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Roberto Furlani

ALL'OMBRA DI UN SOGNO


Vi devo confessare che tra i vari racconti di Roberto Furlani che ho letto, ho una particolare predilezione per questo, che è forse la dimostrazione più chiara del fatto che al nostro giovane amico non mancano né la capacità di battere strade nuove ed originali, né quella di costruire storie ben congegnate con personaggi vivi, sentiti.
Questa storia è forse una conferma fra le più chiare che il mondo dell’informatica ed il nuovo spazio da esso creato, quella realtà virtuale nella quale cominciamo a muovere i primi passi, hanno aperto alla fantascienza una gamma di possibilità ancora quasi tutte da esplorare e che finora il cyberpunk, lungi dall’esaurire tutto quel che c’è da dire al riguardo, non è che un modo di affrontare queste tematiche. Lo spazio virtuale, così come lo spazio creato dai media cinematografico e televisivo, tendono a somigliare allo spazio onirico, un onirismo condiviso e pubblico anziché privato e soggettivo. In questo senso, il racconto di Roberto richiama un po’ uno dei classici della fantascienza italiana, Buonanotte Sofia di Lino Aldani.
La storia è ben scritta anche sotto il profilo psicologico, oltre ad essere ben congegnata da quello narrativo. Nel suo protagonista, una persona comune cui la tecnologia ha prestato troppo fragili ali di Icaro per volare nei suoi sogni, e che si annuncia fin dalle prime battute come uno sconfitto, quanti di noi possono dire di non riconoscersi per nulla?
Fabio Calabrese



 

L’uomo impiega un terzo della sua vita a dormire. Non sprecate tutto questo tempo: decidete di guidare i vostri sogni con i prodotti della "GB DREAMS".
Potrete vivere tutto il tempo del Vostro riposo con il/la partner ideale, essere protagonisti di straodinarie avventure spaziali ed avere un Vostro Universo personalizzato. Perciò affrettatevi: l’azienda leader nel mondo sulle interfacce neurali darà una risposta ad ogni Vostro desiderio.

Premetti con noncuranza il tasto della penna, e la pagina immateriale del giornale che avevo rovistato svanì nel nulla. Non potei fare a meno di dispiacermi: ormai anche "Il Corriere della Sera" era diventata una pubblicazione quotidiana di annunci pubblicitari, forse perché c’erano pochi affari sconvolgenti su cui spettegolare e fare cronaca o forse perché le multinazionali lasciavano poco spazio a ciò che accadeva in giro. Riposi la penna-giornale nel taschino della mia camicia e ritornai con una certa flemma al mio amato terminale, con la speranza di trovare qualcosa di più interessante nel ciberspazio. Sì, proprio così: io sono ancora attaccato a quell’universo virtuale di banche dati ed informazioni, a quella matrice infestata dagli hacker e protetta da ICE che vengono puntualmente sconfitti dall’ingegno umano. Potete considerarmi antiquato, conservatore e demodé, se volete, ma non riesco proprio a pensare che il ciberspazio e la realtà virtuale possano essere sostituiti da "interfacce neurali", per dirla come Gill Babes che ha cercato un nome davvero altisonante per definire i suoi prodotti.
Ma anzitutto penso che sia meglio fare un passo indietro, e più precisamente a quando sono entrato per la prima volta in contatto con quello che viene definito con un americanismo onericspace, che letteralmente vuol dire spazio onirico.
Penso che sia passato un anno da quando Stefano me ne parlò per la prima volta. Lui è sempre all’avanguardia per quanto riguarda questo genere di cose, malgrado la velocità dell’evoluzione tecnologica, mentre io non partecipo a questa corsa contro le multinazionali: so già che sarebbe una gara persa in partenza.
Tuttavia avevo già sentito parlare dello spazio onirico e delle interfacce neurali, seppur a livello di astrazioni scentifiche, di speculazioni mentali, o al più di sperimentazioni che avrebbero avuto un riscontro commerciale solamente qualche anno più tardi, ma non avevo mai approfondito l’argomento.
