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ULTIME

 

Shoah: qualche considerazione

 

Premetto che io penso che le due guerre mondiali sono state due “guerre civili” combattute tra Europei a beneficio di altri. Premetto che io sono convinto che la seconda guerra mondiale è stata particolarmente feroce e crudele nei confronti delle popolazioni civili, coinvolte, loro malgrado, nelle vicende belliche. Premetto che io, pur avendo una particolare stima per i Tedeschi, penso che gli stessi avrebbero avuto migliori successi se avessero avuto la “mano meno pesante” sulle popolazioni civili dei territori occupati.

 Fatte queste mie premesse, frutto di molte letture e di qualche riflessione, devo confessare che sono rimasto perplesso e stomacato dal tono celebrativo che è stato dato alle “celebrazioni della memoria”, allo “Olocausto”, oppure, se preferite, alla “Shoah”. Con tante marionette che si agitavano senza pudore e senza ritegno.

 Sia chiaro: sono più che convinto che tutti i popoli europei, coinvolti nella seconda guerra mondiale, ne siano usciti con ferite meritevoli di essere rammentate. E che un qualche “memento” possa essere utile e necessario per evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Ma detto ed affermato questo concetto, mi chiedo: perché le commemorazioni si sono limitate alle sofferenze dei soli Ebrei? Perché giocare sulle cifre (RAI2 ha parlato di “25 milioni di Ebrei uccisi nei campi di concentramento”)? Perché non dirimere la verità storica dalle tante fole propagandistiche dopo 57 anni dalla fine della guerra?

 NO, non mi scandalizzo se, finita la guerra, in tanti abbiano teso la mano per “chiedere un indennizzo”. E’ umano, troppo umano. Ma che, dopo 57 anni, non si possa e non si voglia sceverare la “verità” dalla “menzogna”. Che ci si ponga a “maestri di moralità”, sbandierando cifre che si sanno interessatamente esagerate, a me pare offendere le vittime. Speculare sui morti: una torbida speculazione che offende i morti e non educa affatto i vivi.

 Ribadisco: io sono convinto che ci furono delle crudeltà e delle efferatezze. E tutti quanti dovremmo riflettere di quali abiezioni sia capace la “belva umana”. Ma chi si mette a “giuocare sui numeri” non porta certo dei contributi né alla “verità storica” né al “momento di riflessione” che tutti dovremmo recepire e fare nostro. Ma il tutto viene percepito come una cinica operazione di propaganda politica. A danno di quei valori dei quali ci si autoproclama alfieri.

 Avvalorano questa mia ipotesi, i fatti di Palestina. Ammesso dunque che i nazisti (tutti belve) abbiano ucciso e sterminato 6 milioni di Ebrei (tutti morti gassati, nessuno che sia morto di tifo oppure di polmonite). Ammessa la ipotesi della “soluzione finale”, voluta da Hitler, da tutti i nazisti e da tutti i Tedeschi (salvo ovviamente i pochi antinazisti). Ammesso tutto questo, cosa fanno gli Ebrei che vanno in Palestina? Si prendono la terra dei Palestinesi, li cacciano dalle loro case e villaggi con la forza delle armi, li uccidono, li mortificano, li avviliscono e cercano di ridurli a un “popolo senza anima”. A delle “larve umane”.

 Ecco: mi chiedo e chiedo. Ma solo noi Europei dovremmo riflettere sulle nefandezze dei nazisti avvenute tra il 1943 e il 1945? E mentre noi riflettiamo sui crimini dei nazisti, oggi, gli Israeliani continuano nel sistematico genocidio del popolo palestinese? Ditemi, o maestri di morale che dai palchi di tutta Italia, avete dato un senso unilaterale alla “celebrazione della memoria”: esiste forse una doppia morale? Perché noi dovremmo ricordare ed aborrire i crimini nazisti di ieri se voi non condannate, con altrettanta fermezza, i crimini che commettono oggi gli Israeliani a danno dei Palestinesi? Non è forse il vostro un “razzismo” mascherato da “antirazzismo”?

 

Antonino Amato
28 gennaio 2002

 

 

Dimissioni Ruggiero

LA BURRASCA NEL BICCHIERE

 

Alberto B. Mariantoni

 

Il principale handicap delle nostre società, è l’incapacità da parte dei nostri responsabili politici e dei nostri più accreditati pennivendoli di analizzare serenamente e realisticamente gli avvenimenti per quello che effettivamente sono. E non, purtroppo, come il loro cinquantennale e stantio arcaismo ideologico, politico e pratico vorrebbe o pretenderebbe che fossero. Ultimo esempio in data, il 5 Gennaio scorso, le «inattese», «sorprendenti» e «traumatizzanti» dimissioni dell’ex-Ministro degli Esteri, Renato Ruggiero. Quelle dimissioni, erano veramente inattese e sorprendenti? E dobbiamo davvero considerarle traumatizzanti? Per rendersene conto, basta semplicemente osservare in «controluce» le relative personalità e l’iter pubblico, sia di Renato Ruggiero che di Silvio Berlusconi.

 Chi è Renato Ruggiero? Nato a Napoli 71 anni fa e laureato in Giurisprudenza, Renato Ruggiero è il classico «Commis d’Etat» (Funzionario dello Stato). Un personaggio, cioè, che, prima ancora di iniziare a sbarbarsi, ha immediatamente e volontariamente votato la sua esistenza alla spersonalizzazione individuale, al conformismo sistematico, all’accondiscendenza metodica ed alla «genuflessione» continua e costante, senza dimenticare le inevitabili «courbettes» (inchini) e gli imprescindibili e protocollari «salamelecchi» nei confronti di chiunque si fosse trovato, sulla sua strada di aspirante burocrate, in posizione di diretto o indiretto superiore gerarchico o di politico responsabile o influente. In altri termini, Ruggiero è un «rond-de-cuir» (burocrate) per definizione. Un funzionario in S.p.e., insomma, che è passato dai banchi di scuola alla carriera diplomatica, senza per altro avere avuta nessun’altra esperienza nella vita che quella del bravo giovincello di provincia che, «sbarcato» non si sa come a Roma (e molto probabilmente appoggiato o favorito nella sua intima ambizione da non so quale «santo in paradiso» …), si è ritrovato, tra il 1953 ed il 1969, grazie pure al vuoto strutturale che regnava nel dopoguerra nei diversi Ministeri della Penisola, a rivestire un certo numero di ruoli progressivi nel contesto della diplomazia del nostro paese, sia in Brasile, sia in URSS, sia negli USA, sia in Iugoslavia.

 Dopo aver dato ampia ed esauriente prova di innata «remissività», di spontanea «malleabilità» e di genuina e volontaria «versatilità», tra il 1969 ed il 1978, Ruggiero viene una prima volta ricompensato dal sistema ed inviato in «missione» presso l’allora costituenda Commissione Europea di Bruxelles. E dopo avere trattato, per conto dei «poteri finanziari» nostrani, l’entrata dell’Italia nel Sistema monetario europeo, viene di nuovo gratificato e nominato, nel 1980, Ambasciatore e Rappresentante permanente della Repubblica Italiana presso la CEE a Bruxelles.

 Richiamato a Roma, nel 1984, sarà successivamente Direttore generale degli Affari Economici (1984-1985) e Segretario generale presso il MAE (1985-1987), ed in seguito Presidente del Comitato esecutivo dell’OCSE (1987). Inoltre, tra il 1987 ed il 1991, sarà invariabilmente Ministro per il Commercio con l’Estero nei Governi Goria, De Mita ed Andreotti. Nel 1991, entrato sorprendentemente in «aspettativa», sarà subitamente accolto nel Consiglio di amministrazione della FIAT. Un «passaggio obbligato», si capirà dopo…, prima di ottenere l’incarico, tra il 1995 ed il 1999, di Direttore generale del World Trade Organisation (WTO/OMC), l’ex-GATT, a Ginevra. Uomo ormai di sperimentata e comprovata fiducia della finanza, alla fine del suo mandato presso il WTO/OMC, viene immediatamente (1999) «paracadutato» alla presidenza dell’ENI ed, in seguito, addirittura «prescritto» alla direzione della Schoeder Salomon Smith Barney, una delle più importanti merchant bank del mondo. Questo, tra l’altro, senza avere mai avuto, in questa materia, nessuna formazione o competenza. Dulcis in fundo, dopo una riunione segreta tra i «fratelli» trilateralisti Kissinger ed Agnelli e l’allora appena eletto Presidente del Consiglio Berlusconi, Ruggiero è praticamente assegnato ed imposto alla «Casa delle Libertà», come suo ineluttabile ed inderogabile Ministro degli Esteri.

 

Chi è Silvio Berlusconi? Nato a Milano 66 anni fa e laureato in Giurisprudenza, Silvio Berlusconi è, in sostanza, l’esatto contrario psicologico e pratico di Renato Ruggiero. È un personaggio, cioè, che, nella sua vita (anche grazie alla «faccia tosta» che si ritrova …), ha immediatamente e volontariamente votato la sua esistenza al protagonismo integrale, al solipsismo sistematico, al soggettivismo strutturale ed all’egocentrismo organico. Un «capiscetti», insomma, che non ha mai disdegnato, per perseguire i suoi fini e/o raggiungere i suoi scopi (dichiarati o reconditi), l’arroganza o accondiscendenza dei suoi comportamenti, né la liceità o l’illiceità dei suoi metodi.

 In altri termini, il Cavaliere è un «brioso istrione» che, nella commedia dell’arte della vita, è fino ad ora riuscito, con innegabile successo, ad impersonare, interpretare e materializzare un certo numero di ruoli: da quello di semplice «palazzinaro» (Brughiero, Milano 2, Milano 3, il Girasole, ecc., tra il 1969 ed il 1979) al servizio dell’ineffabile CAF (Craxi-Andreotti-Forlani), a quello di «Sua Emittenza» (Canale 5, il Giornale, Publitalia, Fininvest, Italia Uno, Retequattro, Sorrisi e Canzoni, Panorama, ecc., tra il 1980 ed il 1990); dal ruolo di «assicuratore» e di «venditore di prodotti finanziari» (Mediolanum, Programma Italia), a quello di «politico innovatore» (sdoganamento del MSI-DN e lancio di Forza Italia nel 1994; inventore e catalizzatore del Polo prima e della Casa delle Libertà poi; filo-arabo nel suo primo Governo ed, al contrario, filo-israeliano e filo-americano nel secondo). Tutto ciò, con una sola ed unica costante. quella di fare sempre ed esclusivamente i suoi «affari» personali!

 

Ora, mi domando: era immaginabile che il Berlusconi che conosciamo, continuasse indefinitamente a sopportare un collaboratore della sua «squadra» che, oltre ad agire in aperta dissonanza con i suoi piani, prendeva costantemente ordini da altri «padroni»?

Ma allora, per quale ragione, all’inizio del suo secondo mandato, Berlusconi ha comunque accettato, obtorto collo, di «imbarcare» per qualche mese Ruggiero all’interno del suo Governo?  A mio modesto avviso, per tentare di neutralizzare i prevedibili attacchi frontali che avrebbero potuto essergli sferrati dai «poteri finanziari» e dai noti arlecchini di Bruxelles. Poi, una volta consolidata la sua nuova «santa alleanza» con Israele e gli USA, ha messo Ruggiero in condizione di andarsene. E Ruggiero, per non dovere platealmente ridursi a fare il «tecnico pierino» di papà Berlusconi, se n’è andato. Ed è corso immediatamente a rifugiarsi tra le braccia accoglienti e consolatrici di «mamma» Mediobanca.

 

Il seguito di questa storia? Continuità … e fine della «burrasca»! Inutile attendersi, infatti, a ciò che fino ad oggi abbiamo letto sui giornali o inteso sui canali radio e televisivi del Regime. Oppure, celatamente sperato in cuor nostro, confidando ottimisticamente in una possibile resipiscenza degli attuali «padroni del vapore». Che Berlusconi mantenga l’interim del palazzo della Farnesina o lo affidi temporaneamente o stabilmente all’omino omonimo della «marca dei tortellini», in Italia non ci sarà, per il momento, né «euroscetticismo», né «ricentraggio  nazionalista» … E questo, per la semplice ragione che la «burrasca» di cui sopra, si è semplicemente svolta all’interno dello stesso «bicchiere»: quello, cioè, che volens, nolens, ha accomunato e continuerà infallibilmente ad accomunare, la «Casa delle libertà» e «l’Ulivo», la Banca Mondiale ed il FMI, la Federal Reserve e la BCE, Wall Street e Mediobanca, Milano-Mib e Londra, Frankfort DAX e Parigi CAC40, Roma e Bruxelles, Washington e Tel Aviv!

Alberto B. Mariantoni

 

 

VITTIME E BOIA

Alberto B. Mariantoni

 

È possibile che il mio punto di vista sull'annoso e luttuoso conflitto Israelo-Palestinese non sia molto oggettivo. Come diceva Bachelard, «L'esprit scientifique n'est jamais jeune car il a l'âge de ses préjugés». («lo spirito scientifico non è mai giovane, poiché ha l'età dei suoi pregiudizi»).

Resta comunque il fatto che avendo fortunatamente o sfortunatamente passato qualche anno della mia vita e della mia attività professionale nel Medioriente (all'incirca 29 anni.), credo mi spetti in qualche modo il diritto di porre in proposito qualche domanda. Indiscreta, naturalmente, e «politically incorrect», com’è mio costume:

1) Per quale ragione -ad esempio- le specifiche «rappresaglie» SS di "Oradour-sur-Glâne" (F), di "Marzabotto", delle "Ardeatine" (1), ecc., continuerebbero ad essere un crimine di guerra e/o un crimine contro l'umanità; mentre invece quelle che da più di mezzo secolo vengono quotidianamente praticate dall'esercito israeliano, dall’"Unità 101", dallo Shin-Bet (Sherutei Bittahon) a discapito dei civili palestinesi,
sono semplicemente degli atti di banale «legittima difesa» e/o di «normale belligeranza», oppure semplici «provvedimenti di polizia», contro il «terrorismo» palestinese?

2) Per quale motivo, la figura del «partigiano» resistente all'occupazione militare Germanica dell'Europa durante la Seconda guerra mondiale, equivarrebbe a quella di un patriota e di un eroe, mentre invece quella incarnata dai membri della resistenza palestinese (Hamas, Gihad, FPLP, Fatah, ecc.) all'occupazione militare Israeliana, coinciderebbe con quella di semplici assassini, vili delinquenti, pazzi furiosi e/o terroristi sanguinari che metterebbero in pericolo la sicurezza di quella «povera comunità indifesa» che risponde al nome di Stato d'Israele?

3) Per quale ragione, l'autorizzazione ad esercitare un Governo Autonomo Israelita all'interno del "Ghetto di Varsavia" nel contesto del III Reich sarebbe degradante ed  inaccettabile per la dignità degli Israeliti che vi erano racchiusi, mentre l'analoga situazione vigente all'interno dei cosiddetti "Territori Autonomi" gentilmente concessi (e, per di più, costantemente rimessi in discussione da Tel Aviv) alla Palestinian National Authority, nel contesto della sovranità territoriale israeliana, è senz'altro magnificante e accettabile?

4) Per quale motivo, l'annessione di Danzica, dei Sudeti e/o dell'Austria da parte di Hitler, sarebbe inaccettabile da un punto di vista del Diritto Internazionale, mentre invece le annessioni di Gerusalemme e del Golan da parte del Governo israeliano non evocano nessuna violazione dello stesso diritto e non suscitano nessuna levata di scudi nè da parte dell'ONU, né da parte degli Stati Uniti, nè da parte dell'Unione Europea?

5) Per quale ragione, da un punto di vista dei «Diritti dell'Uomo», sarebbe razzista ed inaccettabile apporre sul petto degli israeliti sotto occupazione Germanica il segno distintivo della «stella di David», mentre invece è senz'altro ammissibile e comprensibile che il Governo israeliano imponga dal 1967 alle popolazioni dei territori occupati la targa di colore verde per i veicoli dei cittadini palestinesi, in contrapposizione a quelle di colore giallo riservate ai cittadini israeliani?

6) Lo stesso dicasi per le «torture» e le «umiliazioni corporee» imposte ai prigionieri politici, gli «arresti indiscriminati», le «deportazioni e le espulsioni di popolazioni civili», «le detenzioni arbitrarie e senza processo», i «documenti» ed i «titoli di viaggio selettivi e discriminanti» (simili a quelli praticati da Berlino negli anni '30 con l'apposizione nei confronti degli Israeliti della famigerata «J» = Juden) imposti ai Druzi, ai Circassi, ai Cristiani ed ai Musulmani di nazionalità israeliana in Israele, ecc.

Il giorno che mi saranno chiaramente ed onestamente spiegate le differenze, cambierò senz'altro la mia opinione sul conflitto Israelo-Palestinese. Fino a quel giorno, invece, scusatemi ma continuerò imperterrito a credere che nessuno, in nessuna parte del mondo, è l'esclusivo depositario del «male assoluto». Nemmeno il tanto deprecato regime di Hitler che ci hanno descritto negli ultimi 56 anni.

Come ebbe a dire Jean-Paul Sartre, nel 1958, «l'occasion décide seule: selon l'occasion, n'importe qui, n'importe quand, deviendra victime ou bourreau». («È l'occasione che decide da sola: secondo l'occasione, chiunque, in qualunque momento, diventerà vittima o boia»).

Anche Israele, mi permetto di constatare!

Alberto B. Mariantoni

 

 

 
COMUNICATO STAMPA
 
 
 
IL GOVERNO BERLUSCONI HA GETTATO LA MASCHERA.
RAPPRESENTA CHIARAMENTE INTERESSI ANTIPOPOLARI
CONTRARI A QUELLI DEI LAVORATORI
 
 
    In data odierna il Consiglio dei Ministri ha approvato la delega che sottoporrà al Parlamento e che prevede la sospensione per ben quattro anni delle tutele a difesa dei lavoratori sancite dall'art. 18 dello Statuto dei Lavoratori (L. 300/70). In questo modo, laddove il Parlamento fornirà parere positivo, gli imprenditori avranno la facoltà di licenziare i lavoratori senza giusta causa o giustificato motivo (a prescindere dall'aspetto dimensionale dell'impresa) con l'onere di n semplice risarcimento del danno.
    E' la dimostrazione di come il governo Berlusconi rappresenti semplicemente gli interessi della grande industria e sia nettamente antitetico alle esigenze dei lavoratori e del Popolo Italiano.
    Sarà curioso verificare come in Parlamento voterà la cosiddetta "Destra Sociale" ed il gruppo di Alleanza Nazionale in particolare, che in più di una circostanza ha dichiarato di rifarsi alla Dottrina Sociale della Chiesa che difende le categorie più deboli della Comunità Nazionale.
 
 
    Modugno - Terra di Bari - 15. XI. 2001
 
 
Il Responsabile
Dott. Gianvito Armenise
 
_________________________________________________________________
Gruppo Universitario Controvento Via C. Stella, 39 70026 Modugno (BA)
www.adsum.it controvento99@iol.it

 

 

Tra noi camerati ...

Alessio Borraccino

 

Tra noi camerati c’è un difetto molto diffuso: una forte considerazione di sé che, in alcuni casi, porta a quel fenomeno che definiamo, in senso dispregiativo, “ducismo”.

Nella vita ordinaria l’autoconsiderazione, se non suffragata dai fatti, lascia il tempo che trova, esponendo, tra l’altro, chi ne fa uso a giudizi negativi nella misura in cui si verifica una forte discrepanza tra l’asserzione e l’attuazione. Anche nella vita politica dovrebbe essere la stessa cosa. Invece assistiamo a posizioni troppo sbilanciate, nel senso che alcuni attraverso l’autoconsiderazione di sé non creano qualcosa di positivo bensì vanno ad accrescere il grado di negatività, di confusione e di sbando nelle file della militanza.

Guardarsi allo specchio al mattino mentre ci si fa la barba e considerarsi “qualcuno” non è un male in sé, se la cosa finisce lì. Uscire, invece, da casa e continuare in quell’atteggiamento nei rapporti con gli altri camerati è un errore. La posizione esatta non è né l’autoconsiderazione né l’autocommiserazione. La posizione esatta per farsi conoscere dagli altri, per farsi valutare dagli altri è assumere un impegno, un compito, un lavoro e cercare di svolgerlo nel migliore dei modi.

Chi avrà raggiunto, nell’espletamento delle proprie funzioni, la maggiore realizzazione, quello potrà essere considerato capace, positivo, volitivo e dovrebbe poter accedere ad incarichi sempre più qualificati.. Chi non avrà raggiunto l’obiettivo prefissatosi dovrà autoridimensionarsi.

Ora, nel nostro mondo politico o nella nostra Area, come da un po’ di tempo a questa parte si definisce il popolo dei camerati, ci sono varie persone che attraverso l’autoconsiderazione di sé, si sono assunte il gravoso onere, più o meno motivato, di frantumare il nostro ambiente politico. Il proverbio dice che sfasciare è facile, ma ricostruire è difficile. Infatti, ogni atto di rottura porta con sé anche fenomeni negativi quali, ad esempio, la sfiducia e l’allontanamento dalla lotta politica di quelle persone che, per loro natura, non amano la confusione, la “bagarre” ma sanno dare il meglio di sé in un sereno, ordinato ed armonico procedimento delle attività di uno strumento politico.

