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franc'O'brain - Diablo Records, Inc.



franc'O'brain

Arachnolove

A.D.

 

 

1.

 

Era un brillante pomeriggio di luglio e la villa verso cui mi dirigevo mi sorrideva, e io sorridevo a lei. Ci conoscevamo già: era la villa dei Lasagna, una delle più belle di Pietragialla. Percorsi fino in fondo il sentiero ghiaioso, che era affiancato da tettoie, pergolati e passaggi a volta tutti coperti di foglie e fiori, e bussai.

Mi aprì Nina, la cameriera dall'aspetto esotico.

- Signorina Kathy venire subito - mi disse, facendomi accomodare nella saletta per gli ospiti.

"Signorina" Kathy era la pupa alla quale davo lezioni private. Un tipetto scostante, ma dal viso grazioso e il fisico niente male. Un virgulto che mi ripromettevo di cogliere con le mie stesse mani... un giorno o l'altro.

Mi misi comodo sulla solita poltroncina e mi accesi una Lucky Strike. Poi udii dei passi. Li riconobbi immediatamente: non erano quelli di Kathy. Nella cornice della porta di mogano, infatti, si materializzò Barbara, la giunonica padrona di casa. Mi sollevai e le andai incontro con lunghe falcate.

- Kathy è ancora stanca di ieri sera - mi mise al corrente. - Il party che abbiamo dato...

Iniziai a sbaciucchiarle l'incavo delle spalle mentre lei restava passiva come un'oca sotto di me, infine posai le labbra sulle sue e infilai la lingua nella sua bocca.

Ognuno nasce con la sua Cruz. La mia è la debolezza di fronte a una bella donna. E Barbara lo era. Avrà avuto i suoi quarantacinque anni, se non di più, ma si manteneva bene, grazie anche alle endovene di creme antirughe che si faceva arrivare dalla Svizzera.

Notai che il mio bacio suscitò in lei un certo ribrezzo. Di nuovo non ero riuscito a controllare l'impeto. La saliva che si riversò in gran quantità nella sua bocca la costrinse a ritrarsi. Il suo fu un gesto che mi infastidì, ma non persi la voglia di possederla. Lei evidentemente non desiderava essere di nuovo baciata, ma era decisa nell'andare avanti e farsi fare uno di quelli che definiva "massaggi vaginali". Girò la testa di lato e slacciò il reggiseno: una puttana di gran classe. Io non persi tempo e mi gettai su di lei, strappandole gli slip. Barbara rise, facendo tanto d'occhi nel vedere il mio pene in erezione. Come se non lo conoscesse già! La spinsi sul tappeto e la presi con violenza, mentre lei cercava di soffocare i mugolii. Nel bel mezzo del divertimento, sentii Nina, la cameriera, passare appena oltre la porta. Mi fermai, rimanendo aggrappato a quei seni prosperosi con il naso all'insù, simile a una belva che annusa l'aria, ma Barbara mi incitò a continuare la cavalcata. Dopo qualche minuto, venni come un mandrillo.

- Bene - dissi, rialzandomi e ripulendomi alla meglio con un fazzolettino di carta. - Dicevi? Party? Che party?

- Oh, uno di quei party che ogni mamma per bene deve organizzare per introdurre la sua figlioletta nella società "che conta". - Prese gli slip in mano, si aggiustò la gonna e si diede una sistematina alla capigliatura ossigenata. - Lo sai - proseguì, - che Kathy è ritrosa, timida...

- Vero - dissi. - Non ha preso proprio nulla da te. - E le depositai un bacio sul collo.

 

Barbara Lasagna era arrivata, anzi era esplosa nella mia vita nel momento giusto: quando io ero sul punto di perire d'indigenza e... di mancanza di sesso. Nel settembre dell'anno prima avevo compiuto ventott'anni, e il numero delle mie avventure erotiche era ormai uguale a zero; mi ero ridotto a osservare le donne strabiliato, e ne parlavo quasi fossero creature fantascientifiche. Colpa della cittadina bigotta in cui mi ero trasferito, forse, o del mio ritrovarmi perennemente al verde.

Io provengo da una grande città, e luoghi come Pietragialla li ho sempre odiati. Eppure, eccomi lì ora, felice e contento come una Pasqua. Ma per giungere fino a quel punto avevo dovuto percorrere una lunga e aspra via...

