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Il racconto di Franco al campo di Rrushbull
Mercoledì
21 aprile partimmo da Prato per recarci al porto di Ancona, io e
Cristiano con un fuoristrada, Massimo e Maurizio con un furgone
carico di materiale che Paolo già presente in Albania ci aveva
richiesto.
Durante il viaggio in autostrada mi colpirono alcuni elicotteri
Apache che stavano atterrando all'aeroporto di Falconara, in quel
momento ci rendemmo conto quale realtà stavamo per vivere
in quella breve settimana. Arrivati al porto trovammo la nave
"Espresso Venezia" prontaper la partenza. Finite le
operazioni di imbarco salpammo senza problemi, subito dopo il
Capitano della nave ci avvisò che avremmo trovato il mare grosso e
così furono 19 ore di navigazione allucinanti. |

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A Durazzo
trovammo Paolo (nostro amico e collega) ad aspettarci con i lasciapassare
diplomatici che resero molto più brevi le operazioni doganali. Con Paolo
c'erano i carabinieri che ci scortarono fino al campo profughi di
Rrushbull. Durante quei 10 chilometri che mi separavano da Rrushbull ebbi
delle sensazioni indescrivibili: la miseria era tale da rendere penosa
qualsiasi cosa ci fosse, le strade erano dissestate, piene di buche e
tutte piene di fango, ai bordi di esse c'erano solo discariche e fabbriche
abbandonate. Giunti a destinazione una cosa che mi colpì molto furono
alcune centinaia di persone fuori del cancello ad aspettare di trovare un
posto sicuro sotto una tenda insieme agli altri nel campo.
Quest'ultimo era molto ordinato, aveva una buona illuminazione e le tende
erano disposte in modo allineato, il terreno invece di essere fangoso era
cosparso di pietrisco rendendolo più igienico e camminabile. Appena
arrivati salutammo la squadra di volontari che ci aveva preceduto e ci
passarono subito le consegne.
Dopo poco tempo Paolo ci dette i compiti da svolgere: io e tre volontari
di Lastra a Signa (Marco, Samuele e Francesco) dovevamo mettere a catasto
i profughi presenti dei quali 1872 erano già stati censiti. Il nostro
lavoro veniva reso difficoltoso perché i Kosovari ospitavano parenti e
conoscenti nelle loro tende a nostra insaputa tant'è vero che arrivavamo
a servire oltre 2500 pasti. L'escursione termica in quella zona era
tremenda con l'arrivo della notte la temperatura calda del giorno
precipitava e iniziava a piovere fino all'alba del giorno successivo.
A tarda sera ci incamminammo verso l'albergo seguendo alla lettera
l'indicazione dei carabinieri cioè di tenere sempre i lampeggianti
dell'auto accesi per evitare sorprese lungo il percorso. Arrivati
all'hotel Florida dopo una lunga bagarre ci furono assegnate le
camere. L'albergo era a ridosso del mare nascosto in una pineta.
"albergo", secondo me, si chiamava così per modo di dire
sembrava una ex colonia del regime priva di servizi igienici e docce dove
l'acqua arrivava in due fasce orarie di tempo nelle quali noi eravamo al
campo, tanto che la prima doccia l'abbiamo fatta dopo tre giorni con
l'acqua minerale. Dormivo in una stanza con Cristiano dentro un sacco a
pelo su di un materasso perché non c'erano né lenzuola né coperte. A
farci compagnia c'era un gallo che aveva smarrito la sveglia e cominciava
a cantare da mezzanotte fino al mattino. Il giorno seguente pioveva a
dirotto, all'arrivo cominciammo a lavorare duramente: servimmo la
colazione per più di 2500 persone fra dentro e fuori dal campo, spianammo
il terreno con il pietrisco e montammo le tende a tutt'andare insieme ai
kosovari persone molto disponibili a lavorare con noi.
Nacquero le prime amicizie soprattutto con i bambini che erano sempre
molto affettuosi: c'era Baggio soprannominato così perché era sempre con
il pallone in mano e voleva giocare, c'era Adelin una bambina bionda e
tutta riccioli con gli occhi chiari come il mare e sempre sorridente. Poi
c'erano ragazzi e ragazze più grandi come Erato, Alma e altri che
andavamo a prendere alle scuole di Durazzo per farci da interprete e poi
ancora Ardita, Shkendijc e Dia quest'ultima prima che la scacciassero da
Gjacova lavorava come odontotecnica in uno studio e qui al campo
aiutava la dentista nell'estrazione dei denti. Si era creato veramente una
grande famiglia, ricordo in particolare una notte che Paolo ci aveva
assegnato la sorveglianza del campo, verso tarda sera girando fra le tende
in una piccola piazzola c'era un tavolo di legno fatto con gli avanzi dei
pancali e attorno a questo una decina di persone, che mi invitarono a
unirmi a loro una signora anziana ci portò del caffè, poi ad uno ad uno
tutti raccontarono una storia, tutti parlarono delle loro sventure, tutti
avevano perso qualcuno, alcuni lo facevano con le lacrime agli occhi, ma a
nessuno mancava il coraggio di affrontare il domani e tutti speravano di
tornare presto nella loro terra. I giorni passavano in fretta con nuovi
problemi che prontamente cercavamo di risolverli alla fine della
settimana avevamo censito 2178 persone e allestito 234 tende, costruito
una tettoia la distribuzione dei pasti e montato un piccolo
parco giochi per i bambini.
Arriva il giorno della partenza (il momento più triste) scattiamo alcune
foto, si vedono le prime lacrime, alcuni bambini ci consegnano delle
letterine, una ragazza mi fa dono di un piccolo oggetto e mi prega di
tenerlo come ricordo dicendomi che è un portafortuna , lo prendo per non
offenderla ma penso che ne avesse più bisogno lei, poi gli abbracci e i
pianti ce ne andiamo senza voltarsi con un groppo alla gola e la speranza
di tornare presto.
Questa per me è stata un'esperienza che mi ha toccato veramente nel
profondo del cuore e che non dimenticherò mai.
Franco

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