Chi pensa di imporsi caporalescamente sugli altri, chi costruisce barriere, steccati, campi minati fatti di ingiurie, di condanne, di accuse non motivate e prive di quei riscontri oggettivi che solamente possono portare alla verità, fa opera, a volte anche inconsapevolmente, di discordia, di rottura, di distruzione aggiungendo danno al danno già esistente.

Fino alla conquista del potere Mussolini non era il Duce. Lo è diventato dopo più per riconoscimento da parte degli altri, dei seguaci che per volontà sua. Allora tutti coloro che si autoconsiderano dei capi, sia pure in erba, dimostrino con i fatti ed entro un congruo numero di anni (non possiamo aspettare una vita!) di sapere realizzare qualcosa. Altrimenti si facciano da parte, si autoridimensionino, aprano agli altri evitando di fare terra bruciata intorno a sé.

Noi non abbiamo bisogno di discorsi, di declamazioni. Abbiamo bisogno di uomini laboriosi che in silenzio e senza le luci della ribalta operino nella realtà, testimoniando in tal modo il loro modo di essere. Abbiamo bisogno dello ”homo faber” poiché di chiacchiere, in cinquantanni, se ne sono fatte troppe. E i risultati si vedono!

Alessio Borraccino

 

 

AREA: “nuddu” ammiscatu cu “nenti”

 

Leggo sulla stampa (e guardo in TV) della «sfilata per la pace di Assisi». Qualcuno dice: centomila, altri afferma: centocinquantamila, altri ancora rilancia: duecentomila manifestanti. Io non so contare, ma noto che sono stati tanti, tantissimi. Noto anche che le varie anime nelle quali si divide la sinistra sanno accantonare le divisioni e sanno trovare un minimo comun denominatore per sfilare assieme.

  In quella che si usa chiamare «estrema destra» (per intenderci: quella galassia a «destra di AN» in nome della continuità ideale rinnegata a Fiuggi), niente di tutto questo. Ma una miriade di gruppi e gruppetti in aperta rissa gli uni con gli altri, in competizione elettorale e tutti quanti affetti da una serie interminabile di liti personali. Incapaci non dico di elaborare una linea di azione comune, ma perfino di auspicarla. Tutti presi ad affermare che non sono disponibili al dialogo con «questo» oppure con «quello». Conclusione: tutti quanti stiamo a «segnare il passo» e non si va da nessuna parte.

  Sia chiaro: io sono «nessuno» mescolato con «niente». Di questo ne sono convinto. Ed è forse per questo che perseguo il «colloquio ad oltranza». Ovvio e scontato: dopo averlo proposto, ed averci insistito, mi aspetto che altri mi risponda qualcosa di positivo. E prendo atto se qualcuno mi «spara addosso» senza motivazione alcuna che non sia il «tanto per fare qualcosa». Sarebbe tanto utile che tanti, facendo un esame di coscienza, si attribuissero un qualche punteggio.

  Tanto per fare un confronto: ad Assisi erano in 100.000 a sfilare per la pace; "la Repubblica” del 14 ottobre 2001 è uscita con una tiratura di 789.000 copie. Ecco: sarebbe il caso che tanti «ducetti del nulla» facessero il loro bravo esame di coscienza. E, se concluderanno che, anche loro, sono dei «nuddu ammiscati cu nenti» si segnerebbe un primo punto a favore dell’AREA. Si arriverebbe ad una sorta di coscienza di essere un «granellino di polvere in mezzo ad un mare in tempesta». Sarebbe, questo, un gran passo in avanti.

 

Antonino Amato
15 ottobre 2001

 

A proposito della riunione del 9/10 giugno

Senza farsi illusioni e nella consapevolezza che bisogna lavorare sodo, va pur detto che qualcosa ha cominciato a muoversi nella direzione giusta per raggiungere qualche buon risultato nel cammino di ricostruzione di un Movimento Politico Unitario. La riunione tenuta «in uno sperduto paesino dell’Umbria» il 9/10 giugno scorso ha visto la partecipazione di numerosi militanti e dirigenti provenienti da diverse parti d’Italia, espressione di diverse realtà locali e organizzative.

Nel dibattito che si è svolto, accanto alle giuste e dovute analisi degli errori passati, delle colpe di ciascuno, dei motivi che ancora spingono tanti camerati all’isolamento, sono risuonate parole d’ordine come «ristabilire la fiducia reciproca», «rifondare un nuovo cameratismo», «ripartire dalle singole comunità militanti», «creare nuove regole», ecc.

Quello che è emerso è il desiderio di cominciare un percorso nuovo unendo le forze presenti sul campo intorno ad un progetto politico fatto di iniziative capaci di generare entusiasmo e di rilanciare l’area antagonista come protagonista, partendo proprio dal mondo giovanile. Ed è proprio dalle comunità militanti che esistono numerosissime, sparse sul territorio nazionale -qualcuno ne calcola più di ottocento- che si deve ripartire.

Comunità che sono sorte dopo la diaspora dalla Fiamma Tricolore, ma che esistevano anche prima e che comunque sono animate dal sincero desiderio di non restare ininfluenti e inefficaci sul piano politico, ma di costituire il tessuto connettivo di un organismo politico capace di dare filo da torcere ai potenti e ai prepotenti della truffa democratico-maggioritaria.

In questo senso è stato demandato ai camerati Rutilio Sermonti e Alessio Borraccino il compito di presiedere il Comitato per la formazione del Collegio per la Costruzione del Movimento Unitario. Sappiamo, tutti sanno, che già lo scorso anno ci fu un tentativo in questo senso, un tentativo che pur nella sua generosità non ha sortito gli effetti sperati. Probabilmente le cause dell’insuccesso vanno rintracciate nel fatto che più che la base si inseguì i vertici, ci si lanciò nell’inseguimento di Rauti già abbondantemente delegittimato nel suo stesso partito e comunque non sinceramente interessato all’unità cui pure lui stesso aveva fatto appello soltanto per supplire alla scissione di Bigliardo.

Ora invece si intende ripartire dalla base e dalle intelligenze che pure nella nostra area non difettano. Il discorso quindi è nuovo nella sostanza e lo sarà pure nelle dovute forme. Al Convegno erano presenti camerati di molte regioni d’Italia. Qualcuno però, pur invitato, è mancato e non ha mandato propri rappresentanti. Questo è stato dovuto certamente ad alcune incomprensioni che piano piano dovranno essere rimosse. Noi ce la metteremo tutta. Soprattutto se si tratterà di incomprensioni personali e caratteriali.

Laddove invece le reticenze e gli ostracismi saranno dovuti alla incapacità congenita di una corretta interpretazione politica di fatti e persone da parte di taluni, non potremo fare grandi cose, ma continueremo ad interrogarci sul perchè del perseverare in un atteggiamento che non porta a niente e da nessuna parte. Quando il treno parte ovviamente bisogna stare attenti a non arrivare in ritardo alla stazione. Si rischia infatti di rimanere a terra. E di treni nella nostra area non è che ne passino più di tanti. Quindi occhio all’orologio

In alto i cuori
Nicola Cospito

A conclusione del convegno è stato emesso il seguente comunicato:

Viene prevista entro la data del 30 settembre 2001 la Costituzione di un Collegio per la costruzione del Movimento Unitario. Nella riunione della costituzione del Collegio verrà sottoposta all’approvazione dei partecipanti lo schema di Statuto allegato e verranno prescelti gli aderenti al Collegio cui sarà demandato il coordinamento dell’attività, alla quale si soprassiede oggi per non pregiudicare successive adesioni.

Viene demandato a Rutilio Sermonti e ad Alessio Borraccino il compito di predisporre la riunione che si terrà a settembre per la costituzione del Collegio.

 

 

COLLEGIO "UNITÀ PER LA COSTITUENTE"

STATUTO

 

1° Il Collegio "Unità per la Costituente" è un’associazione apartitica che si propone quale unico scopo il conseguimento dell’unità del fronte nazionalpopolare ai fini della convocazione al più presto della Costituente del nuovo movimento unitario.

 

2° La partecipazione al Collegio non è incompatibile con l’appartenenza a qualsiasi formazione politica, culturale o editoriale, purché contraria alla omologazione mondialista, al primato dell’economia sulla politica, alla globalizzazione del mercato, alla soppressione delle peculiarità etniche e nazionali e alla egemonia USA sull’Europa e sull’Italia.

 

3° Il Collegio si propone di agire con ogni mezzo lecito e disponibile, a livello sia di individui che di gruppi organizzati, per raggiungere lo scopo di cui all’art. 1.

A tal fine, oltre all’opera di pressione e convincimento, esso intende:

a) dare impulso ad iniziative politiche e culturali con la partecipazione di più attività associative esistenti;

b) promuovere la sinergia tra iniziative in atto da parte di qualcuna delle predette.

I singoli aderenti inoltre si impegnano di far pesare tutta la propria influenza e potere di convincimento all’interno delle strutture o ambienti di cui facciano parte per far prevalere la pulsione unitaria su qualsiasi frazionismo, settarismo o personalismo che a tale aspirazione si opponga;

 

4° Il Collegio è retto da un Direttivo paritetico di cinque membri, che esercitano a turno per tre mesi la funzione di Presidente e legale rappresentante nei rapporti coi terzi. Il Direttivo ha altresì la funzione di esaminare ed accogliere le richieste di nuove adesioni al Collegio e di promuovere l’estensione.

A tale scopo, il Direttivo, all’unanimità, potrà cooptare in via provvisoria altri componenti, salvo ratifica, con eventuale modifica del presente articolo, alla prima assemblea;

 

5° I membri del Direttivo sono eletti per la prima volta all’atto della presente costituzione, ed in seguito ogni due anni dalla assemblea generale dell’associazione, con possibilità di conferma.

 

6° L’Associazione avrà durata fino alla fondazione del Movimento unitario, in cui verrà assorbita.

 

 

Elezioni: qualche considerazione

Leggo che i risultati elettorali sono stati piuttosto deludenti per quei gruppi dell’Area che hanno presentato le liste nella consultazione elettorale del 13 maggio 2001: il MSFT ha totalizzato al Senato l’1% dei voti non ottenendo alcun seggio. Salva il seggio in Sicilia grazie ad un accordo con la “Casa delle Libertà”. Il Fronte Nazionale (con lo 0,3%) e Forza Nuova (con lo 0,1%) sono andati peggio.

  Leggo i risultati ed avanzo un primo commento. Ma noi, tutti noi, siamo tarati a questo tipo di competizione? Oppure andiamo allo sbaraglio in una competizione nella quale gli avversari ci schiacciano con tutti i mezzi a loro disposizione? E, se è così, cosa abbiamo fatto (oppure contiamo di fare) per risolvere questo problema? È proprio necessario scendere sul terreno di competizione nel quale gli avversari hanno strutture organizzative e propagandistiche che noi neppure ci sogniamo? Non è meglio percorrere altre vie? Penso in particolare alle «associazioni parallele», da tanti anni proposte e mai attuate.

  Aggiungo, al primo, un secondo commento. Riconosciuta la enorme disparità di forze tra noi e i nostri avversari, è segno di intelligenza, da parte dei «grandi capi», andare alle elezioni in ordine sparso? Sia chiaro: io non mi propongo di fare il partigiano di Rauti, o di Tilgher, o di Fiore. Meno che mai penso di farmi sostenitore di una qualche proposta operativa che, con la scusa di porsi in posizione critica  nei confronti dei sullodati signori, pensasse alla formazione di un quarto partitino.

Su questo conviene essere particolarmente chiari. Rauti ha gestito il MSFT in maniera tale da scontentare molti camerati. Ma coloro che, pur avendo una qualche buona ragione di critica nei confronti di Rauti, sono scesi nelle piazze innalzando cartelli elettorali alternativi, non hanno certo dimostrato di essere migliori oppure più disinteressati.

  Giunti a questo punto è il caso che noi tutti si faccia a noi stessi una domanda. Siamo noi disposti ad una lunga semina senza correre a raccogliere i frutti di una semina mai avvenuta? Siamo noi disposti ad inventarci formule organizzative nuove? In una parola: siamo noi disponibili ad una lunga militanza disinteressata? Se SI, allora è possibile inventarci e costruirci un nuovo futuro.

Antonino Amato
21 Maggio 2001

 

Camerati,

Gli «sconvolgenti successi» che sono stati ultimamente riportati dalle «quadrate», presuntuose ed arroganti «legioni» settario-partitiche della nostra cosiddetta area nell’ultima tornata elettorale del 13 maggio scorso, non sono la prova dell’incapacità delle nostre idee a fare breccia all’interno dell’opinione pubblica del nostro paese. Sono purtroppo la conferma -se ancora dovessimo avere la necessità di doverlo in qualche modo dimostrare- che chi pretende guidare o dirigere i destini e le fortune del nostro mondo politico non è affatto all’altezza del compito che a chiacchiere, invece, continua sfacciatamente e spudoratamente a sbandierare.

Non attendiamoci, però, in questo ennesimo giorno di lutto per le nostre speranze, al loro suicidio individuale o collettivo, nè tanto meno alle loro possibili o doverose dimissioni. Meno ancora, al loro eventuale «passaggio del testimone».

Con le «facce di bronzo temperato» che si ritrovano, gli «strateghi» di cui sopra tenteranno ancora una volta di fare passare le loro cocenti ed inequivocabili sconfitte per delle strepitose vittorie. E, soprattutto, cercheranno di farvi credere che, a partire da domani, terranno senz’altro conto dei vostri personali suggerimenti per affinare le loro strategie e le loro tattiche, e quindi portarvi speditamente e sicuramente all’immancabile vittoria.

Ciò che non vi diranno, però, è che la «vittoria» alla quale si riferiscono, si declina normalmente con la strumentale e gretta possibilità per le loro meschine e sterili esistenze, di continuare impunemente a «cavalcare» (non la «Tigre di Evola», ma.) la schiena dei nostri Camerati, per potere meglio seguitare ad ovviare al mestiere o alla professione che non hanno e, di conseguenza, persistere a «sbarcare facilmente il lunario» sui sacrifici e sulla pelle di chi come noi continua a credere, nonostante tutto, all’esaltante e coinvolgente messaggio di speranza che è insito nella nostra fede.

abm

 

 

I «fessi» e le elezioni.

Li chiamo «fessi» poiché se la maggioranza dei cittadini riflettesse un attimo prima di andare a votare, si renderebbe immediatamente conto dell’incredibile imbroglio che si cela dietro a quel loro semplice gesto.

Come può, infatti, una persona che non è capace di governare, «eleggere» un governante? Come può un bambino della scuola elementare eleggere o scegliere il suo Provveditore agli Studi o il Rettore di un’Università?

Se l’uomo della strada fosse in condizione di eleggere i suoi governanti, egli stesso sarebbe un governante e, quindi, non avrebbe più necessità, nè di farsi rappresentare, nè di farsi governare da altri.

Se invece non è capace di essere allo stesso livello di coloro che pretende scegliere per farsi governare, che valore può avere quella sua scelta?

Riflettiamo sulla parola »scegliere» ...

Come sappiamo, per poter fare una qualunque scelta, è necessario disporre della totalità delle informazioni che concernono l’oggetto della selezione. In caso contrario, qualunque «scelta» si ridurrebbe esclusivamente ad un semplice atto di presunzione: preferire, cioè, una cosa al posto di un’altra, per semplice «simpatia» o per semplice «antipatia», per animalesco «desiderio» o per animalesco «rifiuto». E nel migliore dei casi, affidare il senso della propria preferenza al banale «caso» o alla cieca «fortuna», come nel gioco della «roulette» o in quello del «lotto».

Non dimentichiamo, infine, che per poter «decidere», bisogna «sapere»; per «sapere», bisogna «conoscere» e per «conoscere», bisogna «studiare», «apprendere» e/o «averne l’esperienza diretta».

Conoscendo il «sapere», la «conoscenza», il «grado di cultura», la «capacità di apprendimento» e «l’esperienza» che può vantare l’uomo della strada del nostro tempo, mi sembra alquanto difficile che quest’ultimo possa essere in grado di «prendere una qualunque decisione». A maggior ragione, quando si tratta di una «decisione» che impegna durevolmente il suo destino e quello del suo popolo, come nel caso di un’elezione politica o amministrativa, nella quale si pretende che ognuno, a priori, sia perfettamente in grado di scegliere e di decidere, per se stesso e per gli altri, senza per altro avere nessuna possibilità di possedere o di procurarsi gli «strumenti» per poterlo effettivamente fare.

Si capisce, quindi, perché le «democrazie moderne», a differenza di quelle antiche, preferiscono che l’uomo della strada sia completamente spoliticizzato e tenuto completamente digiuno da tutto ciò che potrebbe fargli riprendere il gusto di auto-governarsi di nuovo.

È più facile, infatti, manipolare le coscienze delle persone che ignorano i problemi della società che farsi concedere un solo suffragio da chi è cosciente del ruolo che ogni cittadino dovrebbe giocare all’interno di un qualsiasi Stato.

A. B. Mariantoni

 

 

PROGETTO KAWTHOOLEI

Nelle regioni montane della Birmania orientale, il popolo Karen si oppone da oltre cinquant’anni al tentativo di genocidio condotto nei suoi confronti dal governo di Rangoon. Costretti a rifugiarsi in remoti villaggi nella giungla per sfuggire ai rastrellamenti dei reparti birmani, i Karen subiscono le brutali persecuzioni della stessa giunta militare che ha costretto agli arresti domiciliari Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace nel 1991.

Sostenuto dai proventi del traffico di eroina e da contratti multimiliardari con aziende occidentali come la Total e la Unocal, il regime birmano, che gode dell’assistenza militare della Cina, incontra nella lotta di popolo dei Karen l’ultima fiera resistenza al suo disegno egemonico.

I Karen, unica etnia della regione non coinvolta nel commercio di droga, chiedono soltanto di vivere in pace nel loro territorio, Kawthoolei, «il paese dei fiori» in cui giunsero 2700 anni fa.

 

L’INTERVENTO DI POPOLI

POPOLI lancia una campagna per la raccolta di fondi da destinare all’acquisto di medicinali e beni di prima necessità per le popolazioni dei villaggi Karen.

Il sopraluogo condotto nella regione ha evidenziato le drammatiche conseguenze della mancanza di farmaci contro la malaria, le infezioni gastrointestinali, le infezioni delle vie respiratorie e di quelle urinarie. La scarsità di apporto vitaminico nella dieta dei bambini è altrettanto grave. Inoltre, la presenza di feriti da arma da fuoco, da granate, da mine antiuomo, rende necessaria la fornitura di strumenti per il pronto soccorso. L’assistenza sanitaria ai profughi interni, cioè ai soggetti maggiormente colpiti dalle conseguenze delle campagne militari, è affidata a cliniche mobili, strutture che vengono evacuate in caso di attacco da parte dei soldati birmani, per essere nuovamente allestite in zone più sicure della giungla.

Agendo in collaborazione con l’organizzazione "Farmacisti Senza Frontiere", i volontari di POPOLI porteranno gli aiuti direttamente ai soggetti bisognosi, recandosi nella regione attraverso il confine thailandese.

Un farmacista di "FSF" assisterà il personale locale nella organizzazione logistica di una clinica mobile e nella distribuzione dei farmaci, acquistati in Thailandia a condizioni particolarmente vantaggiose.

La clinica serve un bacino di utenza di circa quattromila persone: il nostro intervento garantirà il rifornimento dei farmaci essenziali per un periodo di dodici mesi.

 

POPOLI
COMUNITÀ SOLIDARISTA

È una comunità formata da volontari che ha lo scopo di portare aiuti concreti a gruppi umani che si trovino in difficoltà a causa di guerre, calamità naturali, embarghi economici, epidemie.

Non operando sotto l’ombrello di governi o istituzioni politiche, POPOLI, Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale, agisce autonomamente nella individuazione di progetti di solidarietà su cui concentrare i propri sforzi, informando aderenti, sostenitori e opinione pubblica circa i particolari degli interventi proposti.

POPOLI non agisce sulla base di ortodossie ideologiche ma fonda la propria azione sulla consapevolezza che il prezzo più alto della globalizzazione e del mondialismo viene spesso pagato da individui che dispongono di scarsi mezzi di autodifesa.

A questi va la solidarietà di POPOLI che si impegna inoltre a svolgere un accurato lavoro di informazione riguardante gli scenari di geopolitica maggiormente interessati all’opera dell’associazione.

AIUTACI AD AGIRE

Per informazioni sulle modalità d’aiuto a POPOLI o per ricevere la brochure di presentazione:

POPOLI
COMUNITA’ SOLIDARISTA
ORGANIZZAZIONE NON LUCRATIVA DI UTILITA’ SOCIALE
ONLUS

Sede Legale:
Stradone S. Fermo, 20 – 37121 Verona

Sede Operativa:
Via Anfiteatro, 10 – 37121 Verona
Tel.: 045 597439 Fax: 045 8044877
E-mail: info@comunitapopoli.org
http://www.comunitapopoli.org

 

 

Agrigento e Porto Empedocle abbinate in un tragico destino?