Era un giorno primaverile quando mi aveva invitato a casa sua, allettandomi con la promessa di mostrarmi il risultato di qualcuna delle sue immersioni nel ciberspazio. Non che avesse mai ottenuto un granché, ad essere sinceri, ma l’idea di discutere con qualcuno su quell’universo elettronico a cui appartenevo completamente e soprattutto di vedere altri, nuovi, tanti, dati scorrere sul mio campo visivo per poi andarsene lasciandomi solamente un’infinità di piccole informazioni che in qualche modo mi avrebbero reso più completo e ricco di prima, non poteva far altro che tentarmi quanto un frutto proibito.
Probabilmente immaginerete che io sia andato da Stefano con un’espressione estremamente gioiosa, magari anche scanzonata, o la classica aria trasognata di un bambino che ha ricevuto un bel regalo. Niente di più sbagliato! Alzarmi in piedi costituisce per me un piccolo sforzo; uscire da casa è paragonabile ad un’impresa.
Il mio campo visivo è ormai ridotto ad alcune sottili fenditure che si creano tra le migliaia di dati piccoli e luminosi, che ho memorizzato e che si accalcano davanti ai miei occhi anche quando il terminale è spento, andandosene solamente al sopraggiungere di nuove, accattivanti scritte luminescenti. Ho passato un tempo tale nel ciberspazio da ledere irrimediabilmente i miei nervi ottici, che ora sono incapaci di vedere il mondo se non attraverso quei caratteri.
Mi sono rivolto a vari specialisti, ma la risposta era sempre la stessa: -Mi dispiace, signor Dorato. Il danno alla sua vista è cronico e con gli attuali strumenti possiamo fare ben poco: al più possiamo migliorare la qualità della vita del paziente, ma per quanto riguarda la guarigione ci stiamo ancora lavorando. Certo, col tempo le sue condizioni potrebbero migliorare, ma...-
Pazienza, non è che la cosa mi pesi un granché. Tanto la maggior parte del mio tempo la passo nel ciberspazio, e lì riesco a vedere benissimo tutti i caratteri che scorrono rapidi davanti sul mio campo visivo. E dopotutto me la sono cercata: se non fossi stato così smanioso di sapere, a quest’ora sarei ancora in grado di fare tutte quelle azioni che di solito sono precluse ad un cieco: guidare, osservare la natura, ammirare una bella donna.
Ed invece ho rinunciato a tutto questo per il desiderio di conoscere, per quell’ossessione che attanaglia l’uomo da millenni.
Come tutti quasi certamente sapranno il ciberspazio può essere distinto in due grandi categorie interagenti: quella delle immagini e quella delle informazioni.
Io ho sempre evitato di andare nell’unità delle immagini, perché non mi è mai interessata la grafica fine a se stessa e perché il cervello umano è dannatamente lento ad assimilare le immagini, molto di più di quanto lo sia per recepire le informazioni.
L’unico inconveniente dell’unità delle informazioni è che è meno riposante, meno passiva, con la conseguenza che i nervi ottici finiscono con il lavorare di continuo; un lavoro intenso e costante che ha mandato a puttane la mia vista. Pazienza.
Comunque, tornando a noi, ero riuscito ad arrivare a casa di Stefano, in un modo o nell’altro. Dovete sapere che il suo appartamento è davvero ampio, o forse sembra ampio a causa dell’arredamento scarno, ridotto all’essenziale. Strano, da parte sua, visto che si definisce (probabilmente a ragione) un maniaco dell’estetica, di tutto ciò che è visivo. Per quanto mi riguarda, non posso di certo lamentarmi della la sterilità del suo appartamento: ci sono meno spigoli di mobili, meno ostacoli pericolosi da vedere e quindi minor possibilità di farmi male.
Dicevo che Stefano si definisce come un maniaco dell’estetica: probabilmente se lui fosse qui mentre sto raccontando mi correggerebbe, puntualizzando che è un maniaco della grafica. Ed avrebbe perfettamente ragione: un bel panorama, ad esempio una veduta dall’alto di un paesaggio balneare durante uno splendido tramonto, lo lascia del tutto indifferente, mentre lo eccitano il design di un’automobile, gli effetti speciali visivi di un film, i software tridimensionali che si trovano facilmente nel ciberspazio e quant’altro.
È per questo motivo che Stefano, al contrario di me, aborrisce l’unità delle informazioni per volgere piuttosto la sua attenzione a quella delle immagini.
Spesso le nostre posizioni differenti sono state oggetto di discussione, di contesa, ma mai con toni troppo accesi, o mancando di rispetto alla scelta dell’altro.
