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Roberto Furlani


L'OTTAVO GERARCA

ovvero

Alcuni scorci del Medioevo Solare


In questo racconto di Roberto Furlani si respira un po’ di atmosfera stile Space Opera vecchia maniera che certamente andrà incontro ai palati più fini dei lettori, c’è senza dubbio qualche involontario eco di Starship Troopers sebbene il messaggio, il succo “ideologico” della storia sia esattamente opposto a quello di Heinlein, ed il racconto, insieme a Davanti al Palazzo di Vetro di Vittorio Catani, è stato scelto per fare da contraltare a Centro Ristrutturazione Temporale di Donato Altomare ed al mio Skymaster. Vittorio e Roberto rappresentano per così dire il lato sinistro di questo numero tematico che è dedicato ad un argomento dalle evidenti implicazioni politiche quale il patriottismo. Il protagonista del racconto, infatti, è un ragazzo che, se non è proprio un pacifista nel senso ideologico e programmatico del termine, è quanto meno un ragazzo pacifico che non ha nessuna voglia di ammazzare il prossimo in nome della patria o di ideali quali che siano, spinto suo malgrado alla carriera militare da ragioni familiari.
La narrazione scorre piacevole con un buon ritmo che dosa sapientemente riflessione interiore ed azione, se ha un difetto è forse la conclusione alquanto brusca, ed avremmo tutto sommato anche voluto saperne qualcosa di più sul sistema politico dei gerarchi, ma allora forse ci sarebbe volta la dimensione di un romanzo.
Fabio Calabrese



Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia.
(Da "Le ultime lettere di Jacopo Ortis" - U. Foscolo)

Non sono mai stato un patriota, anche se forse dovrei vergognarmene. Sebbene abbia vissuto tutta la mia giovinezza su Callisto, il satellite su cui sono nato, non ho mai provato nulla per quel sassolino che orbita ininterrottamente attorno alla gigantesca sfera gassosa che è Giove. Ad essere onesti la mia terra natia non significava per me più di quanto significassero lo stesso Giove, Europa o Saturno, perché ero certo che se fossi vissuto su un altro satellite o magari su un pianeta la mia vita non avrebbe avuto sostanziali differenze da quella che sto conducendo ora. A che serve quindi sbandierare sentimenti per un enore corpo sferico ed inanimato, che non fa altro che ruotare su se stesso e aggirare il Sole per l’eternità? È una domanda che mi sono posto spesso, ma che non ho mai avuto il coraggio di rivolgere ad altri, in quanto in questi interminabili tempi che esistono da prima che io nascessi e che probabilmente continueranno anche dopo la mia morte, un quesito del genere è considerato eretico. Si potrebbe dire con un’ironia un po’ amara che c’è il culto dei ciottoli, di cui non sono in alcun momento della mia esistenza stato succube, ma che in qualche modo mi ha reso vittima di un sistema eccessivo e fondato sull’esagitazione dei singoli, al quale non sono mai riuscito ad adeguarmi. Ciò era particolarmente grave per un originario di Callisto, uno dei satelliti (se non quello in assoluto) più fieri e potenti dell’intero Sistema Solare, con un regime militaresco che pretendeva la massima dedizione e fedeltà da chi vi doveva sottostare. Purtroppo non ero in grado di offrirmi totalmente a quel satellite, e non a causa di una cronica incapacità di prendere decisioni o della mia scarsa propensione alla fatica, ma semplicemente perché non amavo Callisto in modo particolare. Come potevo quindi giurare fedeltà verso qualcosa che non aveva alcuna importanza per me? Come potevo impegnarmi a dedicare tutta la mia vita al bene di quell’entità così priva di significato e al tempo stesso così osannata dal suo popolo? Eppure lo feci, perché fui costretto a farlo, perché uno che non era disposto a combattere nel nome di Callisto valeva meno di zero e come tale veniva trattato. Date le circostanze non potevo esimermi da seguire il mio destino, il destino di ogni giovane abitante del satellite.

Nonostante mio padre fosse un uomo estremamente austero e rigido, nella mia infanzia ho avuto un buon rapporto con lui, del tutto simile a quello che avevano gli altri bambini con i loro padri. I problemi sorsero invece quand’ero adolescente, a causa della differenza delle mie idee e attitudini dalle aspettative che lui aveva per me. Aveva studiato da architetto, ma raramente aveva potuto esercitare la sua professione, dal momento che Callisto era sempre in assetto di guerra; egli stesso era sceso sui campi di battaglia ad uccidere e a rischiare di rimanere ucciso numerose volte, nel nome della causa del suo satellite. Andava orgoglioso di aver combattuto per l’indipendenza di Callisto dal Regno Ganimedeo, che comprendeva Ganimede ed Europa e che voleva annettere anche Callisto, il quale a quanto pareva era importante dal punto di vista strategico e politico. Purtroppo per il Regno Ganimedeo i piani del governo del satellite su cui sono nato e che mio padre difendeva con tanto accanimento erano diversi, ed in fondo il suo potere militare era sufficientemente elevato per potersi permettere di opporsi allo strapotere del Regno. Da quanto mi ha detto mio padre, quella guerra durò un decennio e forse anche più, in cui Callisto potè pensare soltanto a proseguire nella sua Resistenza, senza nessuna mira espansionistica: bisognava preoccuparsi di ottenere la libertà dal Regno Ganimedeo e non cedere ad alcun compromesso. Viceversa, il Regno si impegnò su più fronti, costretto dalla sua potenza e dalla posizione di primo rilievo che occupava nella situazione politica dell’intero Sistema Solare. Il risultato fu che il Regno Ganimedeo venne pesantemente sconfitto dalle truppe di Callisto, che attaccarono approfittando dei disordini causati dalla guerra in atto tra il Regno e Marte. Come dice un proverbio che dovrebbe risalire a prima della colonizzazione del Sistema Solare "Chi troppo vuole, nulla stringe", e fu così che il Regno Ganimedeo venne umiliato da Callisto, che per la prima volta aveva proceduto con una manovra offensiva invece di limitarsi a resistere. Quell’episodio fu epico e probabilmente rimarrà nella storia del satellite per secoli, anche se sinceramente non penso che ci sia da andarne troppo fieri: Callisto aveva vinto perché il Regno si era fatto troppi nemici per poter badare a tutti, non per la sua reale forza. Vinse a causa della strategia sbagliata del suo avversario, non per propri meriti.
Comunque sia, in seguito il Regno non esisteva più, Ganimede ed Europa rimasero in ottimi rapporti ma non furono più in grado di ricostituire la potenza militare d’un tempo, e mio padre si sentiva parte di tale grande conquista che aveva garantito la libertà del suo popolo. Ma, cosa ancor più rilevante, Callisto aveva definitivamente preso coscienza della sua forza e aveva maturato ambizioni politiche degne di un pianeta: si propose di diventare l’elemento che decideva chi doveva governare il Sistema Solare, senza fondersi in regni od imperi e senza voler a tutti i costi espandersi. Aveva imparato che un complesso di più pianeti e satelliti era oltremodo difficile da tenere sotto controllo con un’amministrazione centralizzata, per cui aveva deciso di scongiurare tremende disfatte che ne avrebbero scalfito il prestigio rendendosi consapevole dei propri limiti e rispettandoli. Questa, però, è la storia di Callisto, non quella di mio padre e tantomeno la mia. Ciò che conta è che mio padre aveva contribuito a rendere Callisto uno dei satelliti più forti del Sistema Solare, ed ambiva che io continuassi la sua opera, che mi prodigassi per rendere la nostra terra d’origine ancora più importante di quanto lo fosse già. Secondo lui potevo adoperarmi in tal senso solamente arruolandomi nell’esercito, viaggiando per anni nello spazio, verso luoghi popolati da civiltà che avrei dovuto combattere, schiacciare e anche distruggere, se necessario. A dire il vero a me non interessava se Callisto facesse parte del Regno Ganimedeo o se fosse colonia della Terra, ma a quanto sembra le mie opinioni sul mio destino e sul mio futuro non contavano affatto. Certo, Callisto lasciava libertà a chiunque di decidere la propria strada, con l’avvertenza che chi non fosse stato disposto a servirlo avrebbe perso qualunque tipo di diritto, sarebbe stato costretto a rimanere per sempre sul satellite senza poter lavorare, protestare o manifestare le proprie idee; i disertori venivano trasferiti in comodi centri d’assistenza, dove convivevano con anziani non autosufficienti, mendicanti, disabili e mentecatti e ricevevano quattro spiccioli ogni mese standard, a malapena bastevoli per comprare un paio di scarpe usate ed un gelato.
A queste condizioni e alla fremezza del mio genitore fui costretto ad abbandonare qualunque speranza di vita alternativa a quella del soldato che uccide per non essere ucciso, confortato dall’amore per la sua patria. Peccato non aver mai avuto questo tipo di conforto. Tutto iniziò sei anni fa: all’epoca ero un ragazzo di diciasette anni senza un progetto preciso per la sua vita, senza la voglia di studiare ma con l’intenzione di trovare un’occupazione come tante, che non lo portasse a distinguersi dalla maggior parte delle persone di Callisto e probabilmente di tutto il Sistema Solare. Ma evidentemente mio padre non la vedeva così: un giorno in cui era particolarmente irritato con me e in cui mi aveva dato dello scansafatiche, dell’incapace e del parassita in conseguenza alla mia confessione di non intender arruolarmi nell’esercito, mi obbligò a vestirmi e ad andare con lui. Non sapevo dove volesse portarmi, ma data l’espressione non prometteva niente di buono, ed in fondo potevo persino capirlo, visto che avevo deluso i progetti (e credo anche la considerazione) che aveva per me.
-Oggi sistemeremo tutto, vedrai.- disse in modo burbero -Hai finito di mangiare il pane alle spalle di tuo padre e di Callisto.-
-Papà, ti prego...- confutai timidamente -Non obbligarmi a fare qualcosa che non mi va.-
-Non obbligarmi a fare qualcosa che non va.- mi scimmiottò -Nella vita non si può fare solo le cose che ci piacciono, e ancor meno si può non fare proprio niente come fai tu. È venuto il momento di prendere una decisione, che tu lo voglia o meno. Avanti, seguimi e non piagnucolare.-
Dal suo tono capii che era inutile replicare, non sarebbe servito a niente. Dovevo fare come diceva e al limite ribellarmi alla sua volontà in seguito, al momento in cui avrei scoperto che cosa mio padre aveva intenzione di farmi fare.
Con questo proposito montai sulla vettura e mi sedetti accanto a lui, che si trovava in posizione di guida. Le dita ossute di mio padre toccarono agilmente qualche pulsante e la vettura lievitò con un ronzio appena percettibile da chi era seduto all’interno, poi si diresse verso la meta di mio padre, quella meta che io non conoscevo ma della quale ero davvero spaventato. Non si poteva mai sapere che cosa frullasse nella testa di mio padre, un uomo che, malgrado avesse raggiunto l’età della ragione, non aveva smesso di essere impulsivo com’era sempre stato.
Nonostante ciò, e soprattutto nonostante la sua follia e la sua esagitazione tipiche dei tre quarti degli abitanti di Callisto, devo ammettere che la sua guida era davvero tranquilla e regolare: ai miei occhi risultava quasi un controsenso con la sua personalità piena di autostima e di ambizione all’onnipotenza della sua razza. Ma dopotutto la personalità degli esseri umani è troppo complessa per definirla con dei sillogismi così banali, questo lo si sapeva ancor prima della colonizzazione del Sistema Solare.
