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Roberto Furlani

AUTOMACRAZIA

Uomini e macchine. Ricordate "Acciaio" di Bradbury? Cosa altro c'e' da dire dopo il ciclo dei robot di Asimov, dopo i lavori in pelle di Blade Runner, dopo Metropolis? Sembra non esserci aspetto del fenomeno uomini e macchine che non sia gia' stato trattato dai maestri del genere molto tempo fa.
Ed eccolo, il lavoro del grande Roberto, a trattare dello stesso tema ma a costruirsi una splendida nicchia tutta sua, distante dai lavori citati, per meta' racconto disperato, come Acciaio, per meta' spietatamente logico, come i robot del Buon Dottore, per meta' giallo, come Blade Runner, e per meta' sociologico, come Metropolis. Oops, lo so, ci ho infilato qualche meta' di troppo, e' vero... 8-)
E forse e' per il fascino di quelle meta' di troppo che il racconto e' arrivato finalista a Courmayeur...
Ovviamente, trattandosi di un Furlani puro, l'ambientazione e' l'Europa che caratterizza i suoi mondi, e lo stile e' secco e privo di fronzoli, efficace, come il protagonista. E i cartelli automacratici sono dei piccoli capolavori... Ne cito uno per concludere: LO STATO VI AUGURA BUON VIAGGIO. E buona lettura.
Gianni Sarti

L’enorme stanzone della fabbrica non era certo un bello spettacolo. L’esplosione lo aveva devastato, su questo non c’erano dubbi e Phil Conrad aveva le sue buone ragioni per essere nervoso. Stava fumando una sigaretta, visibilmente turbato per quello che stava lì, sotto i suoi occhi. Ne aveva ben donde, dopotutto: anche se avesse ricevuto in futuro l’indennizzo dall’assicurazione, i giorni di “non produzione” non sarebbero stati più recuperati, il che significava che un bel po’ di quattrini sarebbero andati persi.
Conrad era un uomo calvo, con degli occhiali spessi e le labbra eccessivamente carnose; un tipo gracile, uno di quelli che si vedono in giro e che non vengono notati perché assolutamente comuni, anonimi. Era strano che un uomo dall’aspetto così insignificante fosse riuscito a diventare un imprenditore di primo rilievo.
I due artificieri che erano con lui, invece, non sembravano affatto inquieti: in tutta la loro carriera avevano visto corpi di persone mutilate, o morte per una scheggia che aveva raggiunto il cuore, oppure sotto le macerie di un edificio saltato in aria.
Era ovvio che i due non potevano inorridirsi per quello che stavano vedendo, e neanche trovare parole di conforto per Conrad, visto che l’esplosione aveva causato solamente la distruzione di macchine da lavoro e di robot. Specialmente Thomas Poriavy aveva fatto il callo a quel genere di cose: aveva una quarantina d’anni e da venti faceva l’artificiere. Aveva i capelli castani che raggiungevano la base del collo e la corporatura sufficientemente robusta, molto più di quanto fosse quella del suo esile collega, un ventenne con tanto spirito d’azione ma con poca esperienza.
Stavano controllando in giro per capire se ci fossero altre bombe e se trovavano qualche indizio che facesse capir loro che razza di bomba fosse stata usata.
-Sia dannato...- bofonchiò Conrad tra una boccata e l’altra -Sia dannato quel maledetto che ha fatto questo...-
-Su, coraggio.- disse l’artificiere più giovane -Lei è ancora vivo, questa è la cosa più importante.-
L’aveva detto con un sorriso che aveva un che di malizioso, quasi provasse un piacere sadico nel vedere come quel tipo soffriva soltanto per la perdita di alcuni robot da lavoro. E poi Conrad era ricco, motivo in più per godere nel vederlo tanto agitato.
-Lei ha molti nemici.- disse Poriavy.
-È una domanda o un’affermazione?- chiese Conrad, che poi diede un’altra profonda boccata alla sigaretta.
-Un’affermazione, signor Conrad. Non sarà facile capire chi ha combinato questo macello.-
-No?- fece l’imprenditore, furioso -Glielo dico io chi è stato: Raul Hospen, quello della “Drill and Screwdriver”, che da anni tenta di far diventare la sua azienda la prima nel settore del fai-da-te.-
Poriavy si chinò con aria incuriosita, prese in mano un frammento metallico e lo mostrò al collega.
-Visto, Albert?- bisbigliò, e l’altro annuì energicamente.
Poriavy mise quel frammento in una bustina di plastica trasparente e si rialzò.
-Io non darei tanto per scontato che il colpevole sia Hospen, Conrad. Da quanto vedo questi danni potrebbero esser stati causati anche da qualcuno che lavora per lei.-
-... Danni!- gli fece eco Conrad con aria di sufficienza.
Nello stanzone entrarono altri due tipi, cercando maldestramente di evitare i rottami delle lamiere metalliche ed i mucchi intonaci che riempivano quel luogo.
-Si può?- chiese il più alto dei due.
-Chi siete?- domandò Conrad.
-Lakov e Berg, della omicidi.- rispose lo stesso che aveva parlato prima, esponendo la tessera magnetica con il distintivo olografico. Da quel che vi si leggeva lui era Lakov.
-Siete stati informati male.- intervenne Poriavy -Non c’è stato nessun omicidio.-
-No no no no no.- rispose Lakov sorridendo -È lei che non ha spirito di osservazione, signor...?
-Siamo Poriavy e Zodech, squadra artificieri.- rispose Thomas.
-Bene. Penso che dovremo collaborare a lungo, per risolvere questo caso.-
-La cosa non mi disturba. Ma si può sapere chi è morto?-
-Ma come? Non vede?- chiese Lakov esplodendo in una risata -Sono morte decine di robot.-
-Sono state distrutte decine di robot, amico mio.- replicò Poriavy -Devono esserci pochi omicidi a Praga se ora voi vi occupate della distruzione di robot.-
-Ci risparmi il suo sarcasmo.- fece l’altro, un individuo basso e tarchiato -Gli automi sono persone a tutti gli effetti, non lo sapeva?-
-È triste cercare di far rispettare la legge quando non la si conosce.- aggiunse Lakov, salace.
-Ma guarda che figlio di puttana.- fece Zodech, che pareva adirato.
Poriavy gli fece cenno di calmarsi con la mano: se lo conosceva abbastanza bene, quel ragazzo doveva esser sul punto di avvicinarsi a Lakov e dargli un cazzotto alla mascella.
-Collaboreremo.- disse Poriavy, risoluto. -Ora dobbiamo andare.-
-D’accordo.- convenne Lakov -A presto.-
Poriavy e Zodech se ne andarono di fretta: non che avessero qualcosa di meglio da fare nell’immediato futuro, ma Poriavy si era accorto che il collega era scosso dai modi irriverenti di quei due della omicidi. Era giovane, in fondo, e ancora non sapeva come tenere a freno i propri istinti. Avrebbe imparato con il tempo che era meglio lasciar perdere le situazioni come quelle, se non si voleva avere rogne.
Uscendo videro una donna magra, dalla pelle pallida ed i castani capelli raccolti; aveva degli occhi di un verde metallico e le labbra evidenziate da un lucidalabbra che la rendeva particolarmente desiderabile. Doveva essere la segretaria dell’azienda o qualcosa del genere.
-Arrivederci, signori.- disse la donna con aria indifferente -E tornate presto.-
-Niente male quella ragazza.- disse Poriavy con un largo sorriso quando fu fuori dalla fabbrica nel tentativo di distrarre l’altro -Potresti farci un pensierino, Albert.-
-Temo di no.- rispose Zodech -È un fottuto androide.-
-Davvero?- fece Poriavy sorpreso -E da cosa l’hai capito?-
-Da come ha parlato. Troppo lineare, troppo perfetta. E poi gli androidi hanno delle caratteristiche comuni che li rendono abbastanza facilmente riconoscibili, se ci si sta a contatto.-
Poriavy si girò e guardò di nuovo quella fabbrica. Lì sopra una lettera dopo l’altra s’illuminò l’intera scritta “CONRAD & C.” per poi spegnersi di nuovo e ricominciare.

