessità di destinare alle associazioni di
Azione Cattolica un locale idoneo e accogliente. Il nuovo locale oratorio,
intitolato a San Rocco, viene inaugurato nell’agosto 1955.
1958
È
nominato mansionario della Cattedrale di Potenza (7 febbraio).
Inizia
a collaborare in questo periodo con la Delegazione regionale dell’Azione
Cattolica, occupandosi prima degli studenti e poi degli aspiranti, fino a
ricoprire negli anni Sessanta l’incarico di Vice Assistente regionale
della G.I.A.C.
1967
Alla
morte dell’arciprete don Vito Genovese, succeduto a don Nicola Loffredo,
è nominato parroco di Avigliano (1° settembre).
1976-1977
È
il promotore e l’animatore del periodico cittadino d’ispirazione
cristiana “Fuori Moda”.
1977
Costituisce
il Circolo Giovanile Anspi che aderisce (11 novembre 1977)
all’Associazione nazionale degli oratori.
1978
Viene
inaugurata la biblioteca (19 novembre), realizzata con il concorso della
Presidenza parrocchiale dell’Azione Cattolica e donata al Circolo
Giovanile Anspi.
1980
È
nominato componente della Commissione Presbiterale nazionale, in
rappresentanza della regione pastorale lucana (25 novembre).
1981
In
estate, al rientro da un pellegrinaggio a Lourdes, si manifestano i primi
segni del male che sarà causa della prematura scomparsa.
1982
Si
sottopone a intervento chirurgico a Roma (26 maggio). A causa di
complicazioni operatorie, entra in coma e muore senza riprendere
conoscenza la notte tra il 27 e il 28 maggio. Alle esequie, celebrate il
giorno 31 ad Avigliano con grande concorso di popolo, partecipano gli
arcivescovi di Potenza, mons. Giuseppe Vairo, di Acerenza, mons. Francesco
Cuccarese, e numerosi sacerdoti provenienti anche da altre diocesi.
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1. Le tappe della
vita
Nato
ad Avigliano il 24 febbraio 1926, don Mimì Mecca compì gli studi nei
Seminari di Potenza e di Salerno. Ordinato sacerdote il 2 luglio 1950 da
mons. Bertazzoni, Vescovo di Potenza e Marsico, fu subito destinato al
servizio della parrocchia della Beata Vergine del Carmine in Avigliano,
con l’incarico di assistente della G.I.A.C., il ramo maschile della
gioventù di Azione Cattolica.
Il
1° settembre 1967 assunse la guida della parrocchia di Avigliano,
distinguendosi per le doti di Pastore saggio, generoso e dinamico. Dalla
fiducia dei confratelli e dei Superiori fu chiamato a partecipare al
Consiglio presbiterale interdiocesano come membro della Segreteria e alle
Commissioni presbiterali regionale e nazionale. E’ stato anche vice
assistente regionale dell’Azione Cattolica.
Convinto
assertore dell’importanza della cultura e dei mass media a servizio dell’apostolato, dotò la parrocchia di una
moderna biblioteca, promosse la costituzione del Circolo giovanile Anspi e
fu l’animatore negli anni Settanta del periodico cittadino “Fuori
Moda”. Volle la costruzione della nuova chiesa nel quartiere san
Giovanni e diede impulso ai lavori affinché la cappella del Monte Carmine
assumesse l’attuale aspetto di santuario mariano.
E’
morto a Roma in seguito a un intervento chirurgico il 28 maggio 1982
2.
Il primo annuncio
“Io lo ricordo questo
ragazzo che si distingueva per diligenza e per senso di responsabilità
quando io ero presidente della gioventù di Azione Cattolica nel nostro
paese ed egli era un aspirante capo con la responsabilità del gruppo che
gli era stato affidato. Era ordinato e diligente, pio e dotato di senso di
responsabilità con preciso ascendente sugli altri ragazzi del suo gruppo.
