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DragonBall, Dragonball Z, Dragonball GT, Bulma, Vegeta e tutti gli altri personaggi sono proprietà di Akira Toriyama, Bird Studio e Toei Animation.

Queste fanfictions sono state create, senza fini di lucro, per il puro piacere di farlo e per quanti vorranno leggerle.

Nessuna violazione del copyright si ritiene, pertanto, intesa….

 

 

 

SONO IL TUO UOMO

By Aresian

 

 

Un’adolescenza persa all’inseguimento di chimere, quali il fidanzato ideale e le Sfere del Drago, sfociata in un’amicizia che mai avrebbe scordato. I suoi ventanni trascorsi ad inseguire le folli imprese di scalmanati guerrieri dai poteri eccezionali. La minaccia dei cyborg e di Cell. Poi il folle disegno di Babidi e il risveglio di  Majinbu. La distruzione della Terra, la morte, il ritorno alla vita. Difficile esprimere a parole quanto l’animo di una donna, di una fragile, per quanto tenace, donna terrestre, possa essere stato influenzato e plasmato da quegli eventi. Troppe cose accadute nella sua vita per non segnarne il corso e il carattere. Oramai è matura, come mai avrebbe sospettato di essere. Ha ereditato un Impero economico e tecnologico che farebbe tremare i polsi, per la sua enormità e complessità, del più abile uomo d’affari, ma non i suoi, non quelli di Bulma Briefs. Lei sembra nata per questo. Per quel potere che deriva dal conoscere a fondo se stessi e gli altri, tanto da permettersi di gestire un Holding internazionale con la stessa facilità con la quale ci si veste la mattina. Questa è adesso, Bulma Briefs. Ma c’è qualcosa che indubbiamente, e subdolamente, può incrinare la sua corazza. La sua sicurezza. E quel qualcosa, o meglio, quel qualcuno ha un nome…Vegeta, il contraltare della sua anima.

Anni trascorsi a cercare di capirlo, come forse nemmeno lui stesso ha mai osato fare. Anni persi a cercare di farsi amare e, quando si era convinta di esserci riuscita, ecco che lui le sgusciava nuovamente tra le dita.

Aveva amato quel sanguinario saiyan con tutta l’anima, e ancora lo amava. Aveva sofferto la sua indifferenza, ma non tanto nei primi tempi, i primi anni. Troppo incosciente e spavalda per soffrire. No, aveva preso la sua partenza, quando portava in grembo il loro primogenito, con la fredda lucidità di una donna che non ha niente da perdere. In fondo, era stato solo sesso. Spettacolare, appagante e dannatamente piacevole, ma solo sesso, per entrambi. A mancarle non era stato il suo amore, mai lo aveva avuto. Neanche la sua presenza, giacchè solo nel letto parevano trovare un terreno comune e per il resto quasi si ignoravano. No, a mancarle per quei mesi di lontananza, di abbandono, era stato il suo magnetismo e quel suo corpo che desiderava come mai aveva desiderato quello del fidanzato di una vita. A mancarle era stato il suo incrollabile orgoglio, quella spaventosa forza d’animo che mai lo abbandonava e che lo spingeva ad ergere un muro tra sé e gli altri. Per questo, quando era tornato e l’aveva bellamente ignorata, anzi lasciata al suo destino nelle mani di C-20, senza muovere un dito, non aveva sofferto. No. Vegeta era così. Lei lo sapeva e le stava bene. Era sempre stata troppo indipendente per curarsi della sua totale mancanza di tatto e di interesse. Tutto era cambiato quando era arrivato Trunks. Non il fagottino che allatava al seno. No, piuttosto quel ragazzo dai capelli lavanda, giunto dal futuro come una ventata d’aria fresca e carico di consapevolezza che, inconsciamente o volutamente, aveva trasfuso in entrambi i genitori, rendendoli improvvisamente vulnerabili e scoperti l’uno nei confronti dell’altro. Allora, solo allora, Bulma aveva scoperto quanto Vegeta fosse importante per lei. Aveva atteso paziente che lui facesse ritorno da lei. Lo aveva accolto con sollecitudine, accudito e spiato nel suo tormentoso e travagliato post Cell-game. L’aveva visto crescere loro figlio con cipiglio freddo e altero, ma con un luccichio d’orgoglio negli occhi che aveva inteso come amore. Era quasi giunta alla convinzione che Vegeta fosse diventato “normale” , che potesse essere un “vero” compagno per sé e un padre per il figlio, quando era giunto Majinbu. Il Vegeta del Torneo Tenkaichi l’aveva sconvolta. Sembrava che tutti gli anni trascorsi a scalfirne la corazza, ad ammorbidirne l’arido cuore, fossero stati spazzati via, in un solo istante, in un gesto assurdo e barbaro, mentre l’uomo che amava uccideva, senza alcun apparente rimorso, centinaia di persone, innanzi ai suoi occhi. Eppure aveva pianto, pianto disperata alla notizia della sua morte. Ancor prima di scoprire com’essa fosse avvenuta. Come fosse stato il più grande gesto d’amore che un uomo potesse compiere, dare la vita per le persone care. Quell’annuncio aveva rappresentato la sua vera sconfitta. Quando finalmente Vegeta aveva capito… aveva accettato se stesso e il “suo” amore per lei, se n’era andato e questa volta per sempre. Ma il destino aveva concesso loro un’altra possibilità. Lui era tornato. Il Drago lo aveva riportato in vita. Da allora niente più dubbi, niente più insicurezze. Adesso, niente poteva turbare la pragmatica, saccente e fiera Bulma Briefs… O almeno credeva….