I due artificieri stavano mangiando un panino, seduti su una panchina traslucida sulla riva della Moldava. Poriavy era leggermente infastidito per il comportamento di quei due della omicidi; Zodech era addirittura arrabbiato.
Thomas Poriavy si costrinse a dimenticare Lakov e Berg ed il presunto androide della “CONRAD & C.” e cercò di rilassarsi: tanto comunque fossero andate le cose la omicidi avrebbe dovuto rivolgersi a loro per qualunque cosa. Lui aveva all’incirca un’idea di come agire, loro no. Facevano i prepotenti, ma non avevano niente in mano, mentre lui era riuscito a reperire quel piccolo pezzetto di metallo che, analizzato, gli avrebbe fornito informazioni sull’esplosione. Certo, c’erano tanti frammenti metallici in quello stanzone, ma quello era unico: si trattava di un residuo della bomba, e di certo quelli della omicidi non ne avrebbero trovato un altro. E anche non fosse stato così, avrebbero dovuto rivolgersi agli artificieri per ricavarne qualche informazione utile. Poriavy si convinse che quella era una situazione felice per lui: la omicidi non poteva neanche muoversi senza l’aiuto degli artificieri e quindi non aveva di che preoccuparsi.
Si rilassò gustando il panino e guardando la sua città. Praga era bella: pur avendo accettato l’avanzare della tecnologia aveva conservato le opere architettoniche barocche e gotiche che l’avevano sempre contraddistinta dalle altre città europee. Il sapore dell’antico dovuto all’imponente Castello e alle alte cupole di sv. Mikuláš coesisteva perfettamente con le vetture sospese a mezz’aria, gli enormi tabelloni pubblicitari luminosi le scritte lampeggianti e le voci robotiche che si sentivano di tanto in tanto provenire da chissà quale altoparlante.
-AUTOMACRAZIA SIGNIFICA LIBERTÀ ED ESATTEZZA- recitò una voce femminile, chiaramente digitalizzata. Una breve pausa, poi proseguì: -DEMOCRAZIA SIGNIFICA IMPRECISIONE, INSICUREZZA ED UNA PERPETUA POSSIBILITÀ D'ERRORE.- Un’altra breve pausa: -LA REPUBBLICA CECA È UN PAESE AUTOMACRATICO, DOVE LA CIVILTÀ PUÒ SVILUPPARSI NELLA PACE E NELLA FELICITÀ DEI SINGOLI. - Zodech fece una smorfia di disgusto. -Quante stronzate.- disse -Vogliono farci credere che è per il nostro bene se non abbiamo diritto al voto.-
-Non importa se sono stronzate oppure no.- replicò Poriavy -Il nostro compito è di tutelare la legge, che si fonda sui principi che hai appena sentito.-
-Questo lo so.- rispose Zodech con aria mesta.
-E le nostre opinioni vanno tenute da parte, che siano giuste o meno.-
-So anche questo.- rispose Zodech masticando l’ultimo boccone del panino -L’importante è avere delle opinioni da mettere da parte.-
-Quello che non devi fare è litigare con altri agenti quando lavori.- fece Poriavy con più asciuttezza di quanto avrebbe voluto -Possono essere anche insopportabili e idioti, ma non bisogna mai reagire come hai fatto tu.-
Zodech non rispose: era un ragazzo un po’ impetuoso ma intelligente e sapeva di aver sbagliato. Fissò la Moldava con aria assente, ma Poriavy sapeva che dentro sé rimuginava su come si era comportato e sapeva che in futuro il giovane avrebbe evitato di ripetersi in situazioni come quella.
-SONO LE 12:00. ECCO LE NOTIZIE AMBIENTALI DI MEZZA GIORNATA: TEMPERATURA 12,5 GRADI CELSIUS; PRESSIONE 1005,68 ETTOPASCAL; CIELO NUVOLOSO; FATTORE D'INQUINAMENTO 8,883; FATTORE RAGGI U.V. 3,1; PERCENTUALE ANIDRIDE CARBONICA 12%.- breve pausa -QUESTO SERVIZIO VI È STATO OFFERTO DALLA EPSON. - ancora una pausa.- LO STATO VI AUGURA UNA BUONA GIORNATA. -
-Beh,- disse Thomas -Andiamo al distretto. Per oggi ne ho abbastanza di automi.-
Si alzò in piedi, finendo di masticare ciò che rimaneva del suo panino, e diede un’amichevole pacca sulla spalla al ragazzo. Albert distolse lo sguardo dalla Moldava, su cui stava lentamenente navigando un battello, e andò con il collega al distretto.

L’ispettore Malev aveva un’aria torva, quando Poriavy e Zodech entrarono nel suo ufficio. Non che fosse strano, ma quel giorno era stato già abbastanza spiacevole per poter essere ulteriormente appesantito dal malumore dell’ispettore.
-Allora?- chiese l’ispettore senza mutare espressione -Siete riusciti a combinare qualcosa di buono oppure no?-
Poriavy tirò fuori la bustina di plastica trasparente e la diede all’ispettore. -Guardi.- disse -Si tratta sicuramente di un frammento della bomba esplosa nella fabbrica. Abbiamo avuto parecchia fortuna nel trovarlo.-
Malev lo guardò con occhio analitico, poi diede la busta di nuovo a Thomas. -Non è male come punto di partenza.- disse -Altro?-
-Il resto è solo deduzione.- rispose Poriavy -Ma mi pare una deduzione abbastanza affidabile.-
-Coraggio.- lo sollecitò l’ispettore.
-Già il fatto che Albert ed io siamo riusciti a capire che questo era un pezzo di bomba sta a significare che chi l’ha piazzata è un dilettante. Un professionista si sarebbe procurato una bomba più sofisticata che lascia meno residui e più sottili. Ma il vandalo non ha tenuto conto del fatto che le nuove bombe a orologeria hanno quei piccolissimi solchi che le rendono inconfondibili agli occhi di un esperto.-
-Ma stai dando per scontato che si tratti di una bomba a orologeria...- obiettò Malev, passandosi una mano sulla testa pelata. Sulla nuca e sugli zigomi invece aveva degli ispidi capelli bianchi, che lo facevano assomigliare ad un eccentrico barbagianni.
-Perché la porta della fabbrica non ha segni di scasso, e penso che il dinamitardo sia stato fatto entrare nella fabbrica senza alcuna riserva.-
-E Conrad, cosa dice?-
-Lui dà la colpa a Raul Hospen, suo rivale nel settore del fai-da-te, ma non è una strada che mi convince del tutto. Conrad ha talmente tanti nemici che abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.-
-Ma davvero?- fece Malev con aria irritata -Bene, sarà più facile scoprire chi sia stato a combinare quel pandemonio. Datevi da fare e vedrete che ho ragione.-
-Non credo che sarà così semplice, ispettore.- replicò pazientemente Thomas -Conrad è uno che ha parecchi scheletri nell’armadio, e mi è sembrato diffidente nei nostri confronti.-
-Stai insinuando che abbia messo lui la bomba?-
-No, questo no. Ma mi è sembrato uno che non ha interesse nel collaborare con la polizia. Forse sa qualcosa che preferirebbe non dirci, qualcosa che potrebbe pregiudicare ciò che ritiene più importante della sua azienda.-
-La sua libertà?- chiese l’ispettore.
-O il suo prestigio.- rispose Thomas -Non è detto che faccia qualcosa di illegale. Forse ha paura che saltino fuori particolari compromettenti sui giornali scandalistici.-
-Ah, queste sono tutte ipotesi balorde!- fece Malev spazientito -Con i “forse”, i “se” e i “ma” non si arriva da nessuna parte! Ci sono altri dati concreti o per oggi posso aspettarmi soltanto fantasticherie?-
Era strano vederlo così nervoso. Forse era agitato per problemi personali, o forse era stato quel caso a metterlo in apprensione, ma era improbabile. Malev lavorava nella polizia da più di trent’anni: perché mai avrebbe dovuto scaldarsi tanto per l’esplosione avvenuta nella fabbrica della “CONRAD & C.”?
-C’è ancora una cosa.- disse Albert -Non siamo gli unici a lavorare attorno a questo caso. C’è anche la omicidi.-
L’ispettore abbozzò un sorriso, con il labbro superiore che tremava per la nevrosi.
-Bingo!- gridò -Hai centrato il problema, ragazzo. Non bastavamo noi, doveva esserci anche la omicidi a rompere le palle.-
-Le dà fastidio che la distruzione di un robot sia considerato un omicidio, ispettore?- chiese Thomas, cercando di risultare il meno provocatorio possibile.
Malev gli diede uno sguardo fulminante e Poriavy temette un’altra scenata.
-No,- gli rispose invece l’ispettore -non mi importa se la legge considera gli automi come esseri umani. E anche se m’importasse non lo verrei a dire a te.- andò alla finestra e guardò fuori con un’aria colma di disappunto. -Vuoi sapere che cosa mi fa incazzare?- chiese senza voltarsi -Proviamo a riflettere. Siamo onesti: di solito per concludere il caso bisogna trovare un colpevole in due settimane, massimo un mese, perché più il tempo passa e più diventa complicato risolvere la questione. Ora che c’è la omicidi quanto tempo avremo? Una miseria! Tre giorni, forse.-
-Non capisco.- protestò con calma Thomas -Quelli della omicidi si sono dichiarati disposti a collaborare.-
-Balle.- rispose Malev -Ci sarà una gara per chi trova per primo il colpevole e sapete una cosa?- fece a loro il cenno di avvicinarsi alla finestra.
I due artificieri guardarono. Da lì su videro le case moderne che si mescolavano con i capolavori dell’architettura del passato, i mercati affollati di gente in continuo brulichio, le vetture che sfrecciavano sospese a mezzo metro dall’asfalto, i sottopassaggi, le insegne luminose e scorrevoli... e un grande tabellone su cui lampeggiava la scritta

SONO MORTI 174 AUTOMI:

UN GESTO DI VERGOGNOSA INCIVILTÀ E DI CRUDELE FOLLIA.
SI PREGA LA COLLABORAZIONE DI CHIUNQUE SIA IN POSSESSO DI INFORMAZIONI UTILI, CONTATTANDO LE SEGUENTI ISTITUZIONI:

     
SQUADRA OMICIDI: TEL. 26117
     
SQUADRA ARTIFICIERI: TEL. 24581

AIUTATE LA FORZA DELL’ORDINE A DIFENDERE LA STABILITÀ DEL PAESE. NE GUADAGNERÀ LA VOSTRA S I C U R E Z Z A ED IL VOSTRO
B E N E S S E R E.