Alla sequela del
compianto don Colucci, all’epoca assistente e fondatore della nostra
associazione di A.C., aveva una vita cristiana serena e diligente, allegra
e tutta compresa della responsabilità del gruppo che gli era stato
affidato. A quella sequela dové sentire le prime attrazioni verso quella
vita sacerdotale che don Colucci tanto bene incarnava nella nostra
parrocchia da assistente della Giac. Di là germinò poi la vocazione
sincera e totale cui rimase fedele per tutta la vita”
(Vincenzo Verrastro)
San Giovanni Bosco, Voi
foste a suscitarmi la divina chiamata, Voi eleggo come speciale Protettore
del mio Apostolato
Divino Spirito
Consolatore, la cui devozione mi è stata instillata fin dai miei anni
della fanciullezza, Voi, a cui con tanta fiducia ricorsi, foste a
illuminare me nel conoscere la mia santa vocazione, ad illuminare tutti
coloro che si opponevano, a vincere dolcemente la loro ostilità, che
siate davvero il mio Santificatore, precedete, vivificate, moltiplicate
con il vostro amore la mia azione apostolica. Siate sempre il dolce ospite
della mia anima (30 giugno 1950).
3.
Gli anni della formazione
Nel settembre 1939 il
piccolo Domenico fa il suo ingresso nel Seminario Regionale di Potenza,
voluto da Pio XI e sorto dodici anni prima sulla strada provinciale per la
Stazione Inferiore, oggi viale Marconi. Viene accolto nella camerata S.
Luigi, quella riservata ai piccoli che si preparano a frequentare la prima
ginnasiale. Tra i suoi compagni, tre sono destinati all’Episcopato:
Nicola Rotunno, futuro nunzio apostolico e Vescovo di Sabina-Poggio
Mirteto, Michele Scandiffio, attuale Arcivescovo di Acerenza e Donato
Squicciarini, oggi nunzio apostolico in Austria.
Nell’anno scolastico
1941-42 il seminarista Mecca è già assistente dei più piccoli, l’anno
dopo è promosso vice prefetto di camerata: segno evidente di maturità e
di autorevolezza, riconosciute dai suoi superiori, il rettore Alfredo
Vozzi e il padre spirituale (e futuro rettore) Alfredo Caselle, entrambi
accomunati poi dalla dignità episcopale ma con destini dissimili.
Il passaggio al
Seminario di Salerno, per frequentarvi il liceo e la teologia, avviene con
anticipo rispetto al corso normale degli studi. Sono anni di sofferenze
fisiche e di privazioni a causa della guerra che nelle città rende più
pesanti le condizioni di vita, tra razionamenti alimentari e bombardamenti
degli alleati. Ma le difficoltà contribuiscono a fortificare il carattere
dell’uomo ed esaltano lo spirito di sacrificio che sarà un tratto
costante, insieme all’innata caparbietà, della personalità di don Mimì
Mecca.
“Il seminario pare
una cosa da nulla, con quell’aria trasandata, polverosa, inattuale,
inelegante. Ma è il luogo dove si chiede, senza parere, il massimo a un
uomo. Gli si fa norma quotidiana d’un vivere eroico. Gli si propone,
come livello ordinario e necessario, un livello dove un uomo non arriva
mai per qualche lato, ed è sempre in difetto e manchevole. Nessuno ha
interesse su di te, e tutti ti stan sopra con gli occhi. Nulla ti preme e
a tutto ti prepari” (Giuseppe De Luca)
4.
Un sacerdote per amico
Terminati gli studi
teologici nel Seminario Pontificio Maggiore di Salerno, don Mimì è
ordinato sacerdote nella chiesa madre di Avigliano il 2 luglio 1950. Il
capitolo parrocchiale già si avvale della presenza di un altro giovane
sacerdote, don Peppino Stolfi, ordinato cinque anni prima. Risalgono al
1938 e al 1939 le ordinazioni di don Vito Genovese e don Luigi Bochicchio,
che hanno contribuito a svecchiare il clero aviglianese e a dare maggiore
slancio all’azione pastorale dell’arciprete Loffredo. Un valido aiuto
è offerto ancora da don Nicola Stolfi, mentre volge al termine la vicenda
terrena di don Giuseppe Tedesca e sono da poco scomparsi don Vito Lorusso
e don Giuseppe Coviello.
A don Mimì viene
subito affidata la guida spirituale della G.I.A.C., la gioventù
maschile di Azione Cattolica, incarico fino a quel momento ricoperto
da don Peppino Stolfi, che può così dedicarsi all’assistenza del
gruppo Scout da lui costituito qualche anno prima. Una delle prime
realizzazioni di don Mimì è il trasferimento della sede della G.I.A.C.
in piazza Gianturco, nei locali resi disponibili dopo l’abbattimento
della chiesetta di San Rocco.
