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Un nuovo target enzimatico per combattere l`obesità

Un gruppo di ricercatori dell`università di San Francisco in California (USA) ha recentemente proposto un nuova via per il trattamento dell`obesità. Secondo i risultati della ricerca, si potrebbe intervenire sul metabolismo del tessuto adiposo contrastando la sintesi endogena dei trigliceridi (TG) ed il loro immagazzinamento nell`adipocita. Utilizzando ratti geneticamente modificati è emerso che, quando si inibiva l`espressione della diacil-CoA-transferasi (DGAT - enzima noto per la sua azione chiave nella sintesi dei TG e nel trofismo del tessuto adiposo) si potevano ottenere animali magri ed in buona salute. Come affermano questi studiosi, la reale opportunità per il trattamento dell`obesità anche nell`uomo, sarebbe quella di trovare inibitori dell`attività della DGAT che non provochino effetti collaterali imprevedibili, poichè la DGAT è rappresentata in tessuti anche differenti da quello adiposo e, quindi, potrebbe avere funzioni non ancora ben note. Un target enzimatico che sconfigga l`obesità è in ogni caso uno degli obiettivi primari nella terapia e nel management di questa insidiosa patologia cronica, che oggi ha un’elevata incidenza anche nella popolazione italiana, toccando tutte le fasce d’età.

Nature Genetics 2000; 25: 6-7, 87-90.

 

La proteina che brucia i grassi

Una proteina che favorisce la perdita di peso anche alimentandosi con una dieta ricca di grassi e zuccheri. È l`auspicio dei ricercatori del Whitehead Institute for Biomedical Research a Cambridge che, alla ricerca di nuovi trattamenti per l`obesità ed eventualmente il diabete, hanno scoperto questa sostanza di derivazione proteica, chiamata Acrp30. La proteina, prodotta dalle cellule grasse, diminuisce la sua espressione sia nei topi sia negli umani obesi, ma la sua funzione non è ancora stata definita con precisione. I topi iniettati con Acrp30, durante una dieta ricca di grassi e zuccheri, hanno perso però il 3,5% del peso corporeo in 10 giorni e il 7,5% in 16 giorni, a conferma del possibile ruolo della proteina, forse legato all`aumentata capacità delle cellule muscolari di bruciare i grassi. Questa scoperta potrebbe portare all`uso di Acrp30 o di suoi derivati farmacologici nella regolazione del bilancio energetico e potrebbe favorire il controllo del peso senza alcuna dieta.
M.M.

Proceedings of the National Academy of Sciences 2001;98:2005-2010.

Obesità e diabete: un`antica alleanza

I ricercatori del Dipartimento di Medicina e Genetica dell`Università della Pennsylvania (Stati Uniti d`America) hanno scoperto la "resistina", un nuovo neuro-ormone che controlla la comunicazione tra il tessuto adiposo e l`ipotalamo. La ricerca era partita dalla necessità di approfondire i meccanismi chimico-biologici che sottendono l`intricata rete di segnali tra il tessuto adiposo e i centri che controllano il bilancio energetico, dove prima l`insulina e poi la leptina, sembravano giocare un ruolo fondamentale. Per ora, gli esperimenti sono stati condotti solo nel topo e hanno evidenziato che la resistina si oppone all`azione dell`insulina e che sarebbe secreta proprio dagli adipociti. La somministrazione di antidiabetici orali ha provocato una diminuzione dei livelli circolanti di resistina così come l`iniezione di anticorpi anti-resistina ha migliorato il bilancio glicemico forse attraverso un effetto insulino-simile, nei topi resi obesi da una dieta ipercalorica. Che sia proprio questo l`ormone che sostiene l`alleanza pericolosa tra il diabete di tipo 2 e l`obesità ? Nel frattempo, gli esperimenti sull`uomo sono già in corso.
P.M.G.

Nature 2001- 409, 307-312

Obeso cuore a stelle e strisce

Il rischio di infarto aumenta con il peso, aumentando leggermente nei soggetti in lieve sovrappeso e raddoppiando negli obesi. A questa conclusione ha portato un’analisi dei dati del Framingham Heart study, pubblicata sul New England Journal of Medicine, secondo cui è il peso in sé che determina il rischio di infarto, a prescindere da altri fattori correlati all’obesità. I ricercatori hanno monitorato i dati riguardanti una popolazione di 5881 soggetti, tra uomini e donne, partecipanti allo studio. Dopo 14 anni di follow up, 496 soggetti hanno avuto un infarto, ma, quello che più conta, è stato riscontrato negli uomini un aumento del rischio di crisi cardiaca del 5% per ogni punto in più nell’indice di massa corporea, nelle donne invece l’aumento del rischio è pari al 7%. Basandosi sui risultati dello studio i ricercatori hanno concluso che l’obesità è determinante nel 11% dei casi di infarto tra gli uomini e nel 14% tra le donne. Numeri preoccupanti se si pensa che il 60% degli americani sono in sovrappeso o obesi. M.M.

Herbalife e Wernicke

Nel numero di Neurology di giugno è stata pubblicata un’interessante segnalazione, proveniente dal Dipartimento di Neurologia dell’Università di Sassari. Si tratta di un caso di encefalopatia di Wernicke, in una giovane donna che seguiva da 11 mesi un regime dietetico, comprendente Herbalife (un preparato a base di erbe) come pasto sostitutivo, una volta al giorno. L’encefalopatia di Wernicke è una forma dovuta a deficienza di tiamina (vitamina B1), frequente quindi negli alcolisti e nei casi di seria malnutrizione. La paziente in questione non rientrava in nessuna di queste categorie, inoltre non utilizzava lassativi e non presentava sintomi di malassorbimento. Il regime dietetico, che seguiva da circa un anno, era decisamente ipocalorico ma ben bilanciato, integrato con supplementi vitaminici e minerali. L’apporto calorico quotidiano, infatti, era di circa 750 Kcal, quello di tiamina 0,96 mg, quindi adeguato. I sintomi presentati, atassia, vertigini, nausea, nistagmo e oftalmoplegia, indirizzavano verso la diagnosi di malattia di Wernicke, tanto più che non si riscontravano anomalie dei parametri ematici, né alterazioni funzionali a livello epatico, cardiaco e del SNC. La diagnosi di sindrome di Wernicke è stata confermata con somministrazione intramuscolare di 100 mg di tiamina, in seguito alla quale si è avuta una pronta e rapida regressione della sintomatologia. Dopo 3 giorni di terapia si è passati al trattamento con tiamina e un complesso multivitaminico per via orale, tutti i sintomi neurologici sono scomparsi e non si sono ripresentati nei mesi successivi. In conclusione l’unico collegamento, tra l’insorgenza dell’encefalopatia e la storia clinica della paziente, sembra essere la prolungata restrizione alimentare (la donna aveva perso 25 Kg in 11 mesi), non essendo riscontrabili altri fattori predisponenti come vomito persistente, anoressia, digiuno continuato. I medici tuttavia non escludono la possibilità che la paziente necessitasse un maggior apporto di tiamina, a causa di fattori genetici o di diminuito assorbimento intestinale, imputabile all’uso di preparati a base di erbe.