 

Perché chi legge possa farsi un’idea chiara su «quello» che sta succedendo da qualche mese a questa parte e su «cosa» due uomini della nostra stessa terra stiano tramando contro di noi è bene che legga fino in fondo questo scritto.

In un volantino fatto distribuire dall’Amministrazione Comunale di Porto Empedocle, a firma del suo Sindaco Orazio Guarraci, si tenta dimostrare la incoerenza del comportamento dell’On. Cimino che, mentre (così si legge nel foglio che è stato distribuito) in una recente conferenza tenuta presso una emittente televisiva ha dichiarato di «non essere contrario alla realizzazione di una centrale BIOMASSE», contemporaneamente presentava, quale primo firmatario del Gruppo Parlamentare di Forza Italia all’Assemblea Regionale Siciliana, un elenco di inconvenienti, producibili dal funzionamento di un impianto di questo tipo, all’ambiente, al tessuto urbanistico, ad un progetto di sviluppo economico alternativo, chiedendo se sia stato effettuato un sopralluogo da parte dei funzionari preposti al rilascio delle eventuali autorizzazioni per verificare la reale distanza di tale insediamento dall’agglomerato urbano nonché il regime vincolistico relativo alla zona interessata su cui dovrebbe realizzarsi la nuova opera e se sia stato obiettivamente verificato l’apporto aggiuntivo di emissioni in atmosfera considerato gli effetti cumulativi dovuti alla presenza, nel territorio ed a breve distanza, di altre realtà industriali (Cementerei Siciliane, Enel).

A questo punto diventa logica qualche domanda: On. Cimino, come mai si è espresso in favore della realizzazione della Centrale Biomasse, senza aver prima accertato che le cautele richieste alla Regione potevano da questa essere prese in considerazione, in quanto disponeva delle strumentazioni adatte? Conviene che si era pronunciato a favore di qualcosa (Centrale Biomasse) di cui sconosceva la eventuale pericolosità per i cittadini? Si rende conto che questo genere di sbagli non possono essere commessi da un parlamentare? E che, rasentano l’incoscienza, i suoi errori possono costarci molto cari?

Ma la cosa non finisce qui. Sempre dalla lettura del volantino in questione si rileva anche la risposta, che ci appare sospetta, perché troppo dettagliata e così tecnica da essere compresa solo da pochissimi addetti ai lavori, con cui il Sindaco tenta di rassicurare gli Empedoclini sulla bontà della sua proposta: si parla allora di moltissimi controlli che le strutture progettate sono in grado di fare ma anche di ulteriori sistemi di controllo da mettere in essere, si confrontano i dati relativi all’inquinamento e dalla centrale elettrica e tutto ciò mentre ci si lascia sfuggire il particolare che «per la verità non esiste il preciso rilevamento della entità di questo inquinamento ambientale» e si tenta di rassicurare la popolazione che «l’ulteriore inquinamento non raggiungerà gradi di pericolosità ambientale» (questa è solo una supposizione non provata) ma a questo punto sarebbe meglio che non ci si riferisse molto vagamente all’ambiente esterno ma in modo più preciso alla salute del cittadino, ai tumori di cui si potrebbe ammalare in quanto costretto a respirare veleni e alle deformazioni fisiche dei nascituri che produrrebbero infinite sofferenze ai poveri malati e alle loro famiglie che dovrebbero assistere qualche generazione di disabili. E tutto ciò perché una ventina di persone abbiano assicurato, per una loro brevissima vita, un posto di lavoro.

Il problema, con le sue inevitabili conseguenze, è di una gravità tale che non può essere rimesso alla decisione di un Sindaco e di un Consiglio Comunale generalmente chiamati a pronunciarsi su problemi di ordinaria amministrazione; questa volta si tratta della vita dei cittadini. Il Sindaco e il Consiglio Comunale, in totale 21 persone che non sono nemmeno dei tecnici, non possono decidere sulla sopravvivenza di una intera città.

La decisione se questa Centrale Biomasse, che tutti i Comuni italiani rifiutano di accogliere nei loro territori, debba nascere a Porto Empedocle dovrà essere il frutto di una libera scelta dei cittadini locali che su di essa dovranno pronunciarsi con un referendum. Un nostro volantino contenente le suddette considerazioni, fatto circolare in data 6 aprile 2001 e protocollato con il numero 6516 viene consegnato al Presidente del Consiglio Comunale di Porto Empedocle che si impegna a farne notificare una copia a ciascun consigliere comunale.

L’idea di un referendum piace a molti, dispiace naturalmente al Sindaco Guarraci che vede in esso una limitazione della sua autorità e costituisce anche una «onorevole ritirata» per l’On. Cimino che corre il rischio di uscire malamente dalla situazione in cui sembra essersi cacciato e così appoggia l’idea del referendum per il quale fa iniziare la raccolta delle firme non senza avere effettuato un maldestro tentativo di impadronirsi, facendola propria, l’idea del pronunciamento popolare.

Intanto, in data 22 aprile 2001 a pagina 30, viene pubblicato dal "Giornale di Sicilia" l’articolo che a parte viene ripreso su questa pubblicazione e al quale si rimanda, mentre nell’ultima seduta del Consiglio Comunale di porto Empedocle, risalente ad alcuni giorni addietro, viene approvato il bilancio di previsione dell’anno 2001 nel quale viene prevista una spesa di L. 160 milioni per la effettuazione di questo referendum e viene anche prevista una «Commissione» per la formulazione del corrispondente regolamento.

Poi la situazione sembra precipitare e il 7 giugno 2001 il Sindaco Guarraci, dai teleschermi di TVA, legge la comunicazione con cui l’Assessore Regionale al Territorio e Ambiente ha concesso il nullaosta alla realizzazione della centrale elettrica «biomasse», alimentata da ceppi di legno, che verrà ubicata nell’area ex-Montedison di Porto Empedocle. Questa notizia viene riportata con grande rilievo dal quotidiano "La Sicilia" (9 giugno 2001, pagina 22) in un articolo intitolato «Porto Empedocle. Dopo il sì dell’Assessorato all’Industria è giunto quello della Commissione Ambiente. Biomasse, a luglio si comincia. La Regione concede il nullaosta per la costruzione della centrale».

La prima constatazione che balza agli occhi di chi legge è che c’era stata in precedenza il benestare da parte dell’Assessorato all’Industria, fatto questo che non poteva non essere a conoscenza dell’On. Cimino, il quale, cionondimeno, ha fatto iniziare e proseguire la raccolta delle firme per il referendum, prendendo grossolanamente in giro la popolazione della sua città e voglio augurarmi che gli elettori abbiano a punire la malafede di questo signore non fosse altro che per evitarci guai maggiori in avvenire.

Intanto, proseguendo la lettura dell’articolo del quotidiano "La Sicilia" sopraindicato, per quanto invece ci si riferisce all’iter burocratico, fa una certa impressione apprendere che la locale Commissione Edilizia si era già espressa favorevolmente (sempre relativamente alla centrale biomasse) fin dal marzo 2000 ed inoltre che nei mesi scorsi parte dell’area ex-Montedison era stata bonificata a spese della società biomasse per consentire una pronta partenza dei lavori.

E tutte queste certezze appaiono, quantomeno, strane specie perché era stato votato in Consiglio Comunale il finanziamento del referendum e anche alla luce del comportamento del Sindaco Guarraci che non molti giorni prima, con il fare classico del «padrone delle ferriere», aveva asserito pubblicamente che il Comune lo rappresentava lui. E nessun altro. Alla luce di come si stanno svolgendo i fatti c’è da ritenere che una supervisione da parte di qualche potere dello stato potrebbe costituire motivo di garanzia per tutti.

Ciò che ci appare alquanto strana è una condotta quasi identica nei confronti dei cittadini empedoclini, egualmente maltrattati e tenuti in nessun conto sia da parte di Orazio Guarraci (candidato nella lista DS alle prossime elezioni regionali) sia da parte di Miche Cimino (anche lui candidato alle regionali per conto di Forza Italia). I quali, come penultimo regalo (l’ultimo infatti potrebbe essere la centrale Biomasse), grazie al loro completo disinteresse hanno fatto sì che il nostro porto sia stato «riclassificato al 3° livello»; ancora un gradino in giù e ritorniamo al semplice «pontile caricatore» di oltre 150 anni fa e questo "grazioso regalo" fattoci da questi due aspiranti a più grandi responsabilità pubbliche ricambiamo con l’augurio che passano raccogliere i frutti del male che hanno seminato.

* * * * *

Ma la «biomassa», con tutte le sue nefaste conseguenze, colpirà più duramente i nostri fratelli agrigentini e la loro splendida città, raggiungendo la dimensione di immane sciagura.

Tumori in abbondanza, bimbi disabili ma presenti a ricordare tacitamente ai genitori quanto costi loro, creature innocenti, il frutto di un rapporto d’amore. E poi, la distanza di qualche centinaio di metri tra la «fabbrica dei dolori» e la «Casa di Pirandello»; e il dannato vento di ponente che spira in prevalenza nella zona e che trasporterà i certamente non gradevoli fumi dentro le case di Villaseta e di Monserrato, che investirà e ammorberà l’aria di tutta la città e della meravigliosa "Valle dei Templi" che è stata dichiarata «patrimonio dell’Umanità». E dalle emissioni delle ciminiere, alte ben 40 metri, nemmeno San Leone si salverà dal fetore infernale che sarà prodotto dal nuovo combustibile che in brevissimo tempo dovrà sostituire, per il suo inevitabile esaurimento, il cippato di legno vergine purtroppo così poco presente in Sicilia.

Di queste nostre riflessioni abbiamo messo a parte Giuseppe Cammalleri, candidato per la "Fiamma Tricolore" alle prossime regionali. Questi ci ha promesso, per il presente e per il futuro, il suo fattivo impegno perché si vada al referendum in modo che gli Empedoclini possano liberamente scegliere tra una vita senza biomasse e una morte che le sofferenze potrebbero rendere ignobile.

Che Dio abbia pietà di noi e ci sottragga dalle grinfie dei due candidati locali (Guarraci e Cimino). Ai quali auguriamo un radioso avvenire, ma lontano, fuori da Porto Empedocle, dalla Sicilia e dall’Italia.

 

Carmelo Gibilaro
ex-Sindaco di Porto Empedocle

13 giugno 2001

 

 

DIMISSIONI

All'attenzione del dott. Ugo Gaudenzi,
Coordinatore Nazionale di Rinascita Nazionale
e  p.c.  ai membri, ai dirigenti e ai fondatori di RN.

Il rinvio della riunione del 25 p. v. a data non ancora definita è inaccettabile considerando che era stata da te indetta dopo varie richieste e solleciti da parte di due vice coordinatori nazionali su tre.
La domanda "Cui prodest" - titolo dell'articolo pubblicato su "Rinascita" per stigmatizzare l'operato dei due anzidetti coordinatori- credo abbia una risposta. La presente è da considerarsi come lettera di dimissioni da Rinascita Nazionale.
Fammi sapere cosa fare del sito internet di RN Italia centrale e Nord Italia; in mancanza di una Vs. risposta verrà chiuso nel giro di pochi giorni.
Tanto ti dovevo.

Claudio Marconi

 

 

LA NOSTRA TERRA PROMESSA

 

«His ego nec metas rerum nec tempora pono
Imperium sine fine dedi».

«A costoro, non limiti di spazio io metterò, non limiti di tempo;
l’Impero che loro diedi è senza fine».

(Virgilio, Eneide, libro I, vv. 287-288)

 

Noi non vivremo in eterno; ci sarà un giorno, auguriamoci il più lontano possibile, in cui dovremo fare il consuntivo della nostra vita.

C’è chi avrà poco tempo per farlo, chi molto di più, chi addirittura per niente, se colto nel sonno.

In ogni caso, quando sarà, non potremo mentire a noi stessi, ed è per questo che desidero che la morte mi trovi sempre impegnato in quelle cose che sento sacre e giuste dentro di me; mi trovi, cioè, in ordine col mio modo di essere.

Per far sì che accada così, mi sono assunto un compito, ho dato un senso, una direzione di marcia e un traguardo alla mia vita, anche se quest’ultimo potrebbe risultare non raggiunto, alla fine dei miei giorni.

Il quel caso, varrà il detto che: importante sarà stato il cimento, non il vincere, l’arrivare.

Posta la questione in questi termini, alla mia età, mi gioco le mie ultime carte, se non l’ultima, per far quadrare positivamente, un domani, il bilancio della mia esistenza terrena.

Ed è per questo che vi scrivo, esortando i più sensibili, i più avveduti, quelli che dovrebbero essere i migliori, alla edificazione di una alternativa reale, al di là delle parole.

Conosco alcuni di voi di persona, altri per corrispondenza, altri ancora per niente.

Mi sono assunto un onere non indifferente, nel tenere questa corrispondenza ideale con voi, poiché come privato cittadino, senza cioè essere un uomo politico pubblico, sto cercando un modo diverso, per contattare le vostre coscienze, per vivificare una Idea, per entrare in sintonia con voi, e per trovare una forma diversa di testimoniare con voi un atto di fede politica.

Infatti, per me il Fascismo, in quanto concezione della vita e del mondo, è al di sopra di ogni credenza religiosa. E, fino a quando ci saranno donne e uomini, ovvero nasceranno esseri umani fatti in un certo modo, Esso vivrà in eterno, sia pur sotto spoglie diverse, proprio in quanto assertore di determinate forme del modo di essere.

E quando si tocca l’esistenza, si tocca la vita, si toccano le forme più profonde che sono alla base di un certo tipo umano.

C’è ancora tra noi, chi il Fascismo l’ha vissuto in prima persona, chi vi appartenne di sfuggita, per caso, per motivi anagrafici, come il sottoscritto, che riuscì ad essere soltanto un «figlio della lupa».

C’è ancora chi per quella fede civile ha lottato, ha sofferto, durante e dopo la guerra; ci furono poi Quelli, che per quella Idea son morti.

Non è tutto questo epico e sublime ad un tempo?

Tutta questa mole di sofferenze, di lutti, non può essere improduttiva; io sento, al contrario, che essa rigenererà i nostri Valori e che le nostre speranze non saranno riposte invano.

Pensate, soltanto, che i cristiani hanno dovuto aspettare 313 anni, per vedere equiparata la loro religione alle altre credenze.

Pensate, soltanto, che gli Ebrei hanno dovuto aspettare 1878 anni, prima di vedere ricostruito il loro Stato.

Che cosa sono, allora, i 55 anni appena trascorsi dalla fine della seconda guerra mondiale? Niente, a confronto!

Non disperiamo, dunque, non disperate!

Non vi sto parlando di come conquistare una rappresentanza in Comune, o alla Regione, o al Parlamento. Questo attiene alla politica spicciola, alla politica che potrà sembrarvi cosa grande, ma che, in effetti, è piccina, è poca cosa di fronte alle scelte di civiltà, alle battaglie di civiltà.

Gli uomini politici nostri, del dopoguerra, non hanno mai avuto la misura dei grandi progetti, non hanno saputo sognare, non hanno fatto sognare (come dice il camerata Cianetti: «Italia, Repubblica, Socializzazione, il bel sogno che Mussolini e Bombacci inventarono per noi»), ma hanno rincorso, soltanto, piccole mete.

E a me non interessa salire su un treno qualsiasi; a me interessa, se devo salire su un treno, la sua destinazione.

A cosa servono, infatti, i congressi, quando la prassi politica, poi, nega l’essenzialità delle decisioni prese?

A cosa serve avere qualche parlamentare in più, quando, strada facendo si perde il ben dell’intelletto, fino ad arrivare allo sfascio e alle abiure?

Se certi signori desideravano, fin da fanciulli, un potere qualsiasi, il potere per il potere, allora hanno fatto bene per loro ad agire così.

Hanno, invece, sbagliato tutti coloro che non si sono accorti di allevare delle vipere in seno, o sapendolo, non hanno schiacciato loro la testa, ma hanno permesso a dei giovinastri, senz’arte né parte e che non sanno cosa sia il lavoro, ma buoni solo a prendere in giro la gente, di occupare posti di rilievo nel MSI.

Ed a maggior ragione, ha sbagliato Almirante, che si è lasciato sedurre, assieme alla moglie, ed ha dato l’investitura ad un individuo biforcuto, che meritava ben altra fine.

E hanno sbagliato tutti quei camerati che, dopo aver dato molto al Fascismo, hanno permesso che l’azione politica successiva fosse affidata a persone che, col tempo, hanno dimostrato di non essere degne di tale mandato.

E hanno sbagliato, ancora, tutti quei camerati che, per motivi vari, si sono allontanati da quell’ambiente politico, permettendo, così, a degli avventurieri e a degli inetti, che in altri tempi sarebbero stati presi a calci nel culo, di prendere in mano le leve del MSI.

Bisognerà pur scriverla, un giorno, la storia di come i microbi della partitocrazia, quelli della parlamentite e quelli ancora della parlamentosi, hanno attaccato anche i nostri uomini politici, non provvisti, al riguardo, di una efficace azione immunitaria.

Ma non serve a nulla recriminare o piangere sul latte versato.

Abbiate fede, e per chi fosse dubbioso, abbiamo tante siringhe, piene di un liquido medicamentoso che si chiama «entusiasmo». Ne abbiamo da vendere, siamo pronti con esse, a fare tutte le iniezioni del caso, a chi ne avesse bisogno.

L’entusiasmo, ovvero il fuoco rigenerante, che nasce dai nostri canti, dai nostri cuori; l’entusiasmo che vivifica i corpi giovani e rivivifica quelli vecchi, sol che lo si voglia realmente, poiché la gioventù non è soltanto un fatto anagrafico, ma anche psicologico.

Uscite dai gusci domestici, annusate la vita che brulica, assaporate l’impegno e la lotta.

La vita continua e, pertanto, l’odio e l’amore continuano.

La strada che abbiamo davanti a noi è lunga, è in salita, è irta di ostacoli, è fatta per testimoniare, è fatta più per seminatori che per raccoglitori; essenziale, doveroso, imprescindibile è esistere, resistere, sussistere.

La vita è uno scorrere incessante di pulsioni, di sentimenti, di testimonianza e di fede. Chiudete, per un attimo, gli occhi e visualizzate un sogno per voi. E poi, chinando la testa, iniziate a tracciarne le linee essenziali dentro di voi: starete creando un mondo nuovo per voi.

Questa è creatività, ed è in voi, sol che vogliate vederla, sol che vogliate sentirla, per raddrizzare un mondo in rovina.

Costruiamo un cuore pulsante, uno spazio vitale, un punto d’incontro, un’oasi della mente e del corpo, una zona franca ove avere la certezza che il «testimone» possa essere raccolto, che qualcuno prosegua la corsa.

Se non siete dei sopravvissuti a voi stessi, se non siete dei vinti, fatevi avanti: c’è pane da mordere per tutti.

Questa è umana e divina commedia, ad un tempo.

Non vi si sta chiedendo un voto per poi, magari, tradirlo, come han fatto taluni. Vi si sta esortando ad essere attori, protagonisti, comprimari del vostro, del nostro impegno d’onore.

È il Fascismo esistenziale: che non è quello dei saluti romani, non è quello delle camicie nere, non è quello delle parole senza costrutto, non è quello dei voti, bensì quello della vita vissuta e realizzata, quello della disponibilità, della comprensione, della reciprocità, del dialogo, dell’apertura e della solidarietà.

Quello, cioè, che non c’è mai stato tra noi.

Camerata è un termine che viene dalla vita militare. Sta ad indicare persone che dormono in una stessa camerata, in una stessa caserma, che lottano in una stessa trincea.

Se non sappiamo vivere insieme, se siamo degli individualisti, se siamo gli uni contro gli altri armati, potremo mai socializzare uno Stato?

A voi l’ardua risposta!

Io vi dico solo che, se c’è un sol fascista al mondo, il Fascismo non perirà.

 

Ad maiora

Alessio Borraccino

 

 

Solidarietà e mutuo soccorso

Alessio Borraccino (22 marzo 2001)

 

Dalla fine della seconda guerra mondiale, il nostro mondo umano, (tutti coloro che, con variegate sfumature, si rifanno a Mussolini e al Fascismo) per quel che mi risulta, e salvo poche eccezioni, non ha mai pensato di dare vita ad iniziative economiche a carattere individuale o societario, finalizzate alla creazione di posti di lavoro per camerati disoccupati e, comunque, allo scopo di esercitare il principio della reciproca solidarietà, dell’autosussistenza e dell’autofinanziamento, per fini politici e parapolitici.

Così è accaduto che fiumi di miliardi sono finiti dalle nostre tasche in quelle dei nostri avversari politici.

Ci siamo mai chiesti, infatti, ad esempio, se per caso i baristi, i droghieri, i meccanici, i benzinai, i barbieri, gli avvocati ecc. ecc. ai quali ci siamo rivolti o ci rivolgiamo tutt’ora per le nostre necessità di vita, appartengano al nostro mondo umano o se, invece, non siano avversari politici ai quali involontariamente diamo una mano a vivere, se non addirittura ad arricchirsi?

Oppure se il fornaio presso cui facciamo la spesa quotidiana, per la sua età, non sia stato magari un partigiano o un militante comunista, che ha delinquito contro di noi?