“Chi è stato don Mimì
per noi adolescenti e giovani degli anni cinquanta? Un sacerdote-amico.
Per poter edificare il
regno di Dio in una gioventù appena uscita dallo sfacelo fisico e morale
della guerra, ha operato prima sul piano umano, presentandosi come un
fratello maggiore che aveva vissuto in prima persona le sofferenze, i
sacrifici, le privazioni di quel periodo, poi su quello religioso e
spirituale. Ad una insorgente ed incontrollata reazione alle brutture e
ingiustizie patite, don Mimì, in alternativa, ci offriva un progetto di
vita senza compromessi: la vita vera, che affonda le radici nel
meraviglioso atto di amore di Dio. Nella realizzazione di questo progetto
esistenziale, don Mimì era un esempio da imitare.
La sua fede profonda,
il suo comportamento, la lealtà nei rapporti personali, la sincerità
dell’amicizia, erano per noi garanzia della certezza della vita che ci
offriva. La sua coerenza al Vangelo e alla morale cristiana era esemplare.
Per noi giovani e adolescenti dell’epoca, bisognosi di certezze e di
verità, è stato un punto di riferimento”.
(Leonardo Pace)
5.
Le infinite vie dell’apostolato
6.
Educatore a tutto campo
“La sacerdotalità di
don Mimì fu impregnata della spiritualità dell’Azione Cattolica nella
quale egli crebbe e che egli coltivò durante tutto l’itinerario di
preparazione alla missione sacerdotale cui Dio lo aveva chiamato. Derivò
da questa caratterizzazione l’impegno particolare che egli pose da
sacerdote nel coltivare i giovani e tutto ciò che poteva favorirne la
formazione cristiana e la testimonianza coerente nella loro vita di
giovani prima e di adulti poi.
I giovani rimasero il
motivo del suo impegno preminente di sacerdote anche quando, nella sua
responsabilità, non trascurò il popolo di Dio affidato alle sue cure di
parroco. Il coinvolgimento dei laici nei momenti più forti della vita
della parrocchia garantiva una penetrazione più puntuale del suo
messaggio di sacerdote e di parroco”
(Vincenzo Verrastro)
“Amava molto i
bambini e con loro si trasformava dando il meglio di sé. Aveva il dono di
dire cose difficili in un linguaggio semplice e ogni domenica riusciva a
trasmettere il messaggio della Parola con immagini, parole e simboli che i
ragazzi non dimenticavano.
La Messa dei ragazzi
era l’apice dei suoi pensieri pastorali e chiamava tutti per contribuire
alla buona riuscita della Celebrazione. Nello stesso tempo aveva una
libertà interiore che lo faceva restare sereno anche quando, nonostante
gli sforzi, qualche inconveniente rendeva vano il lavoro forse di una
settimana.
E’ da lui che ho
imparato a dare tutto in un abbandono confidente nella Provvidenza: dare
tutto come se tutto dipendesse da noi, ma nell’estrema libertà perché
tutto è opera di Dio.
E’ lui che mi ha
insegnato a riflettere sul progetto di Dio che si manifesta nelle piccole
esperienze quotidiane e ad accoglierlo dando il meglio di sé” (suor
Maria Paola Rosa, osc).
7.
Il Pastore e la comunità
Il 7 febbraio 1967
muore don Vito Genovese che due anni prima aveva assunto la guida della
parrocchia. Per don Mimì, che già nel 1965, alla morte dell’arciprete
Loffredo, aveva rinunciato a diventare parroco pur avendone i requisiti,
giunge il momento di prendere su di sé la responsabilità diretta della
comunità aviglianese.
Questa circostanza
provoca qualche malumore tra i giovani dell’Azione Cattolica che sanno
di non poter più disporre a tempo pieno del loro assistente, ma le
necessità del momento richiedono che il suo dinamismo pastorale venga
messo al servizio dell’intero popolo di Dio che è in Avigliano. Il
Concilio si è concluso da appena due anni e lo sforzo della Chiesa
cattolica di accogliere lettera e spirito del Vaticano II ha bisogno di
pastori attenti ai segni dei tempi, capaci di dialogo fecondo con tutte le
persone, ma fermi nelle proprie convinzioni.
