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a vent'anni dalla morte di "Don Mimì Mecca"


 Riceviamo e pubblichiamo una lettera pervenutaci per quest'importante ricorrenza

 

Carissimi,
ho ricevuto il vostro pieghevole per don Mimì e vi ringrazio di cuore, sia per l'iniziativa, sia per l'invito.
Avrei voluto essere con voi, sabato prossimo, per ricordare anch'io - giovane della GIAC degli anni 50 - don Mimì.
Ahimè! Il tempo è tiranno ed allora seguirò questa manifestazione da lontano in spirito e con cuore vivo ed emozionato.
Avrei voluto ricordare:
E tante, tante occasioni che hanno contribuito a fare di quei giovani degli anni '50, laici adulti impegnati nella vita della Chiesa.
Seguirò allora, con qualche lacrimone, questa manifestazione sulle pagine del vostro sito web.
Cari saluti ed auguri di proficuo lavoro.

Andrea Corbo. Ex delegato aspiranti ed ex presidente parrocchiale AC dei favolosi anni '50.

 

 

Scrivete anche voi i vostri ricordi

acavigliano@hotmail.com

Alcune foto di don Mimì
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Le tappe della vita  

1926
Nasce ad Avigliano (24 febbraio) da Vincenzo Mecca e Maria Luigia Coviello.
È battezzato nella chiesa madre di Avigliano dall’arciprete don Nicola Loffredo (6 marzo); gli viene imposto il nome di Domenico Luciano.

1933
Riceve la cresima dal Servo di Dio mons. Augusto Bertazzoni, vescovo di Potenza e Marsico (24 giugno).

1939
Entra nel Pontificio Seminario Minore di Potenza (24 settembre).

1939-1944
Alunno del Seminario Minore di Potenza per gli studi ginnasiali.

1944-1950
Alunno del Pontificio Seminario Regionale di Salerno per gli studi liceali e teologici.

1946
Riceve la prima tonsura nella Cappella del Seminario di Salerno (21 dicembre).

1947
Riceve i primi ordini minori nella Cappella del Seminario di Potenza (26 ottobre).

1948
Riceve i secondi ordini minori nella cappella del Seminario di Potenza (31 ottobre).

1950
Riceve il suddiaconato nella cattedrale di Salerno da S. Ecc. mons. Demetrio Moscato, arcivescovo di Salerno (18 giugno) e il diaconato nella cappella del Seminario di Potenza (25 giugno).
È ordinato sacerdote ad Avigliano da S. Ecc. mons. A. Bertazzoni (2 luglio). Viene ammesso a far parte del Capitolo della Chiesa ricettizia della Beata Vergine del Carmine (18 ottobre), nella quale assume il servizio pastorale di assistente della G.I.A.C. (Gioventù italiana di Azione Cattolica).

1954
Il Capitolo parrocchiale, nella seduta del 27 settembre, accoglie la sua proposta di abbattere la chiesetta di San Rocco, situata nella piazza principale del paese, per la necessità di destinare alle associazioni di Azione Cattolica un locale idoneo e accogliente. Il nuovo locale oratorio, intitolato a San Rocco, viene inaugurato nell’agosto 1955.

1958
È nominato mansionario della Cattedrale di Potenza (7 febbraio).
Inizia a collaborare in questo periodo con la Delegazione regionale dell’Azione Cattolica, occupandosi prima degli studenti e poi degli aspiranti, fino a ricoprire negli anni Sessanta l’incarico di Vice Assistente regionale della G.I.A.C.

1967
Alla morte dell’arciprete don Vito Genovese, succeduto a don Nicola Loffredo, è nominato parroco di Avigliano (1° settembre).

1976-1977
È il promotore e l’animatore del periodico cittadino d’ispirazione cristiana “Fuori Moda”.

1977
Costituisce il Circolo Giovanile Anspi che aderisce (11 novembre 1977) all’Associazione nazionale degli oratori.

            1978
Viene inaugurata la biblioteca (19 novembre), realizzata con il concorso della Presidenza parrocchiale dell’Azione Cattolica e donata al Circolo Giovanile Anspi.