Abbiamo mai chiesto a noi stessi chi dobbiamo sostenere, direttamente o indirettamente, e chi no?

Oppure se la lotta politica si eserciti soltanto col voto, o magari anche con un impegno maggiore: come quello di far mancare agli avversari politici il nostro apporto finanziario, modesto ed involontario che sia, come quello del denaro per la spesa quotidiana?

Al mattino, abbiamo mai pensato di fare 500 metri a piedi in più, o tre chilometri in macchina in più, per andare a fare gli acquisti presso un negoziante di sicuri sentimenti camerateschi, piuttosto che, per comodità o per pigrizia, dal droghiere sotto casa, magari di fede comunista?

Purtroppo, per quel che mi risulta, nulla di tutto ciò è stato fatto, salvo rarissime eccezioni ed a titolo strettamente personale e, comunque, non in modo continuativo, organico e sistematico.

Infatti, nessun raggruppamento politico esistito od esistente o al quale ho fatto riferimento, ha mai dato consigli, ha mai effettuato sollecitazioni, ha mai emanato disposizioni in tal senso ai propri iscritti e militanti.

È mancata persino la capacità di copiare quello che facevano gli avversari politici in questo settore, in una sorta di impotenza ontologica.

È mancata la sensibilità di concepire la lotta politica, non solo come partecipazione ai «ludi cartacei» (in cui, per altro, i nostri sembrano essersi specializzati, vista la voglia matta che hanno di presentarsi alle elezioni pur essendo in quattro gatti sotto il profilo organizzativo), ma anche come creazione di strutture economiche, che potessero servire a migliorare le condizioni di vita dei singoli appartenenti al nostro mondo umano, secondo la giusta visione che l’uomo non è fatto solo di spirito, entità poco afferrabile ed individuabile, ma anche di corpo e che, quindi, l’utile unito al dilettevole è sempre cosa migliore, come afferma un vecchio modo di dire.

È mancata la sensibilità di una visione politica di lotta globale, in cui non è permesso concedere nulla al proprio avversario; è mancata la consapevolezza che parte dal convincimento che le minoranze politiche, in attesa di poter diventare maggioranze, possono vivere e sopravvivere, solo aggrappandosi con le unghie e con i denti ad ogni margine di possibilità operativa, perché per fare politica, oltre alla fede e alla preparazione specifica, ci vuole molto denaro.

Perché tutto questo? E cosa si so può fare ancora per ovviarvi almeno in parte?

Tenterò una analisi ed una risposta per me e per voi.

Io credo che il nostro mondo umano, dal 1945 ad oggi, non si sia mai posto seriamente e validamente il problema della sopravvivenza dell’esperienza fascista, pur dovendo stare all’opposizione parlamentare e chiuso nel ghetto politico, culturale e sociale.

Principalmente, il nostro mondo umano non si è posto il problema della solidarietà come principio essenziale, come norma vincolante, come impegno prioritario e come prassi sistematica, da esercitare nei confronti dei propri simili politici, la maggior parte dei quali ne aveva viste e passate di tutti i colori.

È accaduto pertanto che chi ha avuto forza, capacità e fortuna abbia risolto positivamente il problema della propria esistenza e chi, invece, meno forte, meno capace, meno fortunato, sia andato alla deriva.

Per ovviare a tutto questo sarebbe bastato tendere una mano in maniera organica (non con l’elemosina del singolo) da parte dei più fortunati per risolvere tante situazioni incresciose.

Applicando il principio del tutti per uno, e uno per tutti.

Quelli che «sfondavano» sotto il profilo finanziario avrebbero potuto dare vita ad iniziative varie, sostenere progetti per chiunque avesse avuto idee chiare e spirito d’impresa.

Mentre quasi tutti, a parole, si dichiaravano fascisti nel chiuso delle sezioni o delle mura domestiche, di fatto veniva disattesa, (come accade ancora oggi), l’idea stessa del fascio, che è una UNIONE SOLIDALE di verghe, tenute assieme da legacci ben stretti.

Tal che, sotto il profilo comportamentale, oggi, i peggiori antifascisti sono coloro che si proclamano proprio fascisti. Fascisti nelle parole, nelle affermazioni ma non nei fatti concreti e nella vita vissuta. Per questo motivo siamo così mal combinati, mal messi, mal ridotti.

Per cui, ad esempio, se un brigatista rosso, uscendo dal carcere ha trovato un lavoro presso una cooperativa rossa, quando, invece, esce dal carcere un «brigatista nero», non trova la medesima accoglienza presso il proprio ambiente di provenienza, e mi mancano notizie documentate che mi possano far pensare il contrario.

Per questi motivi, e per altri ancora che sarebbe penoso elencare, da qualche anno, con altri camerati, sto battendo sul chiodo delle iniziative economiche e solidali. Campo questo al quale nessuno presta la dovuta attenzione, preferendo ognuno «chattare» (cioè chiacchierare) piuttosto che lavorare a un progetto concreto.

E possiamo correre il rischio di morire tutti colti, tutti informati e tutti, nel contempo … irrealizzati.

Pertanto, dopo questa premessa, nel prossimo messaggio inizierò ad inviare delle proposte concrete che, al momento, richiedono soltanto la buona volontà e la risposta da parte del destinatario.

 

Alessio Borraccino (22 marzo 2001)

 

 

INVITO ALLA RIFLESSIONE

 Alessio Borraccino

 

Nel nostro articolo intitolato ”La diagnosi e la cura” verso la fine abbiamo accennato, di sfuggita, all’aspetto tecnico relativo alla costituzione di un nuovo movimento politico rappresentativo della nostra «area». Con questa nota vogliamo ritornare sull’argomento cercando di ampliarne i contenuti e la portata al fine di una azione chiarificatrice.

Se si intende veramente creare un’unità, bisogna specificare se  si vuole un’unità operativa o un’unità politica, oppure tutte e due. Procediamo allora con ordine.

L’unità operativa, al momento, mi sembra la strada più percorribile dal momento che quando si è in pochi contro tanti, l’unica soluzione tecnica è «fare quadrato». Il che vuol dire  darsi una strategia che, al momento, non appare chiara, e dispiegare nel contempo una tattica operativa per rafforzare la  presenza della militanza nelle piazze. Al momento, come tutti sanno, abbiamo vari gruppi politici o parapolitici che sono portatori di varie tematiche.

  Ignoriamo la consistenza effettiva, sotto il profilo numerico, della forza umana di ciascun gruppo; comunque  dovendo giudicare da alcuni tentativi esperiti alcuni mesi fa, di cui  hanno parlato anche in televisione, possiamo dire di aver imboccato la strada giusta: quella della cooperazione o dell’unità militante. La politica, come peraltro molte attività della vita, si basa su rapporti di forza. Quando ciascun gruppo dopo anni di attività non riesce ad ampliare ulteriormente il numero dei propri iscritti, deve prendere realisticamente atto della situazione, raddrizzare il tiro delle proprie mire e assestarsi su posizioni realistiche. Pertanto quello della unità operativa ci sembra un primo passo di rilievo, anche se non sappiamo ancora se compiuto con effettiva cognizione di causa, o fatto sotto la spinta degli avvenimenti e delle necessità contingenti.

In ogni caso il fatto che alcuni gruppi abbiano unito i propri sforzi in determinate circostanze è un fatto positivo che, se ripetuto, rivisto, corretto ed ampliato in alcune sue possibilità, può dare certamente dei risultati maggiori di quelli ai quali abbiamo assistito. Ma per raggiungere questa maggiore efficienza, c’è bisogno di un coordinamento operativo più stretto fra i gruppi, che devono mantenere contatti costanti ed essere a conoscenza del tipo di apporto  che ciascun gruppo può dare.

Se, invece, andiamo a parlare dell’unità politica, siamo convinti di creare un ginepraio di incomprensioni. Tuttavia qualcosa va detto, quantomeno in generale, tanto per fissare un orientamento di massima, o comunque per dare alcune indicazioni che possano essere di ausilio ad una sana riflessione. Un partito che si rispetti dev’essere attraversato da una forza centripeta, una forza, cioè, che leghi le periferie organizzate al centro, comunque questo centro lo si voglia intendere.

Una  energia centripeta non nasce al tavolino per volere di Tizio o di Caio, ma è il risultato del dinamismo realizzatore di coloro che spontaneamente si fanno carico dell’azione politica, indipendentemente dalle cariche o dagli incarichi convenzionali. Per dirla più chiaramente, colui o coloro che sono capaci di essere dei trascinatori di gente, che sanno crearsi un seguito di ascolto o di consenso, sono naturalmente destinati ad avere voce in capitolo. I fallimenti dei vari tentativi per la riunificazione politica dell’«area» sono dovuti al fatto che i camerati promotori non si sono resi conto che, oltre alla buona fede, bisogna conoscere i meccanismi che sono alla base dell’azione politica, la cui disconoscenza porta necessariamente ai risultati da noi ampiamente previsti. Senza le idee chiare e le capacità necessarie abbiamo sempre detto che non si va da nessuna parte.

Se per far riflettere tanti camerati, o ridurli a più miti consigli è necessaria la frantumazione totale dell’intera «area», allora ben venga questa stratificazione orizzontale o questo riposizionamento delle possibilità operative. Quello che vogliamo sottolineare è che il mondo delle pretese è finito e che nessuno può più pensare di vivere di rendita. Il  tesoro derivante dalla esperienza fascista va esaurendosi con l’effetto anagrafe, per cui è necessario inventarsi un nuovo linguaggio, che di quel fenomeno storico prenda l’essenzialità dei contenuti  finalistici: dinamismo vitalistico, lotta al materialismo, guerra al dio Mammona. Sotto questo profilo ci sarebbe da dire tanto ma l’economia del presente scritto non ce lo consente. Quello che vogliamo ribadire, invece, è la necessità di cambiar rotta, di riscoprire un nuovo modo di agire, un nuovo modo di intendere i rapporti umani.

  Non ci sono più sudditi, non ci sono più sovrani. Le assemblee costituenti o costitutive così come si sono svolte ad oggi non hanno alcun valore qualitativo né quantitativo, poiché un aggregato indifferenziato di persone non può costituire un partito. Tutte le nomine che vengono dette provvisorie tendono a divenire definitive o, comunque  a costituire un dato di fatto con pretese di incontrovertibilità. Tutti vogliono inserirsi in un qualche organismo  di «comando», c’è troppa voglia di appariscenza non suffragata da dati reali di rappresentatività. Quando si vuole costituire un esercito bisogna partire dalla verifica dell’esistenza sia della truppa che dei sottufficiali, degli ufficiali e così via. Nominare, invece, un manipolo di ufficiali superiori od inferiori con la speranza che questi possano in qualche modo costituirsi una truppa è il grave rischio cui sono incorsi sistematicamente tutti coloro che hanno voluto costituire un partito. La truppa, infatti, non è venuta e gli ufficiali se ne sono ritornati a casa con le pive nel sacco.

Allora noi suggeriamo l’unica soluzione possibile che prescinda dalle camarille. Ognuno organizzi la sua attività sul proprio territorio, crei un contatto effettivo con le persone, dia vita ad un seguito di rispetto sia sotto il profilo qualitativo che quantitativo e, fra alcuni anni, se ne riparlerà in una eventuale assemblea delle competenze reali e non fittizie secondo una logica più propriamente nostra, quella cioè, di uno Stato organico. Portiamo in un’assemblea costituente centinaia di associazioni culturali, di circoli di vario genere, di gruppi ambientalistici, di cooperative di volontariato, di iniziative socializzate, di attività economiche e commerciali che si ispirino ai nostri princìpi e ai nostri valori. Allora sì che di fatto un partito esisterà davvero. Il partito di coloro che operano nella realtà, che rappresentano davvero qualcosa di vivo, di dinamico e di pulsante.

Potremo fare, allora, di quegli organismi  e dei loro dirigenti il principio di una «democrazia partecipativa», bandendo gli sproloqui deliranti e le presunzioni infondate. Non si può voler essere soltanto rappresentanti di elettori che nemmeno si conoscono, visto che il voto è segreto. L’unico metro di giudizio è la realtà fattuale, la consistenza e la credibilità del proprio agire. Non sono i nomi fantasiosi più o meno olezzanti di cose passate, non sono i simboli di contenitori un tempo seri e battaglieri a poter ridare forza e capacità operative alla nostra azione politica. Siamo soltanto noi con il nostro vero bagaglio esistenziale e vitale, se c’è, a poter dare il là alla situazione. Invitiamo pertanto tutti alla riflessione, al senso di responsabilità, alla umiltà dei forti per sconfiggere la protervia degli sciocchi e l’azione subdola dei megalomani. Se ci immettiamo su questa strada che è l’unica percorribile in quanto strada della verità, potremo trovare adesioni oggi inimmaginabili, non tanto in termini numerici, eterna preoccupazione di chi ha in animo di presentarsi alle prime elezioni di turno, ma in termini di apporti  qualitativi e di peso.

  L’alternativa, signori miei, non è un fatto di parole. L’alternativa deve essere un fatto concreto e tangibile, un modus vivendi ed operandi valido per prima cosa tra noi, prima di avere la pretesa che anche gli altri lo adottino. Non predicare bene e razzolare male, ma predicare bene e razzolare meglio.

Alessio Borraccino

 

 

BILANCIO E SPERANZE

Sono trascorsi 51 anni dalla fondazione del MSI, i fascisti non sono ritornati al potere, i neofascisti non ci sono mai stati, i cosiddetti postfascisti, ovverosia gli "anali" come taluni li definiscono, si sono venduti per un piatto di lenticchie partecipando per pochi mesi ad una coalizione di governo finita nel nulla della pochezza politica dei partiti che ne facevano parte. Quanta differenza dai 43 mesi impiegati da Mussolini per arrivare alla "marcia su Roma", da quel fatidico 23 marzo 1919 data di fondazione dei Fasci di combattimento!

Altri uomini, si dirà, altri tempi, altre situazioni storiche e politiche! Oggi, invece, molti camerati affermano che stiamo vivendo un periodo di transizione e che bisogna attendere uomini e tempi migliori. Se le cose stanno così, ed io non voglio dubitarne, è necessario, a mio avviso, delineare una strategia nuova sul piano della lotta politica che preveda oltre al momento elettorale di un unico strumento politico di tutti i camerati, anche la cura dell’aspetto sociale ed esistenziale dei medesimi. Mi riferisco alla costituzione di comunità organiche di camerati e alla realizzazione dell’alternativa organica nel tessuto sociale del nostro mondo umano.

Nei cinquant’anni trascorsi le risorse umane e finanziarie sono state quasi tutte impegnate nel perseguimento dell’obiettivo elettorale. Questo ha creato vari antagonismi tra personaggi che avevano fatto di quell’obiettivo l’unica risorsa della loro vita a danno di altri camerati pur meritevoli e dell’ambiente tutto alla fine. Visti, però, gli scarsi risultati ottenuti in quel campo, oggi, all’inizio del secondo cinquantennio dovremmo gettare le basi per una "resistenza ad oltranza" con obiettivi non più solo contingenti ma a lunga scadenza.

Si tratta, cioè, di costituire uno strumento politico che non faccia delle elezioni il suo scopo principale ma che, accanto ad esse, articoli una vasta gamma di iniziative parallele che possano rispondere alle esigenze dei militanti, degli iscritti, dei simpatizzanti sul piano esistenziale. Strutture che ci aiutino a resistere all’usura del tempo e capaci di facilitare il passaggio del "testimone" da una generazione ad un’altra per la prosecuzione della lotta politica.

Per fare questo abbiamo bisogno di camerati più preparati, più motivati, in grado di cogliere le contraddizioni dei tempi in cui viviamo e vivremo e ne sappiano fare motivo di battaglia politica. Per fare questo abbiamo bisogno di camerati il cui impegno non nasca dall’entusiasmo di un momento ma dalla certezza derivante dalla scelta coscienziosa. Donne e uomini pronti ad un impegno di lunga durata senza soddisfazioni immediate. Elementi umani psicologicamente preparati all’assunzione di compiti onerosi. "Fondisti" della politica per dirla con gergo sportivo. Ma, al di là di tutto ciò, ci vuole una profonda convinzione: che un giorno o l’altro si verificheranno condizioni storiche e politiche, oggi del tutto inimmaginabili, che favoriranno coloro che saranno rimasti fedeli a certi valori nella misura in cui si espresse Mussolini nel suo testamento spirituale: «dovete sopravvivere e mantenere nel cuore la fede. Il mondo, me scomparso, avrà bisogno ancora dell’Idea che è stata e sarà la più audace, la più originale e la più mediterranea ed europea delle Idee. La storia mi darà ragione».

Per propiziare, comunque, il contenuto dell’affermazione di Mussolini, occorre porsi su una lunghezza d’onda e in una situazione interiore che non sono certamente quelle attuali della maggior parte di quei camerati rassegnati, abulici, sfiduciati e stanchi. Se il nostro destino non è quello di vincere ma di essere soltanto i custodi, i trasmettitori di determinati valori, dobbiamo allora chiederci attraverso quali azioni e quali strumenti operativi sia più idoneo e conveniente agire per la perpetuazione delle nostre istanze.

Non è sufficiente, infatti, tutto quello sinora fatto. Non solo le parole, gli scritti, i programmi, gli intellettualismi potranno trasmettere ai nostri figli e ai figli dei nostri figli le nostre pulsioni interiori. Occorre, in aggiunta, ricreare un entusiasmo che oggi manca, rivivificare un fuoco interiore oggi quasi spento, ridestare la gioia, il piacere, la voglia di futuro. Stringersi attorno a forme di vita vissuta per guardare negli occhi i propri simili e in quelli veder riflessi se stessi. Se questo piccolo miracolo avverrà, potremo sperare allora nel grande miracolo. Chi percepisce il cameratismo e l’impegno politico nel mio stesso modo, può contattarmi scrivendo alla mia casella postale: 
Alessio Borraccino, casella postale 12, 05022 Amelia
(TR).

Alessio Borraccino

 

 

«Innata Societas» e «Simulata Societas»

Alberto B. Mariantoni

Per capire la macroscopica mistificazione che si nasconde dietro la nozione mondialista di società multietnica e multiculturale, basterebbe riflettere su quest’unico esempio: se qualcuno di noi, un giorno, si prendesse la briga di esportare dall’Italia un esemplare di «mucca maremmana» nelle isole Pribilof dell’Alaska e riuscisse fisicamente a farlo vivere e prolificare in quell’habitat, quest’ultimo, dopo un certo periodo (o magari, dopo una o due generazioni), potrebbe diventare una «foca»? Oppure, se decidessimo di trasferire una «foca» dell’Alaska nella nostra Toscana, potrebbe quest’ultima diventare una «mucca maremmana»?

È lapalissiano che né la mucca né la foca lo potrebbero!

Ma allora, com’è possibile che un Danese, un Tedesco, un Olandese, un Irlandese, un Italiano, un Britannico, ecc. -per il semplice fatto di essersi un giorno trasferiti al di là dell’Oceano Atlantico e di avere fissato la loro dimora sugli antichi territori dei Pellerossa- siano potuti diventare degli «Americani»? E com’è possibile che degli Olandesi e degli Inglesi -andati separatamente ed in epoche diverse a colonizzare le regioni africane del Cap, del Natal, del Transvaal e dell'Orange- siano potuti diventare dei Sud-Africani o degli Afrikanders? Oppure, che dei semplici forzati Inglesi ed Irlandesi -deportati manu militari negli allora possedimenti britannici dell’Emisfero Australe- siano potuti diventare degli Australiani o dei Neo-Zelandesi? O ancora, che degli Israeliti polacchi, lituani, russi, ucraini, ungheresi, rumeni, tedeschi, inglesi, francesi, italiani, spagnoli, algerini, egiziani, iracheni, libanesi, yemeniti, etiopi, ecc. -emigrati in Palestina per cercare di dare un senso alla loro particolare fede religiosa- siano potuti diventare degli Israeliani?

Se riflettiamo bene, non possiamo che sorprenderci maggiormente quando ci accorgiamo, ad esempio, che nell’antichità classica, i coloni greci, etruschi, fenicio-cartaginesi o romani che, per una ragione o per un’altra, avevano deciso di insediarsi lontano o a prossimità dalla loro madre patria, non manifestarono mai la pretesa di diventare -a causa di quel loro contingenziale trasferimento- dei popoli diversi da quello a cui, in natura, essi stessi già appartenevano!

Come mai, allora, a noi occasionali osservatori del XXI secolo sembra davvero impossibile che un qualsiasi «bovino nostrano», trapiantato nelle Regioni artiche del nostro Pianeta, possa in qualche modo diventare un «pinnipede marino»; mentre invece, sembriamo non avere degli argomenti sufficienti per contestare (o quanto meno non ammettere come accettabile) che un qualsiasi Senegalese insediato in Europa -tanto per fare un esempio- possa prima o poi diventare un eccellente Italiano, Francese o Tedesco? Oppure, che un qualsiasi Italiano, Francese o Tedesco -per fare un’altro esempio- possa, nelle stesse condizioni, diventare un perfetto Senegalese?

Per quale ragione, dunque, una tale antinomia (1) all’interno delle nostre usuali percezioni della realtà?

