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La peste in Manzoni
...e non solo

Ipertesto creato
dalla 2^E a.s. 97/98
con la
supervisione del prof. Gaudio Luigi
LICEO
SCIENTIFICO "D. BRAMANTE" - MAGENTA
Che cos'è un ipertesto?
L' ipertesto è un testo organizzato in
modo da consentire al fruitore di scegliere tra diversi percorsi di lettura. La
caratteristica principale dell' ipertesto è la non linearità della lettura.
L'ipertesto permette quindi all' utente di esercitare la sua
"libertà", consentendogli di accedere da un elemento ad una
molteplicità di elementi, precedenti o successivi che siano.
A questo scopo sono nati strumenti,
essenzialmente bottoni e parole calde (hotwords) individuabili per il diverso
colore rispetto al corpo testuale generalmente scritto in nero, che permettono
di navigare all' interno dell' ipertesto alla ricerca di nuove informazioni o
collegamenti (links).
Esistono due tipi di ipertesto: l'
ipertesto monomediale e l'ipertesto multimediale. Quest' ultimo, detto anche
ipermedia, per il quale è indispensabile il supporto della tecnologia digitale,
presenta informazioni provenienti da più media: testi scritti, testi orali,
immagini statiche (fotografie, disegni, grafici, dipinti, ecc...)film, suoni e
musiche.
Perchè questo ipertesto?
Un lavoro di questo genere
riveste un' importantissima funzione nella didattica linguistica, poiché oggi
molti scrivono e leggono ipertesti (basti pensare soltanto ad Internet) e
perché la nostra stessa mente si attiva con una serie di collegamenti simili a
quelli di un ipertesto: è stato quindi appassionante per gli studenti e per l'
insegnante scoprire insieme quanti rimandi, quanti paragoni si possono
instaurare a partire da un argomento di studio. Per esempio
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MANZONI |
...E NON SOLO |
La
peste in Manzoni... i fatti ![]()
Nel XXXI capitolo, nel XXXII capitolo, negli altri capitoli, cronologia
Nel
XXXI capitolo (a cura di
MONZANI Paola) ![]()
Dai paesi che circondano Milano, giungono
le notizie delle prime morti, ma, solo dopo una visita sui luoghi della
malattia, si stabilisce che si tratta di peste. Le autorità, ed in particolare
il governatore Ambrogio
Spinola, rimangono piuttosto
indifferenti al problema; ma anche la popolazione rifiuta l'idea del contagio.
Finalmente, il 29 novembre 1629 viene pubblicata una grida che vieta l'ingresso
in città di coloro che provengono da paesi ove si è verificata l'epidemia: ma
ormai la peste è già entrata in Milano. Vengono prese misure per evitare il
contagio, ma la gente, per avidità e paura, riesce ad eluderle. L'epidemia si
diffonde, ma in modo non rapido: la gente rimane scettica e si scaglia contro i
medici che mettono in guardia contro la peste, giungendo ad aggredire il medico
Lodovico Settala. Si moltiplicano le morti e diviene impossibile
negare l'esistenza del morbo. Invece di dichiarare la presenza della peste, si
parla però di febbri pestilenti: ciò induce a trascurare i pericoli del
contagio. I malati trasportati al lazzaretto si
fanno sempre più numerosi, tanto che il lazzaretto stesso diventa
ingovernabile: solo l'intervento e il sacrificio di alcuni frati riuscirà a
riportare l'ordine in quel luogo.
Si parla finalmente di peste, ma si
diffonde al tempo stesso l'idea che all'origine del male non vi sia il contatto
con gli ammalati, bensì quello con unguenti velenosi. A rafforzare la psicosi
dell'untore concorrono due episodi di presunta unzione: l'uno verificatosi in
duomo, l'altro lungo le strade cittadine. Malgrado il tribunale di Sanità non
creda allo spargimento di veleni, le autorità non smentiscono pubblicamente
l'esistenza delle unzioni; mentre vi è addirittura chi continua a negare la
pestilenza: l'esposizione di alcuni cadaveri nel corso di una processione
convincerà tutti del contrario. Il Manzoni riflette infine sulle mistificazioni
di fatti e di parole che hanno condotto ad uno sviluppo così ampio del
contagio.
Nel
XXXII capitolo (a cura di OLDANI Clara)
![]()
L'Autorità cittadina si rivolge nuovamente
al governatore Ambrogio Spinola, ma questi, impegnato nell'assedio di Casale, nega
ogni aiuto. Si anticipano le notizie circa l'esito della guerra: il duca di
Nevers rimane signore di Mantova, ma la città viene saccheggiata dai
lanzichenecchi.
Gli amministratori cittadini chiedono al cardinale Federigo di far svolgere una processione per assicurarsi la
protezione divina, ma Federigo rifiuta. Intanto crescono i sospetti sulle
unzioni e si verificano episodi di linciaggio come quelli ai danni di un
vecchio e di tre francesi. Dopo nuove pressioni del governo milanese, il
vescovo acconsente a far svolgere la processione e a far venerare la reliquia
di san Carlo. Il lungo corteo vede la partecipazione di popolani, di borghesi,
di nobili e di ecclesiastici.
Il giorno successivo alla processione si
moltiplicano i casi di peste, ma invece di cercare la causa nel contatto tra
tanta gente, si dà la colpa agli untori. I lazzaretti si affollano al limite
della loro capacità e cominciano a fare la loro comparsa i monatti (il Manzoni
apre una parentesi etimologica sul termine monatto). Solo con l'opera dei
cappuccini, dei sacerdoti, del vescovo e delle poche persone di buona volontà,
si riesce a far fronte, fuori e dentro i lazzaretti, alla terribile situazione
sanitaria. Nella confusione generale si moltiplicano le violenze commesse dai
birri e dai monatti.
Cresce anche la pazzia generale e la
psicosi dell'unzione. Si sospetta di tutti, e vi è persino chi, magari
delirando, dice di essere untore. Vengono inventate storie diaboliche e
fantasiose cui anche i medici sembrano dar credito. I dotti chiamano poi in
causa congiunzioni di astri ed altre teorie pseudo-scientifiche. Anche il
cardinale comincia a credere alle unzioni, e gli scettici sono ormai pochi e
silenziosi.
I magistrati iniziano a cercare e a
processare i presunti untori: si eseguiranno molte condanne atroci e ingiuste
di cui il Manzoni parlerà più diffusamente in Storia della colonna infame.
Nel cap. XXVIII, passata la carestia, il
passaggio dei lanzichenecchi mette in apprensione il tribunale della sanità di
Milano, che già intuisce che in quell' esercito poteva covare il germe della
peste. Invano Tadino e Settala proposero di proibire ogni contatto e
compravendita di robe dai soldati che stavano per passare.
Dopo i cap. XXXI e XXXII, il narratore
riprende a interessarsi dei protagonisti del romanzo. Nei capitoli seguenti, la
peste farà da sfondo alle loro vicende e sbloccherà la situazione statica che
si era venuta a creare dopo la fuga di Renzo nel bergamasco e il trasferimento
di Lucia a Milano. Renzo infatti potrà lasciare il cugino Bortolo, dopo aver
preso in maniera leggera la malattia, ritornare al paese (cap. XXXIII) e da lì
alla ricerca di Lucia a Milano (cap. XXXIV) e nel lazzaretto, dove incontrerà
prima Fra Cristoforo e Don Rodrigo moribondo (cap. XXXV), poi Lucia (cap.
XXXVI). Il contagio sarà spazzato via dal temporale provvidenziale (fine
agosto-inizi settembre 1630) che accompagnerà il lieto cammino di Renzo verso
Lecco all'inizio del XXXVII capitolo.