Elisa Lucchesini

(Neurology 2002;58 (11) Clinical/Scientific Notes)

 

EMEA : sì alla sibutramina

Il CPMP (Comitato Europeo per le Specialità Medicinali) ha espresso la propria opinione positiva, riaffermando il favorevole profilo rischio/beneficio della sibutramina (in Italia commercializzata con i marchi Reductil, Ectiva, Reduxade) nel trattamento dell’obesità. Dopo la sospensione cautelativa nel marzo di quest’anno, il Ministero della Salute aveva richiesto al CPMP una indagine approfondita, in seguito alla segnalazione di alcuni casi di gravi reazioni avverse. L’EMEA ha proceduto ad un’estesa analisi di dati, forniti da una delle aziende produttrici, che ha incluso più di 100 studi clinici sulla sibutramina, per un totale di 12.000 pazienti. Finora oltre 8,5 milioni di persone, in più di 70 nazioni, hanno utilizzato la sibutramina senza che siano emerse altre segnalazioni di tossicità. Sulla base degli studi analizzati e di queste considerazioni l’EMEA ha riconfermato l’efficacia e la sicurezza del farmaco. Il CPMP ha ricordato, però, che per evitare incidenti è necessario attenersi alle norme previste per la prescrizione di questo farmaco.

Informazioni sul farmaco
I pazienti non possono assumere sibutramina se sono contemporaneamente in terapia con inibitori delle monoamino-ossidasi (MAO), che vengono talvolta utilizzati per trattare la depressione o la Sindrome di Parkinson. La sibutramina non può inoltre essere assunta se il paziente è affetto da anoressia nervosa, o se è in terapia con altri farmaci per la perdita di peso che agiscano sul SNC. La sibutramina aumenta sensibilmente la pressione del sangue in alcuni pazienti. Il controllo regolare della pressione del sangue è richiesto quando si assume sibutramina. La sibutramina va usata con cautela nei pazienti con storia di ipertensione, non deve essere somministrata a pazienti con ipertensione non controllata o scarsamente controllata. Negli studi clinici, il numero di pazienti che ha interrotto il trattamento con sibutramina a causa dell’ipertensione è stato meno dello 0,5% e simile a quanto osservato con il placebo. La sibutramina non va usata in pazienti con storia di malattia coronarica, aritmie, scompenso cardiaco congestizio o ictus.
Gli effetti collaterali più comuni comprendono mal di testa, secchezza della bocca, anoressia, costipazione e insonnia. La sibutramina è indicata in: pazienti obesi con indice di massa corporea (BMI) uguale o superiore a 30; persone sovrappeso con BMI uguale o superiore a 27 e fattori di rischio concomitanti, come il diabete mellito di tipo II o la dislipidemia.  La sibutramina va utilizzata in associazione alla dieta a ridotto apporto calorico e all’aumento dell’esercizio fisico.

(CPMP Comunicato stampa Abbott 27 giugno 2002)

Obesità a più dimensioni

Si chiama SITO (Società Italiana per il trattamento dell’Obesità), la società scientifica creata da alcuni specialisti impegnati da tempo nel trattamento del sovrappeso. Lo scopo della neonata organizzazione è sistematizzare e diffondere i protocolli per il trattamento multidimensionale dell’obesità, un approccio che richiede sia diverse competenze specialistiche sia un diversa attenzione al paziente da parte di tutti i medici impegnati nel trattamento. Così nel direttivo della sito sono comprese sia le competenze dell’internista-obesiologo (rappresentate dal professor Giuliano Enzi e dal dottor Luca Busetto, del Servizio per la terapia medica e chirurgica dell’obesità nato dalla collaborazione tra Università e Azienda Ospedaliera di Padova) sia quelle del chirurgo specialista (rappresentate dal dottor Franco Favretti, direttore del Dipartimento di Chirurgia dell’Ospedale Regionale di Vicenza), quelle del chirurgo estetico (dottor Pierangelo Bosio, presidente della Società Internazionale di Chirurgia e Medicina Estetica) e ovviamente quelle del nutrizionista (dottor Pietro Morini dell’Università di Milano). Lo scopo della SITO è promuovere la cultura dell’efficacia in questo settore, un’operazione indispensabile se, come ha ricordato Giuliano Enzi nel corso della presentazione della SITO, “In Italia si conta un 36% della popolazione in sovrappeso più o meno grave, e un numero decisamente ristretto di centri pubblici e privati in grado di fornire risposte adeguate”. Del resto il trattamento dell’obesità non può più essere affrontato senza distinguere caso per caso: “Se si presenta una donna ancora in giovane età, con un’adiposità localizzata ai fianchi “ ha spiegato Pierangelo Bosio “ avviare il percorso standard basato sulla restriziona alimentare non ha senso: la soluzione ideale è spesso il ricorso alle tecniche della chirurgia estetica. Né peraltro ha senso che i soggetti francamente obesi cerchino nel trattamento estetico la soluzione”. E dopo l’inquadramento del singolo paziente, diviene fondamentale affrontare il trattamento “tendendo presente che l’obesità va considerata una malattia cronica, nella quale va abbandonato il miraggio di ottenere risultati “drammatici” nel breve termine” ha sottolineato Luca Busetto “magari affidandosi soltanto alle diete fortemente ipocaloriche o ai farmaci anoressizzanti, peraltro al momento non disponibili. Farmaco, restrizione calorica e approccio comportamentale vanno tutti inseriti in una strategia a lungo termine”.Tuttavia quella della SITO non è un’azione soltanto culturale: uno degli obiettivi, infatti, è formare il medico ai nuovi protocolli e, in secondo luogo, sponsorizzare la nascita sul territorio di “Centri per il Trattamento Multidisciplinare dell’Obesità” ha annunciato Pietro Morini. “Si tratterà di centri privati in cui la gestione a lungo termine del paziente sarà affidata al medico, che potrà avvalersi sia di altri specialisti sia di altre professionalità come lo psicologo. Il fine di questi centri sarà la valutazione del paziente, la diagnosi, ma anche la terapia, se necessario con il rinvio alle strutture di ricovero capaci di fornire i trattamenti più adeguati, come nel caso della chirurgia bariatrica”. Ma la funzione dei CTMO, che saranno strutture private non convenzionate, non si esaurirà qui: anche dopo l’intervento in eventuale regime di ricovero, il paziente potrà trovare un adeguato follow-up. “Quello che oggi è piuttosto arduo ottenere dai centri pubblici, visto l’affollamento che caratterizza le strutture davvero specialistiche”. Il progetto si articola in una prima fase in cui verranno istituiti 5-6 centri di eccellenza, con la possibilità di prestazioni chirurgiche, e in una rete di centri periferici, in numero di uno per capoluogo di provincia. La segreteria scientifica della SITO è disponibile a rispondere ai quesiti di medici e pazienti al numero 0302942449.