 

Ora, dopo quattro anni, eccola lì. In quel freddo mattino di gennaio, con il viso sferzato dal gelido vento invernale, innanzi a quelle due fredde bare. Per un assurdo gioco del destino, i suoi genitori, amati ma senza mai darlo troppo a vedere, erano morti, lasciando in lei un vuoto che non credeva di poter sentire.

“Cenere alla cenere, polvere alla polvere…” recitava intanto il prete, ma Bulma non lo ascoltava. Tutto il suo genio, le sue indubbie conoscenze scientifiche, i suoi soldi, non avevano potuto ne saputo salvarli. Li aveva persi… semplicemente e tristemente questo. Nient’altro.

Si riscosse, il prete doveva averle detto qualcosa. Con un’espressione confusa sul volto, si girò a cercare aiuto negli amici di sempre. Incrociò lo sguardo addolorato di Krili e il fiore che teneva tra le mani. Allora comprese, era giunto il momento dell’addio. Come un automa posò la rosa diafana, sulla bara della madre e quella rossa su quella del padre, mentre le due bare, mestamente, venivano calate nel terreno.

Trunks, gli occhi arrossati dal pianto, sostava triste al suo fianco. Era logico, era molto affezionato ai nonni che, specie nei primi anni, lo avevano accudito come un figlio non facendogli mai mancare nulla, innanzi tutto l’affetto.

“Ci dispiace tanto, Bulma” disse ad un tratto Goku, strappandola ai suoi pensieri.

“Se avete bisogno di qualcosa non esitare a chiedermelo” proseguì in tono accorato l’amico.

Bulma annuì meccanicamente. Al momento non aveva la più pallida idea di cosa avrebbe potuto farla sentire meglio. Come un automa strinse mani, ricevette condoglianze, le solite vuote frasi di circostanza dette spesso con malcelato imbarazzo. Detestava essere compatita, o peggio, guardata con un misto di tristezza e pietà. Quando anche l’ultimo amico si fu allontanato restò finalmente sola, per quell’intimo addio che ancora non era riuscita a dare. Dieci minuti dopo, il cappotto chiuso fino al collo e il figlio al fianco, Bulma lasciava il cimitero, diretta a casa. Vegeta, al solito aveva brillato per la sua assenza. Inutile sperare che l’accompagnasse al funerale, il saiyan non lo avrebbe mai fatto. Non era nel suo stile. Ci era abituata ma chissà perché quel giorno, quella sua freddezza, l’aveva ferita. Si sentiva stanca e stranamente vulnerabile. Era come se tutte le sue certezze fossero andate in fumo nel momento stesso in cui un agente di polizia le annunciava l’incidente mortale. Smarrita aveva cercato lo sguardo del compagno per scoprirlo freddo e impassibile, come sempre.