Cronologia
(a
cura di CAMERONI Federica) ![]()
CRONOLOGIA DELLA DISPOSIZIONE E DEI FATTI
RELATIVI AL DIFFONDERSI DELLA PESTE
20 Ottobre1629: Scoppia la peste a Chiuso,
e da lì a Bellano, Lecco e in Valsassina
14 Novembre 1629: Il tribunale della sanità
prende provvedimenti (bullette)
29 Novembre1629: Un soldato porta il
contagio a Milano
Primi mesi del 1630: La peste cova in
Milano
30 Marzo 1630: I Cappuccini assumono l’
organizzazione del lazzaretto
17 Maggio 1630: Esplode la prima furia
contro gli untori
18 Maggio 1630: Dilaga il delirio
collettivo (compaiono strane macchie sulle case)
21 Maggio 1630: Grida contro gli ignoti che
hanno generato il terrore
22 Maggio 1630: I decurioni si rivolgono al
governatore, senza otttenere aiuti
11 Giugno 1630: Processione con la reliquia
di S.Carlo
Dopo la processione: Il contagio si
diffonde mietendo centinaia di migliaia di vittime
Fine agosto-inizi settembre 1630: fine del
contagio
La
peste in Manzoni... i personaggi ![]()
Come la peste cambia i personaggi, come i personaggi giudicano la peste, la folla, gli intellettuali, i monatti, i Cappuccini, Federigo Borromeo, Ludovico Settala, Ambrogio Spinola
Soprattutto nel XXXIII capitolo si attuano
strani capovolgimenti. La peste modifica i rapporti tra Don Rodrigo e il Griso:
il primo sembra ritrovare, nel dramma della fine, una coscienza sopita, mentre
il suo "fedelissimo" servitore si rivela in realtà un traditore. Anche
Bortolo e Tonio subiscono un netto cambiamento: il primo rivela un certo
egoismo ed il secondo, colpito dalla peste, assomiglia addirittura al suo
fratello Gervaso. Renzo poi sarà vittima di fraintendomenti e verrà scambiato
per untore o per monatto.
Paradossalmente, due personaggi molto
diversi tra loro, Renzo e Don Abbondio, interpretano allo stesso modo la peste
come castigo di Dio, giusta punizione contro i malvagi (Don Rodrigo) che
mostravano tracotanza e disprezzo delle leggi divine. In tal modo essi riducono
la provvidenza ad uno strumento di "giustizia" (Renzo nel XXXV
capitolo) o, che è sostanzialmente lo stesso, ad una "scopa" (Don
Abbondio nel XXXVIII). Viceversa, per Fra Cristoforo, che del resto morirà di
peste anche lui senza certo meritare alcun punizione, essa è "insieme
castigo e misericordia" (cap.XXXV) perché aiuta certo l' uomo a
comprendere il suo limite , ma nel contempo gli offre una straordinaria
occasione di conversione e di riavvicinamento a Dio.
Ancora più che in altre occasioni del
romanzo, la folla, che le autorità non hanno saputo adeguatamente guidare, è
dominata da passioni irrazionali: 1) i pregiudizi superstiziosi che impediscono
anche solo di pronunciare la parola "peste"; 2) il malinteso
desiderio di giustizia, di trovare e punire i colpevoli della calamità che
travolge tutti
L' attività dei dotti (medici e non medici)
non consiste nel tentare di darsi ragione dei fatti, quanto piuttosto nel
ricercare nei testi antichi citazioni di fatti analoghi senza verificarne l'
esattezza o la pertinenza con la situazione attuale. Il loro lavoro è dunque
una pura attività erudita incapace di proporre soluzioni praticabili al
presente disagio. Emblematico al proposito è l' atteggiamento di Don Ferrante.
I
Monatti (a cura di RIZZO Giovanni)
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MONATTO un tempo nome dato agli addetti al
trasporto e alla sorveglianza degli appestati. Il termine "monatto"
indicava originariamente nell’Italia settentrionale il becchino. Più tardi
indicò più semplicemente coloro ai quali era affidato il compito (secondo le
parole del Manzoni che nel capitolo 32° dei "Promessi Sposi" ne fa
una celebre descrizione) di "levar dalle case dalle strade dal lazzaretto
gli infermi e governarli; bruciare purgare la roba infetta e sospetta".
Era fatto loro obbligo di portare legato alla caviglia un campanello che
avvertisse i passanti del loro avvicinarsi. L’origine del nome è incerta:
secondo il Manzoni; (il quale riporta anche le opinioni del Ripamonti che lo
derivava dal greco "monos" = solo, e di Gaspare Bugatti che si
riferiva al latino "monere" = avvertire) l’ipotesi più probabile è
che venisse dall’aggettivo tedesco "monatlich" = mensile in quanto
gli ingaggi fatti prevalentemente in Svizzera e nei Grigioni avevano per lo più
una scadenza mensile.
I
Cappuccini (a cura di VIGLIO Alberto)
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Quest' ordine religioso, che segue la
regola francescana così come era stata riformata nel 1525 e approvata dal papa
Clemente VII NEL 1528, è ampiamente rappresentato nel romanzo a tutti i
livelli, dai più semplici cappuccini a contatto quotidiano con la gente al
padre provinciale, preoccupato di difendere gli interessi dell' ordine durante
il colloquio con il conte zio. Nel lazzaretto mostrano la loro potenzialità
assumendosi il compito di sostituire l' autorità là dove essa si dimostra
impotente. In questo caso Manzoni fa assumere a Padre Felice Casati, che doveva
garantire l'ordine nel lazzaretto coadiuvato dal padre Michele Pozzobonelli, i
connotati di un condottiero che ricordano quelli con cui era stato presentato
l' Innominato.
Federigo
Borromeo (a cura di ZANABONI Paola)
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Federigo Borromeo, come si narra nel XXII
capitolo, è nato nel 1564 da una delle più illustri famiglie milanesi. Fu
nominato sacerdote dal cugino Carlo Borromeo. Improntò la sua vita alla
povertà, rifiutando gli agi del suo ceto. Quando divenne arcivescovo di Milano,
utilizzò parte dei suoi beni di famiglia e le rendite ecclesiastiche per
aiutare i poveri. Si mostrava severo solo con i suoi subordinati rei d' avarizia
o di negligenza. Istituì inoltre la biblioteca ambrosiana cui tutti potevano
accedere. Unica ombra in un uomo così ammirabile fu che aderì a opinioni del
tempo strane o malfondate (per esempio riguardo le streghe e gli untori). Fu
anche autore di innumerevoli scritti, tuttavia dimenticati. Dimostrò il suo
spirito caritatevole sia in occasione della carestia del 1629 (capitolo XXVIII)
sia durante la peste dell' anno successivo, dimostrando ancora una volta che le
istituzioni religiose, o in generale la solidarietà cosiddetta
"privata", assumomo funzione di supplenza quando i poteri civili sono
indeboliti. Egli incitò i preti ad operare attivamente nella difficile
situazione e visitò di persona gli ammalati nelle case e al lazzaretto, tanto
che si stupì anche lui, alla fine della pestilenza, di esserne uscito illeso.
(1552-1633) Professore di medicina all'
università di Pavia e di filosofia morale a Milano era uno degli uomini più
autorevoli del suo tempo. Purtroppo la sua fama, annota Manzoni nel XXXI
capitolo, fu accresciuta quando cooperò a torturare e bruciare come strega una
povera infelice sventurata, e fu invece messa in crisi quando , ormai quasi a
ottant' anni, cercava di convincere i milanesi dell' arrivo della peste in
città; al punto che coloro che lo trasportavano in carrozza riuscirono a
malapena a salvarlo, conducendolo in casa di amici per sottrarlo alla folla
inferocita.
Ambrogio Spinola, governatore di Milano nel
1629-30, sostituisce Don Gonzalo per portare a termine l' assedio a Casale
Monferrato, e, come il suo predecessore, si dimostra molto più preoccupato di
conquistarsi fama con la guerra che di governare con accortezza.