Nuovo target anti-obesità

Identificato da un gruppo di ricercatori canadesi un nuovo potenziale target in chiave anti-obesità. Si tratta della tirosin fosfatasi (PTP1B), una proteina che sembra attiva nel centro dell’appetito cerebrale, aumentando la “sensibilità” alla leptina. Ma come agisce? La leptina, la cui scoperta negli anni ’90 sembrò subito particolarmente promettente, è, come noto, un importante modulatore del metabolismo e dell’appetito, non più funzionante nei soggetti obesi. La contemporanea inibizione di PTB1B sembra, invece, favorire una riduzione dell’aumento di peso, anche nei casi di obesità grave. La ricerca, per ora condotta solo sui topi, ha preso in considerazione tre tipologie di animale: senza leptina, senza PTB1B e senza entrambi. Ebbene i topi senza il gene che codifica sia per la leptina sia per PTP1B pesano il 12% meno, pur alimentandosi allo stesso modo, paragonati ai topi mancanti solo del gene della leptina,. Lo studio dimostrerebbe perciò l’azione di PTP1B come diretto regolatore della leptina a livello ipotalamico. M.M.

(Developmental Cell 2002;2:497-503.)

ANSA: Il responsabile dell'obesita' e' un meccanismo "fossile" ......

Per immagazzinare grassi ed energia, utilissimo nel passato quando il cibo era scarso, ed oggi ancora efficiente ma dannoso nel ricco mondo occidentale. "E' probabile che fra 300 o 400 (anni saranno selezionati solo gli individui nei quali questo meccanismo non e' efficiente", ha osservato l'anatomista Saverio Cinti, dell'universita' di Ancona, esperto di ricerche sul tessuto adiposo.
Finora, ha aggiunto, la selezione naturale ha premiato gli individui nei quali il meccanismo salva-grassi funzionava perfettamente; oggi l'abbondanza di cibo li penalizza, mentre sono premiati (ossia restano in buona salute) coloro nei quali il meccanismo funziona meno. La scoperta, secondo Cinti, dimostra inoltre come "un numero sempre maggiore di geni sia implicato nell'accumulo di grasso". Se 10 anni fa si riteneva che i geni fossero responsabili dell'obesita' per il 15%, oggi la percentuale e' aumentata almeno al 40%.
"E non ci sono dubbi che sia destinata ad aumentare", ha osservato Cinti. E' certamente vero che per evitare i chili di troppo l'alimentazione va controllata e che si deve seguire una dieta equilibrata, "ma la dieta da sola non sempre basta", ha osservato Cinti. Dall'attuale epidemia di obesita' del mondo occidentale, ha aggiunto, si potra' uscire soltanto con un "riassetto genetico globale che portera' a consumare piu' grassi". In un futuro meno lontano, ha concluso, una possibile soluzione e' la messa a punto di farmaci capaci di interferire con i meccanismi genetici che portano ad accumulare i grassi.

ANSA: Studio su topi, dimagriscono se ormone e' neutralizzato

C'e' un motivo in piu' per evitare di mangiare cibi troppo grassi. Alimenti molto conditi, fritti, un eccesso di salse e intingoli fanno scattare la produzione di un ormone chiamato Gip (Gastric inhibitory polypeptide), che dal duodeno viene rilasciato nell' intestino, pronto per aiutare le cellule del tessuto adiposo ad accumulare i grassi come riserva di energia. La scoperta del gene Gip, pubblicata sul numero di luglio di Nature Medicine, e' anticipata oggi on-line.La ricerca e' stata condotta in Giappone, nell' universita' giapponese di Kyoto. Secondo i ricercatori, coordinati da Yutaka Seino, l'ormone Gip potrebbe diventare l'obiettivo di una nuova generazione di farmaci anti-obesita'. Negli esperimenti condotti sui topi e' emerso che quando gli animali venivano privati del recettore dell'ormone non ingrassavano mai, nemmeno se mangiavano cibi particolarmente ricchi di grassi. Inoltre, nonostante la super-alimentazione, i topi non mostravano alcuna resistenza all'insulina, un fenomeno spesso collegato all'obesita' e al diabete. In un gruppo di topi, inoltre, oltre al recettore del Gip e' stato spento il gene che produce la leptina, l'ormone prodotto dal tessuto bianco (ossia dalla componente del tessuto adiposo che accumula l'energia) e che informa il cervello sulle riserve energetiche dell'organismo, regolando cosi' indirettamente l'appetito. Risultato: i topi privi dei due ormoni sono risultati decisamente piu' magri rispetto ai topi ai quali mancava soltanto il recettore per il Gip. I ricercatori hanno concluso cosi' se manca il recettore del Gip il grasso non viene accumulato nelle cellule adipose ma bruciato immediatamente e utilizzato come fonte di energia per l'organismo.

Consumare i cibi che ci piacciono può sollevarci il morale e farci sentire soddisfatti e rilassati.....