In ogni caso destino volle che in quel pomeriggio non ci fosse traffico nella zona del satellite che dovevamo attraversare, e ben presto arrivammo a destinazione: un palazzo bianco, costruito su delle colonne dal diametro di due metri o anche più e che raggiungevano un’altezza elevatissima che non ero in grado di stimare; per arrivare all’atrio bisognava percorrere gli innumerevoli, bassi gradini color avorio. Nell’insieme quella costruzione trasmetteva messaggi quasi celesti, divini; qualcosa che andava ben più in là dall’essere semplicemente solenne e maestoso, costituendo quasi un paradosso per un posto come Callisto, militarizzato fino all’estremo e che pertanto dovebbe badare alla concretezza senza dar peso all’estetica e ai fronzoli vari.
Salimmo la scalinata e ci ritrovammo dinanzi ad una porta a vetri che si aprì quando fummo abbastanza vicini. All’interno c’era un’infinità di sportelli e mio padre a passi lesti ne raggiunse uno. Lo seguii, e dietro lo sportello vidi una donna grassa, con gli occhi piccoli ed i capelli mori che raggiungevano le scapole.
-Prego.- fece lei, in modo sbrigativo.
-Vorrei arruolare mio figlio nell’esercito.- rispose mio padre, pacato. Le sue parole mi fecero male quanto un pugno ben assestato alla bocca dello stomaco, lo posso garantire.
-Ha compiuto la maggiore età?- domandò lei.
-Non ancora, ma da quanto ne so si possono arruolare anche i minorenni, perlomeno allo scopo di addestramento.-
-Sì, è vero. Allora vuole che per ora suo figlio riceva l’addestramento?-
-Esatto.- replicò mio padre con fierezza.
-Allora compili questo modulo.-
Così andava la burocrazia. In alto la data, una dichiarazione qui, alcuni dati nella zona bassa, una firma in fondo al modulo ed un timbro messo ovunque bastavano per decidere della mia vita. Io non fui tenuto a fare niente: incredibile, ma mio padre non dovette neanche costringermi a firmare il mio consenso all’arruolamento. Bastò che io mi limitassi a mostrare i miei documenti, e non posso nascondere che la cosa mi diede molto fastidio.
Tornammo lentamente alla vettura, senza dirci una parola, ma a dire il vero le espressioni dei nostri volti erano più eloquenti di qualunque frase. Mio padre aveva un’aria soddisfatta come se avesse realizzato chissà quale impresa eroica, mentre io gli scoccavo delle occhiate fulminanti, colme di irritazione e di disappunto.
-Lo so che ora non puoi approvare quello che ho fatto.- disse prima di mettere in moto. Era strano, la sua aria trionfale era svanita e lui aveva assunto un atteggiamento quieto e riflessivo, cosa del tutto inconsueta per quanto lo riguardava -Ma gli abitanti di Callisto si dividono in due categorie: gli eroi e gli sterchi. Non ci sono vie di mezzo, figliolo, ed ho troppo amore per te per permetterti di diventare uno sterco che striscia sulla superficie del satellite.-
Anuii senza troppa convinzione. Ma sì, in effetti non aveva tutti i torti, era molto più decoroso morire in battaglia piuttosto che vivere in uno di quei centri di assistenza, seppur della mia dignità me ne sia preoccupato sempre ben poco. E poi attraversando in lungo ed in largo il Sistema Solare e facendomi sparare addosso non avrei più dovuto sentire le solite, noiose e deprimenti prediche di mio padre riguardo la costruzione del mio futuro e l’importanza di sacrificarsi per il luogo in cui sono nato e cresciuto. Magre consolazioni, in realtà; eludere il problema invece di risolverlo. Tipico per uno come me, ma d’altra parte se posso trovare uno sperone a cui aggrapparmi, non vedo perché dovrei lasciarmi cadere nel dirupo. Non c’è niente di male nell’usare artifici per migliorare la propria ottica di una certa situazione, l’ho sempre creduto, anche prima di arruolarmi nell’esercito.

Sebbene l’opinione comune ne sottovalutasse la durezza, l’addestramento era davvero faticoso, sfibrante, sia dal punto di vista fisico che da quello morale.
In particolar modo è stato duro il mio primo giorno in quella palestra per giovani "fortunati" prescelti che in futuro avrebbero potuto dare la loro vita per Callisto, un po’ perché ero demotivato ed un po’ perché avevo un fisico gracile, poco abituato allo sforzo fisico, che naturalmente è uno dei requisiti più importanti per un soldato. Mi fecero combattere contro un ragazzo che doveva avere uno o due anni più di me, una decina di centimetri più basso ma con quattro o cinque chili in più di quanti ne avessi io. Il suo corpo era piuttosto muscoloso, il che indicava la sua abitudine ad essere sempre teso, in ogni sua fibra. Le specifiche della lotta erano talmente chiare da essere intuibili: buttare a terra l’altro, renderlo inoffensivo e mettersi in condizione di ucciderlo, senza però farlo. Era preferibile limitarsi a provocare degli ematomi, delle leggere contusioni all’avversario, perché spezzargli un arto o ledere in modo grave il suo corpo equivaleva a saccheggiare Callisto di una sua preziosa risorsa.
Per mia fortuna il tipo che mi era capitato come nemico era sostanzialmente un combattente corretto e si attenne letteralmente alle regole: finii a terra un sacco di volte ed in qualunque momento avrebbe potuto farmi fuori, ma grazie a Dio non lo fece. Inutile negarlo, era un avversario al di fuori della mia portata, che nel giro di uno o due mesi sarebbe stato chiamato a far parte di uno dei reggimenti che sarebbero andati a combattere qualche popolazione ostile. D’altra parte i colpi che vibravo erano troppo timidi e troppo insicuri per avere la pretesa di fargli male, nonostante a mano a mano che appuravo la sua superiorità e l’impossibilità di vincerlo cercassi di colpirlo con più decisione. Fu un travaglio inutile; apprezzabile, forse addirittura stoico, ma inutile: mi ritrovai a faccia a terra in decine di occasioni, inerme, dolorante e sfinito. Sul volto del mio avversario non c’era alcun segno di sarcasmo, né di autocompiacimento: aveva l’aria di uno intento a guidare o a leggere. Prestava attenzione al duello e non sembrava prendermi sotto gamba, ma non era per nulla preoccupato da quella sfida.
Caddi a terra per l’ennesima volta, con la faccia in su e gli occhi che puntavano verso l’alto soffitto. Non c’era un osso che non mi faceva male, ero sudato e stremato, mentre l’altro era sì inumidito dal sudore, ma anche del tutto illeso, al punto che sarebbe riuscito a sostenere senza troppe difficoltà ancora diverse ore di combattimento. Ed invece si sentirono due suoni metallici, uguali e ben distinti, ai quali gli aspiranti soldati cominciarono ad andarsene dalla palestra, ammucchiati come foglie secche al vento, alcuni malconci e altri (come il mio avversario) che sembravano aver appena finito di fare un po’ di salutare jogging.
Qualcuno protese una mano lunga e sottile verso di me, e la agitò sollecitandomi ad afferrarla.
-Dai,- mi disse una voce maschile sconosciuta -Ti aiuto ad alzarti.-
Presi la mano e mi risollevai con un lieve gemito dovuto alle fitte che mi colpivano non appena muovevo un muscolo.
-Ti ringrazio.- feci con un sorriso forzato. Prima di allora non avrei mai immaginato che potesse far tanto male sorridere. Mi ritrovai di fronte ad un ragazzo più grande di me di qualche anno, con un collo sottile e con un po’ di barba incolta. Aveva un sorriso sghembo, ma per niente derisorio, anzi era quasi benevolo.
-Come va?- mi chiese il ragazzo.
-Sono pieno di botte. Mi sento come se mi fosse caduto un intero palazzo addosso.-
-Ci farai l’abitudine. Nei primi giorni è normale avere la sensazione di non riuscire a reggere il ritmo degli allenamenti, ma porta pazienza e vedrai che il tuo corpo aumenterà la sua resistenza raggiungendo una solidità che non avresti mai creduto, poi nessuno potrà più suonartele tanto facilmente.-
-Me lo auguro.- risposi. Mi voltai dall’altra parte e vidi che nella palestra eravamo rimasti solamente noi due. -Dove sono andati gli altri?- domandai, incuriosito.
-Sono andati a pranzare. Anche i soldati devono mangiare per vivere.- osservò l’altro, facendomi avventurare in un altro, doloroso sorriso di circostanza. Non c’era che dire: quel tizio mi aveva proprio conciato per le feste. -A proposito,- proseguì il mio interlocutore -lascia che mi presenti. Sono Josè Norbedo e sono qui per l’addestramento da due anni.-
-Io invece sono appena arrivato. Colin McAudle, tanto piacere. Allora, cosa dici, andiamo anche noi a mettere qualcosa sotto i denti?-
Due anni di addestramento mi sembravano veramente troppi, anche in considerazione del fatto che Josè (come appresi in seguito) era già ventunenne, ma lui mi disse che il ritardo nella sua preparazione era dovuto esclusivamente alla costituzione del suo fisico, ancora più minuto e fragile del mio. Qualunque fosse la causa della sua lunga permanenza in quel luogo, devo ammettere che la sua compagnia mi fu di notevole conforto durante il periodo dell’addestramento. Naturalmente lui ne uscì prima di me: non sapevo se invidiarlo perché aveva abbandonato quel laboratorio di quotidiano e calcolato martoriamento dei corpi o se compiangerlo perché nell’immediato futuro avrebbe rischiato giorno dopo giorno la pelle. Tanto prima o poi ci saremmo arrivati tutti, nessun dubbio in proposito, e chissà quanti di noi avrebbero superato il periodo di guerra arrivando ad una serena vecchiaia. Intanto, col passare dei mesi, il mio corpo andava scolpendosi, prendendo una forma del tutto nuova per me che mi faceva sentire quasi a disagio: qualcuno sostiene che il corpo è l’esteriorizzazione del proprio Io, ma per me non era così, perché non sentivo quel corpo mio e mi sembrava impossibile che la mia anima fosse davvero racchiusa in un involucro così voluminoso e resistente. Beh, perlomeno un vantaggio lo avevo ottenuto: finalmente non ero più un ridicolo sacco da boxe animato, ma un avversario valido che la maggior parte delle volte terminava gli incontri in piedi e senza troppi lividi cosparsi sul corpo.

All’età di diciannove anni ero un soldato a tutti gli effetti, una delle migliaia di macchine di morte al servizio di Callisto. Avevo imparato a lottare a mani nude, ad utilizzare vari tipi di armi con la massima efficacia e a seguire le principali strategie di guerra: ormai ero pronto per essere ammazzato su Marte, su Ganimede o chissà dove. Quando mi venne data la notizia mio padre era al settimo cielo, e sembrava quasi sul punto di dirmi "Bravo, figliolo, ora sì che sei un uomo, me ne rallegro veramente. Speriamo che quando verrai ucciso ti diano una medaglia al valore." Non è da escludere che magari io stesso avrei scelto in un altro momento di arruolarmi nell’esercito, per evitare di sentirmi un rifiuto umano del mio satellite, ma il fatto che sia stato lui a buttarmi nella mischia senza alcuno scrupolo per la mia vita mi condusse a disprezzarlo profondamente. Nello stesso momento mia madre, invece, pianse silenziosamente: commozione o dolore? Ho sempre preferito pensare che fosse dolore: era l’unica cosa che mi avrebbe potuto dare la forza di combattere e l’unico elemento che avrebbe potuto farmi desiderare di rimettere piede, un giorno, sul luogo che mi obbligava a rendere la mia esistenza la posta in palio di un crudele gioco d’azzardo.