Infatti, per esempio, emanò una grida in
cui ordinava pubbliche feste per la nascita del principe Carlo, primogenito del
re di Spagna Filippo IV, il 18 novembre 1629, proprio mentre il contagio
incominciava a diffondersi; oppure mostrò ripetutamente indifferenza nei
confronti delle richieste di intervento da parte delle autorità milanesi.
Il 22 maggio 1630 due decurioni lo
raggiunsero sul campo di battaglia, da cui non si allontanò mai, per esporgli i
problemi della città ormai in preda alla peste e priva di risorse economiche
per fronteggiarla, ottenendo come risposta solo inconcludenti promesse.
Morì dopo pochi mesi, ammalato e
amareggiato per i dispiaceri dovuti anche all' ingratitudine degli spagnoli nei
suoi confronti.
Storia
della colonna infame (a cura di GRASSI Gabriele)
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Già nel "Fermo e Lucia"
Manzoni lascia ampio spazio alla ricostruzione dei processi contro gli untori,
per formare successivamente l’attuale "Storia della colonna infame"
che costituiva l’appendice del romanzo nell' edizione del 1840. In essa si
narra come due donne vedono un tale, poi riconosciuto da loro nella persona di
Guglielmo Piazza, imbrattare i muri di una sostanza untuosa. Egli poi, nel
tentativo disperato di evitare i supplizi, fece il nome del barbiere
Giangiacomo Mora. I due furono poi pubblicamente torturati e bruciati su un
rogo ed infine fu eretta una colonna chiamata "infame" sullo spiazzo
ricavato dalla demolizione della casa del Mora.
La nuova stesura della Storia lasciò un
po' tutti delusi per la sua secchezza e aridità. Le critiche misero anche in
discussione l’esattezza delle opinioni manzoniane sugli untori, sui giudici,
sulle procedure giudiziarie del Seicento (vedi al proposito le sviste
manzoniane). La Colonna infame resta comunque per noi la visione di un mondo
cieco e la dimostrazione di un' ostinata sete di giustizia e ripugnanza per
l’oppressione da parte di Manzoni.
Sviste manzoniane, la follia, la morte, il male e il bene, la peste di San Carlo, i capitoli in coppia, il metodo storico, le ripetizioni, la trufferia di parole, l'uomo
Sviste
di Manzoni (a cura di DELL'ACQUA Michela)
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1) Manzoni si affida ai testi di storiografia
di Ripamonti e di Tadino, ma il secondo spesso era la fonte del primo. I fatti
concordanti nei due scrittori erano ritenuti validi da Manzoni, per questo nel
testo ci sono dei dati storicamente scorretti.
2) Per la peste, oggi si ritiene che si
diffuse per la negligenza e per la cattiva organizzazione della pubblica
sanità; ma avendo dei dati lacunosi, la tesi dell' arretratezza giuridica e
culturale seicentesca, la denuncia del disinteresse dei potenti e l' analisi
della follia popolare di Manzoni risultano parzialmente errate.
3) Manzoni dubita del fenomeno delle
unzioni, mentre ora lo si accetta come vero.
La
follia (a cura di MILAZZO Valentina)
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Manzoni ci presenta la peste come una
perversa e progressiva follia che travolge tutti. Egli non vuole descrivere dei
semplici fatti ma rendersi conto di come nella storia dello spirito umano una
serie ordinata d'idee possa essere scompigliata da altre idee . Propone due
soluzioni al suo problema :
1) Alla gente piace attribuire i mali ad
una perversità umana.
2) La follia nella peste non fu il
risultato di condizioni storiche ma derivate dall'animo dei singoli e dalla
società ; infatti si tende a voler trovare ciò che l'opinione comune desidera
perché solo così si potrà essere onorati . Per tutto ciò l'uomo sarebbe
disposto a cambiare le proprie idee e da questo meccanismo si genera la follia.
A questo si può opporre solo chi non fonda la propria vita sulle idee ma sui
fatti.
La
morte (a cura di BERTOGLIO Pietro)
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Nel romanzo la morte si presenta con una
compostezza ineffabile. Essa sveglia una penosa gravità di riflessioni
acquisisce il senso delle responsabilità solleva l'anima a Dio ed ai nostri
impegni con Lui ma non ha nulla di orrido di spasmodico di oscuro di
terrificante. I morti di pestilenza quando non sono segno di un'estrema pietà e
quando sono segno di un disfacimento drammatico hanno sempre qualcosa di
composto che muove il sospiro e la pietà e non dà neppure la ripugnanza fisica.
Il
male e il bene (a cura di CAMERONI Federica)
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Nella ricostruzione della vicenda della
peste Manzoni non si limita a riferire i fatti , ma va alla ricerca delle
ragioni che hanno motivato quelle drammatiche vicende. Viene portato alla luce
il giudizio sulle problematiche della storia umana nel suo complesso teatro di
scontro tra il male e il bene
MALE VORTICE DI DISGREGAZIONE Rende
inefficienti le istituzioni. Distrugge i vincoli affettivi. Trova conferma nei
dotti. Si insinua nei medici, nel cardinale, in Ferrer e nei tribunali.
BENE FONTE DI ORDINE Potenzia le capacità
organizzative nei Cappuccini. Stimola la carità privata. Anima l’ opera del
cardinale e degli ecclesiastici.
La
peste di San Carlo (a cura di FASANI Sara)
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Scoppiata nel 1576 è da sempre direttamente
collegata al cardinale Carlo Borromeo, morto poi per il contagio dopo aver
soccorso gli appestati. La carità del santo non ha semplicemente mostrato che è
possibile vivere una tragedia con obiettivi diversi ma ha scritto una storia
che gli storici non hanno saputo scrivere: essa non è stampata sui libri ma
nella memoria e nel cuore della gente. Ciò che resta memorabile è il bene
operato dalla carità: essa ha fissato nelle menti di tutti che S. Carlo si è
prodigato come guida, soccorso, esempio e capacità di sacrificio di sè; la
carità ha potuto far diventare quella calamità generale un titolo d' onore per
il Borromeo; dare il nome del santo alla peste come si fa per una conquista o
una scoperta.
I
capitoli in coppia (a cura di DELL'ACQUA Michela)
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I capitoli scandiscono il romanzo
generalmente in singole unità ritmiche di azione (vedi l' VIII della
"Notte degli imbrogli") o di digressione (come il XXII sul Cardinale Federigo Borromeo). Talvolta, però, intensificano i rapporti tra di
loro, come nei cap. IX e X sulla monaca di Monza, o fanno scattare un sistema
di rimandi a distanza, come accade, emblematicamente, per i cap. XI e XXXIII
(le due entrate in Milano di Renzo).Il XXXI e il XXXII costituiscono una coppia
di capitoli, collegati tra loro da fatti raccontati nel primo e ripresi nel
secondo (storie di alcuni personaggi, il lazzaretto, i cappuccini, gli untori,
le processioni, ecc…). All' inizio del XXXII cap. il gerundio
"Divenendo" riprende esplicitamente il discorso là dove era stato
interrotto
Il
metodo storico (a cura di RUSSO Antonio)
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I Promessi Sposi sono un romanzo
storico, quindi l'autore costruisce la vicenda del suo romanzo all' interno di
un preciso contesto storico, ricostruito sulla base di una serie di riferimenti,
che contribuiscono a rendere piu' "reale" la vicenda. La parte del
romanzo riguardante la peste in Milano e' molto ricca di detti riferimenti. In
questo caso il suo intento e' duplice: da una parte egli espone l'ambiente, lo
scenario in cui si trovano i personaggi, dall'altro vuole farci conoscere un
fatto storico la cui fama e' spesso "uscita" dalla verità. Ma come si
muove nel realizzare il suo resoconto? Prima di tutto, egli esamina in modo
critico i vari documenti dell'epoca riguardanti la peste (si basa,in
particolare su quelle del Ripamonti, del Tadino, del Rivola, del Borromeo),
affermando che persino la più veritiera di queste, quella del Ripamonti, manca
d'ordine, completezza storica e capacità critica. Poi, cerca di confrontare
quei resoconti, cosa che nessuno aveva fatto prima. Più che altro, però, cerca,
con la sua opera, di mettere in evidenza i fatti più importanti e
significativi, di disporli nell'ordine reale della loro successione, di esporre
i rapporti causa/effetto. L'autore, tuttavia, ci invita a leggere i testi
originali, per non perderne la "forza viva".
