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ALCOFRIBAS Dopo aver nuotato in fiumi di chiarelli, grechi e lacrime, scostò fili di luna per ritrovarsi in un labirinteo giorno senza signori. Attraversò questa Milano bella solo al secondo sguardo strisciando sulle strade come sul fondo di una cava di pietra, tra i monumentali imbottigliamenti e le puzze industriali, e si chiedeva ansiosamente quand'è che i pidocchi avrebbero finito di mangiargli i capelli per attaccargli la cervice. L'aria era piena di polvere nera. Le macchine ululavano, i tubi gorgogliavano. Città di acciaio dove tutto funziona. E, se qualcosa si rompe, si fa finta di niente. È' solo il nostro cuore che non va. Banconi da macellaio. L'Accademia di Brera. Ed ecco apparire laggiù La Zia, ossia Procopio: magnaccia, tossicodipendente e spacciatore. Volete una donna, un giovinetto, un trip? Rivolgetevi a lui. E' quel che fece Vence. Procopio (La Zia) gli offrì del crank. "Ti faccio un prezzo di favore", gli disse con quella bocca sprovvista di labbra; e subito dopo rizzò le orecchie nell'udire una sirena bitonale echeggiare qualche strada più in là. "Allora, lo prendi? Quanto hai?" inquisì di fretta. Vence aveva pochissimo con sé, ma pareva che bastasse. Lo scambio fu effettuato tra caseggiati che necessitavano urgentemente di un restauro: al di sotto di strutture metalliche sulle quali, a intervalli di pochi minuti l'uno dall'altro, rombavano treni ad energia magnetica. Vence ingurgitò le pasticche nei recessi di un cyberpub bevendoci su due birre, e improptu scelse di chiamarsi, per quel giorno, Alcofribas Nasier. Questo era lo pseudonimo anagrammato sotto cui Rabelais aveva pubblicato il Pantagruele e il Gargantua. Sembra che il buon Rab avesse fatto uso dell'LSD... Tornò nella mischia. All'inizio non ottenne nulla di eccezionale da vedere. Il compatto centro storico era il solito carcinoma di medioevo e barocco. Dal cielo cadevano a tratti uccelli morti sull'asfalto, ma anche questo era un fatto scontato. Si imbatté in visi ed edifici austeri, come ai tempi di Radetzki. Quindi attraversò lo strato di liberty, cui seguì quello belle epoque. Salì alcuni gradini - non sapeva di che, non sapeva di dove. L'importante era salire. Una volta tanto, desiderava scambiare la prospettiva del ranocchio con quella dell'airone. Una statua si erse alla sua destra, su un piedistallo: un poeta o un semidio togato, vagamente rossastro, in negativa contro un tetragono nero. Alcuni punti luminosi - stelle? - stavano sospesi tuttattorno al profilo marmoreo. Vence si sporse in avanti. Ai suoi piedi, Mediolanum. In lontananza una gru obliqua, la cupola di un teatro, grattacieli con le antenne, la vaga silhouette del Monviso. Il tutto in tempera rossiccia, sotto un cielo biancastro (la cappa di smog, naturalmente). Colto all'improvviso da una fame mordente, riguadagnò a saltelloni il piano terrestre e, racimolate le scarse migliaia di lire che gli erano rimaste, entrò al Burghy. Il locale era sovraffollato, tutti i tavolini occupati. Davanti al bancone stavano lunghe file di persone. In unaltra occasione se ne sarebbe scappato per cercarsi un buco meno congestionato, ma quella volta risolse di mettersi in fila anche lui. Osservò gli ospiti - per lo più giovanissimi - che avevano avuto la ventura di trovare un posto a sedere: si ingozzavano allegramente gettando sguardi furbeschi al di sopra del vassoietto stracarico di cibarie da cartone animato. Alcofribas ebbe un rigurgito, vacillò, e l'individuo dietro di lui protestò: "Uhei! I miei piedi!", mentre il tizio che gli stava davanti si voltava urlando: "E non spinga!" Uscì dalla fila, fu fatto uscire, e squadrò i presenti con espressione corrucciata. Quelli intonarono: "Sta male? Qualcosa non va?" Al pari di un insegnante minacciato dagli indemoniati alunni, Vence/Alcofribas retrocedette, terrorizzato o indignato. Forse entrambe le cose. Riuscì a scivolare tra due grassoni e a riguadagnare l'uscita. Si lanciò correndo sul marciapiede, e corse e corse