Adesso, finalmente, ero un guerriero, un eroe della mia patria, un membro di un reggimento nel quale occupavo un ruolo e avevo una certa (infima) importanza, quindi meritavo il rispetto da tutti gli esseri senzienti del Sistema Solare, poiché (ovviamente) prima contavo quanto un ciottolo di Callisto, un filo d’erba della Terra od un granello della sabbia di Marte, vale a dire zero.
Ma mi resi conto che in futuro la gente avrebbe avuto considerazione di me soltanto come soldato, non come uomo: sarebbe contato solamente il numero di soldati nemici che avrei sterminato, non le mie passioni, le mie qualità od i miei desideri. Se prima per gli altri non ero nessuno, ora ero un militare e niente più, il nome del quale sarebbe rimasto ignoto per tutti, tranne che per quelli che mi conoscevano già. Per coloro che non facevano parte della ristretta cerchia dei miei conoscenti sarei stato il numero 158 del settimo reggimento dell’Ottavo Gerarca, e Colin McAudle poteva essere anche il nome di un barista dei bassifondi di Titano.
Gli effetti di questo paranoico egocentrismo, che metteva gli interessi militari al di sopra della vita umana, si ripercuotevano anche nella politica di Callisto, governato da un’oligarchia di militari che si erano distinti nel corso delle guerre intraprese dal satellite. Per la precisione si trattava di quindici oligarchi, chiamati Gerarchi, ognuno posto ad un livello diverso dall’altro e avente quindi un potere di differente portata. Da quel che ne so ad ogni Gerarca era attribuito una sorta di punteggio, destinato a fungere da strumento di votazione, in modo tale che tutti avessero un potere decisionale limitato, pur nelle differenze che intercorrevano tra un Gerarca e l’altro. Per forza di cose il Primo Gerarca era colui che godeva del punteggio più alto, ma grazie alla natura stessa del sistema ciò non era sufficiente a rendere la sua scelta inattaccabile. Il da farsi veniva deciso dalle somme dei punteggi dei votanti a favore e di quelli a sfavore di una certa proposta: il maggiore dei due risultati così ottenuti stabiliva il verdetto cercato, con uno stile perfettamente civile e giusto, nel pieno rispetto della Gerarchia.
La maggior parte delle persone con le quali ho parlato di questo argomento riteneva che fosse molto positivo il fatto che chi governava Callisto era disposto a scendere sul campo di battaglia, a rischiare la morte come i soldati che guidava, perché significava che i suoi interessi erano davvero rivolti al benessere del satellite piuttosto che all’arricchimento personale. In parte mi trovavo d’accordo con quest’osservazione, ma devo ammettere che un governo del genere destava in me perplessità, dal momento che mi sembrava il giusto propellente per alimentare il fanatismo di massa.
La figura dell’Ottavo Gerarca sintetizza perfettamente le ragioni dei miei timori, visto che più di qualunque altra persona che avessi mai conosciuto era disinteressato alla ricchezza e al prestigio, ma era animato dalla volontà di veder divenire Callisto uno dei dominatori del Sistema Solare, un sogno che sembrava quasi irrealizzabile, ma al quale non avrebbe mai rinunciato, come del resto una buona fetta della poplazione del suo satellite.
Era situato a metà Gerarchia: meno potente dei primi sette Gerarchi, ma più potente degli ultimi sette. Va però aggiunto che lui era il più giovane dei quindici che governavano Callisto, e che con tutta probabilità il destino gli riservava una carica ancor più alta, in futuro, aumentandone la gloria e scrivendo molte altre pagine della sua leggenda. Mi sembra che all’epoca non avesse ancora raggiunto i cinquant’anni, a dispetto dell’età media dei suoi colleghi che sfiorava la settantina. Era un uomo alto, imponente, carismatico ed imperioso, senza alcuna caratterizzazione estetica, a parte un paio di sottili e corti baffi neri, che assomigliavano a due solchi poco profondi scavati nella pelle.
Sotto la sua guida uscii per la prima volta nella mia vita dall’atmosfera di Callisto, per andare col mio reggimento a combattere Marte, il pianeta rosso che per qualche motivo che ignoravo era nemico del nostro satellite. Mi chiesi perché andassimo a dar noie ad una delle due popolazioni (allora pensavo che fossero due. Solo in seguito capii che mi sbagliavo) in lizza per l’egemonia dell’intero Sistema Solare, anche in considerazione del fatto che Callisto era un pesce troppo piccolo per avere la presunzione di nuocerle, ma si trattò senza dubbio di un errore di gioventù: con il trascorrere del tempo imparai che non dovevo farmi domande, non era compito mio, e che in guerra non c’era niente che avesse un senso.
Fu un periodo duro quello su Marte, sin dal principio, quando trovammo ad aspettarci delle navi spaziali marziane, che resero meno numerose le nostre astronavi, facendone esplodere alcune in scintille luminose al punto da far male agli occhi, come fossero stati enormi mucchi di bengala accesi in una notte di festa. Tuttavia ebbi la sensazione che Marte intendesse darci soltanto un avvertimento, un preavviso, e che se avesse voluto avrebbe potuto ridurre ulteriormente la nostra flotta. Forse quell’impressione era dovuta alla consapevolezza della famigerata potenza navale del nemico, e magari allora ero piuttosto emotivo e suggestionabile, ma quando viene a mancare la conoscenza subentrano l’istinto, la perspicacia e l’intuito: ecco perché in tutti questi anni non ho mai cambiato opinione e penso tuttora che in quella circostanza Marte abbia giocato con noi al gatto con il topo.
Quell’episodio, però, non fu che un assaggio di quello che mi sarebbe aspettato quando sarei sbarcato sul pianeta, dove parole come pietà, amicizia e sogni erano bestemmie, o al più utopie senza significato, visto che noi soldati non potevamo pensare e tantomeno parlare o aiutarci: avevamo appena il tempo per puntare, mirare e sparare, e non tutti erano così fortunati da riuscire a fare tutte e tre le cose. La sorte mi fu amica, e in quella prima battaglia contro Marte mi procurai solo qualche escoriazione di poco conto, niente a cui non si potesse rimediare con un po’ di disinfettante ed una fasciatura. Si trattò comunque di un’esperienza terribile a livello emotivo: dal mio fucile erano usciti raggi luminosi che avevano ucciso persone che non conoscevo e non odiavo, gente che sbarrava gli occhi e sembrava chiedermi: "Perché? Che cosa ti ho fatto?" prima di afflosciarsi al suolo, esanime. All’inizio mi sentii un mostro per ciò che stavo facendo, poi me ne abituai ed il rimorso scomparve per lasciar posto ad una sensazione di vuoto, di costernazione, come se uscissi da una spece di trance ogniqualvolta eliminavo un soldato marziano. Riuscii ad adeguarmi persino alla visione dei miei compagni che soccombevano, guardandomi con occhi imploranti pur sapendo che non avrei potuto far niente per salvarli, che il loro destino era quello di morire su quel pianeta, senza poter più tornare su Callisto, dai loro famigliari per i quali stavano combattendo. Qualcuno di loro era impressionante per forza d’animo e determinazione: ho visto dei soldati moribondi sparare fino al momento di esalare l’ultimo respiro, raccomandando la propria anima a Dio e urlando con tutto il fiato che avevano in gola: -Per Callisto! Per Callisto!-
Il rosso del sangue dei caduti si confondeva con il colore della brulla terra di Marte; i corpi e le loro parti mutilate erano sparpagliati un po’ ovunque, a prima vista indistinguibili dalle bizzarrie geologiche del pianeta, ma ad un’analisi più attenta si rivelavano per ciò che erano, cioè quella che in un futuro lontano sarebbe stata una parte della storia di Marte, di Callisto e di tutto il Sistema Solare.
Le ore scivolavano lentamente, come gocce d’acqua da una stalattite; in qualunque momento della giornata si udivano rumori strazianti: gemiti, urla, il sordo ronzio dei fasci luminosi che fuoriuscivano dal fucile dei soldati ed il soffiare incostante del vento, che pareva voler sussurrare la punizione divina che incombeva su tutti noi e dalla quale era impossibile fuggire.
In quel periodo raramente ho dormito per più di tre ore consecutive. Avevo i nervi a fior di pelle (come tutti gli altri) e al più lieve degli spifferi balzavo su dal nascondiglio di fortuna (un luogo solitamente angusto e claustrofobico, che poteva essere una cavità naturale quanto un vicolo tra quel che restava di due palazzi marziani), pronto ad imbracciare il fucile e a puntare. Il più delle volte non era niente, magari si trattava davvero del vento, oppure ero io che muovendomi nel sonno avevo fatto rotolare rumorosamente una piccola pietra. Così cercavo di rimettermi a dormire, con un brivido che percorreva la mia schiena ed il sangue che pulsava con irruenza nelle vene. "Non è niente." mi dicevo "Non è niente. È solo il vento. Non è niente... Signore, aiutami!"
Di certo non servivano a tranquilizzarmi le occasioni in cui uno di quei raggi luminosi passava a dieci centimetri dalla mia fronte, assordandomi per la forza del ronzio che si trasformava in rombo e facendomi cadere in preda ad un panico che mi impediva di afferrare il fucile e sparare a quello che aveva tentato di farmi fuori. Ma in fondo era una questione di sopravvivenza, io o lui, e sono sempre riuscito a spuntarla, spesso con l’aiuto di qualche compagno che aveva avvertito il pericolo e visto la mia immobilità, altre volte superando le mie inibizioni e vincendo il duello fatale.
La guerra era davvero un brutto affare, che portò la mia mente sulla soglia della paranoia e che mi fece sperare di andarmene al più presto di lì, perché Marte era solo un’antologia di brutti ricordi, che conteneva la parte peggiore di me e che non mi aveva mai dato niente di buono. Anzi no, qualcosa di positivo c’era: Noemi, ufficiale della nave spaziale che mi aveva portato sino a lì, e della quale mi innamorai quasi immediatamente, nonostante la nostra differenza sociale, nonostante la guerra.

Ritornai su Callisto dopo oltre due anni, spesi tra lo spazio e Marte. Era davvero una sensazione piacevole quella di poter riabbracciare i miei cari che non vedevo da tanto tempo, respirare un po’ della quotidianità perduta e (soprattutto) sentirsi finalmente al sicuro, protetti dalla pace che regnava sul satellite. Che bello non girare più armati, con la paura di ritrovarsi il cranio spappolato da uno di quei raggi luminosi, ma poter rimanere a casa in ciabatte, farsi la doccia ogni giorno e mangiare del buon cibo casereccio.
I miei genitori mi accolsero trionfalmente, al punto che anche se fosse andato a far loro visita il Primo Gerarca in persona non l’avrebbero trattato con più riguardo di quanto ne usarono per me.
Mio padre dimostrava un entusiasmo quasi infantile quando mi chiedeva dettagli sul tipo di armi che avevo usato, com’era l’aria polverosa di Marte o quanti nemici avevo ucciso, meritandosi i rimproveri di mia madre che con aria minacciosa gli diceva: -Basta parlare di guerra, Mike. Ne ha avuto abbastanza, mi pare.- Oh, sì che ne avevo avuto abbastanza, ed in quel breve periodo di pausa non avevo proprio voglia di pensare alle barbarie che avevo commesso e a quelle che avevo subito. La sola idea che presto tutto sarebbe ricominciato daccapo mi faceva sentir male, quindi allontanavo (per quanto mi era possibile) Marte, le sparatorie, il vento, la polvere, gli occhi sbarrati, i corpi mutilati e tutto quel sangue che si propagava sul suolo dalla mia mente. Quello era il periodo di riposo per le truppe dell’Ottavo Gerarca, allora che ci pensassero i soldati del Decimo o dell’Undicesimo Gerarca a quelle cose spiacevoli: noi dovevamo badare solamente a vivere felici, anche perché poteva essere l’ultima occasione che avevamo per farlo. E poi il periodo di riposo non sarebbe di certo durato in eterno, ma nessuno aveva idea di quanto sarebbe stato lungo. Dieci mesi? Un anno intero? Magari, alla fine furono soltanto sei mesi.
