Enrica Zunic'

Nessuna giustificazione

 


Come succede quando si legge (per passione ancora prima che per "professione") parlo di me che leggo il libro, delle letture che mi erano venute e mi vengono in mente rileggendolo. E parlo delle storie che vorrei l’autrice mi permettesse di leggere. Non so se questo sia il modo ortodosso per fare una recensione, ma non sto recensendo un libro ortodosso. Sto recensendo, e raccomandando, un libro bello e importante. Per le motivazioni che lo muovono (dichiarate nelle appendici riguardanti Amnesty International), e per quello che c’è scritto dentro.
Una volta mi era capitato di dire in pubblico che l’unico autore di fantascienza a parlare ancora di alieni era un’autrice, Octavia E. Butler, che è (era?) la scrittrice più "impegnata" della sua generazione, insieme a un romanzo come E venne la luce di James Tiptree, con il suo universoche cerca di ricostruirsi dopo una versione fantascientifica dell’Olocausto. Un motivo per cui a me questo libro è piaciuto molto è precisamente il coraggio di riprendere il tema pulp del contatto con l’Altro alieno: le sei storie (cinque di science fiction, fra cui un romanzo breve, e uno "realistico"—"La memoria di Eren", delicatissimo e bello come gli altri e forse di più) di Nessuna giustificazione funzionano come opera "impegnata" esattamente perché (non "nonostante") funzionano come storie. Da Sfida al pianeta di Anna Rinonapoli e Partiranno di Luce D’Eramo, molti dei più straordinari alieni della fantascienza italiana sono stati una creazione di donne. Anche di questo bisognerà riparlare.
Anche in America, sono scrittrici per lo più che ultimamente hanno lavorato seriamente sui temi di questo libro: la violenza (fisica e non solo) e la memoria. Sempre con la necessità di dire qualcosa di non scontato, che non trasformi la violenza in compiaciuta spettacolarizzazione. Nella fantascienza e fuori, mi vengono in mente libri molto ambiziosi anche formalmente—come lo è questo.
A me, la prima pagina del primo racconto ("ingiusto non ricordare") e il bellissimo titolo della storia ("Il dolore del marmo") aveva fatto venire in mente Amatissima di Toni Morrison. Da americanista, non posso non pensare che la tradizione che si è sempre occupata di quei due temi è quella afroamericana nel suo raccontare la schiavitù: della necessità e dell’impossibilità di raccontarla, appunto come succede in Amatissima, ghost-story e capolavoro della letteratura statunitense degli ultimi anni. Allora è giusto che il romanzo breve conclusivo ("Una cronaca manichea") si richiami direttamente proprio alla schiavitù. Forse l’unico autore maschio (e afroamericano) che, nella fantascienza, l’ha fatto con la stessa forza è Samuel R. Delany; Stars in My Pockets Like Grains of Sand non è stato tradotto ed è forse intraducibile, ma merita lo sforzo della lettura in inglese. Nel suo straordinario modo di usare i nomi dei personaggi (che ovviamente ha una lunga storia nella fantascienza), per immergere chi legge nella ricostruzione del mondo evocato, e anche nei suoi passaggi riflessivi e meditativi, ha più di qualcosa in comune con Nessuna giustificazione.
L’antologia segue l’ordine cronologico della composizione, e la qualità della scrittura progredisce di racconto in racconto, sempre a livelli notevolissimi. L’universo è quello dei postumi di una guerra futura che ha coinvolto "noi" e degli alieni, con il tentativo di ricostruire un tessuto vivibile dopo (e durante) delle atrocità, appunto, inenarrabili. Inenarrabili se non a partire dalla sofferenza fisica di coloro che ne sono state le vittime. In questo, come tutta la fantascienza migliore, il mondo di cui si parla è il "nostro". E per chi lo recensisce nel febbraio 2002, in cui troppe guerre fantascientifiche ci stanno aspettando fuori dalla letteratura, l’argomento di questo libro acquisisce un’urgenza e una rilevanza ancora maggiore.
Nel secondo racconto ("La macchina"), un personaggio descrive a un altro l’importanza del "da che parte stare" rispetto al "con chi stare". Ho l’impressione che fra i motivi che dànno a tutto il libro un’intensità straordinariamente forte sia il fatto che quell’invito non sia stato seguito. Come (che so) Huck Finn nel romanzo di Mark Twain o come il Mr. Tagomi della Svastica sul sole di Dick, qui gli atti di superamento delle barriere si basano su ciò che Dick chiamava "empatia", su una scelta nata dal rapporto diretto con l’altro concreto, non sull’ideologia o sulle scelte di campo razionali e astratte.