Per contro, il consumo dei nostri cibi favoriti a volte può causare effetti negativi quali il senso di colpa e il rimorso. Come minimizzare l’impatto negativo che il cibo ha sul nostro umore e massimizzare quello positivo?Il principio del piacereMangiare è uno dei piaceri della vita e, quando ci è possibile, consumiamo gli alimenti che ci piacciono ed evitiamo quelli che non preferiamo.È stato dimostrato che mangiare i propri cibi preferiti può stimolare il rilascio di ß-endorfine che, come è noto, esaltano l’umore (1).Tuttavia l’attrattiva di un alimento non è legata solo alle sue proprietà sensoriali, ma dipende anche dalla fame che si ha, dall’esperienza vissuta nella precedente occasione in cui si è consumato quell’alimento e dalle circostanze sociali in cui viene consumato.In altre parole, l’alimento giusto, al momento giusto, con la giusta compagnia ci fa sentire bene. “Voglie alimentari”Le voglie alimentari, o il desiderio ardente di mangiare un cibo in particolare, sembrano essere molto comuni. Un sondaggio indica che, a seconda della popolazione studiata, le persone che hanno riferito di essere prese da voglie alimentari variano tra il 60 e il 90%. È interessante notare che uomini e donne attribuiscono a queste voglie comportamenti ed emozioni contrastanti (2). Normalmente gli uomini pensano che le voglie alimentari scaturiscano dalla fame, mentre è più facile che le donne le attribuiscano ad umori negativi come la noia e lo stress. Le donne sono inoltre più portate a provare sentimenti negativi, quali i sensi di colpa e i rimorsi, se hanno ceduto alla tentazione. Il Dr. Peter Rogers, uno psicologo sperimentalista della University of Bristol, spiega: “Spesso il desiderio di un certo alimento nasce dal fatto che quel cibo in particolare è considerato vietato, come è il caso del cioccolato. Se quell’alimento viene evitato consapevolmente, il desiderio di mangiarlo diventa sempre più forte fino a quando la persona non cede alla tentazione. Dopo aver mangiato quel particolare cibo iniziano i sensi di colpa e il rimorso e la persona decide di non mangiarlo più. ”Ti viene sonno? Gli effetti dei singoli nutrienti degli alimenti sono stati ampiamente studiati, ma, fino ad ora, non è stato raggiunto un accordo chiaro riguardo l’effetto di questi nutrienti sulle nostre reazioni comportamentali. Per esempio, il numero di ricerche che dimostrano che l’assunzione di carboidrati determina sensazioni di rilassatezza e sonnolenza è uguale a quello degli studi che non trovano alcuna prova di tale influenza (3). È possibile che le persone reagiscano in modo diverso a determinati nutrienti come succede, ad esempio, con la caffeina. La sensibilità alla caffeina sembra variare da individuo a individuo. Alcune persone possono bere nell’arco di poche ore diverse bevande contenenti caffeina e non avere alcun effetto, mentre altre avvertono effetti stimolanti anche dopo una sola dose. Grandi aspettative mentre potrebbe esserci un’interazione tra il cibo e la chimica del corpo, non dobbiamo sottovalutare l’impatto psicologico e i condizionamenti che possono derivare dal nostro comportamento alimentare. Per esempio, se il consumo di un particolare alimento o bevanda di solito migliora il nostro umore o il nostro livello di attenzione, ciò potrebbe accadere perché ci aspettiamo tale reazione anche se non è presente in quel cibo alcun ingrediente che la stimoli! (4). Non ci sono dubbi sul fatto che il sapore del cibo e il piacere di mangiare possano migliorare l’umore e il benessere. Ma i notevoli effetti positivi derivanti dal mangiare “cibi dannosi ma buoni” sono spesso minati dal senso di colpa. Il Dr. Rogers offre il seguente consiglio per massimizzare i benefici degli alimenti che esaltano l’umore: “La cosa più importante è liberarsi da ogni senso di colpa relativo al mangiare. Per fare ciò le persone devono risolvere il loro rapporto con il cibo e sviluppare comportamenti alimentari sani e realistici. Per fare questo è necessario imparare a gestire i livelli di assunzione dei propri cibi preferiti per massimizzare il piacere che procurano senza dover eccedere nel consumo per esserne appagati.” Food Today tratterà nei prossimi numeri gli specifici effetti che hanno le diverse componenti alimentari sull’umore.

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI(1) Drewnowski A (1997) Taste preferences and food intake. Annual Reviews of Nutrition. 17; 237-53(2) Weingarten HP & Elston D (1991) Food cravings in a college population. Appetite 17; 167-175(3) Reid M & Hammersley R (1999) The effects of carbohydrates on arousal. Nutrition Research Reviews 12; 3 –23(4) Flaten MA & Blumenthal TD (1999) Caffeine-associated stimuli elicit conditioned responses: an experimental model of th e placebo effect Psychopharmacology 145; 105-112

Adnkronos: Tre italiani su dieci a dieta

'Monitor Biomedico 2002' - l'indagine condotta dal Censis e dal Forum per la ricerca biomedica

SALUTE: 86% ITALIANI FA PREVENZIONE, 3 SU 10 A DIETA

 Italiani sempre piu' attenti alla propria salute. A sopresa, per l'86% dei nostri connazionali, la prevenzione e' diventata un'abitudine. Il 30,8% e' a dieta, il 20,2% fa attivita' fisica, il 52,5% si sottopone a esami di laboratorio e a visite mediche. Lo scorso anno, a controllarsi regolarmente era il 34,9%. Questa la fotografia scattata da , l'indagine condotta dal Censis e dal Forum per la ricerca biomedica, presentata oggi a Roma. Anche i nemici della salute sono cambiati. Il 70,3% degli italiani addita come minaccia al proprio benessere l'inquinamento, il 57,1% il fumo, il 33,9% lo stress. Superata la diffidenza iniziale, soprattutto verso nomi sconosciuti e impronunciabili, i farmaci generici sembrano aver conquistato gli abitanti della penisola. Il 41,4% li ha acquistati nell'ultimo anno. Fra questi, il 91% ha solo giudizi positivi: in particolare, il 78% afferma di non aver avuto alcun problema, il 13,4% e' soddisfatto perche' ha risparmiato. Attenti e informati, ma senza mettere in discussione il ruolo del medico di famiglia. Per il 67,1% degli italiani (erano 53,4% nel '98) si conferma la principale fonte di notizie su sanita' e salute. Per il 79,3% e' senza dubbio la piu' attendibile.

Liposuzione ed addominoplastica

a cura di: Dott. Amedeo Usai

Negli Stati Uniti almeno un milione di persone si sottopone ogni anno ad un intervento di chirurgia plastica. Spinte dall'eterno desiderio di rimanere giovani e incoraggiate dai risultati ottenuti da persone celebri, sono sempre di più le persone che accettano il rischio e la spesa di un intervento sul proprio corpo. In Europa le resistenze culturali rallentano ancora il fenomeno, così evidente in molti altri Paesi (si pensi a parte degli Stati Uniti, al Sud America e in particolare al Brasile dove ormai la chirurgia estetica viene considerata come un inevitabile destino per tutti prima o poi). Nei Paesi più industrializzati si osservano delle caratteristiche proprie del benessere: ad esempio l'aumento della durata della vita media e l'enorme numero di persone obese (addirittura una persona su tre). Anche questo spiega l'incremento senza sosta del numero degli interventi di chirurgia plastica ed estetica eseguito ogni anno.

Cos'e` la liposuzione?

La liposuzione consiste nell' aspirare del grasso da zone del corpo mediante una cannula collegata ad una speciale macchina.

Cos'e` l'addominoplastica?

L'addominoplastica è un intervento che si esegue per eliminare pelle flaccida in eccesso dall'area addominale.

Per chi e` indicata l'addominoplastica?

L'addominoplastica non è un intervento indicato per le persone obese ma per quelle che a seguito di diete o sport hanno perso parecchi chili e si ritrovano un grembiule di pelle flaccida nella parte bassa dell'addome. E' un eccellente intervento per le donne che hanno avuto una o più gravidanze e lamentano un cedimento del tono addominale e la comparsa di inestetismi cutanei e pelle flaccida in eccesso. In questi casi l'unico rimedio possibile è l'addominoplastica. A poco servono massaggi ginnastica o diete.