 

Appena varcarono la soglia della casa avvertirono immediatamente il rumore sordo dei colpi scagliati nel GT. Ecco dove aveva preferito trascorrere quelle ore, Vegeta. Nella sua adorata Graviry Room.

“Mamma, io vado un po’ in camera mia” annunciò Trunks, distogliendola da quei pensieri.

“Certo tesoro. Tra un paio d’ore sarà pronto il pranzo” rispose stancamente la donna. Già, il pranzo, anche se era certa di non essere in grado di ingurgitare un solo boccone.

“Al contrario di qualcuno di mia conoscenza” pensò infastidita. Non aveva dubbi in proposito. Certo la morte dei suoceri non era stata una grave perdita per il saiyan. Non avrebbe perso il suo insaziabile appetito per questo.

A pranzo nessuno parlò. Ognuno perso nei suoi pensieri. Come sospettato dalla donna, Vegeta aveva spolverato tutto quello che che aveva trovato sul piatto e senza fare commenti si era alzato da tavola, pronto ad andarsene.

“Ve… Vegeta?!” balbettò la donna, ferita dal suo atteggiamento menefreghista.

“Che c’è?” chiese il saiyan, fermandosi sulla soglia e voltandosi a guardarla.

Un po’ spiazzata dalla sua calma indolente, la donna chiese “Dove vai?”.

Il saiyan innarcò un sopracciglio perplesso.

“A tirare due colpi con Kaharoth. Perché?” chiese dopo un attimo, tranquillo.

Bulma abbassò lo sguardo. Non voleva che si accorgesse del suo dolore. Non dopo il disinteresse che aveva, fino a quel momento, mostrato.

“Niente” e detto questo si alzò da tavola, a sua volta, e con gesti lenti e stanchi sparecchiò. Ignorando lo sguardo d’ossidiana del saiyan, fissò su di lei.

Passò il resto della giornata nel Laboratorio. Ogni oggetto, anche il più insignificante, le ricordava suo padre. Diffile concentrarsi. Stanca e afflitta decise che era meglio lasciar perdere. Dopo una doccia si cambiò e scese in cucina. La forza dell’abitudine, pensò tristemente. La casa era così silenziosa. Trunks aveva insistito per seguire il padre e da ore i due erano spariti dalla circolazione. Quando tornarono il piccolo era talmente stanco che, divorata la cena, si eclissò nella sua camera, pronto ad una lunga e rigenerante dormita. Vegeta, invece, si appollaiò sulla righiera del balcone, al primo piano, osservando pensieroso le stelle. Molto comunicativo, come al solito del resto.

Bulma, dopo aver riordinato la cucina, si avviò direttamente in camera. Con indosso una pesante camicia da notte, si distese sul letto e accese il televisore, come se qualche stupida telenovela o talk-show potessero distrarla. Mezz’ora dopo, Vegeta la raggiunse. Bulma gli lanciò una breve occhiata prima di cambiare, per l’ennesima volta, canale. Avvertiva il suo sguardo d’ossidiana fisso su di sé. Ci mancava solo che il compagno fosse in vena di una serata di “fuoco”. Non quella sera. Non mentre i corpi, ancora intatti, dei suoi genitori giacevano sotto una fredda coltre di umida terra…

“Vestiti” le disse improvvisamente il saiyan, spiazzandola.

“Come?” chiese allibita.

“Ho detto vestiti. Usciamo” disse lapidario il saiyan, squadrandola con i suoi penetranti occhi neri.

Quella proposta aveva dell’incredibile. Dove diamine aveva intenzione d’andare?

“Ma…”

“Per una volta, donna, non fare storie” ribattè prontamente Vegeta guadagnandosi un’occhiataccia.