Siamo semplicemente giunti ad una conclusione comune che mi pare corretta: io voglio sapere, mentre lui vuole vedere. Oggettivamente non sarei in grado di indicare quale delle due opinioni è migliore, anche perché con tutta probabilità la soluzione ideale dovrebbe stare nel mezzo, cioé passare da un unità all’altra senza respingere né l’informazione né la grafica, anche in considerazione del fatto che c’è una quantità prossima all’infinito di increspature della matrice in cui le immagini coesistono e si completano con il sapere.
È chiaro che le nostre sono posizioni estreme e completamente divergenti; paranoie, ossessioni, forse.
Ricordo che più volte ho sbuffato quando Stefano mi mostrava effetti grafici che dovevano avere qualcosa di stupefacente che non riuscivo a cogliere; cose come spirali dinamiche multicolori che ruotavano modificandosi in forma e pigmento, o quadranti tridimensionali (in bilico tra fluorescenza ed evanescenza) che al ruotare della mano si attenuavano sino a svanire nel nulla, lasciando al loro posto qualcos’altro che costituiva la risposta voluta.(1)
Ho colto lo stesso atteggiamento di disinteresse quando gli mostravo dati che a me sembravano eclatanti e che per lui avevano un’importanza infima o addirittura nulla. Non contava niente per Stefano il fatto che il pertolio presente sul nostro pianeta si era ridotto al 5% di quanto ce n’era nell’Ottocento o che negli ultimi dieci anni la temperatura mondiale fosse aumentata di oltre tre gradi. Eppure mi sembra che questi dati sono piuttosto allarmanti e che dovrebbero coinvolgere l’intera umanità. Non ho mai compreso come facesse Stefano a rimanere impassibile nell’apprendere notizie del genere: se tutti si comportassero come lui la popolazione terrestre andrebbe incontro ad un olocausto senza fare niente per impedirlo. Ma dopotutto forse anche lui si sarà chiesto come facessi io a non entusiasmarmi per la grafica.
Comunque sia la nostra amicizia è rimasta solida, malgrado queste divergenze: siamo rimasti entrambi sulle nostre posizioni, ciascuno fingendo interesse per quella dell’altro e senza tentare di mutarla. Ed in fondo perché non avrebbe dovuto essere così? Dopotutto, nella nostra diversità, siamo più simili di quanto possiamo sembrarlo a primo acchito, con la differenza che lui ci vede benissimo.

-Ehilà, Sandro.- disse Stefano, mentre salivo ansando i gradini che portavano al suo appartamento. Non so se fosse una mia impressione o cos’altro, ma in più di un’occasione avevo notato che Stefano tratteneva il respiro quando compivo operazioni che per me erano potenzialmente pericolose come salire una scalinata, attraversare una strada o tagliare una bistecca. Lui era a conoscenza dei miei guai alla vista, ma cercava di non farmelo pesare e soprattutto si sforzava di non trattarmi in modo diverso da quando la mia salute era perfetta. Può sembrare strano che, nonostante sapesse che non vedevo bene e l’affetto che provava per me, Stefano mi facesse ancora andare a casa sua e quindi rischiare di essere investito da un’automobile, ma sono convinto il suo scopo era quello di impedirmi di lasciarmi andare, di diventare schiavo della mia malattia. Ancor oggi, nella situazione in cui mi trovo, ripensando al passato non posso che essergli grato per questo, per aver stimolato la mia vita al di fuori dell’ambiente virtuale.
-Ti aspettavo con ansia.- proseguì, con un’enfasi calcolata -Ho raggiunto dei risultati che ti lasceranno strabiliato.-
-Oh, sì, certo.- risposi non senza un po’ di ironia. Immaginavo i risultati che aveva raggiuto: bagliori, raggi, solidi tridimensionali, figure dinamiche, movimenti armonici... Esalai un grosso sospiro quando ebbi salito a fatica anche l’ultimo gradino.
-Vedrai, ne rimarrai strabiliato.- ripeté Stefano con lo stesso tono di prima -Anche perché ho delle informazioni interessantissime delle quali quasi nessuno è ancora a conoscenza.-
Al sentire la parola "informazioni" non potei trattenere un sorriso: mi sentivo come un animale cui colasse dalla bocca la saliva nell’assaggiare una preda succulenta, ma che potevo farci? Questa era la mia vita.