“Cari figliuoli,
ormai è più di qualche settimana che ho preso la responsabilità della
Parrocchia e comincio a notare e vedere le cose in una posizione diversa e
cioè non più nella posizione di colui, che può notare e magari
dispiacersi di certe cose, ma non di più, ma nella posizione di chi non
solo può notare e disapprovare, ma ha anche il dovere e tutta la
responsabilità di prendere le necessarie ed opportune decisioni, anche se
con il parere e la collaborazione insostituibile degli altri Confratelli.
(…) quello che mi ha sconvolto di più è l’aver celebrato il
matrimonio di due poveri giovani contadini, tutti impauriti, senza
nessuno, come se avessero un qualche cosa da farsi perdonare, perché si
sposavano… e nulla, nulla, nella Casa del Padre Celeste, che esprimesse
gioia per quello, che stavano per fare!..
Cercai soltanto di dire
le cose più belle, che il cuore in quel momento mi suggeriva. Ma mi
veniva la voglia di gridare, di far giungere la voce a quante più persone
fosse possibile: venite, partecipate alla gioia di questi due giovani
cuori!
Allora mi sono detto:
io, perlomeno io, che sono stato costituito loro Padre, devo fare per
coloro, ai quali nessuno pensa, tutto quello che si fa per gli altri, per
esprimere la partecipazione più sincera alla loro gioia” (dal
messaggio alla comunità parrocchiale in occasione della Festa di Cristo
Re del 1967).
8.
La devozione a Maria
“Quella di don Mimì
era una devozione tenera, sincera alla Vergine santa. Si avvertiva subito
che i primi rudimenti gli venivano dalla famiglia e da persone pie che ad
Avigliano non sono mai mancate, come ricorda Tommaso Claps in A pie’
del Carmine, ove rievoca la Zia Lita Ufaledda nel suo
quotidiano giro per il paese in favore dei poveri e la risposta al suo
liturgico, sgrammaticato saluto da parte della gente: Oggi e sempre,
Maria.
In un colloquio serale
in un convegno che non so più precisare, don Mimì mi confidava di aver
compreso tutta la bellezza della invocazione di Bernardo, contenuta nel
XXXIII canto del Paradiso, stando al Monte Carmine, ai piedi di Maria!”
(don Giuseppe Greco)
Celeste Mamma, ora
proprio che dovrei considerarmi uomo, mi sento più piccolo, infinitamente
debole, perciò nella mia vita Sacerdotale, anzi fin da poidomani, quando
legherò per sempre il mio cuore a quello di Gesù, stringetemi fortemente
a Voi, poneteVi a custode del mio cuore; che sia o tutto di Cristo, o che
cessi la sua vita. Siatemi guida nella mia inesperienza, in una parola,
Vergine Santa, siatemi Mamma! (30 giugno 1950)
9.
La montagna
“Di salute
cagionevole, era solito, per un mese all’anno, ritemprare il corpo e lo
spirito sulle vette alpine, dove raccoglieva orizzonti più alti per lo
spirito e nuova tempra per le energie fisiche logorate nel corso
dell’anno. Rientrato in parrocchia si rituffava, senza risparmiarsi, nel
lavoro sempre difficile e talvolta aspro del governo delle anime”
(Vincenzo Verrastro)
Ogni giorno
m’innamoro sempre più delle montagne e vorrei, se i miei studi me lo
permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in
quell’aria pura la grandezza del Creatore (Pier Giorgio Frassati, 6
agosto 1923).
10.
La stagione della contestazione
La nomina a parroco di
don Mimì coincide con l’inizio di uno dei momenti più controversi non
solo della storia italiana, ma dello stesso cattolicesimo. Il 1967 è
l’anno che precede il “sessantotto”. Al di là dei richiami
simbolici a quello che è rimasto nella memoria come l’anno della
contestazione, siamo alle porte di cambiamenti epocali nel costume
sociale e nei comportamenti religiosi, che aprono la strada all’odierna
secolarizzazione. Le campagne referendarie per l’abrogazione delle leggi
sul divorzio e sull’aborto rivelano anche nel mondo cattolico la
presenza di sensibilità diverse rispetto a questi temi. All’interno
dell’Azione Cattolica si registrano gli esiti diversi prodotti da questo
intenso passaggio. Non poche ferite producono le scelte di alcuni di
abbandonare proprio in questi anni qualunque riferimento religioso
Anche ad Avigliano si
manifestarono, sul finire degli anni sessanta, i segni della progressiva
secolarizzazione, favorita dalla radicale contestazione delle istituzioni
sociali e dall’insofferenza verso ogni forma di autorità che scalfivano
la sua religiosità tradizionale. Di qui l’impegno di don Mimì “per
la difesa dei valori cristiani da radicare in una coscienza salda sui
motivi della fede e della coerente sua estrinsecazione nella vita. Devono
interpretarsi anche in questa chiave il suo moltiplicato impegno per i
giovani e per gli adulti e le varie iniziative in tal senso realizzate
nella parrocchia sui temi della formazione cristiana e della testimonianza
di essa nella vita individuale e sociale”
(Vincenzo Verrastro)
11.
Un dono per la Chiesa
“Capita non poche
volte che dopo la morte di alcune persone emergono tutte quelle virtù che
in vita venivano disattese e non manca chi, negli elogi funebri, enfatizza
tanta virtù spesse volte inesistente, per cui diventa difficilmente
credibile ciò che si afferma o, per lo meno, si dà al discorso il puro
valore di un sermone di circostanza. Ma accade anche il contrario: di
persone delle quali in morte o dopo morte non si riesce a dire
compiutamente quel che sono state in vita. Ed ecco che si avverte il
bisogno di ricordarle, anche a distanza di anni, perché, nel frattempo,
è emerso tanto da dire e da apprendere dalla loro vita terrena.
Don Mimì Mecca
appartiene a questa seconda categoria di persone. Su di lui, oltre quello
che è stato già ricordato, vi è ancora tanto da dire. Il suo esempio ed
il modello della sua vita hanno una splendida attualità per quanti
l’hanno conosciuto e per quanti non l’hanno sufficientemente
apprezzato e seguito quand’era in vita”
(don Giuseppe Greco).
12.
Un popolo lo piange
“Ricordo che poco
prima della sua morte, a Roma, presi alloggio alla Casa del clero in via
della Traspontina e, recandomi giù per la cena, trovai don Mimì seduto a
un tavolo e, di fronte a lui, un numero consistente di flaconi e di
scatolette varie di farmaci. Lo salutai con l’affetto di sempre e poi,
in maniera poco convinta, lo invitai a buttar via tutto e a chiedere
piuttosto qualche buona pietanza. Lo feci in maniera poco convinta, perché
sul suo volto leggevo i segni del grave male che lo affliggeva. Parlava a
stento, ma perfettamente lucido, consapevole del suo male ma fortemente
disposto ad accettarne le conseguenze che, purtroppo, non si fecero
attendere se non poche settimane”
(don Giuseppe Greco)
Quando un popolo piange
il suo parroco, è segno che al di là delle apparenze e dei contrasti che
non mancano mai nella vita d’una comunità, lo sentiva totalmente suo,
lo portava dentro gelosamente, ne era come segnato e contagiato. È
successo ad Avigliano, il 31 maggio. Un popolo composto e commosso gremiva
la chiesa madre stringendosi attorno al feretro di don Domenico Mecca,
aviglianese, 56 anni, sacerdote da 32, parroco da 14. Un prete asciutto e
sereno, dal volto forte, ascetico e aperto, che univa ad una salute
fragile e delicata un carattere forte e adamantino, radicato nella fede
come una quercia e capace di sorridere come un bambino, rigoroso ed
esigente con sé prima che con gli altri, coerente a volte fino alla
durezza; un uomo che sapeva pregare e soffrire, agire e riflettere,
discutere e consigliare come un vecchio saggio biblico, ed aprirsi alle
vie nuove dell’apostolato e della comunità sociale con lo stupore dei
semplici e l’entusiasmo dei giovani; tanto appassionato del Vangelo e
della Chiesa da custodirne gelosamente l’orientamento fin nella lettera,
fedele fino allo scrupolo, generoso fino all’estremo sacrificio
(Gerardo
Messina, 10 giugno 1982).
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