Quando e` indicata l'addominoplastica?

Quando la pelle e i tessuti sottostanti hanno perduto la capacità di ridursi contraendosi e l'eccesso cutaneo diventa un fardello che causa problemi psicologici anche seri: non si va al mare e si ha imbarazzo a compiere qualsiasi azione richieda di scoprire anche solo in parte l'area addominale.

Cosa si deve evitare quando si decide di andare avanti con un intervento di addominoplastica?

A questo punto molte persone si informano sulle possibilità di risolvere questo problema parlandone con persone amiche e non con un medico specialista e molto spesso cadono nella trappola di riviste a grande diffusione che reclamizzano risultati incredibili o ancora peggio finiscono in centri estetici dove vengono troppo di frequente in contatto con dei manager poco seri che hanno un solo scopo:guadagnare sulla sofferenza altrui.

A che età è consigliabile eseguire un intervento di liposuzione?

Non esiste una raccomandazione a questo riguardo che si applichi a tutti i pazienti . Le condizioni ideali si raggiungono quando si è raggiunto il peso forma e si constata un problema di lassità addominale.

Si può avere una gravidanza dopo l'addominoplastica?

Certamente. L'intervento ricostruisce la parete addominale ma non ne impedisce le normali variazioni che si notano in gravidanza.

E' pericoloso fare la liposuzione in concomitanza di questo intervento?

No. La liposuzione è un intervento sicuro quando sia eseguito presso strutture che ne garantiscano la sterilità.

Quale puo' essere la spesa di questo intervento?

La spesa di tale tipo di chirurgia plastica puo' apparire relativamente bassa se confrontata con attivita'intraprese allo stesso fine, spesso inefficaci e prolungate a tempo indeterminato, come terapie a ultrasuoni, laser, creme, massaggi e ricoveri termali

Piu' ti muovi, meno ingrassi

rivista scientifica: Science
commento a cura di: Gabriele Sani

Levine JA, Eberhardt NL, Jensen MD Role of nonexercise activity thermogenesis in resistance to fat gain in humans. Science. 1999 Jan 8;283(5399):212-4.

Fra i diversi individui, la tendenza ad ingrassare a seguito di un aumento della quantita' di cibo ingerito, mostra una notevole variabilita'(fino a dieci volte). La dinamicita' fa la differenza fra chi mangia a piacere senza ingrassare e chi con ogni piccolo boccone aumenta di peso. Lo proverebbe uno studio svolto su volontari non obesi scelti fra migliaia di candidati che per due mesi hanno ingerito ogni giorno 1.000 calorie piu' del necessario, rimanendo liberi di muoversi a piacere ma senza mai fare del vero esercizio fisico. Scopo dello studio diretto dall' endocrinologo Michael Jensen della Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota, e' stato quello di analizzare quanto ciascuno dei 16 soggetti sotto osservazione aumentava di peso mangiando in abbondanza ma senza bruciare energie in esercizio fisico vero e proprio. Lo scopo dello studio e' stato quello di calcolare, cioè, la cosiddetta ''attivita' di termogenesi senza esercizio'' (nonexercise activity thermogenesis, NEAT). Il differente accumulo di grasso, compreso tra 0,36 e 4,23 chilogrammi, spiega Jensen sulla rivista 'Science', è apparso proporzionale alla naturale propensione al movimento delle quattro donne e degli otto uomini interessati. Dallo studio si evince che le variazioni del NEAT davano ragione del differente assorbimento di grasso (coefficiente di correlazione = 0.77, p=<0.001). Tenendo conto delle differenze individuali e del fatto che l' 85% di ogni caloria extra viene comunque immagazzinata come tessuto grasso, pur ingerendo calorie in pari misura, ciascuno bruciava l'eccesso calorico in modo diverso, muovendosi sulla sedia piu' di altri nei momenti di inattivita' o facendo le scale anziche' prendere l'ascensore. Ovvero, sottolinea Jensen, che ''ogni forma di attivita', per quanto minore, e' importante''. L'attivazione della termogenesi senza esercizio si e' rivelata quindi determinante nel limitare l'aumento di peso da aumentato intake calorico: piu' ti muovi, anche senza fare esercizio vero e proprio, meno ingrassi, anche se mangi di piu'. Un'altra differenza su cui lo studio suggerisce di dedicare particolare attenzione e' quella tra i sessi: in media le donne hanno infatti guadagnato piu' peso degli uomini.

Di obesità si muore, ma pochi lo sanno

Alla presenza del Ministro della Sanità Girolamo Sirchia si è tenuto, oggi 2 luglio, a Milano il III Rapporto sull'Obesità in Italia, redatto annualmente dall'Istituto Auxologico Italiano. Come sottolinea Michele Carruba, uno dei relatori eccellenti che ha aperto il simposio e che ha "dato i numeri" attuali sulla prevalenza dell'obesità nel nostro Paese: "Di obesità si occupano troppo poco le Istituzioni Sanitarie, in quanto", continua Carruba, "non è ancora efficace il messaggio informativo su questa grave malattia cronica, che porta a morte sicura, ma che per certi versi viene, purtroppo, considerata un problema estetico più che clinico". " Un problema clinico grave che, invece, si candida come "l'epidemia del III millennio", per certi versi più pressante dell'AIDS, anche per l'impatto economico annuale sulla spesa pubblica sanitaria italiana" . Si calcola, infatti, che attualmente il numero di obesi adulti in Italia corrisponda a circa il 45% della popolazione e che le persone affette siano aumentate negli ultimi 3 anni complessivamente del 25%, in pratica si rileva un incremento dell'8% di nuovi obesi l'anno. Questo comporta una spesa di 4,3 milioni di lire l'anno per ogni grande obeso (BMI > 40) che sia già in fase complicata, con un costo complessivo che supera i 2.000 miliardi. E questa mirabolante cifra è relativamente modesta se si paragona al costo complessivo del sovrappeso e dell'obesità di grado inferiore (BMI 25-30) che raggiunge una spesa di 44.300 miliardi di lire l'anno, di cui ben 21.350 miliardi sono a totale carico del Sistema Sanitario Nazionale. Poche ma essenziali le proposte risolutive: la prima, una maggiore e più corretta informazione basata su una precoce educazione nutrizionale di tutta la popolazione; la seconda maggiori stanziamenti per la ricerca insieme con l'apertura di molti centri pubblici dedicati alla cura e alla prevenzione.
P.M.G.