L’unica spiegazione che ai miei occhi sembra essere plausibile, potrebbe essere quella di un nostro possibile assoggettamento individuale e collettivo ad uno specifico riflesso condizionato. Nel caso specifico, a quello che normalmente emerge dal «compendio mitologico biblico». (2)

Come sappiamo, infatti, la «mitologia biblica» è stata abbondantemente e per quasi 1700 anni divulgata tra le nostre popolazioni dalla cultura dominante del nostro Continente (il giudeo-cristianesimo). Ed i suoi principali punti di vista -volens, nolens- ci sono stati fatti sistematicamente interiorizzare ed accettare come «verità acquisite».

Ditemi: non è forse dal Pentateuco (o Torà) che sono scaturiti i concetti culturali iniziali di «uomo nuovo», di «popolo nuovo» (o «eletto» …) e di «società nuova»? E quegli stessi concetti, via via ripresi nel tempo dalla Bibbia giudaica, dal Nuovo Testamento e dal Corano, non sono forse riusciti a diffondersi e ad affermarsi tra la maggior parte delle popolazioni della Terra, grazie al successo ottenuto, nel mondo, dalle tre principali religioni monoteiste? (3)

Inutile sbalordirsi, dunque, se l’immigrato Danese si sia potuto impunemente trasformare, in Americano; l’Inglese e l’Irlandese, in Australiano o Neo-Zelandese; l’Algerino, il Curdo e/o il Kossovaro, in Italiano o in Austriaco!

Gli «uomini nuovi», i «popoli nuovi» e le «società nuove» che oggi possiamo osservare nel mondo e che negli ultimi secoli hanno fortemente contribuito a snaturare e stravolgere i concetti stessi di cittadino, di popolo e di società in senso tradizionale, altro non sono, in realtà, che delle semplici «ipostasi secolarizzate» o delle «derivazioni laiche» dell’iniziale «modello biblico». Gli stessi concetti soggettivi ed arbitrari di «uomo», di «popolo» e di «società» che gli ideatori e/o i redattori del Pentateuco (con la complicità o l’assentimento dei loro successivi e variegati apologeti) hanno preteso sostituire a quelli che già esistevano nella realtà. E questo, a partire dalla semplice adesione volontaria o costrittiva dei loro adepti (e delle popolazioni direttamente ed indirettamente sottomesse alla loro colonizzazione culturale) all’ideologia dei loro sogni (il «giudeo-mosaismo») ed all’assoluta ed incondizionata sottomissione alla volontà incontrovertibile e dispotica del loro dio particolare, «Yahvè»!

In altre parole, sostituendo o integrando al valore iniziale «Yahvè», i concetti altrettanto dispotici e totalitari di «Monarchia assoluta», di «Rivoluzione», di «Dea ragione», di «Mercato», di «Democrazia», di «Dittatura del proletariato", di «Stato etico», ecc, e scopiazzando o laicizzando l’ideologia «giudeo-mosaica» in una miriade di progetti formalmente nuovi (4)  ed apparentemente contraddittori (5) (ma sempre e comunque identici, nella loro sostanza, al modello iniziale) (6), ogni gruppo specifico, grazie alla sua particolare lettura ed applicazione del «modello biblico», ha contribuito a rimettere in discussione quello che io considero -con tutte le sue possibili ed immaginabili varianti- il modello naturale e spontaneo di aggregazione umana e di coesione civile e politica tra gli uomini che definisco "Innata Societas" (7) o società tradizionale; ed ha ugualmente collaborato (forse senza volerlo e, magari, senza saperlo!) all’affermazione ed alla volgarizzazione di quello che io ritengo sia -con tutte le sue possibili ed immaginabili varianti- il modello innaturale e coercitivo di aggregazione umana e di coesione civile e politica tra gruppi artificiali e/o artificiosi di uomini che mi permetto di definire "Simulata Societas" (8)  o società anti-tradizionale.

Un’Innata Societas o società tradizionale -inutile sottolinearlo- è un modello di comunità umana che tende naturalmente e spontaneamente a realizzarsi, ogni qualvolta, i principali motivi di aggregazione e di coesione civile e politica di un qualunque gruppo, sono simultaneamente caratterizzati e determinati da una medesima origine etnico-storica, una medesima lingua, una medesima cultura, medesimi costumi, medesime tradizioni ed una medesima religione.

Al contrario, una Simulata Societas o società anti-tradizionale, è un tipo di comunità che per potersi realmente costituire ed essere ugualmente in grado di esistere e di durare nel tempo, ha necessariamente bisogno di tutta una serie di finzioni ideologiche e di artifizi politici e pratici che non hanno (anche quando, apparentemente, riescono ad imitare le società naturali …) nessuna correlazione né attinenza con i motivi naturali e spontanei di aggregazione umana e di coesione civile e politica che caratterizzano invece le società tradizionali.

Per rendersene conto, basta guardarsi in giro ed identificare, tra le società esistenti, quelle che per essere, esistere, agire e durare nel tempo hanno o hanno avuto necessariamente bisogno di:

1. un iniziatore (9) teorico o pratico, animato da una fede, da una credenza, da una certezza, da una convinzione, da un interesse, da una capacità particolare o da una volontà specifica;

2. un principio apertamente innovatore o apparentemente rinnovatore o falsamente assertore e difensore dei princìpi e dei valori che determinano e caratterizzano le società naturali e spontanee;

3. un modello ideale di aggregazione e di coesione umana, sostitutivo o surrogativo di quello proposto in natura dalle diverse società tradizionali;

4. una maniera pratica di attirare, aggregare e compattare le diverse genti che una qualunque teoria vuole raggruppare, inquadrare o omologare all’interno di un nuovo gruppo umano, differente e/o indipendente da quello tradizionale;

5. un dogma (politico, economico, sociale e/o religioso), un postulato, un assioma ideologico o teologico, una verità acquisita (non dimostrabile, né discutibile), uno schema (pseudo scientifico o pseudo spirituale), uno scopo (ideale o concreto) o un progetto (teorico e/o pratico) che, in definitiva, non sono altro intrinsecamente che delle semplici riduzioni ortogonali o dei semplici scorci parziali ed interessati dell’intera realtà;

6. una Weltanschauung (10), una dottrina specifica (politica, economica, sociale e/o religiosa), una Costituzione, uno Statuto, un Contratto (politico, economico, sociale e/o religioso) e/o delle regole di adesione e di condotta (politiche, economiche, sociali, giuridiche e/o religiose) relative al comportamento interno ed esterno del nuovo gruppo umano;

7. Un quadro o un ordinamento organizzativo ed operativo (politico, economico, sociale, giuridico e/o religioso), un organismo di accoglienza e di inquadramento, una struttura istituzionale, una "Loggia", una "Setta", un’Associazione "mafiosa", un "Partito", un "Movimento" o una "Fazione", la cui esistenza e persistenza nel tempo, deve essere sistematicamente garantita da una continua e costante capacità di persuasione (come la reiterazione sistematica dello stesso discorso iniziale, l’inalterabilità e l’indiscutibilità dei dogmi, l’indimostrabilità dei miti o delle certezze evocate, la non verificabilità delle promesse tenute, ecc.) e da una metodica capacità di coercizione psicologica e/o fisica, come la forza, la minaccia, il ricatto, la riprovazione morale, il rigetto civile e/o politico, la condanna e/o la sanzione giuridica o amministrativa.

Se ci guardiamo intorno, ci accorgeremo che i nemici contro i quali saremo costretti presto o tardi a confrontarci, rappresentano attualmente la quasi totalità degli Stati del mondo.

Presi in blocco, questi ultimi sembrano davvero imbattibili. E la loro strategia di distruzione verticale, orizzontale ed obliqua delle società tradizionali, sembra ugualmente inarrestabile ed indomabile.

Eppure, l’aggressione mondialista contro le nostre culture, la programmata bastardizzazione dei nostri popoli e la pilotata distruzione delle nostre società possono essere facilmente neutralizzate e messe in condizione di non nuocere. In modo particolare, se prima di iniziare a combattere gli effetti di questo genere di strategie, avremo preventivamente il buon senso o l’accortezza di osteggiarne soprattutto le cause: liberarci, cioè, dalle gravose ed avvilenti catene della nostra quasi bimillenaria schiavitù culturale e rimettere completamente in discussione la principale giustificazione ideologica, politica e pratica della progressiva dissoluzione delle nostre società.

Alberto B. Mariantoni

(1) Dal greco «anti» (contro) e «nomoV» (legge), l’«antinomia» (anti-nomia) è letteralmente, la «contraddizione della legge con se stessa». Per il «Dizionario Garzanti della Lingua Italiana» è la «compresenza, in un ragionamento, di due soluzioni reciprocamente esclusive e contraddittorie, entrambe ugualmente dimostrabili», (Garzanti Editore, XIXª edizione, Milano, nov. 1980, pag. 106).

(2) Vedere riquadro.

(3) Il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islam.

(4) Tra queste: "l’Ideologia ebraica", il "Messianismo cristiano », la "Riforma calvinista e puritana", la "Massoneria", "l’Illuminismo", l’Umanitarismo" e "l’Ideologia dei diritti dell’uomo", nonché quelle che hanno dato origine ai concetti di "Stato-Nazione", di "Dominion", di "Imperialismo", di "Internazionalismo », di "Colonialismo", di "Liberalismo economico", di "lndividualismo", di "Democratismo totalitario", di "Capitalismo cosmopolita" e di "Mondialismo politico-economico".

(5) Ad esempio: il "liberal-capitalismo" ed il "marxismo"; oppure il "marxismo-leninismo" ed il "nazionalsocialismo".

(6) Le nostre società Tradizionali, infatti, sembrano essere state minate e disgregate, nel tempo, da una serie di idee innaturali e sovversive differenti. E certe volte, persino antagoniste e contraddittorie. Quando, invece, cominciamo ad analizzare più da vicino lo stesso fenomeno, ci accorgiamo che la totalità di quelle idee, ha ogni volta la stessa origine; è invariabilmente impostata secondo lo stesso schema e risponde, sistematicamente, allo stesso principio motore: l’origine, lo schema ed il principio motore che, a mio giudizio, sono stati loro direttamente o indirettamente suggeriti, assegnati e/o trasmessi, nel tempo, dall’ideologia «giudeo-mosaica».

(7) Società autentica o naturale. Una società, cioè, che non ha bisogno di nessuna costruzione o elaborazione intellettuale e di nessuna finzione ideologica, politica, giuridica o amministrativa, per costituirsi, esistere ed operare.

(8) Società fittizia o innaturale. Una società che per capire il senso che io gli sto dando, può senz’altro essere paragonata ad un « gruppo umano supra-nationale » o ad una « Setta » religiosa.

(9) In altre parole: un "Capo", un "Leader", un "Profeta" o un qualunque "Antesignano", mitico o reale.

(10) Parola tedesca, impossibile da tradurre letteralmente, il cui significato può essere riassunto nella seguente formula: "Visione globale dell’uomo, della società, dello Stato e del Mondo".

 

Riquadro

Che cos’è un «riflesso condizionato»?

 

André Lalande ci dice che possiamo parlare di «riflesso condizionato», quando «un’eccitazione che determina primitivamente un certo riflesso è associata, per abitudine, ad una eccitazione differente che acquisisce, a sua volta, la proprietà di produrre lo stesso riflesso». (1)

Emilio Morselli, da parte sua, commentando le ricerche di Ivan Petrovitch Pavlov (1849-1936) (2), ci sottolinea che i «riflessi condizionati» sono «una classe di riflessi acquisiti per esperienza, e variabili (N.d.A.: quindi, distinti e diversi dai riflessi innati), che rispondono in modo mediato, o indiretto, a stimoli differenti dai primari, ma ad essi associati da un legame che ne fa dei veri e propri segnali». (3)

Ora, cerchiamo di riflettere:

1. Quali sono le componenti di base della «cultura» occidentale e di quella mediorientale?

2. Tra queste componenti, qual è quella che -negli ultimi duemila anni- è restata invariabilmente al centro del senso della storia e del vivere civile e morale di queste società?

3. Qual’è la componente culturale che -essendo diventata «dominante» rispetto alle altre- ha direttamente o indirettamente influenzato e continua invariabilmente a condizionare, sia il «retroterra culturale» delle nostre società che la formazione della «personalità di base» delle nostre popolazioni?

4. Da dove scaturiscono, quindi, i principali «riflessi condizionati» che, in generale, ci impediscono di identificare o di discernere, nella sua giusta dimensione, il vero senso della realtà nella quale viviamo ed operiamo?

Le mie telegrafiche risposte in proposito, non possono che essere queste:

1. Le principali componenti della cultura occidentale sono: la componente greca, quella etrusco-latina, quella romana (4) e quella giudeo-cristiana (5); le componenti della cultura mediorientale sono principalmente: la componente sumera, quella egiziana, quella ittita, quella assiro-babilonese, quella fenicia, quella medio-persiana, quella greco-ellenistica, quella romano-occidentale e romano-bizantina, quella giudeo-cristiana e quella giudeo-musulmana.

2. La componente culturale che -negli ultimi duemila anni- è restata invariabilmente al centro del senso della storia e del vivere civile e morale, sia delle società occidentali che di quelle mediorientali, ritengo sia quella che prende origine (con tutte le possibili ed immaginabili «variazioni sul tema») dalla «mitologia biblica»; in particolare, dal compendio ideologico e culturale che è deducibile dai primi cinque libri della Bibbia ebraica (6) (Pentateuco (7) o Torà (8)) e che definisco la Weltanschauung (9) «giudeo-mosaica» o concezione biblica dell’uomo, della società e del mondo.

3. La componente culturale che -essendo diventata «dominante» rispetto alle altre- può avere direttamente o indirettamente influenzato e condizionato, sia il «retroterra culturale» delle nostre società che la formazione della «personalità di base» delle nostre popolazioni, a me sembra sia la stessa Weltanschauung.

4. I principali «riflessi condizionati» che, in generale, ci impediscono di identificare o di discernere, nella sua giusta dimensione, il vero senso della realtà nella quale viviamo ed operiamo, dovrebbero quindi scaturire dalla medesima Weltanschauung.

Se le mie risposte sono giuste o corrispondono al vero, questo vorrebbe dire che l’incredibile antinomia che esiste nelle nostre percezioni e reazioni a proposito della realtà, è principalmente dovuta alla Weltanschauung «giudeo-mosaica».

Vorrebbe ugualmente dire che la visione o concezione «giudeo-mosaica» dell’uomo, della società e del mondo è praticamente responsabile di un’innaturale «colonizzazione culturale» che è stata (e continua ad essere ...) subdolamente ed impunemente perpetrata ai danni delle nostre società e delle nostre popolazioni.

Vorrebbe soprattutto dire che questa «colonizzazione» -oltre ad averci culturalmente plagiato per circa due millenni- continua, ancora oggi, da un lato, ad impedirci di riscoprire il senso del reale e del vero, nonché a precluderci la riappropriazione delle nostre naturali ed innate capacità di discernimento e di giudizio; dall’altro, a precluderci la possibilità di affrancarci dal suo servaggio, per potere effettivamente ricominciare a vivere e ad operare, in perfetta armonia con l’ordine cosmico, di cui noi stessi e l’ordine terrestre facciamo parte e siamo parte integrante.

A. B. M.

(1) "Vocabulaire technique et critique de la philosophie", vol. 2°: N-Z, Quadrige, P.U.F., XVIª edizione, Paris, 1988, pag. 903.

(2) In particolare, nell’articolo «Excitation psychique des glandes salivaires», "Journal de Psychologie", mars 1910; nonché nelle opere intitolate: "Vingt ans d’expérience dans les domaines de l’activité nerveuse supérieure des animaux" del 1922 e "Le reflexe conditionné" del 1935. Sullo studio dell’applicazione pratica delle teorie di Pavlov, vedere ugualmente: Seghiei Tchakhotine, "Le viol des foules par la propagande politique", 1939, riedizione del 1952.

(3) "Dizionario di filosofia e scienze umane", Signorelli, Milano, 1977, ristampa 1988, pag. 177.

(4) Naturalmente, insieme a quella «romana» vera e propria, debbono essere ugualmente citate la componente romano-celto-gallica, quella romano-gotica, romano-iberica, romano-illirica, romano-franca e romano-germanica.

(5) Questa «cultura», completamente estranea al mondo religioso e sacrale indoeuropeo, infiltratasi gradualmente in Europa a partire dal I secolo (grazie alla tolleranza delle strutture politeiste dell’Impero romano e grazie ugualmente al processo di decadenza politica e morale che conoscerà l’Impero nei secoli successivi) ed impiantatasi solidamente all’interno dei territori controllati dal potere imperiale a partire dall’Editto di Milano (313 d. C.) voluto da Costantino, ha agito sulle culture originarie europee seguendo una particolare strategia: in una prima fase, infatti, ha cercato -come una vera e propria «pianta parassita»- di impregnarsi di quelle culture e di recuperare alla sua causa la linfa vitale che emergeva da quelle esperienze; in una seconda fase, non riuscendo a conciliare l’ideale greco-latino con quello biblico, ha semplicemente favorito o imposto la messa al bando e l’occultamento fisico di quelle culture; in una terza fase, in fine, dopo aver fatto completamente dimenticare alle popolazioni europee le reali radici di quell’ideale, ha di nuovo pubblicizzato e rilanciato sul «mercato» alcuni aspetti «riveduti» e «corretti» di quelle culture (quelli, cioè, che si conciliavano di più con i dogmi della sua dottrina), recuperandole ad usum delphini o facendo in modo che le popolazioni europee potessero credere che esistesse un’effettiva affinità e/o continuità ideologica tra quelle culture e la cultura biblica. Risultato: oggi, i rari difensori e propagatori della «cultura classica greco-latina» (non quella originaria, ma quella «riveduta e corretta» dalla cultura giudeo-cristiana), li troviamo quasi esclusivamente tra i ranghi di coloro che, negli ultimi duemila anni, hanno largamente contribuito ad affossarla e/o a stravolgerla.

(6) La "Bibbia ebraica" è formata da 22.100 versetti (Jacob Kaplan, "Le vrai visage du Judaïsme", ed. Stock, Paris, 1987, pag. 224).

(7) È con il nome «Pentateuchos» che i traduttori successivi della Bibbia hanno definito i «primi cinque libri» di quest’opera (cioè, «Genesi», «Esodo», «Levitico», «Numeri» e «Deutoronomio»): dal greco «penta» che significa «cinque» e da «teucos» («strumento» e, per estensione, «libro») che a sua volta deriva dal verbo «teuchein» che significa «fabbricare, fare, formare». Definendo quei primi cinque libri con il nome «Pentateucos», quei traduttori hanno probabilmente «centrato», forse senza volerlo, la reale natura di quest’opera «sacra»: quella, cioè, di «cinque strumenti o libri fabbricati» (come lo stretto significato etimologico indica e specifica ...).

(8) In ebraico: «La Legge».

(9) Parola tedesca letteralmente intraducibile nella nostra lingua. Approssimativamente, però, possiamo attribuirgli il significato di: «visione o concezione globale dell’uomo, della società e del mondo».

 

 

 

L'ALTERNATIVA È ...

 

L’alternativa al sistema è un fatto politico, cioè qualcosa che interessa al cittadino.

Chi si interessa di politica o milita in una formazione politica deve innanzitutto fare un elenco di tutte quelle cose che possono essere di un qualche interesse per il cittadino.

Dopo di che deve incominciare a chiedersi quali possono essere le possibili soluzioni, dal suo punto di vista, ai vari problemi che i cittadini hanno in generale o ogni cittadino, nella migliore delle ipotesi, ha in particolare.

Se colui che fa politica pensa di risolvere i problemi dando soltanto delle risposte teoriche, rinviando quelle pratiche al giorno in cui andrà al potere (come sempre è accaduto nell’ambito della estrema destra, salvo qualche lodevole eccezione) allora si può tranquillamente essere sicuri di trovarsi di fronte a un cialtrone, un imbonitore, uno che promette un futuro migliore agli altri, del tutto opinabile, procurando, invece, un presente più che migliore a se stesso.

Di personaggi di questo genere è pieno il nostro mondo politico. Trattasi di coloro che si riempiono la bocca di belle frasi, di belle parole, di espressioni forbite ma che, all’atto pratico, non sanno realizzare una «O» con un bicchiere.

Il primo dato, invece, rassicurante è vedere l’uomo politico rimboccarsi le maniche e darsi da fare in maniera costruttiva nella realizzazione di un progetto.

Ciò che si legge può restare tutto nel cervello del lettore e diventare, pertanto, un fatto meramente intellettuale. Oppure il lettore può cercare, in qualche modo, da solo o con altri di realizzarlo.

In questo secondo caso abbiamo un atteggiamento di correlazione o consequenzialità fra il pensiero e l’azione e questo rappresenta il primo passo verso quella esperienza dominatrice della realtà e delle cose che è tipica del fascismo.

Un partito che si rispetti, che ha un certo numero di iscritti e di militanti, deve chiedere a ciascuno di loro quali sono le pulsioni interiori, gli interessi, le propensioni, le passioni recondite o manifeste e fornire, a chi risponde alle sollecitazioni in maniera positiva, gli strumenti per la realizzazione di questi aspetti particolari.