Il giorno seguente al mio ritorno su Callisto decisi di fare una passeggiata solitaria: sentivo il bisogno di vedere un po’ di gente estranea senza fucili tra le mani e di andarmene in giro per puro passatempo, senza mete né timori. Non avevo una precisa idea di dove sarei andato, mi sarei lasciato guidare dai miei passi e fu così che dopo un’ora standard all’incirca mi ritrovai in un luogo fuori dal centro abitato, nei pressi di una chiesa rotonda e con un’alta guglia, che sembrava una lancia puntata verso il cielo. Mi venne in mente di quanti soldati si erano raccomandati a Dio là, su Marte, quanti avevano invocato la sua protezione, il suo perdono e la sua magnanimità: alcuni di loro erano ancora lì, immobili ed irriconoscibili per gli effetti devastanti delle armi che li avevano colpiti e del lento logorio del tempo, un’ottima sostanza abrasiva per i corpi lasciati a se stessi, e quasi certamente non avevano neanche ricevuto una sepoltura cristiana; altri (come me) si erano salvati, ma temevano di non essere altrettanto fortunati la prossima volta.
Davanti alla chiesa c’era una statua fatta di metallo cromato e di vetro semitrasparente, che rappresentava un uomo muscoloso e dall’aria di eroe epico che sollevava con una mano sola una croce molto più grande di lui. Possibile che Gesù fosse tanto muscoloso? Il fisico rappresentato dalla scultura era persino più robusto di quello della maggior parte dei ragazzi che avevo affrontato nella palestra, quando frequentavo l’addestramento.
Nel silenzio del luogo, il costrutto che stavo ammirando pareva ancora più fiero ed imponente di quanto lo fosse in realtà, rendendone la contemplazione quasi un rito sacro che poteva essere interrotto solamente dal rumore.
Fu proprio un rumore, infatti, a farmi distogliere lo sguardo dalla scultura che si ergeva davanti a me, un rumore di passi lenti e pesanti che si avvicinavano. Quando mi fui voltato vidi che quei passi appartenevano ad un omone dall’aria seria, con due scanalature al di sopra delle labbra che, a guardar meglio, si rivelavano esser un paio di baffi sottili.
Quasi d’impulso mi misi sull’attenti, dando le spalle alla statua del Cristo muscoloso e con tutto il corpo teso, come da manuale per un giovane soldato di Callisto.
-Riposo.- ordinò l’Ottavo Gerarca con voce atona. Obbedii, e lo vidi arrivare a pochi passi da me. Diede un’occhiata fugace alla scultura, poi tornò a fissarmi con aria impenetrabile.
-Sei un mio soldato?- domandò con la stessa voce di prima, priva di qualunque impronta che potesse rivelare il suo stato d’animo. C’era da aspettarselo: oltre ad un militare era pur sempre un politico, e come tale doveva essere in grado di celare le proprie emozioni ed i propri pensieri, cose che gli riuscivano davvero bene.
-Numero 158 del settimo reggimento dell’Ottavo Gerarca, signore.- risposi senza nemmeno tentare di sembrar fiero di essere quello che stavo dicendo di essere. Sarebbe stata fatica sprecata: non sono bravo a mentire con nessuno, tranne che con me stesso.
Mi superò senza mutare l’espressione del volto e toccò il piedistallo su cui era posto quell’improbabile Gesù, con una delicatezza davvero inimmaginabile per uno che aveva costruito la sua leggenda sulla violenza, ma dopotutto su Marte avevo imparato a non fidarmi delle apparenze e ad allontanare dalla mia vita i sillogismi, visto che non sono altro che modi sistematici per cadere nell’errore e che errore, su Marte, era un sinonimo dal suono meno crudo di morte.
-Numeri.- disse lui, apparentemente in un pensiero ad alta voce -Non li ho mai potuti sopportare. Mi irrita sapere che un numero elevatissimo di persone dia tanto peso ai numeri, un peso di certo superiore a quanto ne meritino. I numeri non sono altro che degli strumenti con i quali lavorano gli scienziati per giungere alle loro scoperte, oppure dei meri giocattoli per i matematici che si divertono a trastullarsi per venire a capo di qualche quiz banale.-
Non capivo dove volesse arrivare con quello strano monologo, ma avevo la sensazione che presto l’avrei scoperto, e (senza sapere bene il perché) la cosa non mi piaceva affatto.
-È avvilente che tu usi dei numeri per classificarti, ragazzo.- concluse il Gerarca, questa volta dando un tono preciso alla sua voce: era amarezza. -Se combatti per Callisto sei un eroe della tua patria, non una serie di cifre.-
-Sono Colin McAudle.- dissi annuendo. Contrarmiamente alle mie aspettative pessimistiche mi piaceva quello che aveva detto: non il fatto che ero un eroe di una patria che non amavo, ma che meritavo di essere chiamato per nome e cognome, non con un numero come se fossi stato una specie di fascicolo archiviato -Ed ho preso parte alla guerra in atto contro Marte, negli ultimi tempi.-
-Non mi sembri esserne entusiasta.- constatò il Gerarca, dandomi la forte impressione che volesse mettermi alla prova.
-Non lo sono, infatti.- risposi con tutta la naturalezza che riuscii a trovare -Sono contento di aver difeso Callisto, certamente, ma non posso essere altrettanto felice per aver combattuto. La guerra non mi piace, perché non mi piace uccidere e non mi piacerebbe venir ucciso.-
-Eppure, nonostante tutte le vittime della guerra, ci sono tanti soldati che adorano strisciare sul campo di battaglia, sparare alla gente di altri pianeti ed essere per mesi e talvolta anni dei bersagli mobili per quelli che sono considerati i nemici di Callisto. In questo tipo di persone la guerra suscita esaltazione, piuttosto che riluttanza.-
-E lei?- chiesi tentando di non apparir sfrontato -Che cosa prova per la guerra, signore? Sempre che mi sia concesso chiederlo...-
-Naturalmente.- convenne il Gerarca abbozzando un sorriso -Siamo fuori servizio, ora, e parliamo come due persone qualsiasi che si scambiano opinioni. Questo non ha nulla a che vedere con la guerra, la politica o la Gerarchia, per cui ti rispondo volentieri che io non combatto né con esaltazione né con riluttanza. È ovvio che mi dispiaccia veder morire i miei uomini nei modi più ignobili che si possano immaginare, così come mi sento soddisfatto dopo la vittoria di una battaglia, ma l’unico sentimento che mi pervade totalmente durante i combattimenti è un forte desiderio di rivincita.- serrò la bocca con forza, come se volesse controllare la sua rabbia -Non voglio che Callisto diventi il maggiordomo dei mondi che si contendono l’egemonia. È per questo che combatto ed è questo che mi dà la forza di farlo.-
-Capisco.- bisbigliai. Ero sorpreso nel constatare che l’Ottavo Gerarca non era per niente il mitomane ed il sadico che mi ero immaginato, che era molto diverso anche dagli altri militari assieme ai quali avevo combattuto Marte, in cui la morte del soldato nemico per mano loro causava un’eccitazione a metà strada tra quella sessuale e quella mistica. L’uomo che avevo davanti, invece, s’indignava davanti al folle spreco di vite umane proprio come me, ma non avrebbe rinunciato ad essere protagonista di inauditi macelli pur di difendere la libertà e l’orgoglio del suo satellite e della gente che vi viveva. Per quanto mi riguarda, non potevo comprendere il motivo per il quale Callisto, per preservare la sua dignità, dovesse mandare a morire i suoi soldati su pianeti lontani, specie se il satellite non era stato precedentemente attaccato, ma le parole di dispiacere che il Gerarca aveva espresso per la morte dei suoi uomini mi facevano sentire finalmente meno solo. Prima di allora tutti mi avevano detto che era bello morire nel nome della propria patria, ma io ero convinto che morire non potesse essere in alcun modo una cosa bella, e a quanto pareva il Gerarca la vedeva come me.
-Ti pare che Gesù potesse essere com’è rappresentato in quella scultura?- mi chiese d’improvviso, puntando l’indice verso la costruzione in metallo e vetro.
-No.- risposi titubante. Quella domanda così repentina mi aveva colto alla sprovvista. -Ad essere sinceri mi pare un’esagerazione da parte dello scultore.-
-Non è un’esagerazione.- replicò l’altro, fissandomi con gli occhi imperturbabili di sempre -Semmai è un’allegoria. Davanti a noi c’è il simbolo di una libertà che si può raggiungere solamente attraverso la guerra e la fede.- fece una breve pausa, sufficiente per scorgere sul mio volto un’ombra di perplessità, poi continuò -Guerra e fede appaiono spesso in netto contrasto, ma solo se si analizza la questione con superficialità. In effetti sono due strade, ma una è la continuazione dell’altra, ed il più delle volte sono inscindibili. La religione insegna che gli uomini hanno pari importanza, ma l’uguaglianza è un diritto che si può conquistare solo combattendo, e qui subentra chiaramente la guerra. La statua indica la via per liberarci dalla schiavitù da parte di Marte o della Terra, ed il fatto che Gesù sia stato rappresentato in una maniera completamente diversa da com’era è soltanto un’interpretazione artistica che contiene un messaggio ben preciso.-
-Ma suppongo sia pericoloso affidare tutte le proprie speranze di libertà alle armi e alla preghiera.- trovai il coraggio di obiettare pacatamente. Non ero un intenditore di politica, e da quando mio padre aveva stabilito il mio futuro senza che io potessi in qualche modo oppormi avevo imparato a non avere opinioni su niente, ma fino a prova contraria la logica è tutt’altro che opinabile. -Credo che anche la diplomazia possa portare a qualcosa di buono.-
-Sono d’accordo.- fece il Gerarca con un cenno del capo -Ed infatti il nostro satellite è ricorso alla diplomazia in più occasioni, come quella in cui è stato stipulato l’accordo interplanetario di non utilizzare testate nucleari, visto che nessuno è interessato al governo di un Sistema Solare fatto di cenere.-
-Durante l’addestramento mi è stato insegnato che gli accordi, in tempo di guerra, si sciolgono troppo facilmente perché siano credibili.-
-Certo, ma se non si confida nella lealtà del prossimo è inutile la diplomazia.- osservò l’Ottavo Gerarca -E se la Gerarchia l’avesse pensata alla tua maniera avrebbe già disintegrato Marte, con un notevole dispendio di uomini, tempo, fatiche e danaro, ma innescando una reazione a catena che avrebbe comportato l’ineluttabile distruzione dell’intero Sistema Solare.-
Tirai un grosso sospiro, come se fossi per qualche ragione sfinito. In verità non ero abituato a parlare di argomenti come quello di cui stavo discutendo, e non era cosa consueta avere come interlocutore un Gerarca in persona. -Ho capito.- dissi dopo un attimo di silenzio -Noi soldati dobbiamo aver fiducia nella diplomazia di Callisto, anche in tempi come questi.-
-La politica di Callisto è ottima, e questo dovrebbe rasserenare tutti i soldati.- convenne l’Ottavo Gerarca -Ma i soldati non ci devono pensare, perché in alcun modo potrebbero mai cambiarla, anche se andasse a rotoli. Che cosa può interessare ai migliaia di giovani che respirano la polvere di Marte e che sono in un perpetuo bilico tra la vita e la morte degli accordi, delle elezioni e delle poltrone politiche del satellite? È questo il motivo per il quale il soldato può fare solo due cose: combattere e pregare.-
Guardai verso la scultura, con occhi diversi, come se avessi appena cominciato a comprenderla: per la prima volta la sentivo dalla mia parte, invece che da quella dei tanti esaltati che usavano la guerra e la religione come strumenti per sentirsi importanti.