Le
ripetizioni (a cura di CATTANEO Linda) ![]()
La parola "peste", nel capitolo
XXXI, viene ripetuta più volte in un modo particolarmente significativo.
L'uso della ripetizione, uno dei
procedimenti caratteristici dello stile epigrammatico, produce un effetto
dinamico di corrispondenza ascendente o di intensificazione progressiva
(climax). Un aggregato di sostantivi e di litoti, che mascherano un unico
concetto fingendo di negarlo, può tracciare la traiettoria di un processo
intellettuale quando quest'ultimo si riduce ad una "trufferia di parole", un catalogo dialogato di proposte successive e
discorsi, che hanno in comune uno stesso orrore da esorcizzare. Il senso del
mutamento viene espresso dalla sequenza nominale delle formule, dal linguaggio
che si deforma e si adatta via via per poter eludere una verità che non si
vuole o non si sa capire : "In principio dunque, non peste, assolutamente
no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, non vera
peste; vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una
cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza
dubbio, e senza contrasti".
La
trufferia di parole (a cura di CASSESE Pamela)
![]()
Il teatro dell'esistenza è, in questo caso,
il linguaggio, la mente distorta dell'uomo.
Nel romanzo di Manzoni le parole occupano
un ruolo fondamentale in due occasioni: -1) in seguito ai fatti di S.Martino
2) con l’ arrivo della peste.
1) Durante le giornate di S.Martino,
infatti, la popolazione di Milano era in preda alla confusione totale e la
città era diventata una "babilonia di discorsi".
2) Con l’ arrivo della pesta a Milano ,
invece, Manzoni esprime il suo concetto di "Trufferia di parole".
Infatti inizialmente tutta la popolazione derideva i pochi che credevano nell’
arrivo della peste e di questa parola era stato addirittura vietato l’uso.
Anche i medici non osavano pronunciarla e, al momento della diffusione, iniziarono
a definirla come "febbre pestilenziale". Una volta giunti a
conclusione che si trattasse effettivamente di peste si incominciò a pensare
che fosse un malefizio e questa idea confuse il significato della parola. Lo
stesso accade ad altre parole dal significato tremendo e spaventoso.
L'uomo
(a
cura di CAMERONI Federica) ![]()
LA RIFLESSIONE E IL GIUDIZIO SUI
COMPORTAMENTI UMANI
Nei capitoli dedicati alla peste tornano i
grandi contrasti fra istintualità e ragione, fra ignoranza e cultura
illuminata, fra apparenza e realtà, tra potere e servizio, fra parola intesa
come strumento di menzogna o come veicolo di verità e, soprattutto, fra malvagità
e amore nel misterioso guazzabuglio del cuore dell’ uomo. Quindi , nonostante
l’ interruzione del filo narrativo in alcune parti del romanzo, al centro è
sempre l’ accorata ricerca della dignità umana.
La
peste in Manzoni... i luoghi ![]()
La città di Milano, il lazzaretto
La città appare a Renzo completamente
trasformata rispetto a quella che aveva conosciuto nel corso dei tumulti di San
Martino. Prima ancora di entrarci vede alzarsi una colonna di fumo scuro per i
vestiti e le suppellettili che vengono bruciate. Le strade sono deserte (vi
passano quasi solo i monatti) e piene solo di cenci e, persino di cadaveri.
Il
lazzaretto (a cura di PELLEGRINI Marco)
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Il lazzaretto di Milano, come ricorda
Manzoni nel cap.XXVIII, è una costruzione a pianta rettangolare, ai cui lati
sono poste 288 stanze; è stato costruito nel 1489, come si deduce dal nome
stesso, per ricoverare gli ammalati di peste, ma all' occorrenza serviva per
altri scopi. Per esempio raccolse gli accattoni e i moribondi durante la
primavera del 1629 (in seguito alla carestia). Durante la peste di S.Carlo del
1576 e quella del 1630 arrivò a contenere fino a 16.000 appestati: era persino
possibile trovare trenta persone in un'unica stanzetta. All' inizio del XXXV
capitolo appare sovraffollato di malati, diviso in due da una strada, al centro
della quale sorge una cappella ottagonale, il resto è suddiviso in quartieri.
In quella cappella, nel XXXVI capitolo, padre Felice radunerà i guariti dalla
peste per condurli fuori dal lazzaretto in convalescenza, dopo una breve, ma
solenne predica. Nei quartieri, invece, Renzo troverà prima Don Rodrigo e poi
Lucia.
Anche se la peste in Europa sembra non
operare più da secoli, la parola "peste" è rimasta ben viva nella
nostra lingua in espressioni come "peste ti colga" o "quel
ragazzo è una peste" o "dire peste e corna di qualcuno" , o
negli aggettivi derivati "pestifero" e "pestilenziale"
La peste nella Bibbia (Antico
Testamento): Esodo, Deuteronomio,
Paralipomeni; la peste nella Bibbia (Nuovo
Testamento): Apocalisse; la peste nella religione greca antica
La peste nella
Bibbia (a cura di FANNI
Francesca) ![]()
La peste da sempre ha fatto irruzione nella
vita degli uomini, portando loro dolore e morte. E' difficile accettare un
dolore troppo grande; più facile se gli si attribuisce un senso. Questo è il
perno di ogni lettura sacra. Nella BIBBIA la peste non viene per nulla, ma per
insegnare; infatti viene interpretata come risultato di una colpa, vendetta o
monito superiore. La sua comparsa non può essere imprevista, nè casuale: è
annunciata con solennità dalla voce stessa di DIO, espressione diretta della
sua volontà. Al contrario di altri testi, la BIBBIA è completamente
indifferente alla narrazione vera e propria della malattia. Pone, invece,
grande attenzione alle cause di cui essa è proseguimento ed effetto naturale. I
testi della Bibbia in cui si parla di peste sono: l' Esodo, il Duteronomio e i
Paralipomeni nell' Antico Testamento, l'Apocalisse nel Nuovo Testamento.
DEUTERONOMIO: Nel
Deuteronomio Mosè fa quattro discorsi in cui tra le altre cose, dice al popolo
ebraico ancora in viaggio verso la terra promessa: "...se non vorrai
ascoltare la voce del Signore Dio tuo, e non ti curerai di mettere in pratica
tutti i Suoi comandamenti ... sarai maledetto... e il Signore ti aggiunga la
peste, finché essa non t' abbia sterminato dalla terra nella quale entrerai per
possederla". Bisogna però ricordare che la peste appare qui come un male
fra gli altri, forse neanche il più grave, e che, come accade sempre nella
Bibbia, non è mai descritta in modo puntuale dal punto di vista medico e
storico
PARALIPOMENI:
Quando re David ordina di censire le tribù d'Israele per conoscere il numero
dei suoi guerrieri, mostra di non fidare più nella protezione soprannaturale
del Dio degli eserciti. Dio punisce allora il popolo ebraico, retto da David,
con una pestilenza che, secondo quanto narrato nei "Paralipomeni",
che fanno parte della sezione "storica" della Bibbia, farà morire
settantamila uomini.