Riuscii ad entrare dalla porta d’ingresso dell’appartamento di Stefano sfiorandola appena appena con la spalla. Suppongo che una descrizione così pomposa per operazioni che per i più sono banali possa suscitare un po’ di ilarità, ma dopotutto nel mio campo visivo c’era una cortina perpetua di caratteri che nascondeva ciò che in realtà c’era davanti a me e che rendeva complicate azioni che per qualsiasi altro sarebbero state semplici.

[...] ed il costo della vita in questi ultimi anni è andato crescendo. Basti pensare al rincaro del prezzo del petrolio. Ma se dell'aumento del prezzo del petrolio si parla spesso in quanto considerato il più importante simbolo della crisi della società post-industriale, va anche esaminato quello dei beni di prima necessità, tra i quali spiccano i prodotti agricoli. La causa di ciò risiede nella perdita delle proprietà (sali minerali ecc.) dei terreni potenzialmente coltivabili, dovuta all'inquinamento che [...]
[...] Raynolds ha però trascurato che dal crollo del muro di Berlino ad oggi si sono verificate in realtà altre due guerre fredde, celate al popolo mondiale per evitare il panico, o forse l'ondata di follia, di protesta e di disagio che distinse il mondo degli anni '60, i quali, per la verità [...]
[...] Oltre alle cause già enunciate, anche una cattiva posizione della colonna vertebrale, o la tensione protratta dei muscoli del collo può dare cefalea. Oppure può essere colpa dei denti: per capirlo, basta notare da dove sembra provenire il dolore, perché i mal di testa da masticazione sbagliata sono localizzati soprattutto nella zona laterale e posteriore del cranio. [...]
[...].............................................[...] ..........................................
[...]...................................
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[...]

-Quali informazioni?- domandai, avido.
-Non avere fretta.- rispose con un sorriso soddisfatto. Era compiaciuto d’esser riuscito a catturare pienamente la mia attenzione, e non avrebbe rinunciato per niente al mondo a tenermi un po’ sulle spine.
Mi fece strada sino al soggiorno, dov’era collocato il suo terminale. Mi indicò il divano con la mano, e mentre mi accomodavo mi chiese: -Caffè, aranciata o birra?-
-Caffè.- risposi con un sorriso languido. Non avevo voglia di bere roba gassata ed avevo eliminato l’alcool dalla mia vita da tanto tempo, da quando avevo cominciato ad avere i disturbi alla vista.
Lo sentii andare nell’altra stanza, ed i miei occhi malati non poterono resistere alla tentazione di guardare verso quel terminale, lì, vicino alla finestra, spento, inutilizzato. Era raro che vedessi un terminale spento: il mio era costantemente acceso, e nelle rare volte in cui ero costretto a spegnerlo (il che mi costava un notevole sacrificio), fremevo dal desiderio di riaccenderlo e di inabissarmi ancora nelle increspature della matrice.
Vedere un terminale spento equivaleva per me a vedere un uomo menomato: uno spettacolo struggente ed angosciante. Mi consolava, però, sapere che anche Stefano avvertiva questa sofferenza, che anche lui era pervaso dal senso di profonda disperazione e amarezza che mi sovrastava ogni volta che il terminale non era acceso.
Sentii il rumore del caffè che bolliva, accompagnato da un aroma stuzzicante che attirò la mia attenzione, facendomi distogliere lo sguardo dal terminale. Strano, era da parecchio che qualcosa non mi faceva distrarre per un istante dal ciberspazio, e provai un misto di compiacimento e desolazione nel notarlo.
Stefano tornò nel soggiorno con due tazze di caffè. Mi pareva di distinguere tra la moltitudine dei caratteri ed il fumo un sorriso con un che di malizioso, ma non ci badai più di tanto.