Se un iscritto, ad esempio, è un appassionato di ecologia, il partito gli deve dare la possibilità di costituire un gruppo o una associazione ecologica che si faccia carico delle problematiche ambientali e delle sue possibili soluzioni reali. Questa attività potrebbe richiedere l’intervento di esperti o di tecnici del settore che, se non reperibili nell’ambito del partito, vanno ricercati con le dovute maniere nella società.

Da molti anni abbiamo notato che esistono vari "cuib" che si rifanno all’esperienza della Guardia di Ferro romena. Noi ci chiediamo: «si rifanno a quella esperienza librescamente parlando oppure fanno come i legionari che andavano a costruire una casa se un loro camerata ne aveva bisogno perché si doveva sposare?».

Vogliamo cioè dire se esiste lo spirito di servizio tra noi o esistono soltanto le chiacchiere.

Oggi c’è il problema della "mucca pazza".

Quale potrebbe essere una possibile soluzione per un ambiente umano che non volesse rinunciare a mangiare la carne?

Presto detto. Si costituiscano davanti a un notaio delle associazioni "Città-Campagna" con lo scopo sociale di rimediare prodotti alimentari sani e genuini. Ci si guardi intorno prima fra gli iscritti per verificare se ci sono persone che operano nel settore dell’agricoltura o dell’allevamento. Se non ci sono, si contattino agricoltori biologici o allevatori biologici creando con loro degli accordi.

Offrendo garanzia dell’acquisto di un prodotto in cambio della offerta di un prodotto genuino con una percentuale di maggiorazione sul prezzo rispetto a quello corrente.

Contattare un veterinario iscritto al partito e, se non c’è, un veterinario di conoscenza o segnalato da altri, che possa effettuare ciclicamente i controlli sulla produzione di carne, e un agronomo delle varie associazioni di agricoltura biologica (vedi AIAB) per i controlli sulle operazioni dei campi.

Se tutto ciò non fosse sufficiente chiedere agli iscritti se qualcuno possiede terra da coltivare e, tanto per incominciare, cimentarsi al sabato e alla domenica in sortite di tipo agreste per apprendere i rudimenti della terra e della stalla.

Se tutto questo fa storcere il naso a qualcuno, allora questo qualcuno vada pure a frequentare altri lidi perché quelli del «libro e moschetto», tanto per intenderci, non fanno per lui.

Fino a quando ognuno di noi non troverà il suo giusto equilibrio tra il dire e il fare, fra la parola e l’atto, avremo soltanto, al massimo, dei buoni oratori, dei buoni scrittori, degli «intellettuali» ma con essi, o solo con essi, non si potrà mai trasformare e plasmare la realtà a propria immagine e somiglianza.

Per risanare il nostro ambiente malato ci vuole una cura da cavallo, tanto per intenderci e ufficiali venuti dalla gavetta e non dalle accademie.

Come per l’esempio riportato più vicino alla nostra ultima esperienza di lavoro, se ne possono citare tanti altri, dando le risposte opportune.

Ma lo faremo, se ci sarà richiesto, solamente alle persone effettivamente interessate che potranno contattarci all’indirizzo di posta elettronica:

alborracino@interfree.it

o, telefonicamente, allo 0744-983430 - ore pasti.

 

Alessio Borraccino  (gennaio 2001)

 

 

Il Legionario non canta più

Alberto B. Mariantoni

 

Le sconfitte si trasformano in disfatte quando non abbiamo la forza di ribellarci alla sorte.

«Mancò la fortuna, non il valore» si disse. Quando ancora con le carni lacere ed insanguinate, pur perdendo la quarta sponda, i nostri padri continuarono a combattere ed a morire con il nome d’Italia sulle labbra.

«Mancò la fortuna», ma il valore e la tenacia di quanti avevano combattuto e sofferto, diede la forza ad altri di reagire.

Si inalberò nel cielo una bandiera. All’appello accorsero cantando le giovani linfe dell’onore e del santo sacrificio. L’Italia fu Repubblica, ma la fortuna ancora una volta volse altrove il suo sguardo. E fu sconfitta.

Il valore, però, non era mancato. E nel suo segno, a migliaia vennero i figli d’Italia per continuare.

La sacrosanta lotta del «sangue contro l’oro», ancora una volta aveva rinvigorito, con il suo olocausto, la fiamma dell’eterna luce di Roma.

La giovinezza d’Italia si era battuta con le unghie e con i denti. Aveva perduto, ma non era ancora stata soggiogata.

La fierezza ed il valore di quanti ci avevano preceduto, ci spronarono a credere ed, insieme ad essi, a sperare più forte.

Lottammo con tenacia e caparbietà, poiché su quella strada, il Legionario furente e scarnito dalle mille battaglie, aveva ancora una volta intrapreso a fatica il cammino della speranza. E cantando, ci aveva additato la meta comune.

Abbiamo fatto insieme molta strada, Legionario. Ed anche se il tuo passo ormai infiacchito dagli anni non ci ha più dato la sua inconfondibile cadenza, il cammino non lo abbiamo mai smarrito, non lo abbiamo mai interrotto: la stessa meta di ieri, la stessa tua canzone di sempre, per la stessa Patria.

Nel lungo e difficile cammino intrapreso, non ci siamo mai dimenticati di te. E nelle soste dei nostri bivacchi, attorno ai fuochi, tra dolci folate di brezza, abbiamo continuato ad udire la tua canzone.

Quella canzone, l’abbiamo intonata anche noi. L’abbiamo insegnata ai nostri figli ed ai nostri nipoti. E nel cielo stellato e sereno la nostra comune canzone è volata a chiamare la luce.

Abbiamo cantato. Abbiamo lottato entusiasti. Abbiamo atteso. Abbiamo sofferto in silenzio, senza mai perdere di vista il punto fisso che tu ci avevi indicato, sulla linea indelebile dell’orizzonte. Ma il bagliore del nostro immancabile avvenire, stenta, però, ancora oggi, ad illuminare di sole l’aurora della nostra vita.

La nostra religiosa ed irriducibile contemplazione della natura, cerca invano di percepire la tua parola. Un tuo segno. Un tuo indizio.

Cerca di captare nel vento le indimenticabili strofe del tuo canto travolgente di allora. Ma è silenzio. Inspiegabile quiete.

Perchè non canti più Legionario?

Cade d’un tratto dal cielo una goccia a rigarci le membra: è pianto, non acqua.

Forse, non è questa la strada? Forse, abbiamo frainteso la meta che ci avevi indicato?

Canta, Legionario, ti preghiamo. Ti imploriamo. Ti supplichiamo.

Perchè non canti più, Legionario?

Tu che sei l’eterno custode della nostra Rivoluzione e del nostro irradicato ed imperituro ideale, rispondici. Dicci qualcosa.

Perchè ci abbandoni, Legionario?

Ti scongiuriamo: additaci ancora la strada, se l’abbiamo smarrita.

Dacci ancora la forza di cadenzare il nostro passo ormai stanco ed affaticato dagli anni, al canto della tua e della nostra Fede. E non lasciare che il tuo silenzio e le tue inspiegabili lacrime facciano irrimediabilmente sgorgare dai nostri cuori, la triste amarezza della nostra desolata disperazione.

Alberto B. Mariantoni

 

 

 

7 dicembre 2000

Manifestazione di Nizza

Se ci fosse ancora bisogno di conferme vi giro una notizia dell’ultima ora.

A Nizza, in piazza Alsazia e Lorena, anarchici, aderenti ai centri sociali, Bovè e compagnia bella hanno attaccato, dalle ore 14,50 alle 15,05, non la manifestazione europea ma -udite, udite- la manifestazione del Front National che, per l’occasione, era stata lasciata completamente abbandonata a se stessa dalle autorità locali.

È ora di finirla con queste guardie bianche del sistema; con questa teppaglia non vogliamo e non dobbiamo avere nulla a che spartire.

I nostri alleati sono quelli che attaccano i globalizzatori e non le forze anti-globalizzazione.

Traete le dovute conseguenze.

Claudio Marconi

I «pifferi di montagna»

Gli «anti-globalizzatori» di Bovè e soci erano tutti operai della cintura industriale intorno a Nizza che per la loro partecipazione hanno avuto la giornata pagata, il viaggio ed il vitto (chissà chi pagherà?).

Il corteo di questi «difensori dell’umanità» era capeggiato da tutti i deputati della sinistra francese facente parte del Governo Jospin che in piazza erano contro (si fa per dire) la globalizzazione mentre all’interno trattavano con i globalizzatori.

Durante l’indegno ed infame assalto ai manifestanti del Front National hanno avuto quello che si meritavano: sono proprio come i pifferi di montagna che «vennero per suonare e furono suonati».

Chi ha orecchi -e cervello- per intendere, intenda.

Claudio Marconi

 

 

Hitler, i Giudei e le rappresaglie

Alberto B. Mariantoni

Non che i cosiddetti "nazisti" (o, meglio, coloro che negli ultimi 50 anni ci sono stati minuziosamente descritti come il migliore esempio di "male assoluto") mi siano mai stati particolarmente simpatici …

Chi mi conosce, infatti, sa perfettamente che pur rivendicando per il mio popolo-nazione e per quelli altrettanto validi ed onorevoli che esistono sul nostro Pianeta (e, se mi si dimostrerà che si trovano dei popoli-nazione pure all'interno o al di fuori della nostra Galassia, anche per loro!), il diritto inalienabile -oltre naturalmente alla libertà, all'indipendenza, all'autodeterminazione ed alla sovranità politica, economica, sociale, culturale, religiosa e militare nazionale- all'identità (1) etnica e storica, mi sono sempre opposto ad un mero ed indimostrabile razzismo biologico, in quanto considero che l'uomo sia un approssimativo cocktail di spirito e di materia e non un'assoluta ed incontestabile "entità scientifica" che si possa infallibilmente misurare o valutare attraverso un qualunque computo comparativo o la semplice descrizione dei suoi caratteri somatici, oppure l'analisi biologica delle sue naturali impronte genetiche (lasciamo tutto ciò, all'israelita e massone Cesare Lombroso ed ai suoi eventuali apologeti!).

Come dicevo, quindi, nonostante che da un punto di vista politico e personale, i "nazisti" non mi siano mai stati particolarmente simpatici, sono costretto a constatare che nei loro comportamenti -in ogni caso, quelli che i media di regime ci hanno così dettagliatamente e prosaicamente presentato negli ultimi 50 anni- rassomigliano stranamente agli Israeliani di oggi. (O sono gli Israeliani di oggi che rassomigliano ai "nazisti" che ci hanno descritto?).

Chi non ricorda -tra coloro che, come me, "giovani" non lo sono più- i milioni e milioni di ore di trasmissioni radiofoniche e televisive, nonché i fiumi di inchiostro e le tonnellate di bobine di carta che -nell'ultimo mezzo secolo (ed anche di recente …)- sono stati impiegati per descrivere e condannare, senza riserve, l'abominevole metodo "nazista" della rappresaglia?

Chi non ricorda i commoventi e raccapriccianti dettagli delle ingiustificate e sproporzionate rappresaglie compiute dalle truppe hitleriane, in piena Seconda Guerra mondiale, ad esempio, alle Fosse Ardeatine (il processo Priebke docet!) o a Marzabotto, in Italia, o ad Oradour-sur-Glane, in Francia?

Ebbene, mi domando: come mai quegli stessi media che fino a ieri (e forse, fino ad oggi …, se facciamo rapidamente un attento giro di zapping tra gli infiniti canali eterei o le onde hertziane dei nostri televisori o delle nostre radio…) hanno così aspramente e certosinamente stigmatizzato le imperdonabili ed inarchiviabili responsabilità degli autori di quelle inaccettabili e criminali rappresaglie, non spendono oggi nemmeno una parola per condannare le quotidiane, sproporzionate ed ugualmente criminali rappresaglie Israeliane contro i Palestinesi? Un popolo, cioè, che è esclusivamente reo di chiedere -dopo 52 anni di sovrumana ed infinita pazienza …- il diritto alla sua libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità nazionale, su una ridicola parte di quei territori che fino al 1948 erano stati la sua terra e la sua patria, per almeno duemila anni.

Per quale recondita ragione, ad esempio, le rappresaglie "naziste" nei confronti dei partigiani, dei sabotatori, degli attentatori o degli stessi oppositori Israeliti e non, dovrebbero continuare ad essere sistematicamente ed unanimemente condannate dalla nostra società (ed addirittura, insegnate a scuola, come materia di studio, per poterle meglio condannare e permettere alle giovani generazioni di tenere sempre vivo nelle loro coscienze il senso della memoria storica a proposito di quelle vergognose ed indecenti abominazioni); mentre invece, le rappresaglie Israeliane che da più di cinquant'anni continuano a colpire indiscriminatamente la popolazione palestinese, distruggendo e radendo loro al suolo con la dinamite migliaia dei loro villaggi (tra questi, il famoso villaggio biblico di Emmaüs che è diventato, come per incanto, la "Foresta Canada", una gradevole ed ombreggiata pineta dove vanno a fare il pic-nic, il sabato pomeriggio, gli attuali coloni israeliani); uccidendo, imprigionando e torturando chiunque tra di loro osi reclamare l'applicazione delle decine e decine di risoluzioni dell'ONU che domandano l'immediata evacuazione dei coloni e delle truppe di Tel Aviv da quei territori e ne condannano la loro occupazione militare; facendo "sparire" o condannare senza processo; oppure spaccando gambe e braccia con la cassa del fucile, o ancora sparando all'impazzata con i fucili mitragliatori, le mitragliatrici, i lanciagranate e, come sta addirittura avvenendo in questi giorni, persino utilizzando, nelle loro rappresaglie, l'artiglieria pesante, i carri armati ed i missili aria terra (dagli elicotteri) e mare terra dalle loro vedette.

Il tutto, per sedare un'ormai inarrestabile rivolta popolare che è condotta da sorprendenti turbe di ragazzini e di adolescenti -senz'altro degni ed eroici emuli del nostro imperituro e glorioso Balilla Perasso di Genova …- che lanciano pietre ai loro oppressori israeliani o sparano loro qualche fucilata, per manifestare l'incontenibile rabbia e l'insopprimibile scontento di chi sa di non avere avvenire..

Quei ragazzini -contrariamente a quanto ci raccontano i prezzolati pennivendoli delle nostre televisioni o dei nostri giornali- non lanciano sassi agli Israeliani per il solo gusto di provocare un qualunque scontro con i loro oppressori. Nella loro stragrande maggioranza -spesso lo dimentichiamo e con noi coloro che li diffamano impunemente- hanno probabilmente già avuto un padre, una madre uno zio, un fratello o una sorella (o più persone all'interno di una stessa famiglia…) assassinati o mutilati. Arrestati o deportati.

Com'è possibile, dunque, che i media di cui sopra, abbiano la faccia tosta di mettere quegli infuriati, disperati ed inascoltati eroi del XXI secolo, sullo stesso piano dei loro quotidiani e sanguinari carnefici?

Quei ragazzi e quegli adolescenti -non dimentichiamolo- non hanno quasi certamente conosciuto nient'altro, nella loro vita, che i rastrellamenti, i bombardamenti, gli oscuramenti ed il coprifuoco quotidiano imposti dalle truppe di Tel Aviv. Non hanno conosciuto nient'altro che le sirene, gli allarmi, le raffiche di mitra intimidatorie (e, spesso, come abbiamo dovuto ultimamente constatare, anche a bruciapelo!) o le bastonate ed i calci dei pattuglioni di Tsahal. Quei ragazzi e quegli adolescenti -visto che sono nati e cresciuti sotto l'occupazione militare israeliana- non hanno conosciuto nient'altro che i soprusi, le gratuite e raffinate nefandezze dei loro aguzzini, le meticolose ed assillanti angherie poliziesche di quei delinquenti in uniforme che pretendono addirittura definirsi soldati o gendarmi della democratica Israele. In particolare, quando sono quotidianamente costretti a domandare un "salvacondotto" o un "permesso di transito" per andare a trovare un fratello o una zia che risiede in un altro villaggio. Oppure per poter fare soltanto qualche metro lontano dalla loro abitazione; o ancora, quando debbono farsi quotidianamente perquisire ed umiliare al passaggio degli innumerevoli ed inevitabili posti di blocco che costellano a rete la banda di Gaza ed i territori della Cisgiordania. Ovvero, quando debbono subire, con i loro genitori o le loro famiglie, gli arbitrari e mortificanti interrogatori, gli arresti indiscriminati, i sequestri di persona, gli attentati e gli assassinii premeditati.

Comportamenti che vengono sistematicamente ed invariabilmente praticati dagli agenti del Mossad o dello Sin Bet. Naturalmente, ogni volta, in piena notte e senza nessuna regola giuridica, tra i vicoli e gli angiporti dei miseri ed assediati villaggi palestinesi o all'interno dei loro squallidi e maleodoranti quartieri alla periferia delle principali città di quella regione.

Colmo dei colmi, così come i nazisti imponevano agli Israeliti la famosa stella di David gialla, cucita sul petto, per poterli meglio riconoscere a vista (così, almeno, la gente come me ha appreso dai media …), gli Israeliani impongono ai Palestinesi, il colore verde (mentre il "giallo" è per gli Israeliani) per le targhe delle loro automobili e dei loro ciclomotori, per poterli meglio controllare da lontano, seguirli ed individuare i loro spostamenti o, semplicemente, per poterli più facilmente e rapidamente arrestare e perseguire, a seconda delle variazioni del loro buonumore quotidiano!

Ora considerato quanto mi sono permesso di descrivere, mi pongo un'ultima domanda. Di due cose l'una: sono le leggi e la giustizia che debbono primeggiare nel rapporto quotidiano che i popoli, i gruppi o le singole persone intrattengono tra di loro? Oppure, è la legge del più forte che deve prevalere?

Se è il diritto (nazionale ed internazionale) e la giustizia che debbono assolutamente primeggiare, si fermi, allora, una buona volta la mano omicida dei criminali di Tel Aviv e si ristabiliscano nei loro diritti inalienabili le martoriate ed ingiustamente calpestate popolazioni della Palestina.

Se è la legge del più forte che deve dare il "la" (sesta nota musicale della scala diatonica) alle usuali controversie ed ai normali dissidi tra i popoli e le nazioni, tra i gruppi ed i gruppi, tra singoli e singoli, allora è Hitler che aveva senz'altro ragione!

Aveva ragione, a mio avviso, poiché sosteneva, senza nessuna ipocrisia, che «chi picchia per primo», «picchia due volte» ... E che -in un mondo che certi incontrastabili ed inconfessabili interessi hanno voluto razionalmente ed esclusivamente organizzare intorno all'assurdo ed inumano principio dei cosiddetti "rapporti ineguali" e della "legge del più forte"- per avere una qualunque possibilità di avere ragione, prima di tutto, è necessario ed indispensabile essere forti. Anzi, invincibili …

Prova ne è l'esistenza dello stato di Israele… che siccome, in questo momento, è senza dubbio alcuno il più forte, ha sempre, comunque ed inevitabilmente ragione!

Alberto B. Mariantoni

(1) Come mi sembra di avere già affermato in altre occasioni, non capisco il motivo per cui, un "cavallo" che preferisca in un certo senso continuare a rimanere "cavallo", non solo non possa avere il diritto -senza per questo discriminare o snobbare gli altri animali che costituiscono la fauna terrestre- di restare tale ma, debba essere addirittura perseguitato ed additato al pubblico ludibrio, per la semplice ragione che rifiuti fermamente di accettare i consigli, le prescrizioni (e, tra non molto, anche gli ordini…) di certi "somari" che cercano sistematicamente di convincerlo che la migliore soluzione per la sua continuità etnico-storica e/o per il "bene dell'intero zoo", è quella di generare o di mettere al mondo dei "muli"!  

 

 

IL PROGRAMMA SOCIALE DELLA R.S.I. NELLA "CARTA DI VERONA"

La Carta di Verona non è da considerarsi solo come un documento programmatico redatto in tempo di guerra ed in una particolarissima congiuntura storica. In essa è infatti riscontrabile una lucida lungimiranza che si esprime nell’arco dei «diciotto punti» tra i quali alcuni spiccano per essere all’avanguardia, ieri come oggi, soprattutto per quel che riguarda la politica sociale e la concezione dei diritti dei lavoratori. È di questi punti, la cui attualità rimane invariata a mezzo secolo di distanza, che ci occuperemo qui sinteticamente.

L’inviolabilità della proprietà privata è garantita dall’articolo 10 del documento in questione. Ad essa però viene posto un limite ben preciso: «(La proprietà privata) non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro». Viene così censurato un comportamento marcatamente capitalista che consiste nell’ottenere il massimo profitto dai lavoratori corrispondendo loro il minimo del salario. Inoltre si garantisce, all’interno dello Stato, il diritto alla proprietà tutelando nel contempo quello al lavoro e ad una giusta retribuzione.

Mussolini stesso, pochi giorni prima di morire, definirà la proprietà «sacra fino a che non diventi un insulto alla miseria».

Questo articolo è alla base della costruzione socialista della Repubblica di Salò, costruzione che si concreta più avanti, nell’enunciato dell’articolo 12, quello sulla socializzazione appunto, nel quale viene prevista la cooperazione dei lavoratori alla gestione dell’azienda e alla fissazione dei salari nonché la partecipazione degli stessi lavoratori agli utili dell’impresa.