-Mi sta dicendo che quella scultura è stata costruita pensando al sacrificio di tanti soldati, signore?- domandai dopo un attimo di esitazione.
-Senz’altro chi l’ha eretta non ha pensato alle questioni politiche di Callisto, e tantomeno ai Gerarchi. Guardare simboli del genere fa capire che siamo nel giusto, a dispetto della morale, a dispetto del fatto che abitiamo su un satellite invece di un pianeta. Ed io oggi sono venuto in questo luogo in conferma di ciò.- si fermò un attimo e volse i suoi occhi alla croce, non saprei dire se guardava la parte in vetro od in metallo. Forse la sua attenzione era stata catturata da un riflesso del sole sulla croce che dava davvero la sensazione di essere un presagio divino. -Quando muoiono migliaia di soldati a seguito di una mia personale decisione è naturale che nella mia mente sorgano dei dubbi su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sul mio ruolo e sul significato stesso di vita, morte, politica, religione e guerra. È per scacciare quei dubbi, per accertarmi che i soldati morti hanno dato la loro esistenza da esseri senzienti e responsabili che visito spesso posti come questo.- A sentirlo parlare così pensai che anche lui usava dei sotterfugi per ingannare verità scomode, proprio come facevo io, ed in un certo senso la cosa mi fece piacere perché significava che non era una debolezza, bensì una strategia necessaria per sopravvivere con serenità.
-Ho l’impressione che anche tu sia combattuto, lo si nota dalla tua espressione: anche tu dubbi?- mi chiese il Gerarca con tono distaccato.
-Un soldato non può avere dubbi, signore. Se avessi avuto un dubbio su Marte e mi fossi preso il tempo per decidere, di sicuro sarei già morto.- risposi, e la sua faccia tradì un’inaspettato, sfuggevole compiacimento -Ciò che m’insidia è la demotivazione, anche se forse dovrei vergognarmene.-
Continuò a guardarmi con indifferenza, per nulla turbato dalle parole che gli avevo detto, come se sapesse cosa volessi dirgli prima che esternassi il mio pensiero o se la mia confessione fosse talmente scontata da non meritare di sortire stupore.
-Questo accade perché non ti senti appagato nell’uccidere i soldati nemici, ed è comprensibile.- asserì il Gerarca impettito, ma nonostante ciò che aveva detto le sue parole non erano suonate per niente comprensive. Avvertii piuttosto una durezza ed una severità che mi parevano esser ben radicate in lui, più di quanto potesse esserlo l’amore per il suo satellite, ma forse erano soltanto la conseguenza della rabbia che lo spingeva a voler combattere in continuazione.
-Ma la motivazione puoi trovarla guardando Callisto, i tuoi cari e guardandoti allo specchio.- proseguì -Da sempre l’uomo è condizionato, nel bene o nel male, dal suo orgoglio e dagli sforzi che è capace di fare per preservarlo. Serviti del tuo orgoglio per trovare le motivazioni per scendere di nuovo in battaglia quando dovrai farlo. Callisto viene considerato dai pianeti potenti un ghetto di bifolchi ignoranti e puzzolenti, e chi lo abita per loro è solo pattume. Nessun appartenente alla razza umana può tollerare di esser trattato con tanto disprezzo e sufficienza, di subire umiliazioni in modo così gratuito e lesivo, e la cosa vale sicuramente anche per te.- si femò, per darmi tempo di riflettere sulle sue parole. Stavo guardando in basso, con la pesante sensazione da cane bastonato: sapevo di non avere tutto quell’orgoglio di cui stava parlando il Gerarca, ed in tutta sincerità non m’importava molto se su Marte, sulla Terra o su Ganimede mi consideravano alla stregua di un bidone della spazzatura; era un problema loro, non mio. -Se Marte ha tanta insofferenza per Callisto,- riprese con voce più bassa ed in qualche modo più solenne -ne ha una dose ancora maggiore per te, per la gente a cui vuoi bene e per tutti i tuoi complanetari: ci giudica gente inutile nata in un luogo inutile. Queste sono le cose da cui devi trarre tutte le motivazioni di cui hai bisogno finché non sarai sbarcato su Marte. Dopo, la tua vita sarà di per sé la più grande motivazione che potrai avere, perché solo desiderando ardentemente di vivere si può tornare da un posto come quello.-
-Già.- annuii senza troppa convinzione. Non ricordo di aver mai provato un forte desiderio di vivere, su Marte; direi piuttosto di esser stato guidato dall’istinto dell’autoconservazione, ma forse questa caratteristica ed il voler vivere sono due sfumature diverse dello stesso colore.
-Ora devo andare, si sta facendo tardi.- proclamò l’Ottavo Gerarca, scacciando le mie riflessioni -Tra poco inizierà il dramma liturgico e non mi va proprio di arrivare a teatro a spettacolo iniziato.-
Se ne andò con un formale "arrivederci", al quale risposi con la stessa parola, come in un eco chiaro seppur con delle piccole distorsioni.
-Ah, McAudle!- mi chiamò voltandosi verso di me. I due solchi erano piegati all’insù in un’ampia convessità: stava sorridendo. -Un giorno quest’epoca oscura finirà, ne sono sicuro.-
Quelle furono le ultime parole che mi rivolse, prima di riprendere la sua strada con passi sostenuti e regolari sotto il mio sguardo meravigliato: mi aveva dato un messaggio di speranza, un ingrediente con il quale non condivo più la mia vita da troppo tempo. In guerra ciò che ti fa andare avanti è l’istinto dell’autoconservazione (come lo chiamavo io) od il desiderio di vivere (come diceva l’Ottavo Gerarca), ma la speranza era un’altra cosa, un lusso che non potevo più permettermi e che il Gerarca mi aveva fatto riassaporare.
Quella fu l’unica circostanza in cui ebbi l’occasione di parlare con lui, là, vicino ad una chiesa rotonda dalla guglia che sembrava la punta di una lancia e ad una statua di Gesù dedicata a me e a tutti i soldati che rischiavano la pelle in giro per il Sistema Solare. Tornai a casa con una gran confusione in testa sul significato dell’orgoglio e della speranza: era il periodo di riposo per le truppe dell’Ottavo Gerarca, quindi potevo concedermi qualche dubbio. Alla demotivazione avrei pensato più tardi, ma sapevo già che sarebbe stata una battaglia persa in partenza.

I sei mesi di riposo se ne andarono in fretta, i giorni erano scorsi torrenziali l’uno dopo l’altro e così mi ritrovai d’improvviso su una nave spaziale che procedeva alla volta di Marte, dove le ore erano delle vite interminabili che potevano essere interrotte solo da un colpo di fucile. Mi chiedevo se anche questa volta la mia nave sarebbe riuscita ad approdare sul pianeta rosso o se sarebbe saltata in aria assieme a noi soldati, ma poi pensai che forse era meglio morire in questo modo piuttosto che con il torace fracassato da un raggio luminoso e ronzante. Ci si sarebbero risparmiate paure e sofferenze sufficienti a farmi desiderare di non avere il piacere di mettere piede sul pianeta nemico.
In ogni caso non mi sarei potuto tirare indietro, ed in fondo se non fossi esploso nello spazio avrei avuto la possibilità di interagire col mio destino, di tentare di salvarmi.
"Un giorno quest’epoca oscura finirà." Che bell’auspicio: era quasi uno stimolo, qualcosa in cui mi piaceva credere e che mi dava fiducia per il futuro. Non mi ci vedevo proprio a lavorare in un’industria di alimentari od in un’azienda d’import-export, però l’idea non mi spaventava perché non aveva in sé niente di raccapricciante, o perlomeno niente di più raccapricciante di quella guerra. Mi piacerebbe conservare ancora quell’auspicio, ma non ce la faccio proprio, dal momento che l’avanzare degli anni ti matura, ti dà una visione più completa delle cose e soprattutto ti disillude. Il Sistema Solare è teatro di scontri tra macellai di uomini da secoli, e sarei presuntuoso se credessi di riuscire a vivere abbastanza da imparare che che cosa sia la pace e ad adeguarmici.
Invece era iniziato tutto daccapo: di nuovo battaglie, paure, stenti, trambusto, ossessioni ed inutili assassini nel nome di una patria troppo astratta per crederci veramente, sempre ammesso di non morire prima di atterrare su Marte.
L’unica consolazione era che avrei potuto rivedere Noemi, quell’ufficiale di bordo della quale mi ero innamorato due anni prima o giù di lì, ma anche questo era uno di quegli artifici che usavo per ingannare la mia mente e dei quali non ero capace di fare a meno.
Eravamo nella sala adibita alla visione dei filmati strategici e alle comunicazioni che l’Ottavo Gerarca intendeva propinarci. Senz’altro la sala più ampia della nave ma anche, quasi assurdamente, quella meno usata, visto che il più delle volte il Gerarca comunicava i suoi ordini al ponte di comando, escludendo così il resto dell’equipaggio.
Ma questa volta non sarebbe stato così: era un’occasione importante, un tributo a Callisto e alla sua gente, che avrebbe consacrato l’immagine del nostro satellite. Tra tutti gli occhi che guardavano lo schermo ancora bianco e quasi indistinguibile dalla parete c’erano anche quelli di Noemi, che mi sembrava ansiosa di vedere lo schermo illuminarsi. Ma a onor del vero lo eravamo tutti, io compreso. Si trattava di una delle rarissime occasioni di veder scrivere un pezzo della storia di Callisto senza commettere brutalità od assistere a scene comunque spiacevoli, motivo sufficiente ad impedirmi di rimanere indifferente.
Lo schermo si accese e comparve la figura dell’Ottavo Gerarca, e nonostante lo schermo gigante ci misi un momento per realizzare che i due sfregi all’altezza delle mandibole erano in realtà dei baffi. Era estremamente serio, ed il suo volto fece improvvisamente piombare la nave nel silenzio, nonostante tutti sapessimo che si trovava su un’altra nave di un altro reggimento.
-Salve a tutti, soldati.- esordì, imperioso. -Sarò breve. Oggi è un giorno storico, che farà parte degli annali di Callisto, tanto quanto la guerra contro il Regno Ganimedeo e quella in atto contro Marte. Per la prima volta in assoluto il Santo Padre parlerà ai soldati di una popolazione non terrestre e quei soldati siete voi, il che è un importante attestato di stima da parte della Chiesa e di Dio per come abbiamo condotto la questione marziana e per la collaborazione che abbiamo offerto alla Terra, il pianeta madre della vita intelligente.- fece una pausa ad effetto, perfettamente calcolata. A differenza della maggior parte della gente che vedevo nella sala (tra cui anche Noemi) il Gerarca non tradiva la minima emozione, come se la presenza del Papa su un’astronave di Callisto fosse il frutto di una sua azione ben ponderata che aveva avuto un esito soddisfacente ma che non era in grado di fargli perdere la sua impassibilità. Mi chiesi se c’era qualcosa che avrebbe potuto dissolvere quella sua aria sicura, ma i miei pensieri vennero troncati dal Gerarca, che riprese: -Cedo così la parola a Sua Santità, ringraziandolo da parte di tutti noi per la sua disponibilità e per la sua considerazione per Callisto.-
Il Papa bofonchiò un debole "grazie" con le sue labbra sottili e secche. Aveva una faccia rotonda ma scavata da una ragnatela di rughe, che sembravano indicare una vita di fatiche e di sofferenze.