Mi diede una delle due tazze e mi domandò: -Metti tre zollette di zucchero, vero?-
-Già.- risposi evasivamente -Stefano, quali sono le informazioni che devi darmi?-
-Non stai più nella pelle, eh bricconcello?- replicò lui, sagace. Si passò una mano sulla chioma ondulata di capelli neri e disse: -Hai mai sentito parlare dello spazio onirico?-
-Sì, qualcosa ne so. All’inizio pensavo che non fosse altro che uno dei tanti nomi con cui si definisce il ciberspazio, al pari di "universo elettronico o "cosmo virtuale", ma poi nelle varie immersioni ho appreso che si tratta della possibilità di pilotare il cervello durante il sonno.-
Stefano si sedette pesantemente sul divano accanto a me, con un’aria che definirei ilare. -Togli pure quel "possibilità."- disse agitando un braccio -L’evoluzione è andata avanti, mio caro Sandro. Non è più come nel ventesimo secolo in cui la possibilità teorica era separata di chissà quanti anni dall’applicazione pratica. Al giorno d’oggi, se in un dì si appura che è possibile fare qualcosa, l’indomani questo qualcosa è già una realtà. È così che va avanti la tecnologia, amico e lo spazio onirico non è più una fantasia.-
-Ma da quel che ne sapevo io i costi sono troppo elevati.- protestai vivacemente.
-Forse così era ieri. Oggi le cose sono cambiate radicalmente. È vero, è indispensabile che ci siano degli stimolatori da collegare al cervello, che sono in grado di far percepire ai nervi il dolore, il freddo e la sensazione di bagnato, oppure che riescano a far irrigidire o rilassare dei muscoli, ma il loro costo è infinitesimo se paragonato a quello che si spende per ottenere una realtà virtuale di un certo livello. Sono sicuro che tu saprai quanto costano i caschi virtuali, le tute sensoriali, le pedane eccetera. Nello spazio onirico tali costi non ci sono: niente tute sensoriali, niente caschi, niente guanti e niente pedane. Bisogna solo procurarsi dei buoni stimolatori che costituiscono comunque una spesa ragionevole: grossomodo costano come un terminale per ciberspazio.-
-Non mi piace l’idea di avere degli stimolatori collegati al cervello.- constatai sommessamente.
-Mica che ti aprono la testa, Sandro.- rispose Stefano ridendo. Era davvero incredibile la sua fiducia verso prodotti che non aveva mai visto. Disarmante, oserei dire. -Al più ti attaccheranno un paio di ventose alle tempie, ma non è niente di più innaturale di un casco virtuale o di una visiera per ciberspazio.-
Effettivamente non aveva tutti i torti, ma c’era qualcosa che non mi convinceva. Capite, non era per testardaggine o per quella strana fobia delle novità che di solito colpisce le persone più anziane, ma il discorso di Stefano mi pareva troppo approssimativo, con qualche grossa pecca dal punto di vista logico.
-Da come hai parlato mi sembra che un progetto simile sia sin troppo facile da realizzare.- Mi decisi finalmente a dire -Io non punterei troppo sullo spazio onirico, perché mi sembra che ci siano ancora troppi punti oscuri.-
-Ad esempio?-
-Ad esempio il fatto che di solito sono i nervi che trasmettono l’informazione al cervello che poi rielabora e spedisce di nuovo l’informazione, mentre nello spazio onirico si fa il procedimento inverso, cioè si parte dal cervello e si finisce ai nervi. Questo sì che mi pare più innaturale di un casco virtuale e di una visiera da ciberspazio.-
-Boh, non so.- rispose lui con sufficienza -Credo che le sperimentazioni che sono state fatte riguardino in qualche modo il settore della salute.-
-Non eri tu quello che diceva che oggi tutto si evolve velocemente? A me sembra che più velocemente si compie un’azione e meno tempo si ha avuto per rifletterci bene su, e questo vale anche per le multinazionali.-
Finii di bere il mio caffè, poi diedi la tazza vuota a Stefano che sparì dal mio campo visivo per andare ad appoggiarla da qualche parte..
-In ogni modo- ripresi -io non proverò mai quella roba sino a che non avrò delle garanzie.-
-Ottima idea. Se ti fossi comportato in questo modo qualche anno fa, ci vedresti ancora benissimo.- Non sapevo se la sua era un’osservazione infelice, una battuta sarcastica od un rimprovero nei miei confronti, ma era certo che non mi aveva fatto piacere.
-Già.- risposi -Un uomo può sbagliare e rovinarsi per questo. Ma se commette due volte lo stesso errore è un uomo stupido.-
Stefano annuì debolmente, poi mi appoggiò la mano sulla spalla: -Intanto che tu cerchi delle garanzie andiamo al terminale che ti mostro ciò che ho trovato in merito. Chissà che tu non riesca a trovare una risposta alle tue domande.-
Non la trovai. Le ricerche di Stefano l’avevano portato ad estrarre qualche frame sperimentale dello spazio onirico, e sotto si potevano leggere delle didascalie che dicevano ciò che mi era già stato spiegato con qualche altra notizia di contorno di importanza relativa.