finché i passanti persero la loro consistenza umana e non furono che meteori detonanti. Infine i suoi movimenti rallentarono, il suo corpo si rimise in sintonia con la meccanica celeste. Davanti a un ipermercato schivò un gruppetto di casalinghe militanti. "Cazz...! Ma che c'è oggi? Che hanno tutti quanti?" Si attardò a considerare l'andatura spedita dei passanti. Milano arido efficientismo. Milano strazi del lavoro. Anche oasi improbabili, però. Tra la Scala e il Passaggio dei Mercanti si apre via Santa Margherita, e fu lì che andò a rifugiarsi per tirare il fiato. Mezz'ora dopo superava con passo elastico il cancello del Cimitero Monumentale. Percorse i lunghi vialetti tra tombe pompose, tenendosi un fazzoletto sul volto e fingendo di piangere o piangendo per davvero. Lesse: De morte transituri ad vitam. Aveva dimenticato di aver avuto fame. A tratti rideva nello scorrere nomi e motti funebri; un momento dopo ogni cosa gli si confondeva davanti agli occhi. Doveva essere per via dei profumi nell'aria. Un universo di fiori marciscenti. Alcuni alberi gli sbarravano la vista della strada: il sipario restava chiuso ma la farsa continava. Si sedette su un sepolcro. 'Qui giace Raminagrobis' stava inciso sulla lastra. Rammentò: terzo libro rabelaisiano. Raminagrobis era il carattere che impersonava Guillame Crétin, tipico rappresentante della scuola dei Retoriques. Stette a rimuginarci su finché non gli venne un'emorragia al naso e la bava non gli colò dentro il colletto. Infine ebbe un'intuizione dolorosa: Raminagrobis era il suo vecchio amico d'infanzia! Il gemello perduto!... Scattò all'impiedi, si chinò sulla lastra e cercò di sollevarla, ma invano. Piangiucchiando, si aggirò per le tombe circostanti e scoprì quelle di tanti altri suoi amici: 'Quivi giacet Tommaso Navarra', 'Ermanno Schmidt R.I.P.' e così via. I coniugi D'Anno erano seppelliti insieme. La tomba dellamata Mara, piccola, senza marmo né fronzoli - quasi un fosso -, si trovava più discosta. Sulla croce ovviamente era segnato un altro nome, ma ormai Alcofribas era in grado di leggere tra le righe; inoltre, la foto - ovale e sbiaditissima - mostrava proprio il volto di Mara: una Mara all'età di ventuno o ventidue anni. Si buttò a peso morto sull'algido e duro letto e pianse e pianse fino a quando, stremato, non si appisolò. Imprecò nel riaprire gli occhi. Il gelo gli era penetrato nelle ossa; si sentiva tutto indolenzito e reggersi in piedi era una vera fatica: accusava problemi di equilibrio. Era rimasto in quel posto la notte intera! Il camposanto era un lugubre scenario che tra qualche decina di anni sarebbe stato solcato da una strada chiamata Fifth Avenue. La crescita di una metropoli non rispetta nemmeno il sonno dei morti... Vence-Alcofribas provò a infondersi coraggio: "Supererò anche questa. Risorgerò all'alba, come sempre..." Ai primi bagliori intravide tra i sepolcri un gatto selvatico che inseguiva un paio di topi. I topi erano grossi quanto conigli; volendo, avrebbero potuto facilmente sbranare il felino. Alcofribas Nasier cominciò a scandagliare il fondo del mattino con vista aguzza, ponderando l'opportunità di poter rimanere lì per qualche tempo ancora senza farsi scoprire dai Guardiani dell'Abbuffata. Esponenti della famiglia dei sagittaridi si incrociavano nel cielo e, per fortuna senza scendere - temibilissimi, i loro artigli e becchi ricurvi -, mollavano ogni tanto rose di zolfo che andavano a spiaccicarsi un po' dappertutto. Altri occhi, occhi che non erano i suoi, scandagliavano il desolato paesaggio: quelli di silenziosi, disgustosi insetti. Avanzò nella foresta marmorea di quel luogo di pene eterne. Accidenti, uno scricchiolio!... Era il terriccio. Piano, piano. Gli Abbuffini avrebbero potuto sentirlo... Perfino camminare risultava pericoloso. Si arrestò... si sdraiò in un angolo riparato dalle pietre mortuarie... tese l'udito. Non c'era altro da fare, per il momento. Lo riassalì la fame. Quegli uccellacci lassù... ti racconterebbero che la carne umana ha sapore di maiale.