“Di un po’, Vegeta. Quando imparerai a non chiamarmi DONNA. Sai che lo detesto” sbottò Bulma infastidita, mentre il sangue prendeva nuovamente a scorrerle nelle vene squotendola da quella strana apatia. Il sorrisetto sghembo che si delineò sulle labbra del Principe la fece infuriare.

“E piantala di sogghignare” urlò stizzita.

“Scegli… o ti cambi o ti porto fuori vestita come sei. Ah, mettiti qualcosa di pesante… non voglio sentirti starnutire per i prossimi cinque giorni” commentò poi ironico, prima di voltare le spalle ed entrare in bagno.

“Razza di arrogante vanesio” borbottò la donna, irritata, alzandosi suo malgrado dal letto ed iniziando a cambiarsi.

Un paio di minuti dopo si ritrovava, infagottata in un pesante cappotto e in caldi pantaloni di lana, tra le forti braccia del saiyan mentre questi, risoluto, decollava dalla loro terrazza.

“Dannazione a te, Vegeta. Ma non potevamo prendere la macchina?” blaterò spaventata, stringendosi al suo petto. Il saiyan non si prese neanche il disturbo di rispondere. Bulma, comunque, ebbe il coraggio di voltare il viso, solo quando lo sentì atterrare. Lanciandogli uno sguardo oltraggiato la donna si volse per capire dove diamine l’avesse portata. Con sgomento realizzò che l’aveva condotta al… cimitero. Proprio innanzi alla fresca tomba dei genitori.

“Che significa?” balbettò confusa.

“Qui sotto ci sono due cadaveri. Sono morti Bulma. Non aspettarli, perché non torneranno” le disse duramente il saiyan, senza ombra di compassione nello sguardo.

“Va al diavolo. Come osi parlare di loro in questo modo? Ti hanno accolto nella loro casa, ti hanno nutrito e vestito per anni” sbraitò la donna, ferita nel profondo da quella frase fredda ed arrogante. Ma la sua invettiva si scontrò contro un muro di freddezza.

“E la cosa dovrebbe interessarmi? Non gliel’ho chiesto io di farlo” rispose tranquillamente il saiyan, lasciandola a bocca aperta.

“Vigliacco…” sibilò la donna furente, scagliandosi contro il compagno, tempestandogli il petto di pugni mentre calde lacrime sgorgavano dai suoi occhi azzurri, rigandole il viso di perlacee scie, rilucenti alla fioca luce dei lampioni. Mai una sola volta aveva pianto in quei giorni. Nessuna lacrima aveva bagnato il suo viso. Solo ora, innanzi al suo disprezzo per quello che le era stato caro, aveva abbattuto le barriere dietro le quali si era trincerata, per non soffrire. Vegeta rimase immobile ad osservare lo sfogo disperato di Bulma, mentre il dolore l’assaliva, come un’ondata di piena placando la sua furia finchè si lasciò scivolare al suolo, sconfitta. Fu allora che il saiyan si fece avanti. Chinandosi innanzi a lei, la prese delicatamente tra le braccia, stringendola al suo caldo e muscoloso torace. Quel calore… quell’aura tanto potente da distruggere un pianeta con un solo alito, ora la permeava e la circondava, protettiva ed accogliente. Senza più riserve, senza più remore, Bulma si aggrappò al compagno sfogando il suo dolore, troppo a lungo represso.

“Piangi, Bulma. Sfogati” le disse semplicemente il saiyan, restando così, immobile, a reggere per entrambi il peso di quella lacerante sofferenza.

Ancora una volta, Vegeta l’aveva sorpresa. Mai, neanche nei suoi più rosei sogni, aveva pensato che lui potesse darle conforto. Era sempre stata lei a consolarlo dopo le sconfitte, dopo ogni tentativo fallito, dopo ogni battaglia. Questa volta, nel suo modo del tutto anticonformista e contorto, era lui che le offriva sostegno. Lui che le leggeva nel cuore e che lottava per alleviarne la sofferenza.