APOCALISSE: Nella
prima parte della visione apocalittica di S.Giovanni, che costituisce l' ultimo
libro del Nuovo Testamento, vengono descritti i flagelli che si abbatteranno
sulla terra e sul cielo, annunciando la fine dei tempi. Anche in questo caso,
come sempre nella Bibbia, la peste non ha significato né rilievo particolare: è
solo uno fra i diversi castighi divini. "E quando aprì il quarto sigillo,
udii la voce del quarto animale dire: <<Vieni>>.Guardai, ed ecco un
cavallo scialbo, e chi vi stava sopra si chiama Morte, e l'accompagna
l'Inferno. E fu dato loro il potere sopra un quarto della terra, e di uccidere
,con la spada, la fame e la peste, le belve della terra."
La
peste nel mondo greco (a
cura di FANNI Francesca)
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Anche per la religione greca la peste
assume il compito di punire le trasgressioni alle leggi divine. La tragedia
"Edipo re" di Sofocle si apre appunto con la pestilenza che si
abbatte sulla città di Tebe e di cui solo l' indovino Tiresia conosce le cause:
il re Edipo ha, senza saperlo, ucciso suo padre e sposato sua madre e gli dei
irati hanno mandato la peste come segno di contaminazione per queste colpe
impunite.
La peste è nota da almeno 3000 anni. In
Cina sono state registrate epidemie fin dal 224 a.C. Un' epidemia di peste
entrò ad Atene, sconvolgendola e decimandone la popolazione, proprio nel 430
a.C., un anno dopo l' inizio della Guerra del Peloponneso, colpendo una buona
parte della popolazione e lo stesso Pericle, l' uomo politico che aveva voluto
la guerra e l' egemonia ateniese nel Mar Egeo. Le notizie che abbiamo su questo
fatto sono riportate in Tucidide e Lucrezio. Nel
Medioevo la malattia si è presentata in enormi pandemie che hanno distrutto le
popolazioni di intere città, come la cosiddetta "peste nera". In seguito le epidemie si sono verificate in
modo più sporadico e l'ultima, risalente al 1894, si è sviluppata in Cina, da
dove si è diffusa in Africa, nelle isole del Pacifico, in Australia e nelle
Americhe, raggiungendo San Francisco nel 1900. La peste è tuttora presente in
Asia, Africa, Sudamerica e Australia (dove esistono i cosiddetti serbatoi della
peste), ma compare raramente in Europa o in Nordamerica. Nel 1950
l'Organizzazione mondiale della sanità ha dato inizio in tutto il mondo a
programmi sanitari per il controllo della peste. Oggi si parla frequentemente
dell' Aids come peste del
duemila.
La
peste nera (a cura di FIAMENI Riccardo)
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E’ una epidemia di peste bubbonica che, originatasi nelle steppe dell'Asia centrale e
da lì propagatasi in Cina e in India, dilagò in Europa dal 1347 con effetti
devastanti. Diffusione della peste nera I cronisti asiatici dell'epoca
indicarono, come causa dell'epidemia, disastri naturali: furono certamente
mercanti occidentali che portarono il morbo della malattia, infettando le rotte
abitualmente battute nel Medio Oriente e nel Mediterraneo. Nel 1347 colpì
Costantinopoli; subito dopo a Messina si ebbe la prima manifestazione
dell'epidemia in Europa, che nell'estate del 1348 dilagò in Italia e in Francia,
e da lì toccò le coste meridionali dell'Inghilterra, e il resto d'Europa, dove
imperversò per oltre tre anni. La violenza dell'epidemia lasciò sgomenti gli
osservatori contemporanei, testimoni spesso della totale scomparsa della
popolazione di un luogo. Mai, prima o dopo d'allora, una calamità fece tante
vittime umane: dello stupore angosciato dei superstiti resta testimonianza in
molti scritti, a cominciare dal Decamerone di Giovanni Boccaccio, secondo il quale Firenze era tutta un sepolcro.
Molti, come Francesco Petrarca, fuggirono questi orrori rifugiandosi in luoghi
isolati e salubri. Le stime di mortalità del 90%, comuni tra i contemporanei,
sono state tuttavia ridimensionate dalla ricerca moderna, e attribuite alla
carenza di indagini affidabili; si è potuto in ogni caso verificare che nelle
zone più colpite perì oltre il 50% della popolazione. Dopo la tragica estate
del 1348 la popolazione fiorentina si era presumibilmente ridotta da 90.000 a
meno di 45.000 abitanti, mentre a Siena su 42.000 cittadini ne erano
sopravvissuti non più di 15.000.Le reazioni alla peste nera La gente dell'epoca
era impreparata a reagire alla malattia; poiché si ignoravano le ragioni
scientifiche del contagio, si speculava molto sulle cause dello scoppio
dell'epidemia, individuate da alcuni in un inquinamento atmosferico agente
attraverso un invisibile quanto letale miasma proveniente dal sottosuolo,
liberato da terremoti di cui si aveva avuto notizia. Le scarse condizioni
igieniche – la presenza di scolmatori e immondezzai a cielo aperto era normale
nelle città europee del Trecento – favorivano la diffusione del contagio,
soprattutto nelle aree urbane, dove i governi adottarono sistemi per far fronte
alla malattia, pur ignorando le cause reali. Oltre a incoraggiare l'adozione di
misure d'igiene personale particolarmente accurate, posero restrizioni ai
movimenti di persone e merci, prescrivendo poi l'isolamento dei malati o il
loro trasferimento nei lazzaretti (locale o gruppo di locali dove veniva
effettuato l’isolamento di persone sospettate di affezioni contagiose; nel
lazzaretto le persone erano tenute sotto osservazione e in condizione di
quarantena), l'immediato seppellimento delle vittime in fosse comuni cosparse
di calce appositamente preparate fuori dalle mura e la distruzione col fuoco
dei loro vestiti. Poiché si pensava che l'aria infetta fosse contagiosa, si
diffusero rimedi empirici come il bruciare erbe aromatiche o indossare
mazzolini di fiori profumati (similmente nel corso di epidemie successive si
credette che il fumo del tabacco fosse un rimedio efficace). Tra gli effetti
dell'epidemia, importanti furono quelli che investirono i modelli tradizionali
di comportamento. In tutta Europa la Chiesa e i moralisti in genere erano
convinti che la peste nera fosse una punizione divina per i peccati compiuti
dall'umanità, e per questo predicavano la rinascita morale della società,
condannando gli eccessi nel mangiare e nel bere, i comportamenti sessuali
immorali, l'eccessivo lusso nell'abbigliamento; in questo contesto non
meraviglia la popolarità acquisita dal movimento della Congregazione dei
flagellanti. Si sviluppò tuttavia anche una corrente di pensiero opposta,
propria di quanti ritenevano che se la malattia colpiva indiscriminatamente
buoni e cattivi, tanto valeva vivere nel modo più intenso e sfrenato possibile.
