“…si pensa all’architettura come ibridazione tra natura, paesaggio e tecnologia, si cercano spazi come sistemi complessi sempre più interagenti…”   

A. Saggio,  da "Nuove sostanze"

  

 

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Nuovi domini

 

Premessa

Sin da quando ero una "matricola" ho sempre pensato che l'architettura non potesse fare nette distinzioni tra spazio, uomo e natura, e che progettare un edificio o una piazza  significasse per questo una simultaneità di considerazioni e un rincorrersi di temi mai contemporaneamente afferrabili; ero  quindi convinto che "fare" architettura avesse una sorta di responsabilità sociale, estesa ben oltre i limiti della disciplina. Quell'idea, confusa e a volte paralizzante di cui avvertivo il grande "peso" (inteso come "fatica" e non certo come "importanza"), prende oggi, con l'IT, nuovi e inattesi significati che rendono il tutto maggiormente complesso  ma che forniscono anche gli strumenti per governare i nuovi fatti. E i nuovi accadimenti da cui voglio partire per "parlare d'architettura" riguardano proprio il rapporto tra lo spazio, l'uomo e la natura.

 

Spazio: reale U[1]virtuale

L’avvento dell’era elettronica ha creato degli “spazi” nuovi; o per meglio dire delle entità che sappiamo nominare, spesso, solo ricorrendo a metafore spaziali, ma che costituiscono una via di mezzo tra lo spazio concreto, materiale, soggetto alle leggi della fisica, e il dominio (nell’accezione kantiana di “ambito di legittimità”) delle idee: la realtà virtuale (che molti chiamano con simmetrica efficacia virtualità reale) ed il web. Entità queste, che non sono soggette (internamente)[2]al vincolo della positività della materia, ma che neanche sono intangibili dall’esperienza sensoriale, com’è invece un’idea o un’astrazione; anzi, con l’informazione che portano con sé, per la prima volta è possibile interagire consapevolmente, produrre azione e avere restituita reazione; sono una sorta, mi sembra, di nuovo, aggiuntivo grado di libertà della realtà fenomenica (una sorta di spintronica per l'elettronica) e quindi però ancora parti di essa. Virilio parla (al futuro, però, e alimentando le sue tipiche preoccupazioni) proprio di stereorealtà per indicare “…una realtà aumentata, cioè una realtà unificata in cui tutto sarà esito dei due spazi…[quello virtuale e quello reale, ossia rispettivamente globale e locale]…”.[3]  Il risultato, insomma, della creazione di nuovi “spazi”, innanzi tutto sembra essere la retroazione sui “vecchi” e, come prodotto di realtà e virtualità, l’ottenimento di una terza dimensione con cui fare i conti: un nuovo dominio dell’essere umano in cui accampare per la prima volta anche, ma non solo, pretese d’interazione con l’immateriale.

L'architettura scopre questo spazio allargato, nemmeno più antiprospettico, ma aprospettico, nel quale la prospettiva non si asseconda né si combatte, semplicemente non è necessaria; non c'è più bisogno di misurare lo spazio ed anche il rapporto col corpo assume nuovo senso perché diverso è il corpo, diverse sono le sue potenzialità;  questa nuova frontiera passa quindi per una risemantizzazione del vocabolo "spazio" tanto quanto per una riscoperta e rivalutazione del corpo nella sua accezione antropologica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INSTITUTE FOR MEDIA COMMUNICATION

http://imk.gmd.de/

 

 

 

 

 

stelarc 

 

 

 

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Il film di Cronemberg

 

 

William Latham, mutation room, uno degli stadi raggiunti dall’organismo generato dal programma informatico Mutator.

William Latham, mutation room, uno degli stadi raggiunti dall’organismo generato dal programma informatico Mutator.