-Fratelli, sorelle.- cominciò a dire con un tono un po’ più deciso -Nella storia della Terra sono comparse già due Età caratterizzate dal regresso, dalla guerra e dall’inerzia sia dal punto di vista scientifico che da quello culturale. Si tratta del Medioevo Ellenico e del Medioevo Europeo. Oggi si può ragionevolmente dire che ci troviamo in un’epoca molto simile a quelle vissute dalla Terra in quei tempi remoti e bui, con la differenza che lo scenario non è più limitato alla Terra, ma è diffuso in tutto il Sistema Solare. Alcuni pianeti stanno spargendo il sangue di figli di Dio per conquistare l’egemonia di questo lembo di spazio, mentre gli altri si alleano con l’una o l’altra fazione, ed i satelliti fanno un po’ la stessa cosa. Non esiste allo stato attuale un luogo abitato dall’uomo che possa dirsi in pace e queste condizioni si stanno protraendo avanti da secoli. Non è affatto eccessivo definire quest’epoca come il Medioevo Solare, e comunque vada a finire non porterà sicuramente nessun beneficio all’umanità, ma solo una serie impensabile di morti e dei sopravvissuti sconfitti, banditi dalla salvezza di Dio, con corpi ed anime mutilati.- mentre parlava sembrava dolorante, come se avesse ricevuto una bastonata allo stomaco che lo costringeva a fare molte interruzioni per poter annaspare. In modo molto poco cristiano, approfittai di quelle pause per ammirare Noemi: era una delle rare occasioni in cui la vedevo così da vicino e così immobile.
-Eppure è evidente che il Sistema Solare dev’essere governato dalla Terra, perché è quello il luogo prescelto da Dio per creare la vita, non Marte né nessun altro luogo. Tutto lo spazio extraterrestre che oggi ospita la vita non è stato la culla di nessuna specie vivente, a parte forse qualche batterio, perché la grande civiltà poteva svilupparsi soltanto sulla Terra, dal momento che questo era il volere di Dio; tuttavia grazie a quel discutibile mezzo di prevaricazione dei limiti naturali chiamato terraforming adesso l’umanità ha messo piede anche su un pianeta vicino al sole come Mercurio e vi ha costruito delle città che in un posto come quello non sarebbero mai dovute sorgere, ma questo è l’effetto di un’opera dell’uomo, non del Signore. Malgrado ciò Marte intende schiacciare la Terra e ridurla alla sua mercè, cosa che i Terrestri stanno combattendo con tutte le loro forze, aiutati dai validi soldati di Callisto, un satellite illuminato dal buon senso e dalle giuste misure, qualità che il Padre di tutti noi terrà sicuramente in considerazione quando verrà l’ora di stabilire chi merita la salvezza.- Un fragoroso applauso fu l’approvazione da parte dei soldati per le parole del Papa.
-Purtroppo Marte non è l’unico nemico della Terra, ed in un certo senso non è neanche il più spregevole. Pensate a Plutone, per esempio, un mondo di barbari che approfittano della posizione decentrata del loro pianeta per tentare di insidiare ogni sorta di equilibrio e di espandere il potere della loro terra di ghiaccio, aiutati da Tritone e da Titano. Non a caso l’orbita di Plutone è l’unica a non esser parallela a quelle degli altri pianeti del Sistema Solare. Si tratta di un segno divino a testimonianza del fatto che quello è il pianeta della perdizione, degli uomini senza Dio, che con la loro...-
Il Papa non finì la frase, distratto da qualcosa che non gli permetteva di proseguire con il suo discorso. Si voltò all’indietro, verso uno schermo identico a quello che fissavo io su un’altra astronave, e vide che la luminosità che lo aveva distratto proveniva proprio da lì. Quello schermo inquadrava una donna di un’ottantina d’anni, con un groviglio di rughe sulla faccia ed un lieve trucco che pareva voler ricordare una femminilità a lungo sopita.
Dal brusio che seguì a quella comparsa afferrai che quella donna era il Terzo Gerarca, ma nessuno immaginava per quale ragione avesse interrotto così bruscamente il monologo del Papa, uno degli eventi più importanti della storia di Callisto. Non avrei mai pensato che l’Ottavo Gerarca potesse assumere un’espressione di stupore, ma in quell’istante constatai che mi ero sbagliato, che anche lui poteva rimanere interdetto come qualsiasi altro essere umano e la cosa, lo garantisco, non era un bel vedere.
-Ciao Ben.- disse la donna con voce incolore.
-Ciao Martha.- rispose l’Ottavo Gerarca, dopo essersi ripreso -Spero sia molto importante. Il Santo Padre sta parlando per la prima volta all’esercito di Callisto, ed è un avvenimento che non deve subire interruzioni per questioni di secondo piano.-
-Ti ho contattato perché non potevo fare altrimenti. L’urgenza della situazione non ammette perdite di tempo.- poi si rivolse al Papa, con un sorriso appena accennato -Mi scuso con voi per l’irruenza, ma spero comprendiate che devo agire così per il bene del mio popolo.-
Il Papa rispose con un cenno del capo, lo sguardo impenetrabile e di una tranquillità spettrale, poi la donna tornò a guardare l’Ottavo Gerarca e dichiarò: -Il problema è costituito da Ganimede, Europa e questa volta anche Io, che ai tempi del Regno Ganimedeo era riuscito a rimanere neutrale e a tenersi in disparte. Sono tutti d’accordo nel costruire quello che chiamano l’Impero di Giove, e vogliono sapere se abbiamo intenzione di unirci a loro oppure no.-
-Aspetta!- ruggì l’Ottavo Gerarca -Non mi pare il caso di affrontare una discussione simile davanti a migliaia di soldati.-
-Perché? Hanno il diritto di sapere che cosa sta accadendo al loro satellite. Allora, immagino che anche tu sia sfavorevole ad un progetto così assurdo.- poi fece un sorriso poco rassicurante, vagamente minaccioso e proseguì: -Altrimenti non si spiegherebbe perché hai invitato il Santo Padre su una nave della tua flotta.-
-L’ho fatto perché sono un credente, come la maggior parte degli abitanti di Callisto.- replicò seccamente l’uomo -Ma questo non vuol dire che secondo me Callisto meriti di umiliarsi a raccogliere le briciole in eterno.-
Si girò verso qualcuno dei suoi soldati e gridò: -Trasferite questa chiamata sulla linea criptata, dannazione!-
Il collegamento venne interrotto; il volto rugoso del Terzo Gerarca svanì e l’Ottavo si diresse altrove, probabilmente verso la sua cabina da dove avrebbe potuto trattare l’argomento con la donna nella dovuta calma, fuori dagli sguardi indiscreti di tutti noialtri.
Dopo quell’insolito siparietto il Papa fu molto abile nel ridurre all’osso il resto della sua esposizione. Immagino che si fosse offeso per quella scenata, in cui era stato forzatamente coinvolto, e francamente non lo si poteva biasimare.
Sulle facce degli spettatori sparì ogni tipo d’interesse, ed in effetti anche a me parve che tutte le attrattive di quello straordinario avvenimento storico erano scemate; persino il volto di Noemi si inombrò, facendo apparire una smorfia di delusione. Io invece non mi preoccupai più di tanto di com’era andata a finire la vicenda del Papa e dei due Gerarchi, ma spostai le mie attenzioni sul bell’ufficiale. D’altronde me l’aveva detto anche l’Ottavo Gerarca (quella volta su Callisto, davanti alla chiesetta) che era inopportuno per noi soldati arrovellarsi con la politica, ed io intendevo seguire quel suggerimento. Occuparmi di faccende che non potevo cambiare era sconveniente, o perlomeno inutile.
Noemi si girò verso di me dopo aver avvertito i miei occhi che puntavano su di lei e che le percorrevano tutto il corpo.
-Cosa c’è?- chiese garbatamente.
-Uh... Niente.- risposi con voce tremula -erché?-
-Mi stavi fissando.- mi fece presente Noemi con un sorriso compiaciuto.
-Sono due anni che ti fisso.- osservai, cercando di essere pragmatico. Avventurarmi in qualche argomentazione sarebbe stata la strada migliore per assicurarmi una brutta figura.
-Allora suppongo che tu voglia qualcosa da me.- fece lei, ed il suo sorriso diventò malizioso.
Al diavolo, ero su un’astronave che sarebbe potuta esplodere da un momento all’altro, ed in caso contrario avrei potuto lasciare il mio cadavere marcire su Marte, quando vi sarei atterrato. Non potevo aver paura di una brutta figura. -Vorrei che mi baciassi.- azzardai zelante.
Sorprendentemente Noemi mi accontentò e mi baciò con delicatezza le labbra, incurante di tutta quella gente che ci circondava e dei commenti sarcastici che avrebbero potuto fare in seguito. Poco male: avevano tutti ben altro per la testa e noi significavamo in definitiva molto poco, anche se io ero un soldato di Callisto che non amava né il suo satellite né la guerra e lei era l’ufficiale di una nave spaziale ed una splendida ragazza. Stetti per dirle qualcosa, ma non sapevo che cosa: dopotutto non sono mai stato un tipo loquace, e ritenevo quella situazione troppo imbarazzante e fantastica per essere reale. Ad ogni modo, se anche fossi stato più spigliato non sarei riuscito a dirle una parola, perché mi afferrò immediatamente la mano e mi trascinò con sé da qualche parte della nave, fuori da quella sala affollata di persone che guardavano disincantate lo schermo tornato a mimetizzarsi al muro bianco.
Mi condusse alla stiva, dov’erano tenuti le armi ed i cibi a lunga conservazione che sarebbero stati i nostri ranci; era una stanza piuttosto piccola in rapporto a tutta la quantità di roba che conteneva e sarebbe stata completamente buia se non fosse entrata una sottile fetta di luce da sotto la porta.
Noemi portò la mia mano ai suoi seni, poi la fece frugare sotto la tuta ed accarezzare le rotondità del suo petto. La circondai con l’altro braccio, infilando le dita tra i suoi capelli soffici e scuri, la baciai di nuovo e le feci appoggiare la schiena al muro, mentre la mano al di sotto della sua tuta continuava a tormentarle i capezzoli turgidi per l’eccitazione. Ormai era scontato che saremmo andati oltre alla mia richiesta di un semplice bacio e così fu: facemmo l’amore in una specie di danza scomposta e disarmonica, con il notevole sforzo da parte sua di soffocare ogni gemito, forse per pudore o forse per alimentare il senso di clandestinità di ciò che stavamo facendo.
-Il Terzo Gerarca ci ha riservato proprio una bella sorpresa.- disse Noemi pensierosa, quando ebbi finito di ansimare sopra di lei.
-Già.- convenni. Non mi sembrava molto romantico affrontare l’argomento in quella circostanza, ma non volevo essere scortese nei suoi confronti. -Ho avuto l’impressione di assistere ad un agguato. Mi sbaglierò, ma il Terzo...-
-Non ti sbagli.- m’interruppe -Il Terzo Gerarca ha cercato di sfruttare la presenza del Papa per guidare il voto del suo collega.-
-Ne sei sicura?- obiettai, continuando a toccarla -E a che scopo, visto che la Gerarchia è formata da quindici elementi e che l’Ottavo Gerarca vi è situato a metà? Non credo che il suo voto sia determinante al punto da giustificare un sabotaggio in piena regola.-
-È vero, ma non credo che il motivo dell’incursione del Terzo Gerarca sia politico, bensì educativo.-
-Non capisco.- dissi confuso.