Per quanti cercavano spiegazioni facili alla propagazione della malattia,
colpevoli erano gli emarginati della società: in alcune zone vagabondi e mendicanti
furono accusati di contaminare la popolazione residente; in altre gli
"untori" vennero individuati negli ebrei, fatti così oggetto della
furia popolare. È probabile che appena prima dello scoppio dell'epidemia, la
popolazione medievale europea avesse raggiunto il più elevato livello
demografico; gli effetti della peste dovettero dunque essere immediatamente
evidenti: fu improvvisamente eliminata l'eccedenza di forza lavoro agricola,
alcuni villaggi si spopolarono e gradualmente sparirono, molte città persero la
loro importanza, mentre crebbe il numero dei terreni rimasti incolti. Anche le
razzie di soldatesche sbandate o di ventura favorirono una vasta ondata
migratoria dalle campagne verso le città. Se a Firenze, passata l'epidemia, la
popolazione era stimata fra i 25.000 e i 30.000 abitanti, già nel 1351 era
salita a 45.000 unità per toccare le 70.000 persone trent'anni dopo. Nelle
decadi che seguirono i salari aumentarono e le rendite dei proprietari terrieri
scesero, segno della difficoltà di trovare mano d'opera e tenutari; in certo
senso i vivi beneficiarono dunque della moltitudine di morti sofferta. La
presenza della peste in Europa rimase endemica nei tre secoli successivi, per
poi scomparire gradualmente, da ultimo in Inghilterra, dopo la "grande
peste" del 1664-1666, per cause che rimangono senza spiegazione
AIDS
e pesti del duemila (a cura di ALEMANNI Matteo)
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AIDS: malattia causata da un retrovirus
umano, l’HIV, che colpisce il sistema immunitario umano rendendolo sempre più
debole. La morte avviene per altre malattie come la tubercolosi o la polmonite.
Può stare in incubazione per 10 anni.
Si è meritata più di altre la definizione
di "peste del duemila" per i seguenti motivi:
1) il panico generato dalla notevole
diffusione, del resto facilmente evitabile con poche e semplici precauzioni;
2) il carattere di punizione divina o di
condanna morale strettamente collegato da alcuni alla sua diffusione, come era
avvenuto per la "peste nera";
3) l' isolamento e l' emarginazione dei
colpiti dalla malattia, cosa del resto assolutamente immotivata da un punto di
vista scientifico e che ha portato solo alla creazione di un grave problema
sociale e alla dimenticanza del fatto che gli ammalati sono persone che hanno
anzi maggiormente bisogno di conforto e di affetto
Oltre all' AIDS esistono malattie che per
le loro caratteristiche possono essere considerate affini alla peste e con casi
recenti:
Virus Ebola: febbre emorragica
caratterizzata de febbre e diarrea con sangue. Nel giro di pochi giorni il
sangue esce da tutti i pori e da tutti gli interstizi. Si formano grumi che
causano necrosi nel cervello, nei reni, nel fegato e nei polmoni. Non si
trasmette per via aerea tranne nel caso dell’Ebola Reston, forse non letale
agli uomini.
Virus Marburg: affine all’Ebola, predilige
gli occhi e i testicoli, ha un tasso di morte del 25% ed è trasmissibile per
contatto con il caratteristico vomito nero. Di entrambi non si conosce il
vettore.
Encefalopatie spongiformi: gruppo di
malattie del cervello che causano la morte cerebrale. Tra queste si distinguono
il Kuru, il morbo di Creutzfeldt-Jakob e il morbo delle mucca pazza, tutti
letali per l’uomo.
Nota: attualmente i centri più
all’avanguardia per la cura delle malattie più letali sono il C.D.C. di
Atlanta, fondato nel 1942, e l’USAMRIID di Fort Detrick, nel Maryland, che però
è un organo militare statunitense.
La peste è’ una malattia acuta, infettiva e
contagiosa dei roditori e dell'uomo, causata da un batterio Gram-negativo,
classificato come Yersinia pestis. Nell'uomo la peste si manifesta in tre
forme: peste bubbonica, peste polmonare
e peste setticemica.
La
peste bubbonica (a cura di FIAMENI Riccardo)
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La peste bubbonica è la forma più nota di
peste ed è così chiamata per i caratteristici "bubboni", ovvero i
linfonodi ingrossati e infiammati all'inguine, alle ascelle o al collo. La
peste bubbonica viene trasmessa dal morso di numerosi insetti che normalmente
sono parassiti dei roditori e che cercano un nuovo ospite quando l'ospite
originale muore. Il più importante di questi insetti è la pulce dei roditori
Xenopsylla cheopis, un parassita dei ratti. Senza adeguata terapia la peste
bubbonica è fatale nel 30-75% dei casi
La
peste polmonare (a cura di FIAMENI Riccardo)
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La peste polmonare (o polmonite pestosa),
così chiamata perché si localizza nei polmoni, si trasmette soprattutto
attraverso le goccioline di saliva emesse dalla bocca delle persone infette;
dai polmoni l'infezione si può diffondere ad altre regioni dell'organismo,
causando la peste setticemica che consiste nell'infezione del sangue. Questo
tipo di la peste è fatale nel 95% dei casi.
La
peste setticemica (a cura di FIAMENI Riccardo) ![]()
La peste setticemica può essere provocata,
oltre che dalla peste polmonare , anche dal contatto diretto di mani, cibo o
oggetti contaminati con le mucose del naso e della gola. La peste setticemica è
quasi sempre mortale. Comunque se la peste è individuata tempestivamente e adeguatamente
la mortalità scende al 5-10%.
Sintomi
della peste (a cura di FIAMENI Riccardo)
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I primi sintomi della peste bubbonica sono
cefalea, nausea, vomito, dolore articolare e generale sensazione di malessere.
I linfonodi inguinali o, meno comunemente, ascellari e del collo, diventano
all'improvviso dolenti e gonfi. La temperatura, accompagnata da brividi, sale a
38,5-40,5 °C. Il polso e la frequenza respiratoria aumentano e il soggetto
colpito è esausto e apatico. I bubboni si gonfiano fino a raggiungere le
dimensioni di un uovo. Nei casi non fatali la temperatura inizia a scendere in
circa 5 giorni, tornando normale in circa 2 settimane. Nei casi fatali il
decesso avviene entro circa 4 giorni. Nella peste polmonare l'espettorato è
inizialmente mucoso e tinto di sangue, per poi diventare molto abbondante e
rosso vivo. Nella maggior parte dei casi il decesso avviene 2-3 giorni dopo la
prima comparsa dei sintomi. Nella peste setticemica la temperatura della
persona infetta sale improvvisamente e il colorito diventa violaceo nel giro di
alcune ore; spesso la morte sopravviene lo stesso gioi si manifestano i primi
sintomi. Il colorito violaceo, a cui è dovuto il nome popolare di Morte Nera, è
presente nelle ultime ore di vita di tutte le vittime di peste.
Terapia della
peste (a cura di FIAMENI
Riccardo) ![]()
Per ridurre l'incidenza della peste sono
efficaci molte misure preventive, come il rispetto delle norme igieniche, la
derattizzazione e la prevenzione dell'infestazione da ratti sulle navi che
salpano dai porti in cui la malattia è endemica. Le carestie, che riducono la
resistenza alle malattie, favoriscono la diffusione della peste. I soggetti che
hanno contratto la malattia vengono isolati, messi a letto e nutriti con cibi
liquidi e facilmente digeribili. Per ridurre il dolore e calmare il delirio
vengono somministrati sedativi. Durante la seconda guerra mondiale gli
scienziati riuscirono a curare la peste con i sulfamidici; in seguito si sono
dimostrati più efficaci antibiotici come la streptomicina, le tetracicline e il
cloramfenicolo.
Tucidide, Lucrezio, Giovanni Boccaccio, Daniel Defoe, Edgar Allan Poe, Antonin Artaud, Albert Camus, Jorge Amado, Italo Calvino, Frank Herbert, Stephen King
Anche nella descrizione della peste di
Atene, che colpì la città nel 430-429 a.C. Tucidide si rivela acuto e attento
osservatore della realtà. Egli enumera i sintomi e gli effetti sul corpo con la
precisione di un referto medico, per poi allargarsi alle ripercussioni sull'
anima. La solitudine, lo scoraggiamento, la minaccia alle norme della
convivenza umana, la sfrenatezza dei costumi, così come le ha descritte
Tucidide, diverranno materia di ispirazione diretta non solo per Lucrezio, ma anche per Boccaccio,
Manzoni e Camus.