(Un)plug, 1999, R & Sie.D/B:L'

 Overflow, 1999, R & Sie.D/B:L'

http://www.new-territories.com/ 


Diller+Scofidio

 

 

 

Corpo: biologia U cultura

Non si tratta allora, a mio modo di vedere, di separare le due dimensioni di realtà e di domandarsi quale delle due avrà il sopravvento, e quindi non credo alla prefigurazione di scenari catastrofici, come “l’apocalisse del corpo”[4]o il “postumano”,[5]dove l’uomo vivrà, ridotto completamente in bit  nella mente e nel corpo, in una dimensione del tutto immateriale;e non certo per sfiducia verso la tecnologia e i suoi limiti attuali, che gli stessi detrattori si affrettano a ricordare (oramai il tanto abusato, quanto amato, limite della digitalizzazione olfattiva, ad esempio, è stato superato[6]e taluni sono rimasti aggrappati con le unghie e con i denti all’ultimo appiglio, il gusto; evidentemente ne riparleremo); non quindi per ragioni di quest’ordine, ma semplicemente perché gli eventi vanno altrove nonostante, più che grazie ai timori di molti;  i fatti si muovono già in direzioni diverse: la Mixed Reality, le phicons o gli extended avatar[7]anticipano lo scenario di un mondo che unisce virtuale e reale ma dove la conoscenza sarà integralmente conservata, cioè proverrà sia dalla mente sia dal corpo, in continua interazione, e il secondo sarà protagonista, da soggetto, almeno quanto la prima.

M’insospettisce poi, la sostanziale sacralizzazione, di stampo quasi cattolico, che presiede a molte delle considerazioni sulla violazione o sulla presunta “profanazione” del corpo umano, e della sua riduzione ad oggetto solo perché teatro di sperimentazione eugenetica o ibridazione con la macchina;[8]è, a mio giudizio, proprio questa concezione di corpo come mero contenitore materiale e la sua sacralizzazione in quanto tale, che invece ne costituisce la vera mortificazione e che mina oltretutto il mantenimento dell’identità individuale.

Se noi pensassimo al corpo non come “…un puro dato biologico, ma come un insieme di pratiche simboliche, come un insieme di processi culturali che definiscono la sua superficie…”[9]verrebbero meno quelle obiezioni, che vogliono possibile il potenziamento del corpo stesso solo attraverso la sua negazione (risultato al quale secondo alcuni porterebbero le pratiche di realtà virtuale o la dislocazione attraverso la telematica), e questo perché, secondo la nostra definizione, l’assenza o l’immobilità del nostro fisico non coincide con l’assenza o l’immobilità del nostro corpo; non avrebbero fondamento poi, nemmeno le obiezioni che vorrebbero in pericolo la sua identità: solo considerandolo, infatti, da un punto di vista antropologico si può parlare agevolmente di “ogni corpo” e non si cade nella tentazione di parlare de “il corpo” per magari riproporre in architettura un deleterio più che inutile “e-funzionalismo”.

In quest’ottica non si finirebbe, d’altro canto, nemmeno nella prospettiva, un po’ ovvia, di un potenziamento sensoriale che passa semplicemente attraverso l’applicazione di protesi elettroniche o attraverso la creazione di simbionti uomo-macchina, che sembra fare il paio con l’idea che la rivoluzione informatica in architettura passi meramente per la domotica. L’architettura dell’età elettronica non è l’abitazione di Bill Gates, così come il corpo dell’età dell’elettronica  potrebbe benissimo non essere quello di Stelarc.[10]Le vere protesi del corpo, insomma, potrebbero essere semplicemente "realizzate" dalla sua dispersione, dislocazione e replicazione nell’immateriale; l’uomo nuovo, forse, sarà più simile a quello descritto da Ballard[11]che non all'essere cronembergiano d’acciaio,carne e chip, e la sua identità avrà lo stesso un dominio che andrà ben oltre i suoi limiti fisici.