1980
È nominato componente della Commissione Presbiterale nazionale, in rappresentanza della regione pastorale lucana (25 novembre).

1981
In estate, al rientro da un pellegrinaggio a Lourdes, si manifestano i primi segni del male che sarà causa della prematura scomparsa.

1982
Si sottopone a intervento chirurgico a Roma (26 maggio). A causa di complicazioni operatorie, entra in coma e muore senza riprendere conoscenza la notte tra il 27 e il 28 maggio. Alle esequie, celebrate il giorno 31 ad Avigliano con grande concorso di popolo, partecipano gli arcivescovi di Potenza, mons. Giuseppe Vairo, di Acerenza, mons. Francesco Cuccarese, e numerosi sacerdoti provenienti anche da altre diocesi.

 

1. Le tappe della vita
Nato ad Avigliano il 24 febbraio 1926, don Mimì Mecca compì gli studi nei Seminari di Potenza e di Salerno. Ordinato sacerdote il 2 luglio 1950 da mons. Bertazzoni, Vescovo di Potenza e Marsico, fu subito destinato al servizio della parrocchia della Beata Vergine del Carmine in Avigliano, con l’incarico di assistente della G.I.A.C., il ramo maschile della gioventù di Azione Cattolica.
Il 1° settembre 1967 assunse la guida della parrocchia di Avigliano, distinguendosi per le doti di Pastore saggio, generoso e dinamico. Dalla fiducia dei confratelli e dei Superiori fu chiamato a partecipare al Consiglio presbiterale interdiocesano come membro della Segreteria e alle Commissioni presbiterali regionale e nazionale. E’ stato anche vice assistente regionale dell’Azione Cattolica.
Convinto assertore dell’importanza della cultura e dei mass media a servizio dell’apostolato, dotò la parrocchia di una moderna biblioteca, promosse la costituzione del Circolo giovanile Anspi e fu l’animatore negli anni Settanta del periodico cittadino “Fuori Moda”. Volle la costruzione della nuova chiesa nel quartiere san Giovanni e diede impulso ai lavori affinché la cappella del Monte Carmine assumesse l’attuale aspetto di santuario mariano.
E’ morto a Roma in seguito a un intervento chirurgico il 28 maggio 1982

2. Il primo annuncio
“Io lo ricordo questo ragazzo che si distingueva per diligenza e per senso di responsabilità quando io ero presidente della gioventù di Azione Cattolica nel nostro paese ed egli era un aspirante capo con la responsabilità del gruppo che gli era stato affidato. Era ordinato e diligente, pio e dotato di senso di responsabilità con preciso ascendente sugli altri ragazzi del suo gruppo.
Alla sequela del compianto don Colucci, all’epoca assistente e fondatore della nostra associazione di A.C., aveva una vita cristiana serena e diligente, allegra e tutta compresa della responsabilità del gruppo che gli era stato affidato. A quella sequela dové sentire le prime attrazioni verso quella vita sacerdotale che don Colucci tanto bene incarnava nella nostra parrocchia da assistente della Giac. Di là germinò poi la vocazione sincera e totale cui rimase fedele per tutta la vita”
(Vincenzo Verrastro)

San Giovanni Bosco, Voi foste a suscitarmi la divina chiamata, Voi eleggo come speciale Protettore del mio Apostolato
Divino Spirito Consolatore, la cui devozione mi è stata instillata fin dai miei anni della fanciullezza, Voi, a cui con tanta fiducia ricorsi, foste a illuminare me nel conoscere la mia santa vocazione, ad illuminare tutti coloro che si opponevano, a vincere dolcemente la loro ostilità, che siate davvero il mio Santificatore, precedete, vivificate, moltiplicate con il vostro amore la mia azione apostolica. Siate sempre il dolce ospite della mia anima (30 giugno 1950).
            