"Io, per conto mio, dirò come si è
manifestato il morbo, e con quali sintomi; così che, se un giorno dovesse di
nuovo tornare a infierire, ognuno stia attento, conoscendone prima le
caratteristiche, abbia modo di sapere di che si tratta".
Queste parole sono state pronunciate nello
stesso periodo e nella stessa città in cui il poeta tragico Sofocle metteva in
scena la punizione di un uomo, Edipo re di Tebe, reo di aver contagiato di
peste una città per l' empietà di una colpa, oltretutto voluta dagli dei; ma ci
sembrano partire da una prospettiva ideologica completamente differente.
La
peste in Lucrezio (a cura di OLGIATI Simone)
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Il poeta latino Lucrezio inserì la peste di
Atene tra gli argomenti della sua opera "De rerum natura". Secondo
Lucrezio la peste sarebbe arrivata alle porte della città infettando la
popolazione rurale, la quale, dopo, aver visto i propri capi di bestiame morire
a causa della malattia, si rifugiò nella città trasmettendo il contagio (... ve
la portarono nuvoli di contadini languenti ...). Gli scenari descritti in
quest' opera possono sembrare simili alle altre epidemie ma un fatto la
differenzia profondamente: la peste di Atene non è vista come una punizione
divina (... nè più si dava ormai peso alla fede e alla santa divinità ...), ma
come una forza della natura; proprio per questo nel brano si tenta di dare una
spiegazione scientifica all' esistenza della malattia.
La
peste in Boccaccio (a cura di OLMO Roberto)
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Nel 1348 una gravissima peste colpì la
città di Firenze. Di questo abbiamo molte informazioni grazie soprattutto al
romanzo "Decameron" di Giovanni Boccaccio : il manoscritto infatti ,
oltre a descrivere scrupolosamente i fatti realmente accaduti, racconta di
sette giovani donne "savie ciascuna e di sangue nobile e di bella forma e
ornate di costumi e di leggiadra onestà", e tre "discreti e
valorosi" giovani che decidono, dopo aver valutato la situazione della
città, di rifugiarsi in una delle loro numerose ville di campagna, dove
passeranno il loro tempo raccontandosi storie. Le novelle vengono narrate non
dalla voce dell' autore, ma da quella dei personaggi; l'autore in persona
invece coordina e collega le novelle fra loro attraverso la cornice, cioè la
descrizione delle giornate trascorse in villa dai personaggi novellatori.
L' introduzione del "Decameron" è
tutta incentrata sulla diffusione del morbo in Firenze e sulla degradazione
fisica e morale ad esso conseguente.
Dice Boccaccio "nel vero, se io potuto
avessi onestamente per altra parte menarvi l'avria volentier fatto"
rivelando così che nel suo romanzo la peste è solamente un polo negativo che
serve a dar risalto e valore al polo positivo che seguirà.
La
peste in Defoe (a cura di PARIANI Gabriele)
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Questo scrittore inglese dedicò alla peste
londinese del 1665 un' opera intitolata appunto: "LA PESTE A LONDRA".
La cronaca dell'anno 1665 inizia con una
descrizione sui primi casi di peste. Il protagonista, un sellaio, benché
assista alla partenza di molti ricchi concittadini, decide di non abbandonare
la città per non lasciare i suoi affari. Egli, come tutti, s'interroga sui
possibili motivi dell'epidemia e mentre lui riesce a darsi una spiegazione
basandosi su eventi naturali, la popolazione attribuisce il fenomeno
al passaggio di una cometa, portatrice di
sventura. Il sellaio, durante le sue uscite lungo le vie di Londra, vede molte
persone che vagano per la città predicendo morte e distruzione e si ferma
accanto ad alcuni visionari che dicono di scorgere un angelo che impugna una spada
di fuoco. ed ecco, una sera, il sellaio, incurante dei severi divieti e del
pericolo di contagio, s'intrufola nel cimitero con la complicità di un
sagrestano suo amico: assiste al macabro lavoro dei monatti e alla disperazione
di un uomo la cui famiglia è scaricata in quella fossa. Sulla strada del
ritorno una serie di tristi pensieri accompagna il protagonista fino a casa,
dove l'immagine di quell' infelice gentiluomo gli torna alla mente causandogli
un pianto accorato. Nonostante rincasi ogni volta sempre più affranto, il
sellaio non resiste alla tentazione di vagare per le strade, dove le scene
raccapriccianti sono sempre più frequenti. Per le vie di Londra non si sentono
solo storie tristi ma anche racconti singolari come quella del suonatore di piffero
che, addormentatosi per strada, viene scambiato per un cadavere e raccolto dai
monatti, i quali, al suo risveglio, si rendono conto dell'errore commesso. Nel
momento in cui la peste infuria maggiormente, il protagonista non condivide
appieno l'opinione comune secondo cui le persone infette, spinte dall'odio,
desiderano contagiare gli altri per farli soffrire come loro; egli pensa
piuttosto che quest'idea venga diffusa dagli abitanti delle campagne
estremamente diffidenti verso gli abitanti della città. La verità oggettiva è
che gli appestati diventano pericolosi nel momento del delirio; per questo il
sellaio ritiene giusto confinare nelle abitazioni le persone contagiate per
evitare episodi come quello della nobildonna infettata e uccisa da un appestato.
Lo scrittore americano (1809-1849) dedicò
due racconti alla nostra tematica:
"La maschera della morte rossa "
e "Re peste ". Il primo più drammatico e inquietante, il secondo più
grottesco e comico.
"La maschera della morte rossa"
ha per oggetto la tragicità del destino umano (l' impossibilità di ignorare la
morte) ed è quindi costruito attraverso gli elementi propri della letteratura
"alta" e "tragica".
"Re peste", invece, è un racconto
fondato sulla deformazione visionaria della realtà (noi non sappiamo se ciò che
accade è vero o è piuttosto l' effetto della sbornia dei due protagonisti
principali. Non c'è quindi una riflessione sulla condizione o sul destino
umano, ma piuttosto un divertentissimo gioco stilistico evidente nella
rappresentazione grottesca dei personaggi, fondata sull' iperbole e la
caricatura. Infatti il finale del racconto, a differenza de "La maschera della
morte rossa", è lieto: i due incauti marinai riescono a sfuggire a Re
Peste e a tutto il suo nobile seguito.
"La maschera della morte rossa"
incomincia, più o meno come il Decamerone, con
un gruppo di giovani "sani e spensierati" che si rifugiano in un'
Abbazia, lontano dalla regione in cui sta imperversando una pestilenza. Il loro
tentativo di sottrarsi al destino di contagio e di morte è però destinato a
fallire quando, a mezzanotte, al culmine di una festa mascherata, compare,
appunto, la maschera della morte rossa che inseguirà anche il principe
Prospero, capo dell 'allegra brigata, nelle sale dell' Abbazia, per
raggiungerlo e ucciderlo nella inquietante sala nera.
A differenza del Decameron, però, si
infittiscono sin dall' inizio elementi che contraddicono qualsiasi tentazione
di svolgimento realistico, attraendo prepotentemente il lettore nella
dimensione del racconto fantastico. Non è quindi possibile spiegare
razionalisticamente ciò che accade ed anche la impari lotta dell' uomo con la
morte assume quelle caratteristiche di assurdità e nichilismo che hanno reso
così novecentesca la narrativa di Poe.
"Re peste": Due marinai
ubriaconi, Tarpaulin e Legs (il primo grasso ed il secondo magro, forse
antesignani di coppie comiche più celebri), fuggendo da una bettola per non
pagare il conto della troppa birra bevuta, si rifugiano nei quartieri
abbandonati e fatiscenti dell' antica Londra. Qui in una cantina, che visitano
per bere, si imbattono in uno strano banchetto. A capotavola spicca la figura
di "Re Peste", un uomo più magro di Legs, dal viso giallo come lo
zafferano e dalla fronte orribilmente ed eccezionalmente alta, che fa le
presentazioni:
" la nobile dama che sta seduta
dinanzi a voi è la Regina Peste, nostra serenissima consorte. Gli altri
personaggi che voi vedete sono tutti prìncipi del sangue e portan il segno
della regale origine nei rispettivi nomi di Sua Grazia l' Arciduca Pest-Iferus,
Sua Grazia il Duca Pest-Ilenzial, Sua Grazia il duca Temp-Pest e sua Altezza
Serenissima l' Arciduchessa Ana-pest."