-Secondo me il Terzo Gerarca ha voluto ristabilire i ruoli, schiacciando l’orgoglio dell’Ottavo. Gli ha ricordato chi ha più importanza nella Gerarchia e non è andato tanto per il sottile nel farlo.-
-D’accordo, ma non ne vedo ancora la ragione.- contestai senza troppa enfasi -Perché un Gerarca dovrebbe ambire al rispetto incondizionato di un altro?-
-Normalmente non dovrebbe accadere.- mi rispose Noemi divincolandosi dal mio abbraccio -Ma il rapporto tra il Terzo e l’Ottavo Gerarca è diverso da quello che lega gli altri Gerarchi, senz’altro più complicato ed in una certa maniera profondo. Girano voci sul fatto che il Terzo Gerarca sia la madre dell’Ottavo.-
-Qualunque sia la loro relazione, quel che conta è che l’Ottavo Gerarca abbia potuto votare seguendo la sua opinione, senza interferenze esterne.- proferii saggiamente.
-Come sei ottimista!- ossevò la ragazza, con una punta di scherno -Per quanto si darà da fare la sua è una battaglia persa. Non vuole che Callisto faccia ancora il portaborse della Terra, ma se non è proprio l’unico a pensarla in questo modo i Gerarchi che la vedono così sono una minoranza. Uno dei difetti della Gerarchia è quello di essere composta perlopiù da vecchi rottami conservatori, che vivono sugli allori delle imprese passate piuttosto che pensare a farne di nuove. Decenni fa la gloriosa Gerarchia dell’indipendenza di Callisto dal Regno Ganimedeo stabilì il divieto di tentare di conquistare l’egemonia del Sistema Solare e gran parte delle mummie ammuffite al governo si farebbero fucilare piuttosto di osare contraddire le idee che avevano a quei tempi o quelle dei loro predecessori. È quello che viene chiamato principio di autorità, e temo che costerà a Callisto la possibilità di partecipare alla costuzione dell’Impero di Giove.-
Ero allibito per come Noemi aveva parlato della Gerarchia: non avevo mai sentito nessuno usare tanto disprezzo nei confonti di quell’istituzione e dei suoi membri, ma ad essere sinceri non avevo nemmeno mai parlato con un ufficiale dell’esercito. A pensarci bene, però, era ovvio che la Gerarchia non potesse attirare le simpatie di tutti, che ci fossero delle persone ostili a quel tipo di sistema politico, e a pensarci ancora meglio non me ne importava proprio niente di questo, di Callisto, di Plutone, della parentela tra Terzo e Ottavo Gerarca e del fatto che il Papa ci fosse rimasto male per com’era andato a finire il suo discorso. Così cambiai decisamente discorso e dissi impetuosamente: -Senti Noemi... io ti amo!-
Lei si ritrasse e indietreggiò frettolosamente; un lembo dello spicchio di luce che entrava da sotto la porta le illuminò il volto, più inorridito di quanto sarebbe potuto esserlo se le avessi detto che ero un maniaco sessuale con lo scopo di violentare tutte le femmine appettibili del Sistema Solare.
-Tu mi ami?- strillò guardandomi con un’espressione che sembrava rasentare l’odio -Come ti permetti di dire una cosa del genere? Non ti rendi conto che siamo in guerra contro Marte e che potremmo morire tutti nel tempo di una manciata di respiri?- gli occhi sembravano voler rotolare fuori dalle orbite, e le labbra erano contratte in una smorfia di totale disprezzo nei miei confronti, sufficiente a farmi pentire di quello che avevo detto. Ma di che cosa dovevo pentirmi? Non mi pareva di aver detto qualcosa di male.-Pensa a Daniel, a Micheal, a Oliver, a Diego e a molti altri. Sono tutti morti su quel maledetto pianeta, e con loro sono morti i loro sogni, le loro speranze... ed in un certo senso sono morte un po’ anche le persone che gli volevano bene. Tu lo sai cosa vuol dire sentirsi comunicare da un soldato con un tono perfettamente formale che una persona che ami è stata uccisa a colpi di fucile come un animale in una battuta di caccia? Ci si sente mutilati, come se quelle parole amputassero un braccio a chi le ascolta, un’amputazione senza anestesia né protesi che possano sostituire la parte mancante. È così che vuoi che mi senta? Allora che differenza c’è tra amore e odio?- stette in silenzio, più per recuperare il fiato e la calma che per darmi modo di rispondere. -Se vuoi il mio corpo, se vuoi scopare, posso accettarlo perché è una cosa naturale che uomini e donne abbiano certi bisogni. Ma non domandarmi mai più il mio cuore.-
Con queste parole se ne andò, senza offrirmi la possibilità di replicare e senza salutarmi: aprì la porta e uscì da quella stiva in penombra, facendomi sentire come un bambino in castigo per aver risposto male alla mamma. Poi mi vennero in mente le parole di Sam, uno dei soldati del mio stesso reggimento, molto più vecchio di me, con qualche spruzzo di grigio che s’incominciava ad intravedere tra i capelli e la barba rossi. -È meglio lasciar perdere una donna così.- mi disse una volta -Essendo diventata ufficiale crede di avere il diritto di essere arrogante con tutti. Il classico tipo "Facciamo l’amore. Anzi no, ho cambiato idea."- Naturalmente non condividevo la scarsa considerazione che Sam aveva di Noemi, e nonostante il mio sconforto non cambiai opinione nemmeno dopo quella scenata nella stiva, ma pensai che Sam mi mancava. Era uno dei tanti che erano morti su Marte, e tra poco forse la guerra non avrebbe risparmiato neanche me.

L’aria di Marte era perfino più polverosa e torbida di quanto ricordassi. La mia nave era riuscita ad atterrare sul pianeta, così erano ricominciate le sparatorie senza fine, i sonni che non superavano mai le tre ore standard, i nervi a fior di pelle e lo sgorgare del sangue in torrenti straripanti dai corpi che stavano per divenire senza vita di conoscenti e di gente mai vista prima, come in un deja-vu nel quale sarei stato intrappolato in perpetuo. C’erano pochissime differenze da ciò che avevo visto e fatto in precedenza, per quasi due anni; le mie azioni erano sempre quelle di allora: nascondersi, sparare, fuggire e pregare. L’unica variazione di rilievo fu rappresentata da un episodio dal quale uscii vivo quasi per miracolo e destinato a continuare a a tormentarmi per sempre, dal momento che quel giorno assaporai intensamente come mai prima d’allora l’amarezza della morte e che ebbi la prima percezione del cambiamento in cui sarebbe stato coinvolto da lì a poco tutto il Sistema Solare. Mi trovavo dietro una palazzina dai muri logorati dai colpi di fucile, che io ed alcuni commilitoni avevamo colonizzato e trasformato in una sorta di approssimativo forte nel quale trincerarsi, come fosse una vera e propria base da cui sferrare i nostri attacchi. Tutt’altro che una base inespugnabile, in realtà, come potei malauguratamente scoprire quando un aereo marziano bombardò quella zona mandando in frantumi il nascondiglio e facendomi sgusciare fuori come una lucertola da una crepa di una parete rocciosa. Assurdo: l’esercito marziano che lanciava esplosivi sul suo stesso suolo! Si poteva quasi pensare ad un disperato tentativo kamikaze se non si conosceva l’infinita potenza militare di Marte, la quale invece mi lasciava presumere che in un modo o nell’altro quella zona era stata evacuata e che noi eravamo finiti senza accorgercene in una trappola per topi. Stava di fatto che ero scoperto, un bersaglio mobile sin troppo facile, e dovevo trovare immediatamente un altro riparo, se non volevo diventare humus per il pianeta. Dietro a me sentivo le grida strazianti dei miei compagni, ma non colsi neanche una parola perché ero troppo impegnato a correre come un folle per cercare rifugio, e non capii mai se i loro erano lamenti di sofferenza od urla di panico. Avvertii invece con sin troppa chiarezza un dolore intenso al fianco destro, subito dopo un rumore simile a quello dell’esplosione che aveva fatto del nostro forte un cumulo di macerie, solo che era molto più debole e breve: ero stato colpito da una fucilata. Mi girai all’indietro, verso il tizio che mi aveva sparato e premetti il grilletto prima che potesse farlo lui di nuovo; sentii un gemito, abbastanza da farmi comprendere che l’avevo centrato, pur non essendo sufficiente per stabilire se l’avevo ucciso oppure no. Del resto non potevo permettermi il lusso di fermarmi a controllare, perché presto ne sarebbero arrivati altri e la mia ferita mi avrebbe impedito di muovermi rapidamente. Mi addentrai nella piccola cittadina deserta, dove ormai c’erano soltanto dei soldati marziani alla ricerca dei nemici sopravvissuti al bombardamento; sopra la mia testa, a poche centinaia di metri da terra, gli aerei sfrecciavano verso qualche diversa zona del pianeta, per uccidere i topi finiti nelle altre trappole. Correvo più forte che potevo, alla ricerca di una latebra di fortuna, ma ad ogni passo la ferita al fianco sembrava strapparsi un po’, facendomi più male di quanto avrei immaginato potesse farne un colpo di fucile. Perdevo molto sangue e lasciavo delle ottime tracce per chi volesse scovarmi, anche se in fin dei conti non ero così importante da avere alle calcagna un soldato che cercasse in tutti i modi di uccidermi, per fortuna. Era l’unica cosa che andava per il verso giusto, però, visto che non riuscivo a trovare nessun luogo adatto per farci il mio nuovo forte: le strade erano troppo ampie, e qualunque angolo degli edifici era raggiungibile da quattro direzioni. La mia mancanza di resistenza fisica, comunque, risolse il problema: crollai sul pavimento lastricato, con delle fitte atroci e continue al fianco che si ripercuotevano stranamente anche sul resto del corpo, come un terremoto che devasta anche le zone circostanti e distanti dall’epicentro. Evidentemente avevo perso troppo sangue, e quella corsa inutile non aveva di certo fatto bene al mio fisico già provato.
"È finita... Sono morto." pensai prima di perdere conoscenza.
Quando riaprii gli occhi, sollecitato da alcuni ceffoni ben assestati, ci misi qualche istante per rendermi conto che non ero ancora andato al Creatore. Me ne accorsi quando appurai di avere ancora quella dannata ferita, perché nulla riporta più alla realtà del dolore, specie se i sensi sono (com’erano nel mio caso) ottundati dalla sofferenza fisica e dalla mancanza di una buona parte del sangue che solitamente dovrebbe circolare nelle mie vene. Ne dovevo aver spanto un bel po’ se la mia vista era tanto appannata e se il richiamo del mio nome mi risultava un eco proveniente da lontano nonostante chi mi stava evocando fosse proprio là, a meno d’un metro da me. Feci un po’ di fatica per diradare l’appannamento dal mio campo visivo, sforzando i miei occhi ai quali sembrava non piacere l’idea di riprendere la loro normale funzionalità. Ben presto, però, ricominciai a vedere con chiarezza e la prima immagine che giunse al mio cervello fu quella di un uomo più vecchio e magro di me, con un sorriso sghembo, ma a suo modo benevolo.
-Josè!- esclamai, ma mi parve che il mio tentativo di grido di stupore fosse suonato a malapena un borbottio quasi impercettibile.
-Ti sei ripreso.- constatò il mio ex compagno di addestramento, compiaciuto del fatto che l’avevo riconosciuto.