Confrontando i due punti finora esaminati si può notare come nella Repubblica Sociale Italiana il capitale, pur essendo garantito entro limiti ben precisi, è comunque subordinato al lavoro, vero soggetto dell’economia nazionale e posto sotto la tutela ed il controllo dello Stato.

Negli articoli 13 e 15 vengono sanciti due diritti fondamentali che già il Regime Fascista aveva strenuamente difeso e tutelato con l’introduzione di importanti misure: si tratta del diritto alla terra e del diritto alla casa. Per quanto riguarda il primo viene previsto, tra l’altro, l’esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite a favore dei braccianti ovvero al fine di istituire cooperative la cui forma varierebbe a seconda delle esigenze dell’economia agricola. Tutto ciò, ferma restando l’applicazione delle leggi del Ventennio di cui sopra.

Così come limita e contiene il capitalismo industriale, la Repubblica Sociale prosegue la lotta al latifondismo agricolo iniziata dal Regime Fascista.

Per quanto riguarda il diritto alla casa, nel punto 15 viene stabilita una continuità con il ventennio precedente attraverso l’istituzione di un Ente Nazionale per la casa del popolo che assorba e potenzi le strutture del preesistente Istituto Case Popolari. Viene inoltre sancito il diritto alla proprietà dell’abitazione enunciando il principio generale per cui l’affitto, una volta rimborsato il capitale e pagatone l’interesse, costituisce titolo di acquisto. Anche qui l’audacia del legislatore pone il manifesto di Verona all’avanguardia delle legislazioni sociali esistenti.

Abbiamo trattato solo alcune delle misure in materia sociale contemplate dalla Carta di Verona, volendo porre l’accento non solo sulla loro portata rivoluzionaria ma anche sulla coerenza con il pensiero fascista e sulla continuità che esse riscontrano con l’esperienza del ventennio precedente.

Non è certo questa la sede per cercare di immaginare quale potrebbe essere il contesto sociale attuale se questo programma avesse avuto il tempo di realizzarsi e di perfezionarsi. Sicuramente, però, si sarebbe potuta realizzare una superiore giustizia sociale senza bisogno di tante chiacchiere e di tanti sperperi.

Vittorio Bonacci

 

Il «28 Ottobre»…

Alberto B. Mariantoni

 

Il 28 Ottobre (in realtà, tra il 27 ed il 31 Ottobre…) di settantotto anni fa, avveniva la «Marcia su Roma»: un’insurrezione nazionale, popolare e rivoluzionaria che metteva fine alla situazione di disordine strutturale e di guerra civile generalizzata che regnava in Italia dalla fine della Prima guerra mondiale.

Nell’arco di quelle giornate, più di 150 mila squadristi erano insorti con sincronia militare in tutta la Penisola ed avevano preso il controllo delle principali città italiane, a cominciare da quella di Siena; mentre altre 50 mila Camice Nere, ripartite in tre colonne che provenivano da Monterotondo, da Tivoli e da S. Marinella (senza contare i 5 mila uomini di riserva che si erano attestati su Foligno) erano confluite sulla capitale e, stringendola d’assedio, avevano dato lo «scossone finale» al governo di destra dell’on. Luigi Facta ed indirettamente costretto il Re Vittorio Emanuele III a dare l’incarico di formare il nuovo Governo a Benito Mussolini, il Duce della rivoluzione fascista.

L’idea di quella rivoluzione era nata appena 43 mesi prima, da una serie di articoli e di comunicati stampa, redatti da Mussolini, che erano apparsi su "Il Popolo d’Italia", in risposta al disfattismo generalizzato e alla disobbedienza civile che, in quell’epoca, erano largamente alimentati e favoriti dal massimalismo socialista trionfante e dalle prime avvisaglie dell’allora sbocciante tracotanza bolscevica.

Il 2 Marzo 1919, in uno di quegli articoli, Mussolini invitava «corrispondenti, collaboratori e seguaci de "Il Popolo d’Italia", combattenti, ex-combattenti, cittadini, e rappresentanti dei Fasci della Nuova Italia e del resto della Nazione ad intervenire all’adunanza privata che si terrà a Milano, il 23 Marzo».

Il 6 Marzo successivo, in un comunicato dello stesso giornale, lo stesso Mussolini specificava: «da quella adunata usciranno i Fasci di Combattimento il cui programma è racchiuso nella parola». (...) «Il 23 Marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno cioè i Fasci di Combattimento che faranno fronte contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra».

Il 18 Marzo, un nuovo pezzo del futuro Duce, sottolineava: «Noi vogliamo la elevazione materiale e spirituale del cittadino italiano (non soltanto di quelli che si chiamano proletari ...) e la grandezza del nostro popolo nel mondo. Quanto ai mezzi non abbiamo pregiudiziali: accettiamo quelli che si renderanno necessari: i legali e i così detti illegali. Da tutto questo travaglio usciranno nuovi valori e nuove gerarchie».

Il 23 Marzo 1919 -dopo una riunione preparatoria che si era tenuta il 21 dello stesso mese- l’attesa assemblea, presieduta dal capitano degli arditi Ferruccio Vecchi e composta da appena 53 persone di origini politiche le più svariate (per lo più, ex-interventisti, futuristi, ex-sindacalisti, ex-socialisti rivoluzionari, ex-arditi, reduci di guerra, ex-volontari fiumani, ecc.), ebbe luogo nella sede dell’Alleanza Industriale e Commerciale di piazza San Sepolcro, a Milano.

In quell’occasione, fu lo stesso Mussolini a definire la natura e la portata del nuovo movimento fascista: «noi siamo -egli disse- degli antipregiudizialisti, degli antidottrinari, dei problemisti, dei dinamici; (...) noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani -bianchi, rossi, neri- che mettono in commercio le droghe miracolose per dare "felicità" al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli: non crediamo soprattutto alla felicità, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica -sia essa di specie economica o politica o morale- a una soluzione lineare dei problemi della vita, perché, -o illustri cantastorie di tutte le sacrestie- la vita non è lineare e non la ridurrete mai a un segmento chiuso fra bisogni primordiali».

Il Fascismo era nato.

Inutile, in questa sede, ritracciare il calvario di quella rivoluzione. In particolare: le sconfitte elettorali, le persecuzioni poliziesche, le impari battaglie con i sovversivi, gli infiniti lutti subiti, le delusioni, le amarezze, le frustrazioni.

Sembrava davvero impossibile che un pugno di irriducibili potesse arrestare la valanga sovversiva socialcomunista e cambiare il corso della storia. Eppure, con il coraggio e la fredda determinazione che li animava, quel manipolo di eroi riuscì a dare l’esempio ai tiepidi ed ai rinunciatari, riuscì a scuotere i pigri e gli ignavi dal loro torpore, riuscì ad amalgamare intorno a sé la parte sana della nazione e masse sempre più vaste di italiani.

Sarà il miracolo di quella rivoluzione!

«Il fascismo comincia a crescere, tumultuosamente, impetuosamente dopo il novembre del 1920; richiama alla mente di tutti, amici e avversari, una sola immagine: quella di un corso d’acqua che d’un tratto si gonfi e rompa ogni argine e dilaghi oltre ogni previsione».

Dopo le sanguinose violenze, gli scioperi, le occupazioni, le aggressioni e gli agguati che avevano continuato a subire durante il famoso «biennio rosso» (1920-1921), i fascisti -rincuorati ed ingigantiti dall’indescrivibile affluenza di nuove reclute- riusciranno a restituire colpo su colpo ai loro avversari ed a distruggere progressivamente la forza offensiva dei partiti sovversivi.

La resurrezione della nazione italiana era ormai alle porte.

I fascisti, infatti, con il loro sacrificio, oltre a mettere fuori combattimento i loro avversari, «avevano colpito a morte il vecchio regime. Avevano salvato la civiltà italiana alla nuova storia. Avevano difeso tutta l’Europa da una delle più convulse esplosioni di barbarie. Avevano ridestato a vita immortale -con il sangue dello stesso sacrificio- i padri del Risorgimento e i nipoti non indegni ch’erano caduti nella grande guerra».

Quegli uomini, il 28 Ottobre 1922, dopo tante privazioni e rinunce, ebbero la gioia di vedere realizzato il loro sogno e quella di potere, infine, assaporare il gusto della loro meritata vittoria.

Lo stesso non posso dire per me e per quanti, da più di cinquant’anni, hanno cercato di essere fedeli a quella medesima tradizione.

La mia generazione, purtroppo, ha conosciuto solo le sconfitte, le delusioni e le amarezze. È nata troppo tardi per marciare con coloro che durante il Ventennio contribuirono alla rinascita della nostra Nazione e, probabilmente, troppo presto per farlo con coloro che sicuramente verranno per riscattare di nuovo la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità della nostra Patria.

La sola gioia che posso vantare nel contesto della mia fede, è quella di avere avuto l’opportunità e l’onore, nel corso della mia gioventù, di conoscere personalmente un certo numero di squadristi di quella rivoluzione.

Difficile descriverli. Impossibile dimenticarli. Erano degli uomini per cui, ancora oggi, vale la pena di vivere e di continuare a soffrire, semplicemente per poterne testimoniare l’esistenza e tramandare le gesta.

 

Alberto B. Mariantoni

 

 

PALESTINA OTTOBRE 2000
IL MASSACRO

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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17 ottobre 2000

Israele, l’intoccabile

Per un conflitto che, da più di 52 anni, continua dolorosamente a vivacizzare la cronaca quotidiana, sarebbe davvero vano ed illusorio sperare di poter tentare di evocare degli argomenti nuovi o originali che potrebbero in qualche modo meglio metterlo a nudo, sia per permettergli di uscire dalla sua usuale impasse che per predisporlo ad una qualunque soluzione che smentirebbe definitivamente la sua complessa ed inestricabile apparenza.

A cosa servirebbe, infatti, continuare ad evocare le principali ed arcinote risoluzioni dell’ONU che riguardano il conflitto Israelo-Palestinese -come, ad esempio, la risoluzione 181 che determinava i territori della Palestina che dovevano costituire lo Stato ebraico e lo Stato arabo nel ‘48? Oppure, la risoluzione 194, dell’11 dicembre ‘48, che fissava il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi? O ancora, la risoluzione 242, del 22 novembre ‘67, che dichiarava inammissibile l’acquisizione di territori arabi con la forza? Ovvero, la risoluzione 2649, del 30 novembre ‘70, che riconosceva il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, o la risoluzione 338, dell’ottobre ‘73, che reclamava l’applicazione della 242 e la realizzazione di condizioni favorevoli ad una pace duratura nel Medio-Oriente? O ugualmente, la risoluzione 3236, del 22 novembre ‘74, che ricordava il diritto alla sovranità ed all’indipendenza nazionale per il popolo palestinese? Questo, naturalmente, senza contare la risoluzione 112, del 29 luglio ‘80, che domandava il ritiro d’Israele dai territori occupati, prima del 15 novembre ‘80, o la risoluzione 478, del 1° marzo ‘80, che condannava Israele, sia per la sua violazione della legge internazionale a Gerusalemme che per la sua politica di colonizzazione all’interno dei territori occupati. Né dimenticare, tra l’altro, la stretta sostanzialità degli "Accordi di Campo David" del ‘78 o quella degli "Accordi di Oslo e di Washington" nel ‘93.

Alla luce dei sanguinosi avvenimenti di queste ultime settimane in Palestina e che hanno provocato fino ad ora più di 106 morti e migliaia di feriti (la quasi totalità, Palestinesi!), non posso impedirmi di constatare che Israele –con la complicità diretta o indiretta della maggior parte degli Stati e dei Governi del mondo, e più particolarmente degli Stati Uniti d’America– continua impunemente a sfidare la legge internazionale e ad arrogarsi il diritto di fissare degli ultimatum stravaganti e pretestuosi, di dettare delle condizioni strampalate ed inaccettabili, nonché di operare delle rappresaglie omicide e sproporzionate nei confronti della popolazione palestinese tutt’ora incatenata ed impotente. Una popolazione che –da più di 52 anni– non domanda in realtà nessun altra cosa che potere infine avere l’occasione di esercitare liberamente i propri diritti inalienabili all’indipendenza ed all’autodeterminazione sopra un’infima parte di quelli che ancora mezzo secolo fa erano i suoi propri territori. Ed allo stesso tempo, liberarsi, una volta per tutte, dalla più ingiusta e dalla più insopportabile delle occupazioni militari e delle oppressioni coloniali che la storia abbia mai ricordato.

Come è dunque possibile che al livello delle responsabilità oggettive che emergono da quel conflitto, si possa ancora continuare a mettere sullo stesso piano –soprattutto sulla stampa…- la violenza dei "carnefici" e quella delle "vittime"?

Prendendo il rischio di scioccare l’opinione pubblica "benpensante", immaginiamo per un solo istante quale avrebbe potuto essere la reazione della maggior parte degli Stati del mondo, se lo stesso comportamento praticato invariabilmente da Israele contro i Palestinesi durante gli ultimi 52 anni, fosse stato tenuto (magari, durante un solo mese…) –ad esempio– dalla Iugoslavia di un qualunque Milosevic, oppure dall’Iraq di un qualsiasi Saddam Hussein, o ancora dal Cile di un qualunque Pinochet?

La mia domanda, a questo punto, è semplice da enunciare: per quale misteriosa ed inconfessabile ragione, Israele –nel contesto della legalità internazionale– avrebbe dunque diritto ad uno speciale trattamento che nessuno dei membri dell’Assemblea generale dell’ONU sarebbe mai disposto a riconoscere o riservare a nessun altro dei paesi del mondo?

Alberto B. Mariantoni

 

Succede solo da Mc Donald's?

Mc Donald’s: quello che vedete è quello che realmente mangiate? Quello che leggerete è un allarme proveniente dal Brasile, per la precisione da fonti dell’università di agraria di Sao Paolo... parrebbe folle, ma forse il fatto che tanti assidui consumatori di hamburger yankee si siano ammalati di toxoplasmosi e tubercolosi celebrale rende tutto molto più verosimile... Se credete che quello che mangiate da Mc Donald’s sia carne di soia o di cavallo, dopo aver letto quanto segue, desidererete di aver mangiato davvero la "nutriente" carne di soia (non transgenica si spera...) o la non tossica carne di cavallo. Secondo fonti autorizzate dell’Università Statale del Michigan, si è scoperto recentemente che la carne utilizzata da Mc Donald’s per i suoi hamburgers, proviene da "autentici" vitelli senza gambe e senza corna, che sono alimentati per mezzo di tubi legati allo stomaco e che di fatto non hanno ossa, ma solo un po’ di cartilagine che impedisce alle loro membra di disfarsi. Coloro che li hanno visti assicurano che sono fatti molto preoccupanti. Questi esseri rimangono immobili tutta la vita, non hanno occhi, nè coda e praticamente non hanno pelo; di fatto la loro testa è delle dimensioni di una palla da tennis... La manipolazione genetica offre questi risultati, trasforma in viventi cose inanimate con un aspetto gelatinoso orribile. Quando il governo brasiliano cercò di obbligare Mc Donald’s a modificare le sue etichette, dove si legge che gli hamburger contengono carne di "reses" (ovvero: cose), essi risposero che in latino "res" significa "cosa", e pertanto potevano dire che quella era carne di res. Benchè quell’argomento fosse facilmente criticabile e truffaldino, pare che grazie al suo grande potere economico, Mc D. abbia soggiogato molte persone, a diversi livelli, anche fra le alte cariche governative. Per questo motivo, la Mc Donald’s si è permessa di annunciare che la composizione dei suoi hambuergers è al 100% carne di res, o carne di cosa, senza dire di queste "cose" crescono attraverso procedimenti di dubbia etica. Inoltre non vi è alcun annuncio dove la Mc Donald’s dica che la carne che utilizza sia di "gado vacum", che è il nome appropriato per definire genericamente tori o vacche. Ma la cosa peggiore è che questa carne produce effetti secondari alla salute. Le sostanze tossiche che nutrono le cose che Mc Donald’s crea, produce col passare del tempo danni irreversibili. Per non parlare dei principali effetti che si sentono il giorno dopo aver mangiato hamburgers da Mc Donald’s; una grande quantità di persone soffre di indigestione e colite. Questi sintomi potrebbero sembrare passeggeri, ma con il passare degli anni, gli effetti collaterali irreparabili si manifestano. Anche se per ora non esiste un grande numero di persone colpite, sappiate che in Canada, Australia e ovviamente negli Usa, gruppi scientifici specializzati in materia alimentare, hanno messo in relazione il consumo di hamburger di Mc Donald’s con la comparsa della sindrome di Alzheimer. E anche altri disturbi non possono essere messi in relazione con altre cause... Tutto questo è molto preoccupante, perciò è importante che tutti siano coscienti del tipo di cibo che ci offrono questi locali. Un problema simile è legato alla carne di pollo (o presunto tale, perchè anche in questo caso si parla di cose somiglianti), con la cosiddetta questione KFC... Spero che le persone comincino a rendersi conto di tutto questo e ad avvertire gli altri... Chi pensate che finanzi le ricerche di ingegneria genetica?                                                                                              

 Stefano Giulivo

 

Basta con le chiacchiere:
organizziamoci
!

  Claudio Marconi

 

Da sempre andiamo sostenendo la tesi che i conflitti del lavoro si risolvono solo ed esclusivamente con l’applicazione dei princìpi della «Socializzazione».

L’estraneità dei lavoratori dal ciclo produttivo, il loro uso strumentale da parte dei capitalisti come se fossero degli oggetti o delle semplici macchine, lo sfruttamento indiscriminato dell’uomo sull’uomo, stanno ricreando le condizioni di uno scontro sociale generalizzato all’interno delle nostre nazioni. Questo, tanto più che -in quest’epoca di assurda riaffermazione dello «spirito liberale», in quest’epoca di «globalizzazione» indiscriminata nella quale, quando non è possibile delocalizzare si suona la grancassa dell’immigrazione per creare concorrenza alla manodopera locale (non è un caso che dal 1° trimestre del 1999 al 3° trimestre dello stesso anno l’occupazione extra comunitaria è passata dal 15,5% al 20.1% della forza lavoro occupata in Italia)- è nel volere dei «padroni del vapore» di eliminare drasticamente dall’economia attiva all’incirca il 30-40% dell’attuale forza lavoro.

Per uscire dall’inevitabilità del disastro che si preannuncia e per attirare a noi la maggior parte delle vittime designate dall’attuale modello di «sviluppo», dobbiamo sforzarci di fare capire alla gente che -per superare la visione liberale degli interessi particolari- bisogna assolutamente e drasticamente mettere un freno all’individualismo ed all’egoismo forsennati che sono attualmente propagandati dal sistema al potere.

Dobbiamo essere in grado di potere spiegare, cioè, che se non si intraprende consapevolmente e responsabilmente la difesa degli interessi della comunità nazionale, non ci può essere via d’uscita agli scontri sempre più aspri che si annunciano, alla globalizzazione della miseria ed alla messa fuori combattimento della maggior parte dei lavoratori attuali.

Bisogna far capire loro, che necessitano delle leggi che regolino i rapporti tra capitale e lavoro, rendendoci promotori di una legge -ad esempio- che impedisca (con la spada di Damocle dell’eventuale arresto immediato e della detenzione dura…) a chi si è arricchito in Italia, di andare all’estero per investire o spendere quanto accumulato con il sudore e la fatica del nostro popolo. Ed impoverendo, con la stessa occasione, quella stessa comunità che gli ha permesso di arricchirsi.

Dobbiamo far capire che il lavoro, come è concepito oggi (subordinato e retribuito con semplice mercede…), non solo non esalta le migliori qualità dell’uomo, ma le avvilisce e le squalifica pesantemente. Il lavoratore del nostro tempo, impiegato o operaio che sia, è esattamente come il capitalismo desidera che sia: cioè, è un «bambino viziato» che si alimenta solo di «sacri diritti», inutili lotte sindacali ed alienazione totale.

Per trovare la più adeguata terapeutica, però, dobbiamo essere consapevoli che i movimenti politici non possono essere creati dalle teorie, siano esse ideologiche che filosofiche. Ma dalla prassi o, se si preferisce, dall’azione!

Il pensiero di questo o quell’ideologo, di questo o di quel filosofo, possono certo affinare, razionalizzare o coronare un movimento di opinione collettivo già in atto o in fieri, ma non possono in nessun caso provocarlo o suscitarlo.

La prova di quanto affermo, ce la fornisce la storia. 

Alessandro di Macedonia prima ha conquistato Bassora e dopo si è posto il problema di come conciliare la civiltà greca con quella persiana. Napoleone, prima ha conquistato l’Europa e dopo si è posto il problema dell’Impero.

Dobbiamo iniziare a capire che se vogliamo sfondare come movimento antagonista dobbiamo seguire la strada della concretezza. Il nostro motto deve essere: «AZIONE e PENSIERO».

Prima dobbiamo agire, indicando di volta in volta gli obiettivi da raggiungere. E dopo, possiamo pure trasformare le nostre realizzazioni in ideologia!

Non abbiamo più tempo ne voglia di dividerci ancora in inutili quanto sterili gruppi, gruppetti e conventicole varie. Dobbiamo AGIRE, proporre fatti e azioni concrete per aggregare più persone possibili.