Tarpaulin offende i convitati e per questo
viene scagliato in una botte di vino, dalla quale sarà liberato da Legs. I due
se la daranno poi a gambe dopo aver abbattuto lo scheletro che danzava al di
sopra della tavola
Attore, regista e, soprattutto, teorico del
teatro, pubblicò nel 1938 "Il teatro e il suo doppio", un testo che
influenzerà moltissimo la pratica teatrale, soprattutto delle esperienze di
ricerca teatrale più significative degli ultimi decenni (Living Theatre,
Tadeusz Cantor, Peter Brook, Jerzy Grotowski).
In quel testo Artaud dà un '
interpretazione molto originale e "positiva" della peste, perché
"la peste coglie immagini assopite, un disordine latente e spinge d'
improvviso fino a gesti estremi". La peste, per Artaud, non è una vera e
propria malattia, ma un' entità psichica non provocata da un virus: egli
rifugge quindi ogni spiegazione medica che tenda a definire scientificamente o
a circoscrivere geograficamente questo fenomeno.
Infine, egli afferma che " il teatro,
come la peste, scioglie conflitti, sprigiona forze, libera possibilità, e se
queste possibilità e queste forze sono nere, la colpa non è della peste o del
teatro, ma della vita":
La
peste in Camus (a cura di PASTORI Maria)
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Nella "Peste" Albert Camus
affronta il grande problema dell’assurdo, cioè dell’impossibilità di trovare
senso e giustificazione all’esistenza umana e al dolore che essa contiene.
L’antichissima domanda sul significato del male (inconciliabile con la presenza
di un Dio giusto e buono) viene riformulata in termini laici e si risolve nella
constatazione lucida e senza speranza dell’ineluttabilità del male e della sua
insensata gratuità. L’unica salvezza dalla disperazione può essere nella
solidarietà fra gli uomini; l’unica rivolta possibile, il rifiuto di portare
altro male nel mondo. Gran parte del romanzo è dedicata alle conversazioni tra
i personaggi, che si confrontano incessantemente, senza risposta, con la
presenza del dolore: ogni giorno essi vedono agonia e morte, ma nessuno,
nemmeno il sacerdote Paneloux (uno dei personaggi principali), riesce a trovare
una giustificazione accettabile alla ragione umana. L’unico sollievo
all’angoscia è l’azione: tutti infatti entrano nelle formazioni sanitarie
volute da Tarrou. il romanzo si chiude sotto il segno della testarda necessità
di lottare da parte di quegli uomini che si rifiutano di ammettere i flagelli.
Quando il romanzo uscì fu subito chiaro ai lettori che la peste era una metafora
del nazismo: la lettura in chiave storica, autorizzata da Camus stesso, era
confrontata dalle numerosi allusioni alla oppressione della dittatura e alla
resistenza. La peste è metafora del male: dell’assurdità del dolore inflitto
agli uomini, dell’insensatezza del loro esistere.
Scrittore brasiliano nato nel 1912,
annovera, tra i suoi romanzi, "Teresa Batista stanca di guerra",
pubblicato nel 1972, in cui si narrano le vicende di una bellissima mulatta,
Teresa appunto, che passa attraverso innumerevoli peripezie (orfana, venduta
bambina ad un crudele padrone, diventa ballerina e prostituta, si innamora e
viene tradita) dalle quali esce sempre vincitrice, con la sua vitalità e voglia
di vivere.
Quando a Buquìm, una cittadella isolata e
povera, si diffonde la pestilenza del "vaiolo nero", Teresa sarà tra
i pochi a non fuggire e a curare i poveri e vaccinarli, correndo il rischio di
contagiarsi. L' episodio si conclude con le seguenti parole:
"lo creda chi vuole: a por fine al
vaiolo nero che imperversava nelle vie di Buquìm sono state le puttane di
Muricapeba capeggiate da Teresa. Coi suoi denti limati e col suo dente d'oro
Teresa Batista ha masticato il vaiolo e lo ha sputato fuori...Nascosto in una
grotta il vaiolo aspetta una nuova occasione. Ah, se nessuno provvede, un
giorno ritornerà per farla finita, e allora poveri noi! Dove trovare un'altra
Teresa-del-vaiolo-nero per dirigere le operazioni?
Una delle Lezioni americane, intitolata
"Esattezza", parla diffusamente della "peste della
scrittura", cioè di quel contemporaneo vizio assurdo di usare la lingua
senza attenzione alla "forma", scegliendo un termine al posto di un
altro senza motivi logici e razionali, perdendo così tutta la ricchezza del
substrato linguistico e ignorando tutta la serie di connotazioni che si celano
dietro una scelta lessicale.
Autore della nota saga di Dune ,
diventata un film famoso, scrisse un altro interessante romanzo
fantascientifico, pubblicato in Italia nel 1991: Il morbo bianco.
Il protagonista, il biologo americano
John O'Neill, dopo aver perso la moglie e i due bambini in un attentato
terroristico, realizza una terribile vendetta nei confronti dell' intera
umanità: sfruttando le sue conoscenze, riesce a creare un nuovo virus, attivo
soltanto sulle donne, in grado di alterare la struttura genetica delle cellule
del corpo umano e di portare alla morte. In seguito diffonde il morbo, chiamato
"bianco" perché si manifesta con chiazze biancastre, attraverso il
semplicissimo veicolo della cartamoneta. Infine, in un ritorno di lucidità,
aiuta gli scienziati a trovare il modo per fermare la malattia, quando ormai
sono rimaste in vita pochissime donne e la vita nel pianeta è sconvolta.
La
peste in King (a cura del prof. GAUDIO Luigi)
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Ne L' ombra dello scorpione un' epidemia
di sconvolgente violenza uccide in poco più di una settimana la maggior parte
degli abitanti degli Stati Uniti. Fra i pochi sopravvissuti, riunitisi nella
città di Boulder, si creano due gruppi in lotta fra loro:
quelli attratti dalla visione di
serenità assoluta rappresentata dall' immagine di una vecchia contadina e
quelli che seguono Darkman, che incarna il male con il suo carico di colpa ed
il suo ambiguo potere di seduzione. Nella eterna lotta fra il bene ed il male
quest' ultimo è destinato a soccombere, non senza aver lasciato dietro si sé
uno strascico di inquietudine.
La peste viene letta in questo romanzo,
ancor più che ne Il morbo bianco di Frank Herbert, come una vera e propria
Apocalisse, rimarcando l' aspetto esplicitamente sacro della storia narrata.
Brasioli, Carenzi, Acerbi "I Promessi sposi di Alessandro Manzoni" ed.Atlas
Sbrilli "I Promessi sposi di Alessandro Manzoni" ed.Bulgarini
Caretti "Manzoni. Ideologia e stile" ed.Einaudi
Secchi "I Promessi sposi di Alessandro Manzoni" ed.Massimo
Bricchi "I Promessi sposi di Alessandro Manzoni" ed.Bompiani
Raimondi "Il romanzo senza idillio" ed.Il Mulino
Perissinotto "I Promessi sposi di Alessandro Manzoni" ed. Paravia
E soprattutto: Cuccarini "Le immagini della peste dal mito alla fantascienza" ed.Il Capitello
Si ringrazia il prof.GALLI per
la collaborazione prestata ![]()