3. Gli anni della formazione
Nel settembre 1939 il piccolo Domenico fa il suo ingresso nel Seminario Regionale di Potenza, voluto da Pio XI e sorto dodici anni prima sulla strada provinciale per la Stazione Inferiore, oggi viale Marconi. Viene accolto nella camerata S. Luigi, quella riservata ai piccoli che si preparano a frequentare la prima ginnasiale. Tra i suoi compagni, tre sono destinati all’Episcopato: Nicola Rotunno, futuro nunzio apostolico e Vescovo di Sabina-Poggio Mirteto, Michele Scandiffio, attuale Arcivescovo di Acerenza e Donato Squicciarini, oggi nunzio apostolico in Austria.
Nell’anno scolastico 1941-42 il seminarista Mecca è già assistente dei più piccoli, l’anno dopo è promosso vice prefetto di camerata: segno evidente di maturità e di autorevolezza, riconosciute dai suoi superiori, il rettore Alfredo Vozzi e il padre spirituale (e futuro rettore) Alfredo Caselle, entrambi accomunati poi dalla dignità episcopale ma con destini dissimili.
Il passaggio al Seminario di Salerno, per frequentarvi il liceo e la teologia, avviene con anticipo rispetto al corso normale degli studi. Sono anni di sofferenze fisiche e di privazioni a causa della guerra che nelle città rende più pesanti le condizioni di vita, tra razionamenti alimentari e bombardamenti degli alleati. Ma le difficoltà contribuiscono a fortificare il carattere dell’uomo ed esaltano lo spirito di sacrificio che sarà un tratto costante, insieme all’innata caparbietà, della personalità di don Mimì Mecca.

“Il seminario pare una cosa da nulla, con quell’aria trasandata, polverosa, inattuale, inelegante. Ma è il luogo dove si chiede, senza parere, il massimo a un uomo. Gli si fa norma quotidiana d’un vivere eroico. Gli si propone, come livello ordinario e necessario, un livello dove un uomo non arriva mai per qualche lato, ed è sempre in difetto e manchevole. Nessuno ha interesse su di te, e tutti ti stan sopra con gli occhi. Nulla ti preme e a tutto ti prepari” (Giuseppe De Luca) 

4. Un sacerdote per amico
Terminati gli studi teologici nel Seminario Pontificio Maggiore di Salerno, don Mimì è ordinato sacerdote nella chiesa madre di Avigliano il 2 luglio 1950. Il capitolo parrocchiale già si avvale della presenza di un altro giovane sacerdote, don Peppino Stolfi, ordinato cinque anni prima. Risalgono al 1938 e al 1939 le ordinazioni di don Vito Genovese e don Luigi Bochicchio, che hanno contribuito a svecchiare il clero aviglianese e a dare maggiore slancio all’azione pastorale dell’arciprete Loffredo. Un valido aiuto è offerto ancora da don Nicola Stolfi, mentre volge al termine la vicenda terrena di don Giuseppe Tedesca e sono da poco scomparsi don Vito Lorusso e don Giuseppe Coviello.
A don Mimì viene subito affidata la guida spirituale della G.I.A.C., la gioventù maschile di Azione Cattolica, incarico fino a quel momento ricoperto da don Peppino Stolfi, che può così dedicarsi all’assistenza del gruppo Scout da lui costituito qualche anno prima. Una delle prime realizzazioni di don Mimì è il trasferimento della sede della G.I.A.C. in piazza Gianturco, nei locali resi disponibili dopo l’abbattimento della chiesetta di San Rocco.

“Chi è stato don Mimì per noi adolescenti e giovani degli anni cinquanta? Un sacerdote-amico.
Per poter edificare il regno di Dio in una gioventù appena uscita dallo sfacelo fisico e morale della guerra, ha operato prima sul piano umano, presentandosi come un fratello maggiore che aveva vissuto in prima persona le sofferenze, i sacrifici, le privazioni di quel periodo, poi su quello religioso e spirituale. Ad una insorgente ed incontrollata reazione alle brutture e ingiustizie patite, don Mimì, in alternativa, ci offriva un progetto di vita senza compromessi: la vita vera, che affonda le radici nel meraviglioso atto di amore di Dio. Nella realizzazione di questo progetto esistenziale, don Mimì era un esempio da imitare.
La sua fede profonda, il suo comportamento, la lealtà nei rapporti personali, la sincerità dell’amicizia, erano per noi garanzia della certezza della vita che ci offriva. La sua coerenza al Vangelo e alla morale cristiana era esemplare. Per noi giovani e adolescenti dell’epoca, bisognosi di certezze e di verità, è stato un punto di riferimento”.
(Leonardo Pace)

5. Le infinite vie dell’apostolato

 

 

 

6. Educatore a tutto campo
“La sacerdotalità di don Mimì fu impregnata della spiritualità dell’Azione Cattolica nella quale egli crebbe e che egli coltivò durante tutto l’itinerario di preparazione alla missione sacerdotale cui Dio lo aveva chiamato. Derivò da questa caratterizzazione l’impegno particolare che egli pose da sacerdote nel coltivare i giovani e tutto ciò che poteva favorirne la formazione cristiana e la testimonianza coerente nella loro vita di giovani prima e di adulti poi.

I giovani rimasero il motivo del suo impegno preminente di sacerdote anche quando, nella sua responsabilità, non trascurò il popolo di Dio affidato alle sue cure di parroco. Il coinvolgimento dei laici nei momenti più forti della vita della parrocchia garantiva una penetrazione più puntuale del suo messaggio di sacerdote e di parroco”                 
(Vincenzo Verrastro)

 

“Amava molto i bambini e con loro si trasformava dando il meglio di sé. Aveva il dono di dire cose difficili in un linguaggio semplice e ogni domenica riusciva a trasmettere il messaggio della Parola con immagini, parole e simboli che i ragazzi non dimenticavano.
La Messa dei ragazzi era l’apice dei suoi pensieri pastorali e chiamava tutti per contribuire alla buona riuscita della Celebrazione. Nello stesso tempo aveva una libertà interiore che lo faceva restare sereno anche quando, nonostante gli sforzi, qualche inconveniente rendeva vano il lavoro forse di una settimana.
E’ da lui che ho imparato a dare tutto in un abbandono confidente nella Provvidenza: dare tutto come se tutto dipendesse da noi, ma nell’estrema libertà perché tutto è opera di Dio.
E’ lui che mi ha insegnato a riflettere sul progetto di Dio che si manifesta nelle piccole esperienze quotidiane e ad accoglierlo dando il meglio di sé” (
suor Maria Paola Rosa, osc).

7. Il Pastore e la comunità
Il 7 febbraio 1967 muore don Vito Genovese che due anni prima aveva assunto la guida della parrocchia. Per don Mimì, che già nel 1965, alla morte dell’arciprete Loffredo, aveva rinunciato a diventare parroco pur avendone i requisiti, giunge il momento di prendere su di sé la responsabilità diretta della comunità aviglianese.
Questa circostanza provoca qualche malumore tra i giovani dell’Azione Cattolica che sanno di non poter più disporre a tempo pieno del loro assistente, ma le necessità del momento richiedono che il suo dinamismo pastorale venga messo al servizio dell’intero popolo di Dio che è in Avigliano. Il Concilio si è concluso da appena due anni e lo sforzo della Chiesa cattolica di accogliere lettera e spirito del Vaticano II ha bisogno di pastori attenti ai segni dei tempi, capaci di dialogo fecondo con tutte le persone, ma fermi nelle proprie convinzioni.

  “Cari figliuoli, ormai è più di qualche settimana che ho preso la responsabilità della Parrocchia e comincio a notare e vedere le cose in una posizione diversa e cioè non più nella posizione di colui, che può notare e magari dispiacersi di certe cose, ma non di più, ma nella posizione di chi non solo può notare e disapprovare, ma ha anche il dovere e tutta la responsabilità di prendere le necessarie ed opportune decisioni, anche se con il parere e la collaborazione insostituibile degli altri Confratelli. (…) quello che mi ha sconvolto di più è l’aver celebrato il matrimonio di due poveri giovani contadini, tutti impauriti, senza nessuno, come se avessero un qualche cosa da farsi perdonare, perché si sposavano… e nulla, nulla, nella Casa del Padre Celeste, che esprimesse gioia per quello, che stavano per fare!..
Cercai soltanto di dire le cose più belle, che il cuore in quel momento mi suggeriva. Ma mi veniva la voglia di gridare, di far giungere la voce a quante più persone fosse possibile: venite, partecipate alla gioia di questi due giovani cuori!
Allora mi sono detto: io, perlomeno io, che sono stato costituito loro Padre, devo fare per coloro, ai quali nessuno pensa, tutto quello che si fa per gli altri, per esprimere la partecipazione più sincera alla loro gioia”
(dal messaggio alla comunità parrocchiale in occasione della Festa di Cristo Re del 1967).

8. La devozione a Maria
“Quella di don Mimì era una devozione tenera, sincera alla Vergine santa. Si avvertiva subito che i primi rudimenti gli venivano dalla famiglia e da persone pie che ad Avigliano non sono mai mancate, come ricorda Tommaso Claps in A pie’ del Carmine, ove rievoca la Zia Lita Ufaledda nel suo quotidiano giro per il paese in favore dei poveri e la risposta al suo liturgico, sgrammaticato saluto da parte della gente: Oggi e sempre, Maria.

In un colloquio serale in un convegno che non so più precisare, don Mimì mi confidava di aver compreso tutta la bellezza della invocazione di Bernardo, contenuta nel XXXIII canto del Paradiso, stando al Monte Carmine, ai piedi di Maria!”                       
(don Giuseppe Greco)

  Celeste Mamma, ora proprio che dovrei considerarmi uomo, mi sento più piccolo, infinitamente debole, perciò nella mia vita Sacerdotale, anzi fin da poidomani, quando legherò per sempre il mio cuore a quello di Gesù, stringetemi fortemente a Voi, poneteVi a custode del mio cuore; che sia o tutto di Cristo, o che cessi la sua vita. Siatemi guida nella mia inesperienza, in una parola, Vergine Santa, siatemi Mamma! (30 giugno 1950)

 

9. La montagna
“Di salute cagionevole, era solito, per un mese all’anno, ritemprare il corpo e lo spirito sulle vette alpine, dove raccoglieva orizzonti più alti per lo spirito e nuova tempra per le energie fisiche logorate nel corso dell’anno. Rientrato in parrocchia si rituffava, senza risparmiarsi, nel lavoro sempre difficile e talvolta aspro del governo delle anime”    
(Vincenzo Verrastro)

Ogni giorno m’innamoro sempre più delle montagne e vorrei, se i miei studi me lo permettessero, passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la grandezza del Creatore (Pier Giorgio Frassati, 6 agosto 1923).

10. La stagione della contestazione
La nomina a parroco di don Mimì coincide con l’inizio di uno dei momenti più controversi non solo della storia italiana, ma dello stesso cattolicesimo. Il 1967 è l’anno che precede il “sessantotto”. Al di là dei richiami simbolici a quello che è rimasto nella memoria come l’anno della contestazione, siamo alle porte di cambiamenti epocali nel costume sociale e nei comportamenti religiosi, che aprono la strada all’odierna secolarizzazione. Le campagne referendarie per l’abrogazione delle leggi sul divorzio e sull’aborto rivelano anche nel mondo cattolico la presenza di sensibilità diverse rispetto a questi temi. All’interno dell’Azione Cattolica si registrano gli esiti diversi prodotti da questo intenso passaggio. Non poche ferite producono le scelte di alcuni di abbandonare proprio in questi anni qualunque riferimento religioso
  Anche ad Avigliano si manifestarono, sul finire degli anni sessanta, i segni della progressiva secolarizzazione, favorita dalla radicale contestazione delle istituzioni sociali e dall’insofferenza verso ogni forma di autorità che scalfivano la sua religiosità tradizionale. Di qui l’impegno di don Mimì “per la difesa dei valori cristiani da radicare in una coscienza salda sui motivi della fede e della coerente sua estrinsecazione nella vita. Devono interpretarsi anche in questa chiave il suo moltiplicato impegno per i giovani e per gli adulti e le varie iniziative in tal senso realizzate nella parrocchia sui temi della formazione cristiana e della testimonianza di essa nella vita individuale e sociale”           
(Vincenzo Verrastro)

11. Un dono per la Chiesa
“Capita non poche volte che dopo la morte di alcune persone emergono tutte quelle virtù che in vita venivano disattese e non manca chi, negli elogi funebri, enfatizza tanta virtù spesse volte inesistente, per cui diventa difficilmente credibile ciò che si afferma o, per lo meno, si dà al discorso il puro valore di un sermone di circostanza. Ma accade anche il contrario: di persone delle quali in morte o dopo morte non si riesce a dire compiutamente quel che sono state in vita. Ed ecco che si avverte il bisogno di ricordarle, anche a distanza di anni, perché, nel frattempo, è emerso tanto da dire e da apprendere dalla loro vita terrena.
Don Mimì Mecca appartiene a questa seconda categoria di persone. Su di lui, oltre quello che è stato già ricordato, vi è ancora tanto da dire. Il suo esempio ed il modello della sua vita hanno una splendida attualità per quanti l’hanno conosciuto e per quanti non l’hanno sufficientemente apprezzato e seguito quand’era in vita” 
(don Giuseppe Greco).

12. Un popolo lo piange
“Ricordo che poco prima della sua morte, a Roma, presi alloggio alla Casa del clero in via della Traspontina e, recandomi giù per la cena, trovai don Mimì seduto a un tavolo e, di fronte a lui, un numero consistente di flaconi e di scatolette varie di farmaci. Lo salutai con l’affetto di sempre e poi, in maniera poco convinta, lo invitai a buttar via tutto e a chiedere piuttosto qualche buona pietanza. Lo feci in maniera poco convinta, perché sul suo volto leggevo i segni del grave male che lo affliggeva. Parlava a stento, ma perfettamente lucido, consapevole del suo male ma fortemente disposto ad accettarne le conseguenze che, purtroppo, non si fecero attendere se non poche settimane”       
(don Giuseppe Greco)

Quando un popolo piange il suo parroco, è segno che al di là delle apparenze e dei contrasti che non mancano mai nella vita d’una comunità, lo sentiva totalmente suo, lo portava dentro gelosamente, ne era come segnato e contagiato. È successo ad Avigliano, il 31 maggio. Un popolo composto e commosso gremiva la chiesa madre stringendosi attorno al feretro di don Domenico Mecca, aviglianese, 56 anni, sacerdote da 32, parroco da 14. Un prete asciutto e sereno, dal volto forte, ascetico e aperto, che univa ad una salute fragile e delicata un carattere forte e adamantino, radicato nella fede come una quercia e capace di sorridere come un bambino, rigoroso ed esigente con sé prima che con gli altri, coerente a volte fino alla durezza; un uomo che sapeva pregare e soffrire, agire e riflettere, discutere e consigliare come un vecchio saggio biblico, ed aprirsi alle vie nuove dell’apostolato e della comunità sociale con lo stupore dei semplici e l’entusiasmo dei giovani; tanto appassionato del Vangelo e della Chiesa da custodirne gelosamente l’orientamento fin nella lettera, fedele fino allo scrupolo, generoso fino all’estremo sacrificio
(Gerardo Messina, 10 giugno 1982).

 

Fra pochissimo tutte le relazioni, le foto della manifestazione e le diapositive su don Mimì sul sito dell'ANSPI.

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