Avrete già capito da un pezzo che io non sono uno di quelli che si può entusiasmare per delle semplici immagini, eppure ciò che stavo vedendo superava di gran lunga le immagini e le animazioni che avevo visto sino ad allora, arrivando ad un livello di realismo che non avrei mai immaginato e che mi emozionava, lasciandomi quasi senza fiato.
Ed in quei momenti ebbi la chiara sensazione che mentre i miei occhi erano impegnati nelle increspature del ciberspazio alle mie spalle Stefano sorridesse soddisfatto, col sorriso di chi era riuscito a stupire.

Inutile negarlo: la mia curiosità era stata definitivamente stuzzicata, al punto che un mese più tardi fui io stesso ad avvisare Stefano di una conferenza che si teneva in un teatro, il cui tema era

" NUOVI ORIZZONTI DEL VIRTUALE.
Confronto tra intrattenimento tradizionale ed altenativo."

Era chiaro che si sarebbe discusso piuttosto approfonditamente sullo spazio onirico e che sarebbero state puntualizzate diverse cose che ancora non ci era dato a sapere. Io volli andare nella speranza di trovare le spiegazioni mediche che avevo cercato inutilmente quel giorno da Stefano e che in seguito non avevo trovato in nessuna delle migliaia di increspature che avevo analizzato nel ciberspazio.
Era un pomeriggio davvero caldo, e nonostante avessi addosso soltanto una T-shirt sudavo molto. I medici mi avevano consigliato di rimanere a casa quando le condizioni ambientali erano troppo ostiche, perché in quei momenti la mia visibilità si riduceva ancora, e quel giorno era sin troppo soleggiato per i miei occhi, ma dopotutto non potevo uscire soltanto nei pomeriggi plumbei e nuvolosi.
Fu così che Stefano ed io andammo alla conferenza. Più che una conferenza era una vera e propria tavola rotonda, a cui partecipavano importanti esponenti italiani delle industrie della realtà virtuale, operatori del ciberspazio e alcuni scienziati che negli ultimi periodi si erano dedicati spasmodicamente allo spazio onirico. In tutto erano sette persone autorevoli nei rispettivi campi che si sarebbero sbranate tra loro come cani nei combattimenti clandestini.
Sarà sadismo, ma l’idea mi allettava.
Giungemmo al teatro, puntuali. Al centro del palco c’era un tavolo con dei bicchieri e delle bottiglie d’acqua, ma i sette che avrebbero dovuto intrattenere la conversazione non vi erano ancora seduti. C’erano molti posti vuoti: era davvero sorprendente che la gente non si sentisse attirata da un argomento attuale ed interessante come quello che sarebbe stato discusso, ma per quanto mi riguardava avevo rinunciato a capire la gente già da un mucchio di tempo. Ci sedemmo sulle poltroncine e Stefano mi disse: -Eccoci qui. Così oggi scoprirai se lo spazio onirico è cancerogeno oppure no.-
Gli risposi con un sorriso di circostanza e dissi: -Lo spero. Di solito i tipi come quelli che parleranno dopo tentano sempre di insabbiare le verità scomode.-
-Oh, insomma, Sandro.- mi rimproverò -Il mondo non è poi così crudele come credi.-
Stetti per replicargli qualcosa, ma non ne ebbi il tempo: dalle quinte spuntarono sette uomini, tutti un po’ attempati e ben vestiti.
Ci fu un debole applauso al loro ingresso, poi prese la parola un uomo con una vistosa calvizie che si schiarì la gola come per far smettere gli applausi.