Una scelta di quel tipo sembra motivare l’agire di Ain, dottoressa che entra in contatto con molte di quelle vittime, personaggio che ricorre in più di una storia, figura utopica di guaritrice che cerca di "riparare" i corpi e il mondo. Un giorno, sarebbe bello leggere la sua storia personale, come abbia iniziato la sua carriera, in quali circostanze sia maturata la sua scelta—e sarebbe, ovviamente, una rilettura, da un angolo diverso: perché è lei, a volte con diverse maschere, la protagonista del libro.
Qualche riflessione sparsa, a partire da alcune delle storie. Una pagina di "Ain: Del nome dei numeri e della riparazione del cielo" mi fa pensare che ci sia un’analogia fra il luogo in cui ci si muove, "il centro medico" che sta "fra la miniera e la città" e la gente che ci finisce dentro, portandosi dietro anche "le fratture dell’anima". C’è qualcosa di simile fra le geografie urbanistiche e quelle intime. Intorno a quelle domande, esplorandole in maniera obliqua, si muove tutto il libro: Cosa c’è da ciascuna parte della frattura? Perché c’è la frattura? In quale modo si può essere da tutte e due le parti allo stesso tempo? Forse, la domanda principale è: esistono parti del cielo che non possono e non devono essere riparate? In fondo, è ciò su cui si era interrogato (e ci aveva interrogato) il Primo Levi di I sommersi e i salvati: parlare di alcune divisioni è possibile, superarle non lo è. Allora diventa davvero importante la storia implicita di Ain: perché, dopo tutto, non credo che quella sia la prima volta che lei ha incontrato "dal vero il nemico".
Quali sono le sue fratture? Come è arrivata lì, da persona di potere? Me lo chiedo perché è proprio un atto di potere—di potere semidivino—quello che lei compie alla fine di "La discesa interrotta dal rosa e dal blu", decidendo di "staccare il collegamento fra mente e corpo" di Tolmos, sopravvissuto all’atrocità. Su questo finale non posso che interrogare me stesso che lo rileggo. Da un lato, lo recepisco con diffidenza—qui Ain assume il ruolo di dea ex machina, che offre la panacea contro la sofferenza—e io, abituato a troppo cinismo, mi fermo e dubito di questa soluzione. È un po’ il sogno di onnipotenza dietro a tante versioni del cyborg, e soprattutto sembra offrire una prospettiva di consolazione: la chirurgia che sostituisce l’etica. D’altra parte forse il problema è mio, mi sono disabituato ai lieti fini, non riesco più nemmeno a concepire la possibilità che alla distopia si possa porre termine, che un altro mondo sia possibile. Allora quel finale acquista un senso importante. Come critici quali Darko Suvin (c’è in uscita un’antologia critica da lui promossa, a cui anch’io ho partecipato) e Tom Moylan stanno indicando, esistono distopie letterarie "critiche" e "fallibili", che cercano di presentare la possibilità del superamento del nuovo inferno di cui si dà la mappa; quella è la direzione in cui va Nessuna giustificazione (ed è un discorso che andrà affrontato anche con riferimento alla fantascienza italiana, a partire anche da Eva di Nicoletta Vallorani e dal lavoro di Vittorio Catani, Valerio Evangelisti e altri).
Molte di queste cose, e molte altre, le troviamo in "Una cronaca manichea", costruito, come i precedenti racconti, come storia a più voci, con brevi frammenti che alternano punti di vista diversi. La memoria come fonte di resistenza. La permeabilità dei "limiti", metaforici e reali: uno fra i tanti, quell’accenno ai cyborg come forma intermedia fra persone e schiavi (altra idea degna di ulteriore esplorazione, e assolutamente originale—mi viene solo in mente un racconto mai tradotto di Maureen F. McHugh, "Nekropolis", uscito su Asimov’s nel 1994). In fondo, il cyborg le fratture se le porta addosso nel corpo, come ci ricordava uno straordinario fumetto della Marvel Comics degli autori afroamericani Dwayne McDuffie e Denys Cowan, per la serie di Deathlok (1991), The Souls of Cyber-Folk. La violenza della schiavitù come centro della società, che si cerca di rimuovere ma che si rivela impossibile da rimuovere (c’è da chiedersi come la racconterebbe quella storia il punto di vista di chi l’ha subita, lo schiavo, il sopravvissuto: come la racconterebbe Tolmos la storia di Ain? La violenza come spettacolo (l’esposizione del condannato). E, insopprimibile, il bisogno (il piacere) della bellezza.
Soprattutto, un’intensità e un pathos presentati con discrezione e con durezza. Un’evocazione letteraria esplicita è quella della Capanna dello Zio Tom, e mi sembra giusto. La distopia fallibile e l’altro mondo possibile non potranno fare a meno di quella forza "sentimentale", affettiva, femminile, femminista, civica e politica, che la fantascienza di Enrica Zunic’ ha avuto il coraggio di porgerci. Confidando di avere altre occasioni per incontrarne la bellezza.

 

Salvatore Proietti © 2003