Poi, quando avremo creato il movimento antagonista, potremmo anche pensare a darci una identità ideologica e politica.

Il primo passo da fare su questa strada è un censimento di tutte le nostre professionalità, da Lampedusa a Bolzano.

Dobbiamo creare una banca dati che ci permetta di sfruttare le potenzialità operative di tutti quanti si riconoscono su due posizioni fondamentali: anticapitalismo, antiglobalizzazione. Dobbiamo creare una sinergia di gruppo che ci permetta di sfruttare concretamente tutte le possibilità che la società liberale ci mette a disposizione, senza nulla tralasciare o trascurare. Dobbiamo trasformarci in esempi viventi di una nuova maniera di fare politica. E dimostrare che le proposte sociali e di organizzazione del vivere civile che andiamo propagandando sono realizzabili e concrete.

Qualcuno… diceva: «quando sento parlare di cultura metto mano alla fondina»! Ed aveva perfettamente ragione. In modo particolare, poiché la cultura quando non corrisponde alla realtà, quando non è vissuta ed applicata nel concreto, è semplice «aria fritta» e vale quanto la sabbia in riva al mare!

Mi spiego meglio: si possono propagandare tutte le idee che si vuole, belle ed affascinanti quanto ci pare, ma se non si vive e non si opera secondo ciò che si propone, allora si è solo «venditori di fumo». Dei «teorici», insomma, capaci, al massimo, di semplici masturbazioni mentali senza nessuna possibilità di realizzare quello che si va propagandando come panacea per tutti i mali.

Così è anche per le idee politiche e sociali. Se creiamo delle micro aziende socializzate non si potrà più dire che la nostra è una utopia. Se, creiamo una sinergia delle varie potenzialità professionali, creiamo una catena di mestieri che funzionano, non ci si potrà più accusare di essere utopici. Se andiamo ad occupare la fabbrica che delocalizza e licenzia, magari espropriando un marchio prodotto dal lavoro italiano, cacciamo in malo modo gli attuali padroni (italiani o stranieri poco importa!) e rimandiamo a lavorare gli operai facendo di nuovo produrre la fabbrica, impostandola su criteri socializzanti, nessuno potrà più pretendere che non si può nulla contro le «delocalizzazioni» , le «fusioni»  o i «riaggiustamenti aziendali» poiché è il «mercato» che le impone…

Tiriamoci su le maniche, dunque. Organizziamoci concretamente e lasciamo da parte le inevitabili discordanze ideologiche o la nostra precedente storia personale e politica. Diamoci un corpo, forte e concreto, accogliendo tra noi tutti coloro che direttamente o indirettamente si riconoscono nei nostri stessi obiettivi. Non lasciamo indietro nessuno e non creiamoci inutilmente dei nemici. Ne abbiamo già abbastanza!

Siano gli «altri» (coloro, cioè, che non sono d’accordo con le nostre battaglie), eventualmente, a dichiararsi nostri nemici o nostri avversari.

Per quanto ci riguarda, invece, continuiamo ad andare avanti per la nostra strada che non mi sembra sia quella di creare una nuova «parrocchia politica» ma, quella di creare davvero il Partito di tutti gli Italiani.

Smettiamola, una volta per tutte, di dire: «io prendo solo quelli rossi»…; oppure, «con me possono stare solo quelli neri»;  o ancora, «a noi non piacciono nè i rossi né i neri, poiché sto solo con i verdi»!

Questa è la strada perversa che ha portato a 55 anni di sconfitte. Per tutti i movimenti antagonisti, siano essi stati di destra o di sinistra, di estrema destra o di estrema sinistra!  Questo è il «vicolo cieco» che il sistema vuole che noi continuiamo ad imboccare, per meglio neutralizzarci e dominarci. È il «divide et impera» di tutti i tiranni ed, in particolar modo, di quelli del liberal-capitalismo attuale.

Questa volta, invece, tentiamo di cambiare strada. Organizziamoci, altrimenti. Facciamo il censimento delle diverse capacità individuali e collettive che vagano scoraggiate ed inermi all’interno della nostra società. Raggruppiamo ed organizziamo l’insieme delle categorie produttive. E soprattutto, quelle degli esclusi a priori: di tutti coloro, cioè, a cui il «globalismo» ha detto che il loro mestiere, la loro professione o la loro attività non serviva più!

Favoriamo, una forte sinergia nazionale tra tutti coloro che vogliono davvero risolvere i problemi suscitati dalla moderna Idra dell’attuale mondialismo imperante.

Agiamo ed interveniamo sulla realtà di tutti i giorni. In particolare, mostrando che prima di sbracciarci a volere assolutamente pitturare di rosso, di giallo o di turchino una casa che sta inesorabilmente bruciando, siamo anche capaci di spegnere l’incendio che la sta implacabilmente devastando. E siamo soprattutto capaci di renderla di nuovo agibile e vivibile, ridando un habitat dignitoso ed adeguato all’insieme dei suoi attuali e futuri inquilini.

In altre parole, mostriamo che siamo capaci di applicare le idee nelle quali crediamo; facciamo vedere che prima di scegliere il colore delle nostre bandiere o gli appellativi esoterici o fantasmagorici dei nostri partiti, siamo capaci di realizzare nel concreto le tanto sbandierate teorie sullo Stato Nazionale del Lavoro, sulle Corporazioni e sulla Socializzazione; dimostriamo che prima di volerci a tutti i costi fregiare di inutili ed immeritati «orpelli», siamo in grado di meritare sul campo i «galloni» o le eventuali distinzioni; diamo prova concreta, infine, che -non solo a chiacchiere- siamo differenti dall’attuale classe politica. Cioè, che non «vendiamo fumo» o inutili promesse, ma fatti indiscutibili, inoppugnabili ed incontrovertibili, supportati naturalmente dalle idee e da una visione del mondo e della vita che, come tutti sappiamo, è unica, originale ed irrepetibile.

  Claudio Marconi

 

AVANTI, VERSO IL FUTURO

Le elezioni regionali sono passate. Il MSE, per libera scelta del Comitato Centrale, partendo dal presupposto che non intendeva intraprendere la strada di una politica da «straccioni» o da «pezzenti» della politica non ha presentato proprie liste perché non abbiamo la volontà politica di fare una politica contro.

Fallite le alleanze con il Polo, ma non tutti i mali vengono per nuocere, ci siamo incominciati ad interrogare sul nostro futuro.

Il MSFT ha stretto alleanze con il Polo con un risultato elettorale disastroso (un esempio per tutti: il nostro Cucullo è stato rieletto sindaco per la terza volta; il loro segretario provinciale a Chieti ha ottenuto un ottimo risultato con ben 23 preferenze) ha perso ovunque, non è stato determinante come credeva di essere ma persegue diabolicamente sulla strada di «portatore d’acqua» (ma ne ha le possibilità?) alla politica liberista ed antisociale di Berlusconi, Fini ed alleati vari. Rauti ha rilasciato un’intervista a “Il Messaggero” nella quale, con non celata soddisfazione, dichiara «Abbiamo avuto un’offerta di otto collegi alla Camera ed otto al Senato. Vedremo, deciderà il Congresso». In data 10 maggio a pagina 4 de “L’Avvenire” c’era un articoletto “Pino Rauti: o con il Polo o me ne vado” e continuava con il seguente testo «A fine giugno ci sarà il Congresso del MSFT e ieri il suo leader Pino Rauti ha già indicato la linea da seguire alleandosi con il Polo alle prossime politiche. Un presupposto sul quale Rauti fonda l’intera iniziativa del Partito: in caso contrario me ne vado». Il «libero» congresso si svolgerà dopo aver commissariato la maggioranza delle Federazioni, aver provveduto alle necessarie «epurazioni» e, di conseguenza, aver liquidato l’opposizione interna. Crediamo che a questo punto ci sarà chi ratificherà le scelte del «capo» e questo significa la liquidazione del MSFT.

Per noi la strada da seguire è un’altra.

 

Dobbiamo lavorare per una unificazione dell’Area

I mille e mille «gruppetti» o «movimenti» i richiami da «duri e puri» servono solamente al Sistema per rendere inoffensiva quella che potrebbe essere la sola, vera ed unica opposizione.

Oggi è nostro dovere far veicolare tesi e proposte come la collaborazione tra lavoro e capitale, la battaglia contro la società multietnica, la demografia, l’ecologia, la difesa dello Stato Sociale, la piena occupazione, la battaglia contro la globalizzazione, la battaglia contro la svendita del nostro patrimonio industriale nazionale, la difesa della nostra identità, storia e tradizioni di popolo.

Solo con queste tesi abbiamo la possibilità di rimetterci in gioco altrimenti siamo destinati a restare fuori del «gioco» e lasciare il destino del nostro popolo in mano ai nostri nemici.

In un ottimo intervento di Danilo Zongoli, che pubblichiamo in altra parte di questo notiziario parliamo di Sinistra Nazionale. A livello personale questo termine mi piace poco perché potrebbe dar adito a «fastidiosi equivoci», ma abbiamo ritenuto opportuno farlo perché questo rappresenta l’occasione per aprire un dibattito interno, che è aperto a tutti coloro che vogliono partecipare, per chiarire, una volta per tutte, che noi vogliamo e dobbiamo schierarci su tesi socialiste e nazionalpopolari.

Il 27 e 28 maggio è stato convocato il Comitato Centrale per discutere di questo. Chiariamo che il nostro intendimento è che il dibattito non debba fermarsi alla sola Area Partito ma si allarghi e diventi un dibattito d’Area.

Figure come Berto Ricci, Bombacci, Beppe Niccolai, Clemente Manco ci hanno insegnato che siamo anni luce lontani dal liberismo, che la politica «detersivo» di Berlusconi non ci si addice, che il mondo virtuale, staccato e lontano dal Popolo, non è il nostro mondo.

 

«Disprezzate i prudenti plaudenti»

ammoniva Beppe Niccolai. Oggi, più che mai, è necessario cambiare nome e simbolo del Partito, non per questioni giuridiche, ma per motivi politici.

I nostri simboli storici li abbiamo nel cuore e non ci lasceranno mai ma dobbiamo fare in modo e maniera di crearne uno nuovo che serva da cemento per tutta l’Area nazional-popolare.

Dobbiamo guardare alle alleanze in maniera spregiudicata ma, alla bisogna, essere pronti a presentarci da soli alle elezioni.

È fondamentale avere la propria identità, le proprie proposte politiche, la propria strategia politica.

Uno degli argomenti che ha influito sulla vittoria del Polo è nostro da sempre: l’immigrazione.

Non deve più accadere che ci facciamo

«scippare» temi nostri, dobbiamo avere la forza di farli veicolare per primi.

Per fare questo è necessario procedere a tappe forzate verso l’unificazione dell’Area e ad una organizzazione territoriale capillare del Partito.

Il nostro mondo rappresenta una forza elettorale del 2-3% che, facendoci conoscere per quello che realmente siamo, potrebbe arrivare, senza facili ottimismi, al 4%.

Ed allora perché disperdere questa forza?

Il socialismo, come noi lo intendiamo, è prima di tutto un puro sentimento di giustizia, unita al senso di responsabilità di fronte alla Nazione e privo di qualsiasi considerazione degli interessi particolari.

Per pensare a strategie immediate, per prenderci quello che è nostro è necessario combattere tutti insieme. È vitale procedere all’unificazione di tutte le forze nazionalpopolari, avere una volontà comune, darci un nuovo ed ardente impulso. Bisogna far veicolare quello che sarà il nuovo nome, il nuovo simbolo e, soprattutto, i nostri programmi e le nostre tesi politiche.

Dobbiamo attirare l’attenzione, nel bene o nel male.

Avanti, verso il futuro, camerati.

                              Claudio Marconi  

 

Giovedì 30 marzo 2000
è morto

Antonio  Carli,

direttore ed editore di

"TABULARASA"

Cerchiamo di onorarlo e ricordarlo degnamente, continuando la sua battaglia.

 

GRAZIE CARLI, 
NON TI DIMENTICHEREMO MAI

Ieri, giovedì 30 marzo 2000, Antonio Carli se n’è andato, in silenzio. Ha solo chiesto una breve benedizione per la sua salma, che sarà tumulata domani sabato 1 aprile alle ore 16 nel cimitero di Viareggio, rifiutando la cerimonia pubblica. E noi, che ora abbiamo perso l’ultimo dei nostri punti di riferimento, rispetteremo le sue volontà.Antonio Carli, direttore della rivista antagonista "Tabularasa", già "Eco della Versilia", era l’erede spirituale di Beppe Niccolai e di quel Fascismo rosso,rivoluzionario e anarchico nato nella sua Toscana. Nemico dei gerarchi e di quel regime degli orpelli e dei manganelli che riteneva sponsorizzato dal capitale e guidato dalla peggiore borghesia benpensante e moralista, Antonio Carli amava quell’Italia proletaria e fascista che osò sfidare i poteri plutocratici che gestivano il mondo. E soprattutto amava quell’Italia rivoluzionaria e trasgressiva che si opponeva ai potenti e, al tempo stesso, disprezzava chi viveva in funzione delle proprie ambizioni di potere.Carli lottava per la giustizia e la verità nel nome del socialismo; ovviamente non il socialismo materialista che tende ad appiattire l’individualità ma il socialismo dello spirito dove s’incontrano giustizia sociale e veri valori della vita. Carli non amava i prudenti ed i plaudenti, quelli che vivevano per il potere o, peggio, quelli che utilizzavano sentimenti ed ideali per i loro sporchi interessi personali. Carli non ha mai fatto politica per appagare le sue ambizioni, per ottenere riconoscimenti e posti di rappresentanza nelle istituzioni o ai vertici del partito magari per manie di protagonismo, soprattutto non ha mai cercato il potere. No, lui ha dato tutto se stesso senza mai chiedere nulla in cambio.La sua è stata una vita di lotta e di sacrifici al servizio di una grande Idea. Carli ha rappresentato l’eccezione. Per questo è stato e resta un punto di riferimento per tutti noi che, chi più e chi meno, dobbiamo rendere conto alla nostra coscienza. Per questo è sempre stato un personaggio scomodo, rispettato e al tempo stesso temuto ma sicuramente non amato da quanti, politicanti di mestiere, invidiavano il suo idealismo e la sua onestà morale ed intellettuale.Dieci anni fa, su "L’Eco della Versilia", scrisse le seguenti parole:"In un mondo di "savi" dove i più sono corrotti, dove le briciole saziano lo stomaco, dove niente ha più sapore, dove più nessuno guarda alle stelle in cielo e ai fiori sulla terra, dove non viene più accarezzata la testa di un fanciullo, dove il riso delle donne è scomposto ululio, dove le chiese non sono luoghi di preghiera ma d’incontro per precedere l’aperitivo al bar, dove l’amore è soltanto concepito come sesso, dove il quarantenne si preoccupa dei contributi pensionistici, ebbene, noi siamo. Pazzi». Ed io così replicai alle sue parole:

«È vero che ogni valore è stato distrutto ed il mondo è stato trasformato in un grande supermercato, ma è anche vero che l’uomo non può vivere senza sogni e soprattutto senza sentimenti. E se l’uomo vuol vivere bene dovrà prendere coscienza che più vivrà rincorrendo le illusioni di questa vita, più soffrirà, più troverà difficile e doloroso distaccarsene. Con questo non intendo affermare che dobbiamo rifiutare la realtà in quanto tale, guai a perdere il senso della realtà: dobbiamo camminare sulla soglia, magari al limite del razionale, facendo attenzione a non lasciarci contaminare ma soprattutto a non fuggire dalle responsabilità. Per combattere il male, spesso anche quello che è in noi, dobbiamo essere consapevoli di ciò che ci accade intorno; nulla però ci può impedire di sognare nuove realtà, di prepararci ad una lenta trasformazione, di non avere più alcun timore dell'ignoto. Ed allora basta con l’autolesionismo. Senza più tristezza nei nostri sguardi incamminiamoci con entusiasmo, come le avanguardie sanno fare, verso nuovi sentieri; quei sentieri dell’evoluzione interiore che sicuramente Beppe Niccolai aveva intuito. Sì, sarà una strada dura, piena di lotte, di tentazioni, di sacrifici, ma se riusciremo a non sporcarci l’anima, sicuramente arriveremo al meraviglioso. Oltre questa realtà c’è la luce. Ne sono sicuro, lo sento».Caro Carli, Tu ce l’hai fatta. Sei riuscito a non sporcarti l’anima ed ora finalmente sei nella Luce.Ciao Antonio, grazie per quanto ci hai insegnato e perdonaci se noi non avremo mai la Tua forza e il Tuo coraggio.

RASPUTIN

 

 

EDITORIALE

Claudio Marconi

I potentati economici italiani e stranieri stanno facendo grosse pressioni sul Governo italiano per accelerare la riforma delle pensioni. Ancora una volta la folle politica di Maastricht colpisce i ceti più deboli, la povera gente, coloro i quali non hanno nessuna possibilità di difesa contro l’attacco delle oligarchie oggi al potere.

Il primo passo è attaccare le liquidazioni, la liquidazione appunto, il sogno di tutti quelli che aspettano il fatidico giorno in cui incassarla per potere, finalmente, dopo una vita di sacrifici, avere la possibilità di fare qualcosa: comprarsi una casa, sistemare un figlio, avere una vita non più assillata dal bisogno quotidiano del soldo e dalla paura di non arrivare alla fine del mese, realizzare un qualsiasi sogno che, durante la quotidianità della vita lavorativa, sembrava irrealizzabile.

La liquidazione è il risparmio privato di ogni persona che lavora che, per avere questo beneficio, rinuncia ad una parte del salario. Le liquidazioni versate nei fondi, pubblici o privati poco importa, finiranno presumibilmente in Borsa così, di fatto, i fondi stessi diventeranno azionisti delle Aziende, influiranno sulle decisioni aziendali, siederanno nelle  assemblee degli azionisti, avranno posti di potere nei Consigli di Amministrazione, faranno speculazione e si arricchiranno con i soldi dei lavoratori.

Non è sufficiente far pagare a chi lavora già il 25% di Irpef, circa il 33% di contribuzione sociale a favore dell’INPS, falcidiare lo stipendio facendo rimanere in tasca una cifra netta che, nella maggioranza dei casi, non garantisce e non è sufficiente a fare una vita normale, non assillata dalla fine del mese o dalla paura di contrarre dei debiti.

L’attuale Governo, che si dice di sinistra, sta contrabbandando l’esproprio delle liquidazioni come un passo fondamentale verso la riforma dello Stato sociale.

Non c’è male per chi diceva, fino a ieri, di essere il solo ed unico difensore dei lavoratori.

L’esproprio delle liquidazioni ha tre possibilità: «Se nella loro categoria esiste un fondo chiuso -dice Baldassarri- potranno investirlo in questo fondo, gestito di fatto dai sindacati. Se non esiste un fondo chiuso, e solo in questo caso, potranno scegliere un fondo aperto». Con la terza possibilità -e questa la dice lunga sulla loro riforma dello Stato sociale- i lavoratori non potranno incassare la loro quota parte mese per mese e spenderla od investirla come meglio credono ma, la liquidazione, finirà in un non bene identificato «nuovo sistema di allocazione» gestito direttamente dal Tesoro.

Mentre scriviamo ancora non sappiamo come si concluderà questo ennesimo attacco verso chi lavora, ma siamo consapevoli che questo è il primo passo verso una «riforma» ben più pesante e gravosa: verso il lavoro in affitto, verso la flessibilità, come la chiamano loro, che vuol dire licenziamenti, verso l’esproprio vero e proprio delle pensioni.

Il MSE è dalla parte della povera gente, è schierato con chi è abituato a guadagnarsi la vita, vuole portare condizioni di vita accettabili nei sobborghi delle città, nelle periferie urbane diventate lager, vuole che le nostre città siano vivibili e non più in mano a cosche di delinquenti, vuole elevare chi lavora al rango di uomo e non più solo strumento di produzione paragonato ed equiparato alle macchine, vuole garantire a tutti, dopo una vita di duro lavoro, una vecchiaia tranquilla.

Su queste tematiche intendiamo portare la nostra battaglia, secondo noi i temi fondamentali sui quali dobbiamo concentrare tutti gli sforzi sono: piena occupazione e Stato Sociale, demografia ed immigrazione.

E quando diciamo che cerchiamo intese le cerchiamo su queste basi sulle quali non intendiamo indietreggiare nemmeno di un millimetro, vogliamo fare alleanze temporanee per portare la nostra battaglia nell’agora, non per svenderci.

Patti chiari, dicevamo la volta scorsa, patti fondati sul postulato che noi non indietreggiamo, non rinunciamo alla lotta, ma vogliamo uscire allo scoperto, vogliamo incidere nella vita politica consci e consapevoli che non è più tempo di inutili conventicole, non è più tempo di rifugiarsi in alibi più o meno comodi, è tempo di scegliere di schierarsi tra chi vuole fare politica e portare avanti il bagaglio di Idee, proposte, visione del mondo, che ci appartengono da sempre e tra chi ha rinunciato a schierarsi, a confrontarsi, a combattere.

Avanti camerati.

Claudio Marconi

 

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