 

 

 

Paesaggio: naturale U artificiale

 Vero è che l’abolizione dei limiti tra interno ed esterno del corpo sancisce, in qualche modo, il superamento dei confini tra naturale e artificiale, o meglio, il superamento della loro dicotomia; e ciò non soltanto limitando il discorso al corpo umano. Lo spiega bene Roberto Masiero: “…ciò che viene messo in gioco dalla Nootecnica non è più il rapporto tra ciò che è naturale e ciò che è artificiale, tra l’organico e l’inorganico, …, ma quello ben più radicale tra materiale e immateriale”.[12]

E l’architettura contemporanea ha preso diverse strade: una è quella dell’architettura bioclimatica o “bioarchitettura”,[13]importante a suo modo, ma che rimane una ricezione pur ecologica ma sempre tecnicista del nuovo atteggiamento verso la natura; l’altra strada   non può essere che quella dell’elaborazione estetica e quindi anche etica, in cui l’architettura riesce a con-fondersi nella natura, introiettandola, indirettamente attraverso l’assunzione delle sue leggi, ma soprattutto direttamente, interagendo con essa e realizzando un continuum nel quale non è più così ovvio trovare l’esatta linea di demarcazione tra natura e artificio.

Edificio e natura implodono l’uno nell’altro e gli esiti hanno molteplici declinazioni; ma il denominatore comune è l’assoggettamento dell’architettura (l’artificiale) e della sua intima essenza alle medesime legittimità del Tutto, “…entrambi partecipano di un’unica legge, che è quella del divenire delle cose.”[14] Si ha un ecosistema in cui l’architettura non è più corpo estraneo indifferente o invasivo, sempre “sull’orlo di una crisi di rigetto”, ma nel quale è perfettamente inserito perché compartecipe, interagente, soggetto e oggetto di ibridazioni e mutazioni; e quindi si trova ad essere, di ritorno, entità ecologica per definizione.[15]

 

 

 

U = interazione

Il confine è indistinto, blurred (per usare un termine di moda); indistinta è la frontiera tra virtuale e reale, tra fisico e mente, tra natura e artificio e, sempre più, tra materiale e immateriale. Lo scenario architettonico (leggasi artistico e scientifico) è quello di una rigogliosa e crescente complessità: nelle indagini, nelle strategie e nelle proposte. Ma tutto ciò è comprensibile solo prendendo coscienza della grande importanza che ha assunto il concetto di  interazione nello svolgersi dei nuovi fenomeni che stiamo conoscendo; elemento, la cui crescita di importanza esponenziale non a caso, è il fattore che accomuna tutti i "fatti nuovi" dello sviluppo tecnologico e spiega tutte le loro implicazioni sociali; elemento senza il quale gli ingredienti rimarrebbero inerti e inoperanti; parola d'ordine prima che parola chiave. L'interazione consente il fluire continuo e biunivoco d’informazione tra ambiente e costruito, tra reale e virtuale, tra materiale e immateriale, garantendo una sorta di co-evoluzione delle due parti, indispensabile e fruttifera. Per capirne la portata basti pensare ad un web non interattivo: ridotto a mera consultazione, un'enciclopedia illustrata; o ad una realtà virtuale non interagente col soggetto: ridotta ad un film qualunque, e nemmeno in DVD.

 

 

  

  


[1] Leggasi “unione” come nell’algebra booleana.

[2] La recente combustione dei server di XOOM ci ha tirato al suolo della più materiale delle realtà possibili: internet (per estensione) distrutta da un incendio.

[7] “Il corpo come elemento centrale di fenomeni conoscitivi e interattivi: dalla Realtà virtuale al Mixed Reality Stage” di Raffaella Rivi.

http://www.noemalab.com/sections/ideas/ideas_articles/rivi.html 

[8] http://stelarc.va.com.au/

[10] http://stelarc.va.com.au/

[11] James G.Ballard, La mostra delle atrocità, 1991, Bompiani

[12] Roberto Masiero, Estetica dell’architettura, Bologna, 1999, Il Mulino.

[14] L.P.Puglisi, This is tomorrow,Torino, 1999, Testo & Immagine