Milano, 2 luglio 2001, Circolo della Stampa, III Rapporto sull'Obesità in Italia

Ciccia: non basta la pillola

Da "Quark" Maggio 2001 pagina 166

Una molecola che fa dimagrire senza dieta? La scoperta annunciata dalla società francese Genset,ha fatto sognare chi lotta con la bilancia. Chiamata "Famoxin", è stata modellata sull'ormone Acrp 30, prodotto dal tessuto adiposo, che permette di bruciare i grassi ingeriti. La quantità di questo ormone nel sangue degli obesi è inferiore alla norma. Da qui l'idea che esista una correlazione tra la quantità di ormone e l'obesità. La Genset ha così pensato di produrre una proteina ricombinante, Famoxin, a partire dall'Acrp 30. Annunciando che, in 15 giorni, aveva fatto perdere a topi obesi l'8 % del peso. Senza dieta. Ma il mondo scientifico è scettico: si tratterebbe di una operazione di marketing della Genset." Un conto sono i risultati sui topi, un altro l'applicazione sull'uomo", spiega Michele Carrubba, direttore del Centro studi e ricerche dell'Università di Milano. "L'obesità è una malattia dove conta per metà la predisposizione genetica, per il resto lo stile di vita. La ricerca è fondamentale per capire i meccanismi che regolano il peso: per esempio, ci ha fatto capire che il tessuto adiposo non è inerte, ma può essere considerato come un organo che comunica con il resto del corpo. Ma la pillola che rende magri ancora non esiste. E ammesso che una nuova molecola abbia le potenzialità per diventarlo dalla scoperta al farmaco passano decenni".

Statistiche: Italiani più grassi 

Secondo i dati più recenti diffusi dal ministero della Sanità, un italiano su due è in sovrappeso, mentre uno su dieci risulta addirittura obeso. L'obesità ta il 1994 e il 1999 è cresciuta del 25%. Tra i bambini gli obesi sono il 19% (quasi due su dieci) con picchi del 30% in alcune regioni. In crescita anche i "super-obesi" (oltre 130 Kg): 3-4% in più. Sotto accusa ci sono lo scarso movimento (non fa attività fisica il 21,9% dei giovani ed il 34,1% degli adulti) l'aumentato consumo di proteine (carne, pesce e uova), snack e alcool a danno di pasta, riso e pane, ma anche di verdura e frutta.

Obesità, è colpa anche del traffico

Sono quattro milioni gli italiani che pesano più di 130 chili. Studio dell'Organizzazione mondiale della sanità sulla vita in città. Il sindaco di Philadelphia mette tutti a dieta

di Antonio Cianciullo -
 La Repubblica 14 Marzo 2001, pagina 20

ROMA - Se un bambino vive vicino a una strada trafficata le sue probabilità di ammalarsi di leucemia raddoppiano. Il che, secondo Paolo Crosignani dell'Istituto nazionale dei tumori, vuol dire che già oggi il 1020 per cento dei casi di leucemia infantile nelle aree urbane è attribuibile al traffico e allo smog. Alla conclusione sono arrivati sei differenti studi internazionali, di cui due italiani, soprattutto attraverso il controllo delle storie cliniche e comportamentali: in Italia ci sono 50 casi di leucemia per ogni milione di bambini. «E' un problema serio», afferma Crosignani, «anche perché nei sopravvissuti crescono molto i rischi di contrarre altri tumori in età adulta». E' questo il dato più drammatico emerso dalla mattinata di relazioni scientifiche organizzata dall'Oms e dalla Legambiente. Ma anche guardando ai grandi numeri il quadro resta deprimente. I morti per incidenti, dopo alcuni anni di flessione, sono tornati a crescere raggiungendo quota 7 mila. A questi vanno aggiunti le vittime dello smog (3.500 solo nelle otto principali città, il 4,7 per cento delle morti complessive). E il costo sanitario in termini di rumore e di stress. Dalle analisi presentate emerge anche un altro dei prezzi imposti dal divorzio tra l'organizzazione urbana e il nostro corpo. Negli ultimi cinque anni l'obesità è aumentata del 25 per cento: quattro milioni di italiani hanno superato i 130 chili. Non siamo ancora nelle condizioni di Filadelfia, dove il sindaco ha fatto mettere a dieta l'intera città con l'obiettivo di perdere 76 tonnellate in 76 giorni. Ma le premesse per avviarci sulla strada americana ci sono tutte. In Inghilterra in dieci anni il numero dei bambini in sovrappeso è passato dal 5,4 al 9 per cento e quello degli obesi dallo 0,6 all'1,7 per cento. Per le bambine si è passati rispettivamente dal 9,3 al 13 per cento e dall'1,3 al 2,6. Anche in Italia il trend di crescita è stato impressionante.
Mentre invece - sottolinea l'Organizzazione mondiale di sanità - basterebbe andare in bicicletta o camminare per mezz'ora al giorno per ridurre del 50 per cento il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete e obesità e di circa il 30 per cento il rischio di ipertensione. Negli Stati Uniti, se tutti gli adulti camminassero regolarmente, si risparmierebbero ogni anno tra i 4,3 e i 5,6 miliardi di dollari. Bocciata sul piano sanitario, la macchina esce invece assolta a sorpresa dall'accusa di dare un forte contributo alla strage del sabato sera. Alla Legambiente hanno fatto i calcoli e hanno scoperto che nel Duemila sono morti 2.050 giovani nella fascia 1832 anni (600 tra i 18 e i 22, 750 tra i 22 e i 28 e 700 tra i 28 e i 32). Da un rapporto della Stradale risulta che nel quinquennio 9599 solo 135 giovani sono morti il sabato sera. Confrontando i due numeri si scopre che la temutissima sindrome del sabato sera è responsabile solo del 6 per cento delle morti di ragazzi per incidente stradale