Malev guardò di nuovo Poriavy e continuò: -La gara è già cominciata, e quell’insegna ha dato il via.-

Il giorno seguente la profezia di Malev si rivelò quasi eufemistica: il distretto era invaso da telefonate di persone che dicevano di saper qualcosa e che puntualmente dimostravano di sapere poco o nulla. Thomas avrebbe preferito di gran lunga lavorare fuori di lì, ma a meno che non venisse piazzata un’altra bomba chissà dove, avrebbe dovuto restare alla scrivania per tutto il giorno.
Stava rispondendo continuamente a telefonate perlopiù inutili: aveva ricevuto molte informazioni, ma totalmente divergenti ed inaffidabili. Era stressato già di primo mattino, e a stento riusciva a rimanere lì invece di andare a casa a guardare qualche programma alla olovisione, sdraiato sul letto e con una lattina di birra nella mano. Lo consolava il fatto che probabilmente non era l’unico ad avere quel desiderio, lì dentro, e che tutti quanti erano sotto pressione quanto lo era lui.
-Ehi, Thomas.- fece un poliziotto -C’è qui un signore che desidera parlarti.-
Thomas guardò l’uomo: era un tipo basso e longelineo, con un profondo taglio sulla fronte. Aveva i capelli riccioluti e brizzolati, un paio di sottili occhiali ed un sorriso sghembo: a vederlo sembrava un politico.
-D’accordo. Ti ringrazio Nicolas.- rispose Poriavy che poi protese la mano allo sfregiato. -Salve.- disse -Il mio nome è Thomas Poriavy.-
-Sono Ivan Lauren.- rispose l’altro.
Thomas prese una sedia e la mise davanti alla sua scrivania. -Immagino che sia qui per il caso dell’esplosione alla “CONRAD & C.”- disse Thomas.
-Più o meno.- replicò Lauren - Non ho delle vere e proprie informazioni, ma sono convinto che potrò ugualmente esserle utile. Sono un sociologo, e credo che non abbiate abbastanza cultura del mio campo per poter risolvere la faccenda.-
-Mi tolga una curiosità: è già stato da quelli della omicidi?-
-A essere onesti sì.- rispose Lauren -E mi hanno liquidato in quattro e quattr’otto trattandomi come se fossi pazzo.-
Poriavy poteva ben capire quelli della omicidi: con tutto quello che avevano da fare poteva risultare davvero noioso e fuori luogo ritrovarsi ad assistere alla lezione di un sociologo. Anche lui l’avrebbe cacciato, in un’altra occasione, ma tanto in quel giorno non aveva niente da fare se non ascoltare informazioni false o inutili che non l’avrebbero portato da nessuna parte per cui fece cenno al sociologo di sedersi e si preparò ad ascoltare ciò che quel tipo aveva da dirgli.
-Mi faccia capire.- disse il poliziotto intersecando le mani dietro la nuca -Lei mi sta dicendo che stiamo trascurando qualcosa che riguarda la sociologia e che ci permetterebbe di risolvere prima il caso?-
-Esatto.- convenne Lauren -Ma temo che dovrò andare per le lunghe.-
-Non fa niente.- rispose Poriavy sorridendo -Tanto se va avanti così oggi non caveremo un ragno dal buco. Almeno mi faccio una cultura in sociologia.-
-Non si tratta solo di cultura. Mi creda, sono un uomo molto impegnato e se non avessi la certezza che quello che le sto per dire ha un’utilità per le sue indagini non sarei qui.-
-Certo, certo.- fece Poriavy con un sorriso benevolo -Non era mia intenzione offenderla. Ma la prego, continui.-
Lauren annuì: -Anzitutto dovremo analizzare la struttura sociale della città. Come ben sa noi ci troviamo in uno stato automacratico, ma cosa vuol dire in realtà “automacrazia”?- era una domanda fittizia, evidentemente, perché Lauren si rispose da solo -Guardando l’etimologia si vede che deriva da due parole. Una è “automa” un termine corrente che significa macchina in grado di agire da sola senza una continua interazione fisico/organica con l’uomo.- Tirò fuori dal taschino un foglietto bianco e rettangolare, su cui era grezzamente scarabocchiato qualcosa in nero. -Guardi. Prima di uscire mi sono documentato su un libro non recentissimo, per avere delle nozioni a titolo informativo- Cominciò a leggere: - “Si definisce automa un sistema discreto, dinamico e invariante, in cui gli insiemi dei possibili valori degli ingressi e delle uscite è finito”(1) Alzò lo sguardo corrugando la fronte -L’ho trovata su un manuale tecnico, ma oggi risulta riduttiva ed imprecisa. Dopotutto deve capire che anche pochi anni per il progresso tecnlogico sono addiritura un’Era.- Si fermò e guardò Poriavy, quasi a volersi accertare che avesse capito tutto. Poco importava: non era ancora entrato nel vivo del discorso -Ora gli automi non sono più discreti e la maggior parte di essi sono talmente sofisticati da avere una quantità di ingressi mostruosamente grande che rendono le combinazioni praticamente infinite. Purtroppo non posso dirle niente di preciso su questo, perché non sono un tecnico, ma questo non importa.
La seconda parola è “crazia” che deriva dal greco e significa potere. Detto a grandi linee “automacrazia” significa pertanto potere delle macchine.-
-Questo lo sapevo anch’io.- osservò Poriavy.
-Sicuro, ma sa che cosa vuol dire questo potere delle macchine? L’esempio più lampante e sotto gli occhi di tutti è che i cittadini in carne e ossa cechi non possono votare, ma l’automacrazia è più viscerale, più subdola.-
-In che senso?- domandò Poriavy.
-Nel senso che anni fa, a causa dei problemi dell’imprenditoria nella Repubblica Ceca al diritto al lavoro si antepose spesso il diritto dell’imprenditore, in modo da favorire la produzione. L’imprenditore doveva fare, naturalmente nell’ambito del lecito, i suoi interessi e aveva (ed ha ancora) una quasi totale libertà nella gestione della sua impresa. E tra le libertà previste c’era quella di assumere qualunque entità, purché non fuorilegge. Ecco perché ora gli imprenditori hanno pochissimi dipendenti: gli automi lavorano meglio e più in fretta e non richiedono neanche lo stipendio.-
Poriavy fece un sorriso piuttosto mesto: forse lo scandalo che Conrad voleva evitare era allacciato ai numerosi licenziamenti che aveva compiuto -Vuole dire che nella realtà d’oggi al lavoro hanno più diritto gli automi che le persone?-
-Già. Per salvaguardare i diritti degli imprenditori, naturalmente.-
Thomas non aveva mai visto l’automacrazia in quest’ottica, ma capiva che il ragionamento di Lauren filava liscio come l’olio... solo che non sapeva dove il sociologo volesse arrivare.
-Che cosa c’è , non riesce a credere alle mie parole?- domandò Lauren in tono inquisitorio.
-No, anzi. Sinora è tutto chiaro.-
-Immagino che anche nella polizia molte funzioni sono svolte da automi. Tra di voi ci sono per caso degli androidi?-
-No, non che io sappia, almeno. Ci sono i robot che disinnescano le bombe sotto la nostra supervisione e degli ologrammi che ci fanno da segretari e promemoria, ma androidi no. Beh, è ovvio: da quel che ne so gli androidi necessitano di più energia che gli ologrammi.-
Lauren sorrise compiaciuto e disse: -Vede? In ogni caso anche in questo distretto ci sono degli automi che fanno lavori che potrebbero impiegare delle persone. Ma andiamo avanti senza perdere tempo. Avrà senz’altro sentito parlare della rivoluzione industriale.-
-Si, certo, ma non vedo come possa...-
-Si fidi di me, la rivoluzione industriale c’entra eccome. Ci provi a pensare: non nota delle analogie?-
-Francamente no.- rispose Thomas.
-Beh, le noterà tra poco.- replicò Lauren -Nel ‘700 si scoprì la possibilità di applicare sistemi meccanici nella produzione, creando così quella che viene chiamata industria. C’è chi dice che quella industriale fu una rivoluzione pacifica; le garantisco che le cose non stanno così.-
-Davvero?- fece Thomas con scarsa enfasi. Non capiva dove quel tizio volesse arrivare parlando della rivoluzione industriale del 1700, ma ormai aveva deciso di lasciarlo parlare fino alla fine.
-Il lavoro che una volta veniva svolto da quattro operai, con l’avvento dell’industrializzazione venne svolto da un operaio ed una macchina, il che significa che i tre quarti degli operai si trovavano senza occupazione, e questo non poteva essere accolto pacificamente. Poco più tardi infatti scoppiarono delle vere e proprie insurrezioni da parte degli operai, che distruggevano le macchine che avevano tolto loro il lavoro.-
Thomas annuì. Era evidente: Lauren pensava che l’esplosione alla “CONRAD & C.” fosse da mettere in parallelo ai movimenti operai del ‘700. Ma all’artificiere pareva azzardato cercare una comune origine tra un fatto isolato di due giorni addietro e un intero movimento che risaliva a secoli prima.
-Il fenomeno di cui le sto parlando si chiamava luddismo, dal nome di Ned Ludd, un operaio che nel 1779 distrusse per protesta una macchina tessile. Ludd divenne l’emblema dei movimenti operai durante la rivoluzione industriale; una specie di Giovanna d’Arco nella Guerra dei Cent’anni, se vuole.-
Poriavy sorrise. Era strano, ma quel Lauren lo aveva coinvolto con quella storia ed in fondo non aveva tutti i torti. -Ma perché gli operai distruggevano le macchine? Contro che cosa protestavano?-
-Diciamo che riconoscevano nelle macchine un nemico che creava disoccupazione, e che quindi andava distrutto. Ma tutt’oggi è non è chiaro se la protesta era rivolta direttamente contro le macchine o contro gli imprenditori che avevano voluto il loro utilizzo piuttosto che quello degli operai.-
Thomas si sporse verso l’altro quasi con circospetto e gli chiese: -Non le sembra assurdo paragonare un’unica esplosione di due giorni fa ad un movimento del ‘700? In fondo si tratta di un’unica esplosione...-
-Ne è sicuro?- chiese Lauren con un sorriso malizioso -E l’incendio doloso alla concessionaria della Renault di due settimane fa, dove lo mette? E l’assassinio del direttore dell’industria di elettrodomestici avvenuta la scorsa primavera? Provi solamente ad immaginare quanti episodi del genere sono avvenuti da quando, quindici anni fa, Erik Luldreng portò la Repubblica Ceca ad essere un Paese automacratico sino ad oggi. Non è stata un’unica esplosione, ma un ulteriore segno di disagio.-
-Ne è convinto?-
-Ne sono convinto.- rispose Lauren -Nel caso delle rivolte operaie, gli uomini del tempo erano giunti ad un punto di follia perché si sentivano defraudati del lavoro; oggi gli uomini si sentono defraudati non solo della possibilità di lavorare, ma anche del diritto di essere cittadini, che si esprime con il voto.-
-E lei pensa che questi eventuali ribelli abbiano ragione o torto?-
-Non sono venuto a esprimere le mie opinioni politiche.- rispose Lauren, con aria funerea -Di certo l’idea che siano degli automi a votare si fonda su un principio giusto: gli automi che votano, scelti a sorteggio tra migliaia, tengono conto del curriculum dei candidati, dei loro successi e dei loro insuccessi professionali, dell’andamento della moneta sotto il loro governo se sono già stati capi del governo e della corrispondenza dei loro programmi con l’ideologia su cui si fonda la patria. E poi ci sono ancora un sacco di parametri più o meno importanti che garantiscono che l’eletto sarà la persona migliore tra i candidati a governare il Paese. A causa del sorteggio è impossibile una manipolazione, e spesso i voti sono unanimi, il che è indice di precisione. In fondo in questi quindici anni di automacrazia non siamo stati tanto male, e la Repubblica Ceca ha anche acquistato una maggiore credibilità davanti agli altri Paesi europei.-
-Può darsi che abbia ragione lei, ma se ci sono i ribelli che si oppongono all’automacrazia vuol dire che non tutti stanno bene. L’ha detto anche lei che dopotutto abbiamo già avuto dei segni di disagio...-
-I segni di disagio ci sono anche nei paesi democratici.- rispose Lauren -Anzi, nei paesi democratici ancora di più perchè spesso i cittadini scelgono la persona sbagliata solo perché questa è riuscita a plagiarli con una buona propaganda elettorale.-
Lauren si alzò in piedi e disse in tono risoluto: -E con questo ho finito. Non penso che ci sia altro che posso dirle.-
-Già.- annuì Thomas -Ormai le uniche cose di cui potremmo parlare riguardano strettamente la politica, che non è la disciplina di cui mi occupo.- si alzò in piedi anche lui e diede di nuovo la mano a Lauren, che gliela strinse.
-Arrivederci e grazie del suo prezioso aiuto. Ne faremo tesoro.- disse.
-Sicuro. Le auguro buona fortuna.-
Il sociologo se ne andò, lasciando Thomas nella sua riflessione: il poliziotto sapeva di avere tutto ciò che serviva per risolvere il caso. La scientifica aveva confermato che il frammento trovato nella fabbrica della “CONRAD & C.” apparteneva ad una bomba ad orologeria esplosa due giorni prima verso le due del mattino; gli sembrava che i suggerimenti di Lauren sarebbero potuti tornargli utili, molto più delle piste che gli erano state fornite sinora. Ora il problema era di trovare il modo di collegare ciò che aveva per risalire al colpevole... e doveva farlo in fretta, prima che il caso venisse risolto dalla omicidi.