Stava cautamente acquattato. Spiava, spiava...
Spiava i termitai alti quanto e più di un uomo, belli a vedersi; quasi dei cenotafi. Sulla cresta della latomia, il gatto rincorreva i sorci. Poi, contro ogni previsione, uno dei rapaci alati si abbassò sopra i topi e ne artigliò uno. "Adesso loro, più tardi me..." fremette Alcofribas, portandosi le mani alla gola. In lontananza sibilò la sirena di una fabbrica; la prima di un lungo concerto. Se tutti quegli zombies là fuori si affannavano in opifici e uffici era perché su di loro gravava la paura del ritorno della Carestia. Nient'altro che favole, assurdità conclamate. "Anch'io però... faccio il tragico, combino commedie... menestrello della cacca." Proprio in quel momento, una delle trappole piazzate tutt'attorno scattò. Il rumore fu secco, inequivocabile. Rallegrandosi tutto, Alcofribas strisciò sulla ghiaia, pur senza scordarsi di stare in guardia. Temeva un agguato da parte di quei desperados che, notoriamente, vivono dando la caccia ai pellegrini. (Aveva sentito parlare di un predicatore dei bassifondi che, mentre leggeva i Leviti al suo gregge di pecore nere, aveva scorto un turista sprovveduto vagare tra i tuguri e: "Adesso", aveva tuonato dal pulpito improvvisato, "preghiamo tutti per dieci minuti." E, mentre i peccatori biascicavano a capo chino, si era precipitato sul forestiero e lo aveva raggiunto con pochi balzi, assicurandosene così le parti più succose.) Vence-Alcofribas tirò un sospiro di sollievo vedendo che nella trappola era finito un cane-coniglio-gallina: l'ibrido faunesco di Dürer, lo stesso mitico animale che, in forma di statua, adorna una piazzetta di Norimberga. "Che fortuna!" esclamò. "E com'è bello grosso!" Si tappò la bocca. Se i morti mi udissero parlare da solo - ragionò -, mi crederebbero uno scervellato. Se qualcuno mi vedesse sarei spacciato comunque - si ammonì poi. Riacquattatosi, tornò verso il riparo trascinando con sé il cadaverino. Prese a mangiarlo così com'era, caldo e quasi palpitante, con le penne, le orecchie, il pelame e tutto: sapeva di selvaggina e di animale da cortile, di iena e di quaglia, con sfumature di rana e porcospino. Poi si accorse di essersi imbrattato di sangue il bavero e i calzoni. Affinché l'odore non attirasse i mangiacristiani, gettò gli ossi lontano e si passò della terra sulla faccia e sulle mani. Adesso che era sazio, i sogni acidi non potevano più corroderlo... Scivolò verso la tomba di Maestro Folengo e gli confessò (erano centinaia di anni che avrebbe voluto farlo) il debito che aveva con lui: "Ho sempre attinto qua e là dai vostri tomi d'idee... Ma", si difese, "conosco molti che hanno raccolto successo dopo aver imitato me. Prendiamo Béroalde de Verville ad esempio, l'autore de Il mezzo di riuscire..." Il sole aveva compiuto un arco sopra la sconnessa distesa di croci e di angeli che spezzano le catene quando un'altra trappola scattò -zac!- scuotendolo dall'apatia in cui era caduto - un'apatia da montatore di lenti. Percorse quatton quattoni un pezzo di sentiero (qui i ripari erano più bassi) e quasi scoppiò in una serie di impropreri nel notare che la vittima altro non era che un topaccio, non certo buono da mangiare. Per la rabbia, ma anche per un senso di pietà, gli staccò la testa con un morso e tornò ad appostarsi, ammirando da vicino alcune bisce che si avvoltolavano sulla sponda giallomorta di una pozzanghera. "La Carestia. Là fuori temono la Carestia, istigati dai Padri Incoerenti. Pargoleggiano tra chioschetti e spacci sotterranei, tra fole e stregonerie al neon... mentre io qui, in questo aridume, a sognare un fiume di latte. Conviene loro, eccome, arraffare l'arraffabile! Il consumo inveterato rappresenta il rinvio, l'assenza dell'Innominabile. Del Dio che sta dietro la realtà artificiale e attende di risucchiare tutte le cose, tutti gli esseri." Seguì un tramonto infiammato, come da tragedia infuriante attorno alla Croce Celtica, e quando, oltre la Spada della Vendetta, la mezza-erba mezza-sabbia tremò, lui (lei? esso?) divenne bianco come uno straccio. Trovò la forza di alzare gli occhi al cielo e scorse una faccia che lo terrorizzò: era la propria, così come appariva nel ritratto eseguito da Lagneau. Una pioggia di frammenti di ombre sconquassate preannunciò la nuova notte. "Eldoro: questo il nome vero dell'Ombra... Sst! Cos'è stato?" Un nuovo scatto: cupo, come se attutito da qualcosa di duro, sostanzioso... Le tagliole funzionavano bene. Volse il capo e: "Cazz...! Sono io ad essere stato catturato dai denti metallici!" La sua mano, così livida, già si macchiava di rosso. Aveva dimenticato di aver avvistato proprio qui uno di quei dannati aggeggi... Cercò di arginare il sangue con l'altra mano, mentre udiva una risata salire dai visceri della terra. Eldoro scuoteva il capo, severo. "Soffrirò molto", si rese conto. Il taglio era profondo. Se si agitava, la ferita si ingrandiva sempre più. Nuotatori pazzi del buio gli si raccolsero intorno a rispettosa distanza; alcuni di loro erano viados, falene dal sesso incerto, e recavano in dono scatole contenenti scorpioni. Intanto, nelle strade, innumerevoli falò di elettricità puntavano verso il firmamento per ricacciare indietro le angosce eclatanti che albergavano dentro le casetorri (al posto di quelle oscene costruzioni un tempo erano sorte delle nuraghe). Gerani e crisantemi si inasprivano nel sonno; fiori di sterpi ronzavano. "Un'altra bestiola. Ne abbiamo beccata un'altra", si compiacque il fuggitivo nel suo delirio. Osservava la mano strangolata con pupille che ardevano di fierezza. "Ora la lascio a dimenarsi un po' finché le forze non l'abbandoneranno." E aspettò, col naso vicino a quella che gli sembrava una nuova, interessante preda. La manolepre, ansante, sembrava doversi vieppiù debilitare. Il liquido che sgorgava dall'arteria tranciata, dopo aver tinto la tagliola lunare, si estendeva in una vasta macchia su e tra le pietre funeree. Ostinato, Alcofribas Nasier continuava ad attendere che la bestiola smettesse di ribellarsi al suo destino... atteso a sua volta da un plotone di fantasmi. Ma dopo qualche minuto gli fu chiaro che l'agonizzante creaturina non voleva più smetterla con quei suoi spasmodici movimenti. "Non può andare avanti per sempre. (Tempore te'.) Non ti pare, compagna mia, Ombra dei desideri aliturgici?" Al sopraggiungere dell'alba cupa, la manolepre stava ancora ad agitarsi con la stessa foga. Da qualche parte giungevano tonfi strapotenti, che fecero nascere in Nasier il sospetto di trovarsi nel cavernoso antro del Maligno. Possibile che gli abitanti di Babilonia avessero ragione? Che è meglio prendere quanto più possibile dalla vita senza mai chiedersi cosa c'è al di là del visibile?... La macchia di sangue sul terreno si trasformava in un vero e proprio laghetto e Vence-Alcofribas studiava incantato lo stupefacente spettacolo. "A questo punto, la mia laurea in Asinologia si conferma, definitivamente, vana. O sole, beati gli occhi che ti rivedranno!..." Si riscosse: "Attento, Alcofribas, attento! Non dimenticare i persecutori, non annullare il tuo essere nella contemplazione degli affanni della lepre - profondi e polmonari, questi suoi tentativi di liberarsi -... All'erta, mon ami!" Gli fece eco il silenzio quasi mistico di tutte le cose vive e di tutte le cose morte. "Ho di nuovo una gran fame. Col rischio che mi si scambi per un Abbuffino, chiederò un po' di sostanza a questa strana e testarda creatura." E addentò due dita della