-Buonasera.- disse -Spero che sappiate tutti perché ci troviamo qui oggi. L’evoluzione porta a raggiungere confini che soltanto poco prima erano inimmaginabili, col risultato che di solito si passa alle novità dimenticando ciò che viene a far parte della tradizione e della cultura. Si tenterà oggi di capire quali siano i vantaggi gli svantaggi di un nuovo tipo di intrattenimento rispetto alla realtà virtuale e al ciberspazio. La novità di cui vi parlo è lo spazio onirico, ancora ignoto alla maggior parte della gente ma che sicuramente entrerà presto a far parte della nostra quotidianità. Di questo, però, può essere più esauriente di me il professor Andrea Barlòn.-
Lo indicò con la mano. Era un tipo dai capelli grigi e dai rigogliosi mustacchi lievemente più scuri. Ci fu un altro, breve applauso, poi Barlòn cominciò a parlare di quando, quattro mesi prima, un onesto e geniale programmatore di nome Gill Babes aveva intuito la possibilità di occupare il periodo del sonno in modo più piacevole di quello a cui eravamo abituati tutti.
-Pensate.- disse -Dormiamo in media otto ore al giorno. Un terzo della nostra giornata, un terzo della nostra vita. Chiedetevi ora quante notti insonni, quanti incubi e quanti sogni insipidi avete fatto.- Ci fu un lieve brusio. Barlòn accennò ad un sorriso, poi proseguì: -La nostra proposta è quella di pilotare l’irrazionalità umana, al fine di non buttare via un terzo della vita di un uomo.-
-Personalmente non vedo di buon occhio quest’iniziativa.- intervenne un uomo sulla cinquantina, dai capelli tinti di biondo -Devo far notare al professor Barlòn che sinora nessuno ha mai tentato di controllare la parte irrazionale di un essere umano, e se le cose stanno così ci sarà un motivo. Ed è facile indovinare quale sia: è molto pericoloso.-
-Ma quale pericolo?- replicò Barlòn -Se non sono state fatte sperimentazioni in tal senso è perché non c’erano ancora gli strumenti che lo consentono. Ora abbiamo quegli strumenti, professor Remiti, quindi non vedo perché non mettere sul mercato un prodotto indubbiamente valido, sia dal punto di vista qualitativo che da quello commerciale.-
-Abbiamo anche gli strumenti per clonare una persona.- osservò un uomo pelato e robusto, dall’aria truculenta -Eppure non lo facciamo e con tutta probabilità non lo faremo mai.-
-Quello è un caso diverso. Lì si tratta di bioetica, mentre noi non facciamo nulla di amorale.-
-Ne è convinto? Lo spazio onirico vuole eliminare l’istintività nel sonno. Quanto tempo crede che una persona resista prima di esplodere?-
-Questo non è un problema. I nostri studi ci hanno dimostrato con certezza che lo spazio onirico non può nuocere né al cervello né al corpo umano.-
-E per quanto riguarda il realismo?- domandò un tizio dai capelli brizzolati e riccioluti -Crede davvero che lo spazio onirico possa competere con la realtà virtuale?-
-Non c’è partita.- rispose quello che doveva essere un collaboratore di Barlòn. -Il cervello umano non è in grado di distinguere la dimensione onirica da quella reale, perché noi operiamo nel subconscio delle persone. Coloro che utilizzano la realtà virtuale, invece, si rendono conto istante per istante che ciò che stanno vivendo è una finzione a causa della loro piena consapevolezza dall’inizio alla fine del gioco.-
-Gioco.- gli fece eco il tipo di prima con aria di sufficienza -Probabilmente lei non è ben informato sulla natura della realtà virtuale e sugli scopi che l’hanno resa indispensabile.-
-Al di là di questo, mi risulta che lo spazio onirico sia piuttosto dispendioso.- constatò Remiti.
-Certo, va ammesso che la spesa è piuttosto onerosa.- convenne Barlòn -Ma bisogna tener conto che la spesa consiste nell’acquisto degli stimolatori e di diversi sogni personalizzati, che non vengono prodotti industrialmente per tutti. Certo, si potrebbe anche fare differentemente, ma in questo caso non sono convinto che si riuscirebbe ad ottenere la massima soddisfazione da parte del cliente. In ogni modo non si spende molto di più di quanto si spenda per avere una buona realtà virtuale, con le varie attrezzature necessarie al caso.-
Il discorso andò avanti per un’ora e mezza, all’incirca. Intervenne anche un medico, che affermò che i rischi di lesioni cerebrali erano minimi, quasi inesistenti.
Quando Stefano ed io uscimmo dal teatro, fummo entrambi soddisfatti: io ero molto meno diffidente sullo spazio onirico, lui non lo era mai stato.