Poriavy infilò la sua tessera-chiave nella fessura della porta dell’appartamento di casa sua con la lentezza di chi vuole assaporare il gusto di una liberazione tanto attesa: era stata una giornataccia, in cui aveva sentito troppe idiozie da individui paranoici che spacciavano le assurdità che raccontavano come “informazioni”, per non avere almeno un’emicranea.
La porta si aprì e Thomas entrò, deciso a riposarsi per tutto il resto del giorno. Per fortuna non aveva preso impegni e poteva decidere di come gestire la sua giornata come gli andava, senza restrizioni, e lui sapeva già che sarebbe rimasto a letto a guardare programmi olovisivi e ad ascoltare musica. Era l’unica cosa che gli andava di fare. Qualche volta pensava di essere fortunato: non era sposato e le storie che aveva avuto non erano di certo importanti; non aveva nemmeno amici, perché era difficile che qualcuno lo trovasse simpatico, quindi non doveva rendere conto di niente a nessuno se non ne aveva voglia. O meglio, a nessun essere umano, perché qualcuno con cui parlare in realtà c’era: Nora, l’ologramma che aveva acquistato un paio di anni prima. Anzi, con il quale conviveva da un paio d’anni, visto che (come gli aveva ricordato Berg) gli automi erano considerati come vere e proprie persone. Ma chissà se gli ologrammi erano automi oppure no: da quel che Thomas ricordava c’erano delle sottili differenze tecniche che rendevano improprio dire che l’ologramma era un tipo di automa, perché l’ologramma non era altro che una proiezione tridimensionale di un programma di un automa. In sostanza dire che l’ologramma era un automa equivaleva a dire che un quadro era il pittore che l’aveva dipinto: l’automa era il creatore; l’ologramma era il prodotto.
In effetti forse era meglio convivere con un ologramma che con una donna: l’ologramma teneva compagnia, aveva un aspetto molto gradevole (a seconda dei gusti del compratore, ovviamente), era sempre cordiale, non litigava, non teneva il broncio, non invecchiava e soprattutto si poteva spegnere e accendere quando faceva più comodo.
Thomas andò dritto in cucina, aprì il frigo e ne trasse una lattina di birra.
“Andiamo a vedere cosa c’è all’olovisione” pensò Thomas, passandosi tra le mani la lattina fredda.
Era alla porta della camera da letto quando sentì una presenza alle sue spalle che lo fece voltare di scatto: Nora.
-Bentornato.- disse l’ologramma con un ampio sorriso. Era vestita di un abito “virtuale” rosso e corto, estremamente sexy; aveva delle gambe lunghe e ben proporzionate, i capelli mossi raccolti in una coda che finiva alla base del collo e un décolleté vertiginoso.
-Nora.- disse sorpreso Thomas -Che cosa ci fai tu...?-
-Mi hai lasciata accesa.- rispose l’ologramma, sorridendo ancora -Devi essere più prudente. La corrente elettrica costa.-
-Va bene, ma niente ramanzine per oggi, per favore.- fece Poriavy un po’ brusco.
-C’è qualcosa che non va?- domandò Nora.
-Questioni di lavoro. A causa dell’esplosione alla “CONRAD & C.”. A quanto sembra abbiamo tempi stretti e poco materiale su cui lavorare.-
-Perché tempi stretti? Avete qualcuno che vi corre dietro?-
-La omicidi...- rispose Poriavy con tono recisivo -Senti, non mi va di parlarne. È stata proprio una giornata pesante e ho solo voglia di rilassarmi. Dimmi tu, piuttosto: cos’hai fatto oggi che sei rimasta accesa per tutto il giorno.-
Nora si strinse nelle spalle. -Niente.- disse -Noi ologrammi non abbiamo un modo per passare il tempo. Ho potuto solamente pensare.-
-A che cosa?- chiese Thomas sedendosi sul letto.
-A te.- replicò l’ologramma. L’aveva detto con uno sguardo pieno di malizia che sembrava di una donna vera: non c’era che dire, era un ologramma ben fatto, persino in grado di risultare seducente e di mettere in imbarazzo l’uomo che le stava davanti.
Thomas abbozzò un sorriso e si sdraiò sul letto, poi prese il telecomando e si volse di nuovo verso l’ologramma.
-È stata una giornata pesante.- ripeté -Guarderò un po’ di olovisione bevendo questa birra gelata. È quello che ci vuole per rimettermi in sesto.-
-Posso guardare con te?- chiese Nora -Sempre che la cosa non ti dia fastidio.-
Inizialmente Thomas aveva pensato di rilassarsi da solo, ma non seppe dir di no all’ologramma, sicché annuì con uno sguardo pensoso.
Nora sorrise e si sedette sul letto accanto a Thomas accavallando le gambe e appoggiando una mano sottile e dalle unghie smaltate su una delle sue cosce da capogiro; la coda le accarezzava una spalla, dando l’illusione che Nora avesse dei capelli soffici. I programmatori avevano fatto proprio un buon lavoro con Nora; come sempre, in fondo.
Thomas premette un tasto del telecomando, e una sfera nera messa ai margini della stanza, contro il muro, emanò un fascio di luce luminoso verso il centro della camera da letto, che piano piano si attenuò per lasciar posto alla figura tridimensionale di un uomo attempato che leggeva con flemma le notizie dietro ad una scrivania: il telegiornale era già iniziato.