mano. L'arto-ibrido ballava la sua giga a un ritmo parecchio superiore dello stesso pulsare dell'universo, mentre il lago di sangue si gonfiava ulteriormente. "Aspetto, aspetto che perisca. Baderò che non mi trascini con sé. Sicuro, l'attesa è una specie di morte, e tra le più brutte." Riaffiorarono in lui reminiscenze del tempo socievole. Eldoro... Doerol... Dolore. Al crepuscolo, rosicchiò un terzo dito. Nessuno vide; nessuno volle vedere. Anche i più viscidi animaluzzi se ne erano fuggiti lontano. Tutt'intorno rimaneva solo un branco di epitaffi. "Così si susseguono i giorni e le notti... Colombe rompono il guscio dorato regalando pianti all'aria e illusorie profezie al campo su cui crolleranno i serpenti che già si furono lanciati come frecce verso uova da cui spiccano il volo colombe..." Alcofribas Nasier cantava la saga che, mesi o secoli dopo, gli schiavi della civilizzazione avrebbero ricostruito ritrovando le tracce della sua esistenza, e che avrebbero tramandato alle generazioni future. "Prima che le stelle si rispengano, spero di veder morire questa sciocca bestiola!" Una macchia d'inchiostro aleggiò bassa sulla tagliola. Quando Nasier fendette l'aria con il braccio libero, l'uccellaccio riprese il volo stridendo con esasperazione, e sparì tra i cipressi. L'ennesimo sussulto degli Inferi risvegliò i funghi e gli afidi sotterranei, che cominciarono a espettorare corpuscoli. I microbi spermatici volteggiarono sulle pietre per planare poi verso l'estate triste degli alberi cimiteriali. Ecco come stavano le cose quando Alcofribas giurò, spergiurò: "Tornerò a credere a tutto ciò che desiderate, pur di veder morire in fretta questo dannatissimo essere". Poi, siccome è vero che l'essere umano è l'unica creatura in cui l'inutile supera l'utile, dedicò una preghiera ai morti. Finì col mangiare le due restanti dita. La manolepre, ridotta a un moncherino, si dimenava ora con minore frequenza. Il corpo di Vence-Alcofribas si era ricoperto di un sudore freddo, come un sudario. Muri scuri passavano e ripassavano davanti ai suoi occhi. "Non è possibile che resista così a lungo. Non può..." Un lungo attimo di sospensione caratterizzò il nuovo sorgere del sole. Quindi, urla spaventate di persone vestite a lutto squarciarono l'aria, mettendo in fuga tutti gli esseri ed esserini che avevano trasformato quell'angolo di camposanto in un anfiteatro. Alcofribas sollevò le palpebre e fu come se si destasse da un sonno strano e tormentato. L'oscurità si era dileguata; anche dalla sua testa. L'effetto della droga si era smorzato, e lui poté vedere cos'era realmente avvenuto: una delle croci di pietra era caduta e, abbattendosi sul suo braccio all'altezza del polso, glielo aveva fracassato, squarciandolo. (Profonde gole nel basalto.) Aveva perduto parecchio sangue. Alcuni visitatori del cimitero lo avevano scoperto; ma troppo tardi. Mentre scorgeva in lontananza uno dei guardiani accorrere, sentì la terra tremare: Morte Buffona avanzava sulle sue lunghe leve. "Vieni pure! Voglio conoscerti. Voglio saperti", gridò, o credette di farlo, con una nota più divertita che tragica. E stavolta non vi furono soltanto mani premurose a occuparsi di lui. Stavolta, il Famelico in persona sporse il suo occhio da un mucchio di pietre squadrate e, nel vedere questo ridicolo relitto d'uomo sanguinolente e contorto, spalancò le sue enormi fauci.
Ogni notte, per le strade dalle insegne più svariate e luminose, si aggirano anime straziate. Dentro e fuori i grattacieli del Moloch si accende di continuo un qualche tumulto. Soltanto dopo l'estrema catastrofe genti di diversa provenienza si terranno per mano, scambiandosi tenere occhiate. Cuccioli di creature mostruose.
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