LA MOLECOLA DEL DIGIUNO

Da  “LE SCIENZE “ n° 387 – novembre 2000

TROVATO FORSE UN FARMACO CHE FA DIMAGRIRE ELIMINANDO DEL TUTTO L'INTERESSE PER IL CIBO

Dimagrire senza faticose rinunce alimentari e sedute di ginnastica è il miraggio di qualunque obeso. Gli annunci di «magiche pillole» in grado di compiere questo miracolosi ripetono puntualmente per venire ridimensionati poco dopo. Ora è la volta di un gruppo di ricercatori del Johns Hopkins Institute di Baltimora che ha messo a punto un farmaco che, almeno nei topi, ha effetti straordinari. La sostanza si chiama C75 ed è stata sperimentata dal patologo Frank Kuhajda e dai biochimici Thomas M. Loftus e Daniel Lane che hanno pubblicato la loro ricerca su «Science». Gli autori stavano studiando l'alterazione del meccanismo dei grassi che ha luogo in alcuni tipi di tumori, come quelli del seno o della prostata, che secernono grandi quantità dell'enzima F AS, sintetizzatore di acidi grassi. Per bloccare il meccanismo i ricercatori hanno sviluppato una molecola, la C75 appunto, che interferisce con FAS bloccandone l'attività. Iniettando nei topi questa molecola della famiglia dei butirrolattoni ci si aspettava di veder diminuire la formazione dei depositi di grasso. Gli animali trattati hanno invece semplicemente perso ogni interesse per il cibo restando per altro normalmente attivi e in buona salute. I topi trattati con le dosi maggiori  sono arrivati a perdere anche il 30 per  cento del peso, prima di ricominciare a mangiare. il calo dei topi trattati con  C75 è stato addirittura superiore a quello degli animali lasciati semplicemente a digiuno per un uguale periodo di tempo. Il digiuno coatto, infatti, abbassa il metabolismo per risparmiare calorie, mentre la mancanza di interesse per il cibo indotta da C75 non provoca cali metabolici e quindi la riduzione di peso avviene più rapidamente. Ma come agisce C75? La sostanza non interferisce solo con il FAS, ma anche con la produzione del neuropeptide Y (NPY), un ormone prodotto dall’ipotalamo, che stimola l’appetito. Quando un topo digiuna, i suoi livelli di NPY continuano a salire, mentre se lo si tratta con C75 rimangono bassi, come se avesse appena mangiato. Non sembrano esserci correlazioni invece con la famosa Leptina, la sostanza antifame prodotta dal tessuto adiposo dalla quale finora non si è potuto ricavare alcun farmaco efficace. Per contro, si è osservato che anche i topi geneticamente alterati i modo da non produrre leptina e ingrassare a dismisura, una volta trattati con C75 cessano di nutrirsi, perdendo peso. La sostanza sembra avere u effetto positivo sulla fora di diabete insulino resistente che affligge questi topi obesi, aprendo uno spiraglio ad altre possibili applicazioni. Dato che il meccanismo di stimolazione della fame basato sull’NPY agisce anche negli esseri umani, la C75 dovrebbe essere efficace anche nella nostra specie.

Lo stress fa ingrassare: scoperto l'ormone

6 novembre 2000 - Articolo messo in Rete alle 20:40 ora italiana (19:40 GMT) dalla CNN

WASHINGTON (CNN) -- Lo stress influenza la nostra "linea". Da recenti studi, infatti, è emerso che non solo l'eccessiva pressione è dannosa per la salute mentale dell'individuo, o per quella cardiaca, ma gioca anche un ruolo nell'aumento del peso. Pamela Peeke, autrice del volume "Fight Fat After Forty" ("Combattere il grasso dopo i quarant'anni") e docente di medicina all'università del Maryland, a Baltimora, afferma che in persone esposte a stress frequenti, il cervello provvede ad emettere un ormone, chiamato dagli studiosi "ormone dello stress". Questo ormone sarebbe alla base della reazione a catena che stimolerebbe alcune cellule a trattenere più grassi. "Ci sono particolari recettori nelle cellule grasse dell'addome che si legano con gli ormoni dello stress, e questi ormoni stimolano alcune cellule ad un maggiore trattenimento del grasso", ha detto Peeke, ex direttrice di ricerca del National Institute of Health. Il corpo umano è naturalmente portato a conservare i grassi nell'organismo per un meccanismo di difesa fisiologico, che consente ai muscoli - quando il cuore è sotto sforzo eccessivo - di disporre comunque di energia "sul posto". Questo era un meccanismo che aveva un senso per i nostri antenati, dice Peeke: ma il cervello non è in grado di distinguere lo stress necessario a sopravvivere da quello cronico, quotidiano. Per questo gli individui continuamente sotto pressione, più facilmente degli altri, sono portati ad immagazzinare grassi. L'antidoto migliore per bloccare l'ormone dello stress è l'endorfina beta, prodotta attraverso l'esercizio fisico. "Trenta o quaranta minuti di sollevamento pesi due volte a settimana sono il metodo migliore per evitare un eccessivo ingrassamento", aggiunge Peeke. Ma anche l'alimentazione ha la sua importanza. Bisognerebbe limitare l'assunzione di proteine ed evitare assolutamente gli amidi, specialmente dopo le cinque del pomeriggio. La dottoressa Esther Sternberg, autrice di "The Balance Within", (L'equilibrio interiore) raccomanda ai pazienti di monitorare i propri livelli individuali di stress, e suggerisce di "trovare un modo per trasformare lo stress distruttivo in uno stress positivo"

ECCO L’ORMONE REGOLA GRASSO

Da Diata – n° 2 - Dicembre 2000

Scoperto un ormone che provoca l’accumulo di grasso. Si tratta dell’ormone naturale Ghrelina conosciuto per il suo ruolo nella regolazione della secrezione dell’ormone della crescita. Lo annunciano su Nature ricercatori di Eli Lilly, che hanno iniettato sottocute una versione di sintesi dell’ormone in topi e ratti. Si è osservato che gli animali sono aumentati di peso (in particolare è aumentata la massa grassa) e hanno ridotto il loro metabolismo energetico. La somministrazione diretta dell’ormone nel cervello ha provocato, invece, un aumento dose dipendente dell’assunzione di cibo e del peso. Secondo gli specialisti l’ormone “avverte” l’ipotalamo che è necessario un aumento dell’efficacia metabolica, entrando  nelle regolazioni neuroendocrine della bilancia energetica.  

Le nuove "armi" contro l'obesità


Grasso non è più bello: dal congresso europeo la sfida al tessuto adiposo

ANVERSA, 25 maggio - Dopo decenni in cui dell'obesità si sono combattuti solo i sintomi, sono allo studio nuove armi in grado di colpire il problema nel cuore. Il principale bersaglio è il tessuto adiposo, il cui ruolo è così complesso che oggi, nel congresso europeo sull'obesità, è stato definito un vero e proprio organo: l'organo adiposo.

A proporre la definizione è stato Saverio Cinti, dell' università di Ancona. «Siamo tutti concordi - ha detto il farmacologo Michele Carruba, del Centro studi sull'obesità dell'università di Milano - perchè l'organo adiposo svolge un ruolo cruciale nei meccanismi finalizzati a mantenere costante il peso». I suoi componenti, il tessuto bianco e il bruno, si sviluppano l'uno a spese dell'altro in modo da mantenere il peso costante. Se l'equilibrio si rompe a favore del tessuto bianco si accumula grasso e si diventa obesi. Perciò controllare i complessi meccanismi che regolano l'equilibrio è la sfida dei prossimi anni.

Ecco i principali bersagli:

LEPTINA: è l'ormone prodotto dal tessuto bianco, che informa il cervello sulle riserve energetiche dell'organismo, regolando così indirettamente l'appetito. Nei topi il meccanismo funziona ed è controllato dal gene Ob, nell'uomo invece sono proprio gli obesi a produrre grandi quantità di leptina per un difetto del recettore di questa sostanza. Si punta allora ad attivare comunque i meccanismi scatenati dalla leptina.