Mi guardai attorno, spaesato ed intontito, e vidi che non ci trovavamo più sull’ampia strada dov’ero svenuto, ma in un vicolo tra due case piuttosto vicine tra loro, in un tratto urbanistico simile al forte demolito dall’aereo marziano. C’erano altri soldati, oltre a me e a Norbedo, e stavano discutendo concitatamente sul da farsi, poiché anche quel rifugio avrebbe potuto esser abbattuto nel giro di pochi minuti standard.
Distolsi lo sguardo da loro, e la mia attenzione ritornò su Norbedo, che mi stava tamponando la ferita con un fazzoletto dalla pulizia discutibile.
-Possibile che sia sempre tu quello che mi toglie dai guai?- chiesi scherzosamente, ripensando ai tempi dell’addestramento e alla volta in cui lo conobbi.
-Sarà il destino.- rispose Josè con il suo solito sorriso obliquo. -Non preoccuparti, te la caverai. Sempreché quegli stronzi non abbiano la brillante idea di farci esplodere. Un paio di volte sono stato ferito anch’io, in questo maledetto posto, ed in modo più serio del tuo. Pensa che la mia gamba destra è artificiale.- Rimasi sorpreso ed impietosito da quella dichiarazione: non avrei mai pensato che una gamba artificiale potesse essere tanto simile a quella originale da passare inosservata.
Ma dimmi: qual è il tuo Gerarca?- mi domandò, sedendosi accanto a me e lasciandomi il fazzoletto intriso di sangue in mano per permettermi di occuparmi personalmente del mio povero fianco malridotto.
Spalancai gli occhi, sbigottito. Si comportava come se fossimo stati due amici in un parco che parlavano del più e del meno seduti su una panchina, durante un periodo di pace -L’Ottavo.- replicai in un sussurro, dopo un attimo di esitazione -Ed il tuo?-
-Maledizione. Hai tutte le fortune, tu.- sentenziò lui, mettendomi un falso broncio -Combatti per conto del più giovane e rivoluzionario di tutta la Gerarchia, l’uomo che rappresenta il futuro di Callisto. Il mio Gerarca invece è il Quinto, una persona molto intelligente e taciturna. È bello farsi comandare da uno come lui, perché sai al cento per cento che la sua mossa sarà quella giusta, però a dire il vero ti invidio.-
Feci un sorriso di circostanza, ma in realtà mi sentivo un allocco. L’Ottavo Gerarca era una figura leggendaria e anche dopo la sua morte sarebbero stati scritti chissà quanti volumi sulla sua storia, d’accordo, ma chi se l’aspettava una tale differenza tra la sua fama da quella degli altri Gerarchi? In fondo c’erano ben sette Gerarchi più potenti di lui, e magari il loro operato era stato addirittura più importante per Callisto di ciò che aveva fatto l’Ottavo. A ripensarci, quando finii l’addestramento e fui mandato a combattere su Marte, non provai assolutamente nulla al sentirmi comunicare che avrei fatto parte di un reggimento dell’Ottavo Gerarca. Sarà stata disinformazione o semplice sbadataggine giovanile, ma se mi avessero detto che avrei fatto parte dell’esercito del Quarto, del Settimo o del Tredicesimo Gerarca avrei reagito con la stessa apatia che usai in quella circostanza. Mi vergognai un po’ della mia mancanza d’accortezza, ma cercai di non darlo a vedere a Josè.
-Cosa stanno confabulando i tuoi compagni? Pensano a qualche modo per uscire di qui?- chiesi di punto in bianco. Avevo deciso di lasciar perdere la mia negligenza, anche perché era stato proprio l’Ottavo Gerarca a dire che l’unico tarlo nel cranio dei soldati doveva essere la guerra, quindi le leggende, la politica, la storia e la mondanità non erano affar mio, e la mia ignoranza in merito non era poi così grave.
-Non è così.- rispose Norbedo. Il sorriso sparì dal suo volto, sul quale apparvero tutti i segni della paura. Non l’avevo mai visto in quello stato, e la cosa mi spaventava moltissimo. -Non possiamo uscire di qui. Dobbiamo rimanere nascosti sperando che non ci trovino e tornare alle navi spaziali non appena quei fottuti marziani penseranno che non ci siano più soldati di Callisto da sterminare.-
-Ma questo è giocare d’azzardo con la propria vita.- contestai a denti stretti per il dolore che non voleva saperne di andarsene.
-Beh, la situazione non è così drammatica.- cercò di rassicurarmi Josè, ma a guardarlo in faccia era lampante che mentiva -Tra poco arriveranno anche gli aerei di Callisto e se ci va bene quegli stronzi saranno troppo occupati per badare a noi.-
-Appunto. Se ci va bene.- puntualizzai, mesto.
-Andrà bene.- obiettò Norbedo, ma non c’era nessun segno di rimprovero nella sua voce -E se anche così non fosse star qui a disperarci non ci gioverebbe affatto. È molto meglio essere ottimisti, e se ci fanno fuori pazienza: fa parte della guerra e noi lo sapevamo fin dall’inizio. L’unica cosa che possiamo fare è cercare di viverla il più serenamente possibile, invece di angosciarci inutilmente.-
Era un ragionamento che non faceva una grinza, bisognava dargliene atto, ma tra il dire una cosa giusta ed il metterla in pratica c’era una differenza abissale. Per quanto mi sforzassi non riuscivo proprio ad essere così fatalista, e magari neanche Josè ci riusciva a pieno.
-Ma certo. Tutto filerà per il meglio.- convenni pur non credendo fino in fondo alle mie parole. Era uno dei miei soliti autoinganni, ma mi alleviava la tensione e sperai che facesse lo stesso con Josè, che però sembrava esser divenuto distratto e guardava in alto. Niente di strano, naturalmente, visto che la nostra vita era legata al sopraggiungere degli aerei di Callisto. -Presto arriveranno i nostri aerei e noi riusciremo a metterci in salvo. Io riceverò le prime cure su una nave, poi verrò imbarcato su una scialuppa spaziale con la quale tornerò su Callisto, dove resterò in congedo per tutto il tempo che mi servirà per ristabilirmi completamente.-
-Forse non dovrai neanche aspettare l’arrivo dei nostri aerei, Colin.- rispose Josè con un’amarezza terribile, continuando a guardare altrove -Direi che potrai tornare su Callisto prima di quanto pensi, e non con un’angusta scialuppa spaziale, ma con un’intera nave. Guarda lassù.-
Feci come diceva, e scrutai il cielo opaco di Marte, investito da un’enorme luce bianca costellata da alcuni pallini verdi. Per l’esattezza i pallini in questione erano otto, e quella luce bianca proiettata da un faro significava resa, la resa dell’Ottavo Gerarca.
-Non pensavo che la guerra andasse così male.- dissi stupito, quasi in un pensiero ad alta voce. -Mi rendo conto che siamo caduti nella trappola di Marte, ma anche noi abbiamo degli aerei. Perché arrendersi senza giocare l’ultima carta?-
-Non lo so.- replicò Josè, scuotendo la testa, affranto. -Dalla fama di cui gode non me l’aspettavo proprio che l’Ottavo Gerarca gettasse la spugna così facilmente.-
Mi strinsi nelle spalle, per quanto la mia spossante lacerazione me lo consentiva, e rimasi a fissare lo sguardo, perso nel cielo illuminato da quel triste biancore luminescente, di Norbedo. Dal suo viso capii che era veramente deluso nel vedere il messaggio che ci riferiva quella luce scagliata contro il cielo; io no, non lo ero per niente. Semmai ero meravigliato, poiché l’esercito dell’Ottavo Gerarca disponeva di aerei che aspettavano solo di decollare, ma la cosa finiva lì. L’idea del superuomo di Callisto non mi era mai appartenuta, quindi non facevo drammi per quell’imprevista disfatta: nelle guerre spesso si vince o si perde, e per una volta l’Ottavo Gerarca era stato sconfitto. Non era una notizia piacevole, certamente, ma non esistono esseri umani infallibili, neanche se sono al governo di qualche satellite e comandano un esercito.
-Andiamo.- disse Josè, girandosi lentamente verso di me e invitandomi ad aggrapparmi alla sua mano e ad alzarmi -Non puoi restare qui, in queste condizioni. Devi al più presto andare su una nave e farti rimettere in forma come si deve.-
-Ma così metterai in pericolo anche la tua vita!- protestai, inarcando le sopracciglia.
-La guerra è pericolo, Colin.- ribatté Josè d’impulso -Neanche se restassi fermo qui dietro avrei la certezza di salvarmi. Otterrei soltanto la garanzia di vederti morire dissanguato e l’idea non mi entusiasma. Credimi, vale la pena di rischiare.-
Annuii, poi presi la sua mano e cominciai a camminare adagio, sorretto da lui, provando un dolore atroce quando sollevavo un piede. E pensare che fino a poco prima in quelle condizioni mi ero messo a correre per fuggire dalle fucilate dai soldati marziani!
Svoltammo l’angolo e ci ritrovammo in una strada ampia e poco protetta, in cui eravamo due ottime prede per qualunque nemico provvisto di un’arma da fuoco. Mi guardai intorno, circospetto, ma poi mi accorsi che avevamo smesso di camminare; Josè lanciò un gemito tale da raggelarmi e per un attimo temetti che fosse stato colpito da qualcuno. Quando vidi che era ritto in piedi e che non perdeva sangue da nessuna parte gli chiesi cosa diavolo gli fosse preso e lui puntò l’indice verso l’alto. Alzai gli occhi al cielo, dove c’era un’altra luce bianca, identica a quella di prima ma con tre pallini in meno. Mi sentii pietrificare e con un filo di voce dissi: -Anche il Quinto Gerarca si arrende... Ma perché, che cosa sta succedendo, maledizione?-
-La spiegazione è soltanto una.- disse lui, in un bisbiglio triste come non ne avevo mai sentiti uscire dalla sua bocca -Callisto è stato attaccato e noi dobbiamo tornare indietro per difenderlo.- credetti di svenire di nuovo, ma riuscii a limitarmi a barcollare un poco. -Ma chi diavolo può essere stato? Deve trattarsi di qualcuno di molto potente per farci richiamare indietro due eserciti, nonostante ce ne siano altri attualmente inoperosi sul nostro satellite!- aveva cominciato a parlare con un vigore che stava per sfociare nella collera. Io invece mi sentivo disperato: i miei parenti, i miei amici, la gente che mi amava erano tutti là e presto sarebbero stati coinvolti in una guerra tremenda. -Magari Marte, che avrà deciso di contrattaccarci quando meno ce lo aspettavamo; oppure sarà stato Plutone ad iniziare a muoversi per la conquista dell’egemonia.-
-O nessuno dei due.- risposi fissando la luce bianca con i cinque pallini verdi -Potrebbe esser stato anche l’Impero di Giove. Quella gente non sa accettare i "no".-
-Impero di Giove?- domandò Josè senza capire. Ovvio, lui non era un soldato del mio stesso esercito e non aveva visto l’intervento del Terzo Gerarca durante il discorso tenuto dal Papa.
Non distolsi lo sguardo da quella luce, mentre Norbedo aspettava spiegazioni ed i miei occhi cominciavano a lacrimare perché abbagliati o per quel senso d’infelicità che mi opprimeva: su Callisto c’erano tutte le persone che mi erano care e alle quali volevo bene. Bastavano un paio di bombe, qualche fucilata e sarebbero state sterminate tutte, senza darmi la possibilità di salutarle, di abbracciarle un’ultima volta. Ma poi mi resi conto che non era solo questo che mi faceva soffrire, c’era anche dell’altro: eserciti stranieri stavano invadendo il mio satellite, la mia casa.

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto...