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Laici di AC: essere cristiani oggi in un tempo che cambia

 

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Contributo dell’Azione Cattolica di Avigliano in vista dell’assemblea diocesana elettiva *

Chi siamo

Sappiamo di essere associazione, di essere soggetto pastorale, di essere per il mondo. Il punto critico è che le nostre attività si riducono ad alcuni momenti canonici: gli incontri settimanali dei gruppi, i raduni diocesani, le feste dell’ACR, e spesso nient’altro. La quotidianità risulta assente dalla nostra vita associativa.

L’argomento su cui dovremmo interrogarci, come singoli e come associazione, è proprio questo: perché è assente la vita quotidiana dalla nostra associazione?

 

Il metodo della condivisione

Una possibile risposta a quest’interrogativo è che manca il senso della condivisione. Il nostro Statuto ci ricorda che l’AC «intende realizzare nella vita associativa un segno della unità della Chiesa in Cristo» e che in essa la vita associativa «si organizza in modo da favorire la comunione fra i soci e con tutti i membri del Popolo di Dio, e da rendere organico ed efficace il comune servizio apostolico» (art. 4).

Il rischio che corriamo è quello di vivere l’AC come un qualunque circolo culturale, nel quale ci si incontra per programmare insieme qualcosa (un convegno, una mostra, un concerto) ma non per condividere la fatica e la gioia di vivere il Vangelo da cittadini del nostro tempo. Se manca la comunione all’interno dell’associazione, se viene meno questo “metodo della condivisione”, che è il senso della quotidianità, come possiamo pretendere di “vivere pienamente la nostra umanità nella società attuale fatta di grandi speranze e di grandi contraddizioni allo stesso tempo”, di “vivere fino in fondo nella società assumendoci la responsabilità di cittadini, e conciliare questo con il messaggio evangelico”?

 

Essere laici oggi

Dovremmo tornare a riflettere sul tema della laicità, che è qualcosa che ha a che vedere con la quotidianità. La presenza dei laici nella Chiesa non è sufficiente se poi viene meno la qualità di questa presenza, se non vi è la piena consapevolezza del ruolo che il laicato deve avere nelle nostre comunità e nelle nostre associazioni. Il compito irrinunciabile di noi laici deve consistere “nel tradurre l’esperienza in riflessione, in giudizio articolato; nel far cogliere la storicità della vocazione cristiana, nell’aprire gli occhi e attrezzare le menti a leggere la realtà circostante” (E. Preziosi, in Segno nel mondo, n. 8/2001).

La realtà che osserviamo nelle nostre comunità rivela il moltiplicarsi di esperienze di aggregazione promosse da soggetti non confessionali (volontariato, ecc.), in ambiti tradizionalmente appannaggio della Chiesa, a fronte di un arretramento della parrocchia e dell’associazionismo cattolico dalla pastorale ordinaria e da quelli che si definiscono “ambienti di vita”.

Se questa è la realtà, vuol dire che altri sanno leggere meglio di noi i “segni dei tempi”, pur disponendo il mondo cattolico di talenti non inferiori. Anche gli educatori dell’ACR fanno cose notevoli, ma se l’organizzazione non supporta i pochi responsabili di buona volontà, allora questi rischiano di “scoppiare” perché fanno fatica a reggere il peso dei troppi impegni. L’AC ci ha insegnato che prima occorre programmare e poi realizzare.

 

Quale associazione

Il futuro della Chiesa e della nostra associazione è nell’“oratorio”, non inteso però nel significato classico del termine, ma come “luogo” in cui le persone possano tornare ad incontrarsi, a parlare, ad ascoltarsi. Per far questo occorrono però persone preparate, mature nella fede, in una parola “formate”.

Il discorso torna sempre alla formazione, che rappresenta l’intuizione fondamentale dell’AC e l’impegno che tutti assumono al momento dell’adesione (art. 3 Statuto).

Si sente spesso ripetere in giro che in AC si fanno troppe riunioni, che l’AC è solo un gruppo “chiuso”, che l’incontro settimanale dice poco a chi vi partecipa.

Pur riconoscendo che quello delle “troppe riunioni” è un problema degno di attenzione, la cui soluzione è da ricercare nella programmazione, cioè nella capacità di utilizzare al meglio le tante risorse e capacità presenti in associazione evitando il rischio di disperderle in mille rivoli, va detto però che l’accusa di essere troppo “chiusi” all’interno spesso nasconde un equivoco sul significato della formazione.

 

La formazione per la missione

Non si può essere “laici associati per la missione” se prima non siamo associazione per la formazione. Se viene meno la nostra formazione a tutti i livelli non saremo AC. La formazione si svolge necessariamente attraverso riunioni o incontri e potremo anche sforzarci di trovare modalità nuove, ma la base resta quella. Non ci illudiamo (e non auspichiamo) che le nuove tecniche di comunicazione virtuale possano sostituire del tutto le tradizionali forme di relazione, basate sull’incontro interpersonale.

Il problema allora non consiste nelle troppe riunioni, ma nel poco tempo che, come singoli e come associazione, dedichiamo alle cose veramente essenziali, che sono poi quelle sulle quali ci invitava a riflettere la presidente nazionale Paola Bignardi all’inizio di quest’anno associativo 2000-2001 (cfr. Sui sentieri dell’uomo... cercatori di Dio, in Nuova Responsabilità, n. 5/2000).

Solo una fede maturata dal confronto quotidiano con la Parola e irrobustita dalla formazione può aiutarci a vincere le tentazioni dell’essere cristiani oggi: la mondanizzazione, la ritualizzazione, la burocratizzazione della fede.

Solo la gioia che nasce dall’avere incontrato veramente Cristo in questo tempo, l’unico che ci è dato da vivere (il nostro mondo d’oggi, la nostra vita quotidiana), può trasformarci in missionari, cioè in uomini e donne capaci di annunciare ai fratelli che questo è un tempo di grazia perché continua ad essere misteriosamente abitato da Dio.

Questo significa “ritorno all’essenzialità della fede”. Essenzialità che si manifesta anche nel recuperare il senso della festa (oggi purtroppo trasformata in “festività”) come momento da vivere “per” e “con” gli altri, con i fratelli. Troppo spesso il giorno del Signore, giorno di festa per eccellenza, diventa l’occasione per ritagliarsi uno spazio solo per noi, per la nostra individualità.

Essenzialità è anche far nostro lo stile dell’accoglienza, di tutti, del buono e del brutto, del bravo e del meno bravo.

Comprendiamo allora che il problema non sta nelle troppe riunioni ma nella “qualità” del tempo che decidiamo di dedicare all’AC. Come utilizziamo questo tempo, quanto di questo tempo viene utilizzato per portare l’AC vicina alla gente?

L’impressione è che molti vivono l’AC non come “luogo” per aprirsi agli altri, ma come porto sicuro in cui trovare riparo per la propria fede timorosa del tempo che cambia. Se è vero che molti dei nostri aderenti animano realtà sociali e culturali non legate all’associazione, operando all’esterno scelte che ben potrebbero essere fatte all’interno dell’AC, forse vuol dire che la formazione che si fa in AC non riesce ad essere una formazione integrale, non aiuta i nostri aderenti a comprendere che non deve esservi cesura tra fede e vita, ma che riuscire ad “impregnare dello spirito evangelico le varie comunità ed i vari ambienti” (art. 2 Statuto) è il fine stesso della formazione cristiana.

La dimensione culturale poi deve tornare ad essere una componente essenziale del cammino formativo della nostra associazione, nel momento in cui ci scopriamo minoranza all’interno di una società multireligiosa e secolarizzata. Occorre riproporre in forme nuove quella “circolarità virtuosa” fra cultura alta e cultura popolare che ha caratterizzato le migliori esperienze del movimento cattolico del secolo scorso ed ha animato gli sforzi di tanti protagonisti (alcuni dei quali, come don Giuseppe De Luca, nostri conterranei) impegnati a riscattare la cultura cattolica da una situazione di minorità in cui era stata costretta dalle forze antireligiose e laiciste nella seconda metà dell’Ottocento. E la storia secolare dell’AC testimonia come la Chiesa si sia servita della nostra associazione per educare generazioni di cristiani ad assumere un ruolo attivo nella società in vista di quell’animazione cristiana del mondo che rimane il centro della vocazione dei christifideles laici. In questo senso va letto l’invito del Papa a sciogliere gli ormeggi e prendere il largo (duc in altum!).

 

A partire da noi: la responsabilità associativa

Se vogliamo che l’AC torni ad essere luogo in cui gratuitamente le persone si possano incontrare e crescere nella fede in Cristo Signore, c’è bisogno « di chi si prenda cura di avviare la costruzione delle case associative, di chi fa da riferimento per il cammino che si intende percorrere insieme, di chi tiene aperti i collegamenti con altri». Dobbiamo riscoprire allora la responsabilità come servizio indispensabile alla «crescita di una rete associativa, ecclesiale e civile che sia stabile e quindi riesca a offrire un riferimento continuativo» (Aci, Adulti si diventa. 6 parole per i laici cristiani del terzo millennio, p. 58). Questo vuol dire prima di tutto interrogare noi stessi sul significato che vogliamo dare al nostro essere responsabili in AC.

Il rischio che si corre puntualmente al momento del rinnovo delle cariche associative è di considerare i responsabili come persone a cui delegare tutto il lavoro. Lasciare che il passaggio del testimone si risolva in un azzeramento delle precedenti dirigenze, significa disperdere un grande patrimonio di esperienza e di sensibilità e costringere i nuovi responsabili a ripartire “da zero”. E’ l’errore che dobbiamo evitare in vista della imminente scadenza di fine triennio.

A questo discorso si lega anche l’opportunità di avviare una riflessione sull’impoverimento che le nostre associazioni subiscono nel passaggio di molti aderenti dalla scuola superiore all’università per la scelta di sedi di studio extra regionali. Continuare a mantenere i contatti con tanti aderenti e simpatizzanti che risiedono fuori regione per motivi di studio, e spesso anche di lavoro, ci aiuterebbe sicuramente a ritrovare a distanza di qualche anno amici ancora motivati e utili all’associazione.

Il discorso della responsabilità ci porta anche ad esaminare il rapporto con i sacerdoti e assistenti. Riconosciamo che oggi ai preti manca il tempo per dialogare con i laici. Se è vero che la Chiesa viene ormai percepita dalla maggioranza delle persone (alle quali noi stessi non ci preoccupiamo di dare una formazione diversa) alla stregua di una qualsiasi agenzia di servizi, alla quale rivolgersi solo in alcune circostanze, è inevitabile che la vita spirituale delle nostre parrocchie risenta di questo quadro sociale, al punto che gli stessi sacerdoti stentano a dare una chiara direzione al proprio ministero. Tutto questo non può non riflettersi anche sul rapporto della nostra associazione con la parrocchia nella quale si trova inserita. Ma un’associazione di laici adulti nella fede, quali aspiriamo ad essere noi di AC, non può venir meno alla missione “profetica” di parlare con la chiarezza e la carità che la Parola di Dio ci suggerisce anche nelle situazioni più difficili nelle quali ci è dato di operare. La stessa Parola che in altre circostanze ci illumina sulla necessità di  rinunciare a parole che feriscono per far “parlare” l’esempio di una condotta retta agli occhi di Dio.

Con la carità e con la verità è necessario aiutare i sacerdoti a far crescere noi laici, arrivando anche a pretendere da loro di fare i sacerdoti, senza confusione di ruoli, ed evitando al tempo stesso la tentazione alla clericalizzazione, spesso ricorrente nei laici.

 

Non possiamo pensare di ricostruire l’identità dell’AC oggi, se ignoriamo cosa è stata storicamente l’AC. Non possiamo guardare al futuro senza considerare quello che siamo, la nostra storia la nostra vocazione. Lo Statuto del 1969 - punto di arrivo di una determinata esperienza storica del laicato organizzato e insieme tentativo di rileggere questa esperienza alla luce del Concilio Vaticano II - ci ricorda che siamo una associazione di laici impegnati al fianco della Chiesa, per raggiungere i suoi stessi fini, che abbiamo fatto la scelta religiosa, che collaboriamo con la Chiesa diocesana tramite le parrocchie e le associazioni parrocchiali, e che la formazione è lo strumento con il quale insieme ricerchiamo nuovi modi di proporci nei diversi “ambienti di vita”. Su queste note qualificanti non torneremo mai troppo a riflettere perché, se ce ne dimentichiamo, corriamo il rischio di fare ancora più confusione e, soprattutto, rischiamo di fare altro e non fare ed “essere” AC.

Se però dovessimo dire con una sola parola cosa è per noi l’AC, non vorremmo nemmeno dire: un’associazione di laici, ma semplicemente: “crescita”. Ecco, l’AC che noi vogliamo è una casa associativa che sia per tutti luogo di crescita nella fede.

 

 

Giugno 2001

 

* Questo testo costituisce l’elaborazione del dibattito che si è svolto nel corso dell’assemblea parrocchiale del 5 maggio 2001 e tiene conto degli inteventi di Gaetano Caino, don Cesare Covino, Lello Colangelo, Vitina Ferrara, Cosimo Perrotta, Marilena Rosa, Pietro Rosa, Carmen Salvatore.  E’ un contributo alla riflessione avviata dalla Presidenza Diocesana di Azione Cattolica in vista del rinnovo delle cariche associative.

 

 

Il nostro animatore modello non è così

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