La mattina dopo Thomas riuscì a svincolare dall’ufficio e a far venire con sé Albert. Se fossero rimasti chiusi per tutta la mattinata lì dentro le indagini sarebbero rimaste al punto di partenza, e con tutta probabilità Thomas sarebbe impazzito.
Erano arrivati sulla Nerudova Ulice, nel rione di Malá Strana(2), che pullulava di palazzi barocchi. Avevano voluto assicurarsi di non essere visti da qualche collega che avrebbe potuto fare una baraonda solo perché i due artificieri stavano in effetti battendo la fiacca, e qual’era il modo migliore se non quello di andare il più lontano possibile dal centro della città?
Da diversi punti di quella zona si vedevano in lontananza le sopraelevate: vere e proprie superstrade che si sovrapponevano e si accalcavano, andando a frazionare Praga in più quartieri posti a livelli d’altezza differenti che venivano esaustivamente chiamati “livelli”.
A Thomas era capitato più volte di osservare il contrasto tra l’architettura barocca, quella gotica e quella moderno/tecnologica che erano compresenti nella città, senza una sensazione particolare: era un poliziotto, non un critico d’arte, quindi non aveva mai saputo decidere se ciò che vedeva era meraviglioso o disgustoso.
Questa volta però non fu così: pensò all’insistita coesistenza dell’antico con il moderno e il pensiero lo riportò indietro con la mente al discorso con Lauren, e più precisamente a quando il sociologo aveva definito automacrazia, dicendo che il termine derivava dalla fusione una parola moderna (automa) e di una del greco antico (crazia)... Sembrava quasi che Praga fosse nata per diventare la capitale dell’automacrazia, e l’idea provocò un brivido gelido sulla schiena di Thomas.
Non si era mai interessato di politica, ma quella considerazione non gli piaceva affatto, anche se ne ignorava il motivo.
-Sputa il rospo.- disse Albert con tono irritato. Stava guardando verso uno squarcio dei livelli di sopraelevate che s’intravvedeva tra i palazzi barocchi della Nerudova Ulice.
-Come?- chiese Thomas costernato.
-Avanti, non far finta di non capire. Ti posso anche credere sul fatto che tu sia stanco di rimanere in ufficio, va bene, ma non sei affatto il tipo da chiamare con sé un collega per paura della solitudine.-
-La tua malafede mi offende.- lo schernì Poriavy con un ampio sorriso.
-Allora? Vuoi dire che sbaglio?-
-Hai molta perspicacia, ragazzo.- fece Poriavy, compiaciuto -Non sbagli affatto. La questione è che io sono venuto sino a qui per lavorare.-
-La “CONRAD & C.” non è da questa parte, Thomas.- replicò Zodech con scarso entusiasmo.
-Non preoccuparti, so benissimo dov’è avvenuta l’esplosione.- rispose Poriavy -Lascia che ti spieghi. Ieri, tornato a casa dal lavoro, mi ero giurato di non mettermi a pensare ad esplosioni, a luddisti e a tutto ciò che riguardava la mia professione.-
-A che cosa non dovevi pensare?- chiese il giovane. Evidentemente non conosceva il significato della parola “luddista”, e non c’era da meravigliarsene.
-Lascia stare. Non ha importanza. Quello che conta è che mi sono messo a guardare olovisione sdraiato sul letto con una birra in mano e Nora seduta accanto a me.-
-Mi spiace.- disse Albert -Non si possono scopare gli ologrammi. Ma non posso risolvere io le tue perversioni sessuali.-
-No, non è questo che volevo dirti. Cerco di farti capire che anche dopo, quando sono andato a dormire, non ho chiuso occhio pensando al caso che abbiamo per le mani.-
-Stress da lavoro. Prenditi una settimana di ferie, ti farà bene. Ma perché diavolo mi hai portato...-
-E sai che cosa ho capito?- continuò Thomas ignorandolo -Che non posso fare tutto da solo, ma ho bisogno di un buon collaboratore: te.-
-Sto cercando di risolvere questo casino tanto quanto te.- disse Zodech con acidia. Aveva distolto lo sguardo dai livelli, per fissare Thomas con un’espressione torva.
-Davvero? Allora vediamo se mi aiuterai sul serio. Cominciamo col dire che io so che tu stai cospirando ai danni dell’automacrazia.-
Albert Zodech rimase interdetto: era immobile, con un’aria sconvolta; un rivolo di sudore gli solcò una guancia, il volto sembrò contrarsi e gli occhi parvero dilatarsi al punto di uscire dalle orbite.
-Dillo chiaramente.- replicò Albert dopo qualche secondo. Si era ripreso, ma era ancora irrigidito -Avete scoperto le mie idee politiche e volete tagliarmi fuori, è così?-
-No, non c’è nessuno che ti vuole nuocere. Vogliamo soltanto che tu ci dia una mano.-
-Chi ti ha detto che io sono un cospiratore?- domandò Zodech, con lo sguardo fisso sul collega.
-Nessuno. O meglio, l’ho capito da vari tuoi comportamenti.- rispose Thomas con tono indulgente -Alla “CONRAD & C.” hai visto e riconosciuto un androide. E poi mi hai detto che con un po’ di esperienza chiunque sarebbe in grado di riconoscerne uno.-
Il ragazzo si morse il labbro, iracondo, mentre Thomas sorrise soddisfatto. Le cose si mettevano per lui sempre meglio: le sue parole avevano causato su Zodech un effetto devastante, più di quanto avesse sperato, ed in una condizione simile chiunque sarebbe stato vulnerabile e poco lucido.
-Se poi ripenso a quando siamo andati a mangiare il panino sulla riva della Moldava, non ho più dubbi. Hai parlato persino del diritto al voto! Quindi, ricapitolando, tu sai riconoscere a prima vista un androide, che per uno come me è perfettamente identico ad un essere umano; e conoscendo le tue idee dubito che tu abbia imparato a farlo andando a cena con degli androidi.-
-C’è qualcun altro che ha i tuoi sospetti su di me?- domandò Zodech, accigliato.
-No, per ora no.-
-E allora che cosa vuoi fare qui? Ammanettarmi e portarmi al distretto con l’accusa di aver piazzato una bomba alla “CONRAD & C.”?- Il giovane protese i pugni verso Thomas, con aria di sfida.
-Non voglio ammanettarti.- disse Poriavy con un cenno di diniego -Voglio soltanto che tu mi dia una mano a trovare il vero colpevole. So che tu non hai piazzato la bomba, e se collaborerai tutto quello che so rimarrà il nostro piccolo segreto.-
-Come fai ad essere tanto sicuro che non sia io il dinamitardo?- domandò Zodech.
-Con il mestiere che fai conosci molto bene le bombe, e te ne saresti procurata senz’altro una di qualità migliore. La scientifica sta già cercando chi ha venduto la bomba, da cui sarà possibile ricavare chi l’ha acquistata. So che tu non avresti commesso l’errore di usare una bomba del genere.- disse Poriavy che poi si voltò a guardare attorno a sé cercando di apparire il più calmo possibile: sapeva che il collega si trovava di fronte ad una scelta difficile, e non voleva dare l’impressione di stargli con il fiato sul collo. La Nerudova Ulice era un posto particolare: non c’erano vetture in tutta quell’immensa via. Un decreto aveva stabilito che il valore storico e artistico della zona era troppo elevato perché questa venisse mortificata da vetture sospese a mezz’aria, insegne luminose o quant’altro. Gli unici segni imposti dal presente erano alcuni negozi che vendevano prodotti di elevato valore tecnologico (sfere olovisive, innesti neurali...) che sulla Nerudova Ulice sembravano piuttosto anacronistici. Chissà, forse i negozianti contavano proprio sul fascino dell’anacronismo per vendere.
Albert tirò un grosso sospiro. -Va bene.- disse stringendosi nelle spalle -Mi sembra di non avere altra scelta.-
-Bene.- convenne Thomas abbandonando i suoi pensieri -Allora sai chi ha messo la bomba!-
-So chi può aver messo la bomba.- replicò Albert. Il cielo andava man mano ingrigendosi: sopra la Nerudova Ulice stavano transitando delle grosse nubi plumbee, che rendevano quel luogo bigio e squallido. -Prima di andare penso che dovrò spiegarti alcune cose. Io non sto cospirando contro l’automacrazia con fulminatori e bombe alla mano, ma faccio parte di un movimento che non usa violenza, che produce volantini e che induce i cittadini alla disobbedienza alle leggi automacratiche.-
-Il che è comunque illegale.- puntualizzò Thomas.
-Già, ma c’è chi fa di peggio. Noi siamo i “Moderati”, poi c’è “Azione Democratica”, un movimento molto più radicale del nostro che se c’è da distruggere automi nel nome dei loro ideali non ci pensano su due volte.-
I luddisti, pensò Thomas.
-Più volte si è tentato di operare assieme.- spiegò Albert -Ma ciò si è sempre rivelato impossibile. Loro sono dei veri e propri fanatici e noi siamo troppo diversi per poter collaborare.-
-Dove possiamo trovarli?-
-Si riuniscono ogni sera, dopo le dieci, in qualche luogo della Città Vecchia. Siamo andati spesso lì per discutere su qualcosa, spesso senza risultati.-
-Come faremo a trovarli in tutta la Città Vecchia?-
-Fanno sempre un gran baccano: è impossibile non individuarli.- rispose Zodech allargando le braccia, sconsolato.
Albert abbassò lo sguardo e sbuffò con aria depressa. Thomas poteva ben capirlo, visto che il ragazzo rischiava di avere grossi guai sul lavoro solo perché un suo collega sapeva del suo impegno politico e visto che (era evidente) non gli andava proprio di creare dissapori con quelli di “Azione Democratica”.
A Poriavy era dispiaciuto dover metter alle strette il collega, ma era l’unica cosa che poteva fare.
Immaginò che il ragazzo lo odiasse per quello che lui gli aveva fatto, e non cercò neanche delle parole di conforto o di approvazione per la scelta che aveva fatto, perché probabilmente ciò sarebbe risultato come una brutale manifestazione della propria vittoria.
Si mise a guardare invece distrattamente i negozi sparsi qua e là ai bordi della via, e vide in una vetrina una tuta sensoriale. Thomas aveva provato un paio di volte la realtà virtuale e gli era persino piaciuta, ma poi non aveva mai pensato a comprare un kit per sé. Guardò il nome del negozio: “Nerudova Virtual”, scritto a grandi lettere bianche laccate e naturalmente non lampeggianti né luminose per aumentare l’effetto anacronistico tra l’esterno del negozio e la merce da vendere.
-Thomas.- fece Albert quasi timidamente. Era strano il cambiamento del suo tono di voce: forse si era reso conto che considerare Thomas come un nemico non era un vantaggio per nessuno dei due -Tu credi che io abbia sbagliato? A mettermi contro l’automacrazia, intendo.-
-Non lo so.- rispose l’altro d’impulso -So solo che fai bene a collaborare con me.-
-Dannazione a te, come fai a non avere alcuna opinione politica? Hai quarant’anni, per la miseria! Quarant’anni.- ruggì Albert con una certa veemenza -L’automacrazia esiste solo grazie agli uomini mediocri come te.-
Thomas rimase in silenzio: non sapeva cosa fare né per calmare Albert, né per provargli che stava sbagliando a giudicarlo così. Si rese conto di esser stato stupido: aveva avuto l’occasione per riappacificarsi con Albert e l’aveva sprecata parlandogli con la freddezza di sempre.
-AUTOMACRAZIA SIGNIFICA LIBERTÀ ED ESATTEZZA. - disse la voce femminile digitalizzata. Poriavy pensò che non fosse proprio il momento per Zodech di sentire quella voce robotica, e sperò che il giovane non facesse qualche sproposito, visto lo stato d’animo.
-Alle dieci, allora.- disse invece Albert voltandosi dall’altra parte -Vieni a prendermi sotto casa mia con la tua vettura. Io vado a casa, ne ho proprio bisogno.-
-DEMOCRAZIA SIGNIFICA IMPRECISIONE, INSICUREZZA ED UNA PERPETUA POSSIBILITÀ D'ERRORE. - disse ancora quella voce.
-Coprimi tu con Malev.- concluse Albert che poi se ne andò senza nemeno girarsi per salutare.
Thomas sorrise sollevato: Albert aveva reagito bene, con impeto ma bene. E forse quella era davvero la volta buona per catturare l’uomo che aveva fatto saltare in aria la “CONRAD & C.”
-LA REPUBBLICA CECA È UN PAESE AUTOMACRATICO, DOVE LA CIVILTÀ PUÒ SVILUPPARSI NELLA PACE E NELLA FELICITÀ DEI SINGOLI. -