Barlòn era stato dal canto suo molto in gamba: verso la fine della discussione era riuscito a placare i suoi contestatori dicendo loro che lo spazio onirico non andava considerato come un’alternativa alla realtà virtuale e al ciberspazio, ma come una situazione complementare, che si verificava in tempi e modi diversi. La successiva tranquillità degli altri dimostrò che loro sapevano dello spazio onirico molto meno di quello che volevano far credere, e che la loro unica paura era che ciberspazio e realtà virtuale potessero venir sostituiti.

Passarono ancora un paio di settimane prima che Stefano ed io decidessimo di provare lo spazio onirico. Fummo sottoposti a dei test, mediante i quali i programmatori riuscirono a capire che cosa desideravamo sognare e solo pochi giorni dopo fu dato ad entrambi un’apparecchio dalle dimensioni di una radio portatile, da cui si dipartivano due cavi che terminavano in un paio di piccole ventose. Le ventose andavano applicate all’altezza delle tempie, dove non creavano nessun tipo di disturbo se non una lieve sensazione di freddo, a cui però ci abituava abbastanza rapidamente.
Non ricordo con esattezza che cosa sognai la notte in cui sperimentai lo spazio onirico: ricordo una bella donna, una cena romantica, una notte di fuoco. Quello che aveva però più importanza era che le scritte che affollano permanentemente i miei occhi erano scomparse, che riuscivo a vedere bene come non vedevo da anni, da troppi anni. Fu una sensazione bellissima e, sebbene possa sembrare un luogo comune, non esagero dicendo che il mattino successivo mi sentii rinato. Non ero più un invalido semicieco destinato faticare per compiere le azioni più banali, ma la notte ero un uomo vigoroso, forte, soddisfatto. È incredibile il livello di realismo ed emozionale che si può raggiungere pilotando dall’esterno un cervello umano!
Per quanto riguarda il sogno di Stefano, lui mi confabulò qualcosa a proposito di potenti bolidi da corsa che da sempre affascinavano la sua mente, rimanendo segreti ed oscuri a chiunque altro. Ma ora quelle vetture non erano più delle semplici astrazioni, delle utopie, dei desideri mai sopiti e mai realizzati: ora lui poteva vederle sfrecciare, veloci come fulmini, accarezzarne le linee complicate ed i design estrosi.
Me lo confessò con la voce tremula per l’eccitazione, in modo convulso ed inframezzato dai singulti: la nottata era stata tanto per la sua mente, un’eccitazione maniacale frutto dei suoi sogni più intimi ed insperati che lo sconvolgeva come null’altro poteva.
Oggi lui è un uomo diverso. Lo spazio onirico non ha fatto altro che alimentare la sua perversione per la grafica, al punto da fargli sembrare il mondo reale troppo brutto, troppo irregolare per meritare di ospitarlo, così passa i due terzi delle sue giornate dormendo, proiettandosi in un universo a sua immagine e somiglianza. Nelle rare occasioni che l’ho visto, da quando si è completamente assuefatto allo spazio onirico, ho notato che soffre di allucinazioni, vedendo talvolta qualche splendido bolide dalle forme inverosimili involarsi verso l’orizzonte, verso luoghi mai esistiti e troppo perfetti per essere veri. Ormai, per lui, la vita è diventata soltanto l’ombra piccola e deforme del suo sogno.
Suppongo che vi chiederete il motivo per il quale io non sia diventato come lui, visto che nello spazio onirico riacquisto completamente la mia vista, ed è un’ottima domanda. La ragione è che, al contrario di Stefano, io ho un legame troppo saldo con il mondo reale, che è più importante dei miei desideri e più importante della mia vista. Sono quei piccoli caratteri luminosi che formano miriadi di informazioni ad impedirmi di abbandonarmi ai sogni, a rendermi felice.
Forse dovrei aiutare Stefano a tornare alla vita, come lui in passato ha aiutato me, ma alzarmi in piedi costituisce per me un piccolo sforzo; uscire da casa è paragonabile ad un’impresa...






(1) Riferimento ai linguaggi visuali di programmazione. Per esempio il Visual Basic, in cui ad un controllo, detto "controllo attivo" è associato un evento (nel nostro caso la rotazione della mano, ma potrebbe essere anche il click del mouse, la pressione del tasto "INVIO" eccetera) che sortisce un determitato effetto (risposta).