NPY: (Neuropeptide Y), è un prodotto della leptina che aumenta l'appetito. Sono allo studio sostanze antagoniste.

MC4: (Melanocortina 4), prodotto della leptina che riduce il consumo di cibo. Sono allo studio sostanze per attivarlo.

TNFalfa: fattore di necrosi tumorale prodotto dal tessuto bianco che può provocare la morte delle cellule del tessuto bruno. Il meccanismo è stato individuato dal gruppo di Carruba e l'ipotesi è che quando il tessuto bianco è presente in grandi quantità comincia ad uccidere il bruno.

RECETTORE BETA 3: recettore della noradrenalina presente solo nel tessuto bruno e utilizzato da questo per moltiplicarsi. Tra le altre sostanze che questo tessuto «intelligente» produce per autoalimentarsi ci sono il fattore di crescita delle cellule nervose (Ngf, per potenziare la rete nervosa) e il fattore di crescita vascolare endoteliale (Vegf, per potenziare la rete dei vasi sanguigni).

Mentre le prove sui ratti hanno dimostato l'efficacia dell'attivazione del recettore beta3, quelle sull'uomo hanno fallito. "L'ipotesi più semplice - ha concluso Carruba - è che il recettore del ratto sia diverso da quello dell'uomo. Si sta cercando così di mettere a punto un modello sperimentale valido del recettore umano".

Obesità e bambini
dal sito del Corriere della Sera

D: Sui giornali leggo continuamente appelli che invitano a perdere peso.
E da un po’ ho visto che sono stati presi di mira anche i bambini, che, secondo esperti e giornalisti mangiano troppo. Quand’ero piccola io ci dicevano di mangiare perché dovevamo crescere. Come la mettiamo?

R: Ovviamente la soluzione è il buon senso. Non bisogna negare ai bambini il giusto nutrimento per la crescita, però bisogna fare in modo che siano alimentati in modo sano. I bambini delle precedenti generazioni erano meno esposti rispetto a quelli di oggi a merendine, snack , patatine eccetera. Tutte tentazioni molto gustose, e anche ammissibili in quantità limitata. Ora però il ricorso a questi alimenti è diventato molto maggiore. E a questo si unisce anche la crescente sedentarietà dei ragazzi di oggi. Venti o trent’anni fa i piccoli erano più liberi di correre e di giocare all’aperto. Oggi il tempo dedicato una volta, per esempio, al pallone e alla bicicletta è occupato da computer, televisione, videogames. Tutte attività che si praticano seduti. Il risultato è che oggi in Italia, Paese che peraltro può vantare una percentuale di adulti obesi tra le più basse del continente europeo (circa il sei per cento contro il 18 della Gran Bretagna e il 17 della Germania), il 20 per cento dei bambini sotto i 12 anni, rispetto, per esempio, al 7-8 del Regno Unito. E il dato che riguarda i bambini italiani è ancora più grave se si considera che il numero è in continua crescita: è raddoppiato in soli dieci anni. Insomma, qualche caloria in meno e molto movimento in più è da consigliare, specialmente ai bimbi che tendono già a “metter su pancia”.

Obesità, l'Italia a rischio epidemia

''Desidero lanciare un vero e proprio 'grido' d'allarme e denunciare l'obesita' come fatto epidemico nel nostro Paese''. Cosi' il professor Michele Carruba, neodirettore del Laboratorio Ricerche sull'Obesita' dell'Istituto Auxologico Italiano, commenta i dati Istat relativi alla prevalenza di persone obese e sovrappeso nel Bel Paese, pubblicati nel Secondo Rapporto sull'Obesita' in Italia curato dall'istituto. Secondo l'indagine, nel 2000 gli italiani obesi sono arrivati al 9,7% della popolazione totale (9,5% degli uomini e 9,9% delle donne), mentre quelli sovrappeso al 33,1% (41,0% degli uomini e 25,7% delle donne). ''L'obesita' - afferma il nutrizionista - non e' un problema estetico, ma una vera patologia. Eppure solo il 5% degli obesi si rivolge al medico, mentre il restante 95% preferisce affidarsi ai consigli dietetici dei media e della pubblicita'''. Ma l'obesita', prosegue, ''non e' solo una malattia, ma e' una malattia complessa e multifattoriale, riconducibile per il 50% a fattori genetici (sono ben 40 i geni coinvolti, anche se nessuno e' sufficiente a causare da solo l'obesita') e per il 50% a fattori ambientali. E' necessario - avverte - cambiare la cultura: l'obeso non e' un vizioso e se mangia tanto e' perche' ha un difetto organico che bisogna capire e curare. Ha una malattia cronica, paragonabile al diabete: come per quest'ultima patologia non basta abbassare la glicemia per eliminare il problema, cosi' per l'obesita' non basta dimagrire, perche' il sovrappeso e' solo un sintomo e riducendolo non rimuoveremo l'obesita', ma miglioreremo soltanto uno dei suoi sintomi''. ''L'obesita' - continua l'esperto - e' la madre di tutte le patologie; e' la seconda causa di morte evitabile dopo il fumo di sigaretta, e riduce l'aspettativa di vita di ben diciassette anni. Senza contare i suoi costi enormi, sia diretti (ospedalizzazione, visite mediche e farmaci) sia indiretti (disabilita', pensionamento precoce e morte prematura)''. E riporta il risultato di uno studio epidemiologico secondo cui ''far dimagrire di sette chili un obeso significa risparmiare 750mila lire l'anno in farmaci antipertensivi e antidiabetici''. Credibile, se si pensa che ''l'85% dei malati di diabete di tipo II soffre anche di ipertensione ed e' obeso''. Ma cosa si sta facendo in Italia? ''Il Piano sanitario nazionale '98/00 - ricorda Carruba - esprimeva un 'desiderio': ridurre l'obesita' del 30% in tre anni''. Ma la strada e' lunga e disseminata di ostacoli: ''Innanzitutto ad oggi, mancano i numeri esatti sulla prevalenza: disponiamo solo di dati Istat, non epidemiologicamente corretti. Il secondo problema riguarda l'eziopatogenesi, ancora incerta. Negli ultimi 7-8 anni il numero di ricerche e' piu' che raddoppiato, ma la ricerca da sola non basta: occorrono sovvenzioni da parte delle autorita' politiche, perche' far luce sui meccanismi responsabili dell'obesita' potrebbe significare (cosi' come e' accaduto in passato per molte altre patologie) trovarne la cura. Che per ora manca e ci costringe a ricorrere a semplici sintomatici''. Infine, conclude, ''e' indispensabile potenziare gli interventi di prevenzione, soprattutto secondaria, cioe' rivolta a coloro che gia' sono malati ma che potrebbero aggravarsi''.

                                            

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