La vettura stava percorrendo ad un metro dall’asfalto un livello, il terzo (partendo dal basso), per la precisione. Quella superstrada era il metodo più veloce per raggiungere Staré Mesto(3) e Thomas aveva deciso di sbrigarsi a risolvere quella faccenda: Malev diventava sempre più nervoso, ed i giornali non facevano che parlare di quella maledetta esplosione.
Si sentiva teso: sapeva bene che stava andando nella tana del lupo e che avrebbe dovuto escogitare uno stratagemma per non farsi ammazzare da decine di democratici furiosi, ma non poteva fare altrimenti perché se avesse chiesto l’aiuto di rinforzi avrebbe smascherato Albert, e questo non lo voleva fare. D’altro canto non poteva neanche perdere tempo, visto che avevano la omicidi alle calcagna, pronta a risolvere il caso ed aumentare il suo prestigio, facendo sprofondare nella vergogna e nell’umiliazione la squadra artificieri.
Albert guardava mestamente fuori dal finestrino; non aveva detto una parola da quando era salito sulla vettura, se non un formale “ciao”. Poteva darsi che il ragazzo avesse paura di affrontare una reazione violenta di quelli di “Azione Democratica”, ma questa pareva a Thomas un’ipotesi assurda. Conosceva bene Albert, sapeva quanto fosse impetuoso e temerario; e in fondo la paura si acquisiva soltanto con l’esperienza. Era più probabile che fosse ancora arrabbiato.
Era molto suggestivo guardare Praga di notte: le luci delle insegne, dei fanali delle vetture, dei dirigibili pubblicitari lampeggianti andavano ad illuminare le cupole barocche di sv. Mikuláš, che (malgrado la costruzione dei livelli e degli edifici moderni) dominavano ancora la città, ed altre opere d’arte dell’antichità, rendendole più sfarzose e folcloristiche.
Erano ormai giunti nei pressi di Staré Mesto: riuscivano già a vedere la sgargiante segnaletica di Josefov, il quartiere ebraico, composta da lettere fosforescenti che recitava la frase

CHI SALVA UNA VITA SALVA L’UMANITÀ INTERA

Staré Mesto, la Città Vecchia, a dispetto del nome non aveva assolutamente nulla di vetusto. C’era dell’antico, in quella zona di Praga, come per esempio il famoso Orologio Astronomico che era fonte di tentazione per centinaia di turisti, ma Staré Mesto non dava affatto l’impressione di essere meno moderna di Malá Strana o di Nové Mesto. Dopotutto le opere antiche erano presenti in tutta la città in egual modo, e sarebbe stato ingiusto dire che per le sue ricchezze architettoniche Staré Mesto era la parte più regredita di Praga. Anzi, per frutto di uno strano scherzo del destino Staré Mesto era forse la parte della città dove c’era più elasticità mentale e prontezza ad adeguarsi ai cambiamenti della società: era una delle zone dove l’automacrazia era stata accettata più rapidamente, mentre altri luoghi erano visibilmente restii ad ammodernarsi (bastava pensare alla Nerudova Ulice, dove si era fatto di tutto perché rimanesse quella d’un tempo).
A prova di questo c’era anche un enorme tabellone luminoso, su cui migliaia di pixel colorati andavano a disegnare il volto di Erik Luldreng, l’uomo che aveva portato la Repubblica Ceca a divenire uno stato automacratico. Il tabellone ritraeva soltanto quella figura: un ometto dal sorriso storto e dall’aspetto truculento. Sotto il suo volto il tabellone scriveva in un giallo sbiadito:

ERIK LULDRENG, L’UOMO CHE HA PORTATO LA REPUBBLICA CECA AI VERTICI DEL MONDO
Era vero: la Repubblica Ceca era stato uno dei primi Paesi a diventare automacratico, e se ciò era avvenuto il merito (o la colpa?) era soltanto di Erik Luldreng. Alcuni però ritenevano che Luldreng lo avesse fatto per dei fini personali: era un roboticista famoso, forse uno dei più abili di tutta la Repubblica Ceca, e dopo esser riuscito a portare l’automacrazia nel suo Paese si era arricchito ed aveva acquistato molto più potere di un primo ministro. In fondo era anche ovvio: il primo ministro veniva eletto dalle creature di Luldreng, il che poneva il roboticista ad un livello di superiorità rispetto a qualunque personalità dello stato.
Il tabellone con la faccia di Luldreng era ormai diventato una specie di monumento all’automacrazia. In un altra zona, forse, quel tabellone sarebbe stato sfasciato già da molto tempo.
-SI COMUNICA CHE MERCOLEDÌ PROSSIMO AD AMSTERDAM SI TERRÀ L'INCONTRO, VALIDO PER I QUARTI DI FINALE DI CHAMPIONS LEAGUE, AJAX - SPARTA PRAGA. - disse la solita voce. Erano già le dieci e un quarto di sera, ma la voce continuava a spartire i suoi annunci. -LO STATO METTE A DISPOSIZIONE DEI CITTADINI UNO SCHERMO GIGANTE NELLA PIAZZA DELLA CITTÀ VECCHIA. SI AUSPICA LA PRESENZA DI NUMEROSI CITTADINI. -
Thomas si chiese se la voce dicesse in ogni suo intervento “Lo Stato mette...”, “Lo Stato fa...”, “Lo Stato consiglia...”, “Lo Stato augura...”, per riscattare l’automacrazia agli occhi dei cittadini in carne ed ossa. Forse qualcuno si era accorto che l’automacrazia stava scricchiolando, che c’era un forte disagio, per dirla come Lauren.
Era però convinto che quel tipo di disagio poteva esser ben presto tacitato: per quel che ne sapeva i movimenti contrari all’automacrazia erano perlopiù bande giovanili con un’organizzazione debole e con pochi strumenti per far sentire la propria voce. Al più erano in grado di stampare volantini (come nel caso di Albert) o di commettere reati (come nel caso di chi aveva fatto saltare la “CONRAD & C.”), ma non sarebbero mai riusciti a ribaltare l’intero sistema della Repubblica Ceca.
Mentre era assorto in questo tipo di pensieri sentì un forte rumore di metallo che si sbatteva contro qualcosa. Un rumore sordo ed echeggiante che pareva quello di una mazza da baseball che picchiava violentemente su un grosso gong.
-Sono loro?- chiese Thomas.
-Non me ne stupirei.- rispose Albert.
-È questo il genere di casino che fanno alla sera? Non so perché ma pensavo a qualcosa come musica assordante fatta con tremendi strumenti a percussione.-
-A loro modo sono idealisti, non degli sbandati.- replicò seccamente Albert.
Thomas annuì e scese dalla vettura. Il rumore proveniva da quella che sembrava una fabbrica abbandonata e stava aumentando, ma a Thomas parve di avvertire delle risate libidinose ed isteriche che lo fecero sussultare.
Anche Albert smontò dalla vettura e sussurrò all’orecchio del collega: -Sei sicuro di voler fare irruzione?-
-Tranquillo. So quello che faccio.-
Poriavy si avvicinò e aprì di scatto la porta: vide una ventina di uomini, alcuni dei quali ubriachi; a terra c’era un androide, con le braccia tranciate e con dei cavi recisi che penzolavano da ciò che rimaneva delle avambraccia. Accanto alla figura dilaniata dell’androide c’era un uomo dai capelli rossi e dal volto spigoloso, che impugnava un’ascia da taglialegna.
-Chi è il gran bastardo?- disse Albert con veemenza.
-Albert.- fece sorpreso un uomo grasso e con un paio di occhialini sottili e rotondi che doveva aver superato i trent’anni -Che ci fai tu qui? Mi pare che ci eravamo chiariti: ognuno per la sua strada. Ricordi?-
-Voglio solo sapere chi ha messo la bomba alla “CONRAD & C.”- insistette Albert. Aveva usato un tono duro e imperioso, che Thomas non aveva mai sentito da quel ragazzo.
-Sei sicuro della nostra colpevolezza, Albert?- domandò il tipo dagli occhiali rotondi, inalberando un sorriso sprezzante.
-Non era necessario far esplodere quella fabbrica, David.-
-Oh, sì invece.- rispose l’altro -Tu pretendi di sovvertire l’automacrazia con i tuoi stupidi volantini? La gente non li legge i tuoi volantini, Albert. La gente preferisce i caratteri luccicanti delle insegne e la voce digitalizzata. Non te ne eri mai accorto?-
-Non mi interessa.- tagliò corto Albert -Voglio sapere chi è stato a mettere la bomba nella fabbrica.-
Da tutti i democratici presenti si levarono sguardi perplessi e confusi. Probabilmente si stavano interrogando se bastonare Albert a sangue o se offrirgli una birra e scherzarci su mentre il tipo dai capelli rossi e l’ascia in mano finiva di macellare l’androide con le braccia amputate.
-Sono stato io.- ruppe il silenzio un individuo con capelli e pizzetto neri, il naso un po’ adunco ed il mento sfuggente. Sembrava piuttosto irritato dall’atteggiamento di Albert -E ora, hai intenzione di ammazzarmi?-
Albert scosse il capo in senso di diniego: no, non voleva ucciderlo, voleva semplicemente metterlo in galera. Thomas pensò che per il collega fosse estremamente duro ciò che stava facendo, arrestare con l’accusa di omicidio plurimo chi, nel nome degli ideali che Albert condivideva, aveva fatto esplodere degli automi, ma fu compiaciuto nel vedere come il giovane aveva affrontato la situazione. Saper accettare i compromessi era l’unico modo per essere un buon poliziotto. E forse era anche l’unico modo per abbattere l’automacrazia.
Il dinamitardo contrasse i muscoli del volto, sgranò gli occhi venati di rosso sanguigno, poi si accasciò al suolo privo di sensi: Thomas l’aveva colpito con uno storditore.
-Che diavolo...- gridò David accigliato. Nella stanza incominciò un forte brusio.
-State calmi.- disse Thomas -Vi avverto: a me interessava prendere il vostro amico vivo, ma la vostra vita non m’interessa. Con lui ho usato uno storditore; con voi userei senza esitazione un fulminatore.-
Thomas estrasse lentamente un fulminatore e mise via lo storditore con cui aveva colpito l’uomo che giaceva sul pavimento. Il brusio si attenuò: pareva che nessuno volesse assalire i due artificieri.
Thomas se ne accorse e fece un sorriso sardonico. -Benissimo.- proseguì -Allora possiamo trattare. Mi pare evidente che se aggredite me o Albert non ne ricaverete niente, e anzi la vostra protesta potrebbe concludersi con la vostra morte.- si fermò un secondo per assicurarsi l’attenzione di tutti i democratici: sì, stavano ascoltando senza muovere un muscolo. Sul volto di qualcuno di loro comparve persino un’ombra di paura, ed in fondo era comprensibile.
-Vi faccio un’offerta. Mi cedete questo individuo, io lo sbatto in cella e voi ne uscite puliti. Vi dò la mia parola che nessuno di voi verrà implicato in questa storia.-
Il brusio riprese la forza di prima, e i democratici parevano molto dubbiosi sul da farsi.
-Sentite.- richiamò di nuovo l’attenzione Thomas. -Ho bisogno di un’informazione. È stato lui- (e indicò l’uomo stordito) -a procurarsi la bomba o è stato qualcun altro?-
-È stato lui.- disse David dopo un po’ di esitazione -Questo peggiora la sua situazione?-
-No, ma migliora la vostra.- rispose Thomas -Purtroppo per l’esplosione alla “CONRAD & C.” vi siete affidati ad un pivello, che ha acquistato una bomba poco costosa sperando che fosse sufficiente. E invece si trattava di una bomba pessima, di quelle che lasciano residui. Albert ed io ne abbiamo trovato uno e lo abbiamo portato alla scientifica, dove hanno ricavato tutte le informazioni necessarie per sapere da chi la bomba è stata comprata. Da lì ci si mette ben poco a risalire a chi ha comprato l’esplosivo. Per vostra fortuna l’uomo che ha piazzato la bomba è lo stesso che l’ha piazzata e quindi nessun altro ci andrà di mezzo.-
-Chi ci dice che tu mantenga la tua promessa di lasciarci fuori da questa storia?- chiese il ragazzo dai capelli rossi che impugnava l’ascia.
-Nessuno, ma io ho un fulminatore in mano e voi no. E io non ho niente da perdere, mentre da quanto ne so voi avete una causa piuttosto importante.-
-Conta poco se lui ci dice il vero o no.- rispose un ragazzo dai folti capelli neri e ricci e dai lineamenti marcati, rivolto a quello con l’ascia -In ogni caso Gregor potrebbe tradirci e parlare di noi.-
Thomas pensò che Gregor doveva essere il nome del tizio steso a terra. -No.- replicò -Non vi tradirà, se crede davvero nella democrazia. Dovete pensare che anche se si è comportato da stupido crede quanto voi nella democrazia, al punto da esporsi in prima persona per nuocere alla “CONRAD & C.” È un cretino, ma pur sempre un idealista.-
-Appunto.- annuì David -E noi dovremo lasciarti prendere un idealista? Un vero eroe?-
-Il fatto che sia idealista non toglie che sia stupido.- ribatté Thomas placidamente. Doveva stare calmo e costringere i democratici a concludere in fretta, perché prima lui ed Albert andavano via di lì e meglio era per tutti -Sapete com’è, la selezione naturale. La natura fa morire gli individui più deboli della specie perché i più forti possano sopravvivere e procreare una generazione forte. Gregor è un debole e va eliminato. Per il bene del vostro movimento.-
Il brusio non accennava a smettere: era chiaro che i vari membri di “Azione Democratica” avevano posizioni molto contrastanti, e Thomas credette di poterli capire. Un automa avrebbe scelto di vendere Gregor, ma gli automi erano stati programmati per usare sempre e soltanto il raziocinio, la logica, mentre i democratici non erano automi, ma esseri umani le cui decisioni erano influenzate dalla morale e dai sentimenti. Spesso e volentieri negli esseri umani la parte morale aveva la meglio su quella razionale. Questo discorso non valeva per Thomas, che forse era più vicino ad essere un automa che un uomo: solo pensando come un automa si poteva sperare di riuscire a concludere qualcosa di buono nella propria vita, di risultare un “vincente”, ed il primo requisito per farlo era dimenticare la propria umanità.
-Allora?- domandò Thomas in modo inquisitorio -Avete deciso? Non ho tempo da perdere.-
I democratici si voltarono verso David silenziosamente, con gli occhi avidi di chi aspetta con ansia un verdetto inderogabile: evidentemente David doveva godere di molta stima all’interno del movimento; forse era una specie di capo.
-D’accordo.- proferì David con aria mesta -Prendete pure Goran.- alzò le spalle sconsolamente e si giustificò colmo di amarezza con gli altri del gruppo, con un’espressione afflitta dipinta sul volto -Devo sacrificare uno di noi perché sopravviva la nostra lotta.-
Thomas sorrise soddisfatto: era riuscito ad ottenere quello che voleva senza premere una volta il grilletto del fulminatore; aveva usato soltanto la logica, aveva pensato da automa, si era messo nella posizione di chi non aveva nulla da perdere e che metteva i democratici nella condizione di dover scegliere tra l’amicizia per uno di loro e la lotta per la democrazia.
David non avrebbe potuto fare altrimenti: la posta in palio era troppo alta per lui per poter permettersi di non cedere al ricatto dell’artificiere.
Albert prese Gregor sulle spalle ed uscì dalla fabbrica abbandonata, mentre Thomas teneva ancora sotto tiro i democratici per assicurarsi di uscire da lì senza pericoli.
-Ah, un un’ultima cosa.- disse Thomas prima di uscire -La prossima volta che decidete di abbattere l’automacrazia non usate più le bombe, altrimenti toccherà a me scovarvi e non ci penserò su due volte ad arrestarvi tutti.-
I democratici non dissero nulla: stettero solamente a guardare i due artificieri che se ne andavano. E così erano quelli i neo-luddisti, gli orfani di uno stato che ora funzionava grazie agli automi e non grazie agli esseri umani del Paese? Thomas se li era immaginati piuttosto come un gruppo di sbandati in abiti militareschi che usavano la causa come pretesto per le loro scorribande. Si accorse di essersi sbagliato: tra loro c’erano sicuramente operai, studenti, impiegati, medici... tutti i praghesi scontenti dell’automacrazia.
“Automacrazia significa libertà ed esattezza”, diceva in qualunque momento della gioranta quella voce femminile e robotica, come in una litania senza termine. Ma forse i cittadini umani di Praga non volevano la libertà e l’esattezza, ma soltanto non essere cittadini di serie B, contare qualcosa ed avere un piccolo posto nella sfera sociale della Repubblica Ceca.
Quando furono all’auto Thomas sentì che i neo-luddisti avevano ricominciato a colpire violentemente con l’ascia l’androide; Albert ammanettò Gregor e lo fece sdraiare sul sedile posteriore della vettura, senza che il democratico desse il minimo segno di riprendersi dallo svenimento causato dallo storditore.
Thomas aprì la portiera, mentre ascoltava i colpi d’ascia che dilaniavano impietosi il corpo di quella macchina che per lui era tanto indistinguibile da un uomo, poi si sedette all’interno a vettura e vide qualcosa a terra che lo colpì.
Era un foglietto di carta di colore verde su cui che diceva:

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LIBERI DI DECIDERE

LIBERI DI SBAGLIARE

LIBERI DAGLI AUTOMI
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Il poliziotto raccolse il volantino e chiuse la portiera.
-È questo il tipo di volantini che voi “Moderati” stampate?- chiese ad Albert mostrandogli il foglietto, quando questi si fu accomodato accanto a lui.
-Sì.- rispose Albert con un sorriso languido -Come vedi, non rappresento un pericolo per l’automacrazia.-
-È pur sempre meglio che far esplodere fabbriche, penso.- disse Thomas, in modo indulgente.
Thomas mise in moto e partì, sentendosi appagato per aver catturato la sua preda. Ora la gara contro la omicidi era vinta, e Malev si sarebbe calmato e non sarebbe più rimasto con il fiato sul collo a tutti gli artificieri del distretto.
Stavano per giungere di nuovo sul terzo livello da cui erano venuti: un display lungo e stretto diceva:

L3. SI CONSIGLIA DI ALLACCIARE LE CINTURE DI SICUREZZA. LO STATO VI AUGURA BUON VIAGGIO.
-Perché hai lasciato che gli altri se la cavassero, Thomas?- chiese Albert curiosamente, mentre il collega continuava a guidare.
-Era un compromesso, no? Se avessimo cercato di portarli in prigione tutti probabilmente sarebbe sorta una sommossa e noi non saremmo qui a parlarne, adesso.-
-Certo.- convenne Albert asciutto -Però non credi che quando questo Gregor parlerà del perché ha fatto esplodere la “CONRAD & C.” nascerà un nuovo martire? A me sembra che tu abbia agito in modo piuttosto strano: hai lasciato che i democratici finissero l’androide e non ti sei nemmeno preoccupato di cosà succederà quando Gregor diventerà un martire della lotta per la democrazia. Ti rendi conto che potrebbe persino essere il passo decisivo per abbattere l’automacrazia? Dov’è finito il tuo senso di giustizia che mi hai propinato l’altro giorno alle rive della Moldava e questa mattina sulla Nerudova Ulice?-
Thomas fece una smorfia di disappunto. -Io sono un artificiere e sono pagato per occuparmi dei casi in cui c’entrano le esplosioni.- disse -L’androide dentro alla fabbrica abbandonata che è stato sfasciato dai democratici non è stato fatto saltare in aria con una bomba, ma è stato demolito con un’ascia e quindi non è affar mio.- svoltò ad una curva -Giustizia o non giustizia io lavoro per mangiare, non per volontariato. In quanto alla storia del martire...- rallentò. Era davanti a delle strisce pedonali, che stavano venendo attraversate da un ragazzo ed una ragazza che si tenevano abbracciati -Ci ho pensato anch’io, ma penso che sia meglio creare nell’opinione della gente un martire, un nuovo Ludd, piuttosto che una vera e propria persecuzione.-
-Ah.- fece Albert con una smorfia di delusione dopo un attimo di titubanza -Allora è solo per questo che ti sei comportato così, che hai permesso che i democratici “uccidessero” quel robot.-
-Forse.- rispose pensosamente Thomas, mentre vedeva in basso la scritta fosforescente illuminare Josefov -O forse no. Forse, questa volta, ho trovato qualcosa in cui credere.-













(1)Termini tecnici dalla disciplina dei sistemi automatici elettronici, in cui un sistema è definito come ciò che è costituito da più elementi interdipendenti, uniti fra loro in modo organico. Un sistema discreto è costituito da una gamma di variabili finite. Sono detti sistemi tempo-invarianti quei sistemi in cui i parametri fisici non sono soggetti a variazioni nel tempo.

(2)Città Piccola

(3)Città Vecchia