“Vegeta…” bisbigliò cercando le sue labbra in una muta, ma eloquente, richiesta.

Il saiyan accolse l’invito baciandola a lungo, con intensità. Come se potesse, con quel semplice gesto, lavare via il suo dolore. Assaporò l’amaro sale delle sue lacrime e continuò a baciarla finchè non la sentì fremente e tremante tra le proprie braccia. Quando si staccò da lei, la sentì gemere sommessamente. Poi, solo silenzio. Un lungo e significativo, silenzio…

“Torniamo a casa” disse improvvisamente la donna, incrociando il suo sguardo. Voleva solo restare al sicuro, tra le pareti della casa che l’aveva vista crescere e diventare donna. Annuendo il saiyan la prese tra le braccia, pronto a decollare. Bulma, dolcemente, gli cinse le braccia intorno al collo solleticandogli il collo con il caldo respiro.

“Ricordati che nessuno può permettersi di denigrare i miei genitori. Nessuno” lo redarguì dura, rammentando le parole poco edificanti del saiyan.

Vegeta chinò il capo a cercare il suo sguardo e  le sorrise, uno sorriso languido e sensuale.

“Non che li abbia mai apprezzati particolarmente, ma per essere un terrestre tuo padre aveva un’intelligenza sopra la media. Tua madre al contrario era piuttosto svampita, ma cucinava divinamente. Credo che le invenzioni dell’uno e i manicaretti dell’altra mi mancheranno particolarmente” sentenziò placidamente, guadagnandosi un pugno nello stomaco che, in tutta franchezza, neanche sentì.

“Stupido. Comunque non scherzavo, non permetto a nessuno di parlare male di loro, tanto meno a te” ribadì decisa la donna, non volendo cedere a quello che, in tutta franchezza, era il più grande attestato di stima compiuto da Vegeta nei confronti dei suoceri.

“Ma io non sono nessuno…” le sussurrò il saiyan all’orecchio, mordicchiandolo.

A quelle parole un brivido la percorse. Già, come aveva potuto pensare che Vegeta non l’avrebbe aiutata? Che non avrebbe saputo comprendere la sua sofferenza? Semplicemente non era nel suo carattere mostrare quell’interesse in pubblico. Improvvisamente si rese conto di un dettaglio importante…

“Aspetta un attimo. Come diavolo facevi a sapere dove li avevano seppelliti? Non emanano più un aura quindi non potevi percepirli” domandò perplessa.

Vegeta innarcò un sopracciglio, prima di risponderle tranquillamente.

“Semplice. Vi ho seguiti, te e Trunks. Sono rimasto per tutto il tempo in fondo al viale. Lontano da occhi indiscreti e da Kaharoth”.

“Tu c’eri?” balbettò confusa la donna.

“Te l’ho già detto… io non sono “nessuno”. Io sono il tuo uomo e tu la mia donna. Non ti avrei mai lasciata sola. Non questa volta” le disse calmo, prima di decollare.

Bulma si strinse al suo petto. “IO SONO IL TUO UOMO” aveva detto. Una piccola, semplice, frase che ebbe tuttavia il potere di sanare il suo animo ferito. Quell’inaspettata confessione, ne era certa, era stato l’ultimo regalo donatole dai suoi genitori. Sua madre le avrebbe certamente detto “Io lo sapevo tesoro. L’ho sempre detto che era l’uomo giusto per te”. Sorridendo, Bulma lanciò un ultimo sguardo alle due lapidi. Ora poteva lasciarli, finalmente, riposare in pace. Non era sola, Vegeta era con lei.

 

 

- FINE -

 

N.d.A.:

Questa fanfiction è un po’ diversa dal mio solito “cliché”, specie nell’ambito delle Autoconclusive. Ma proprio per questo l’ho amata particolarmente. Fatemi sapere se vi è piaciuta… ovvero se l’avete trovata orribile….eheheh!!!! L’e-mail la conoscete… per chi non la sapesse: aresian_vssj@hotmail.com

Aresian

 

 

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