Dopo l'università, non mi ci era voluto molto per realizzare che era utopico cercare un impiego fisso: mi ero laureato in Lettere e, poiché la nostra nazione pullula di "letterati" a spasso, non mi facevo illusioni circa la possibilità di ottenere un posto come insegnante, come spazzino o altro. Per cercare di sbarcare il lunario, mi ero reinventato, autonominandomi docente privato. Ma la metropoli era cara e i guadagni scarsi, così avevo deciso di trasferirmi in quel posto in capo al mondo, dove, se non altro, gli affitti e il foraggio costavano meno.

E anche lì, a dire il vero, la fortuna si era rifiutata di arridermi... Finché Barbara non mi aveva raccolto praticamente dalla strada, salvandomi la vita in due modi: a) incaricandomi di dare lezioni alla figlia e b) incaricandosi lei stessa di sfamare la mia voglia di sesso.

 

- Ma che party era? - insistei, pensando a come doveva essersi sentita a disagio Kathy, che tutti - io compreso - giudicavano una disadattata. Mi sentivo piccato pure perché al party non ero stato invitato (ormai mi reputavo un po' uno della famiglia...).

Ridendo e scherzando, Barbara mi informò che si era trattata più che altro di una festicciola "per la gente bene di Pietragialla". Glissò sui particolari, andando a riaprire la porta di mogano e urlando: "Nina! Nina! Vedi un po' se mia figlia si è ripresa. Il professore aspetta!"

- Ha forse bevuto? - chiesi, non riuscendo proprio a immaginare Kathy che si dedicava a uno svago del genere. Lei e l'alcol? No, assai improbabile.

Ma Barbara se ne andò senza dirmi altro, sculettando con simpatia, gli slip sempre stretti nel pugno.

Tornai a sedermi e fumai ferocemente un'altra Lucky Strike. Poi, eccola, finalmente. Una ragazzina con la pelle che sembrava latex, i seni piccoli, le labbra carnose. La maggiore dei Lasagna. Lei e l'altro cocco di famiglia, Marzio, il fratellino minore, formavano un binomio mal assortito.

Come mi fu più vicina, notai subito le virgole nere sotto i suoi occhi, ma non feci alcun commento.

- Incominciamo? - dissi, tanto per rompere il ghiaccio.

Di solito Kathy mi salutava porgendomi graziosamente la mano; stavolta invece si limitò a sedersi al tavolo, non troppo distante dalla mia poltroncina, e a massaggiarsi le tempie con entrambe le mani.

- Non hai portato i libri - constatai sarcasticamente, focalizzando la vista sul suo sederino ben modellato. - Vogliamo rimandare la lezione a un'altra volta?

Lei si girò sulla sedia e mi guardò, e venni risucchiato dal mare in tempesta dei suoi occhi liquidi.

- Ho ucciso Marzio - annunciò, con uno smottamento di labbra.

 

 

2.

 

Marzio, il gioiellino di casa Lasagna, non era stato ucciso, ma scannato.

Logicamente, dopo il primo istante di stupor mi precipitai di sopra, nella stanza del ragazzo, con la sgomenta Nina ("Professo', cosa essere successo?") che mi tallonava per le scale. Ma la stanza era vuota. Sbuffai e mi lanciai allora dabbasso. Ero preoccupato, sì, ma più per Kathy che per Marzio. Non avevo mai potuto soffrire quel pischilletto. Con i suoi dodici o tredici anni, era già una personalità aggressiva, oltre che infantiloide; un dissennato. Viziato da morire.

 

Morire, già...

Possibile che avessi capito male? O che fosse solo un incubo?

- Dov'è? - sbraitai, facendo ritorno nel salottino. - Mi hai mentito, vero? Tu non hai fatto una cosa del genere.

Ma Kathy mi smentì, annuendo con la testa. - Nella serra - sillabò poi con un filo di voce.

 

La serra...

Scostai l'allucinata Nina e, percorrendo in fretta l'atrio, poi il vialetto, raggiunsi il luogo indicatomi. Prima di allora c'ero stato una volta sola, quando il signor Lasagna aveva insistito per mostrarmi quella che lui designava "l'Università dei Fiori". La floricoltura era la grande passione di quell'uomo; forse l'unica.

Gettando occhiate selvagge tutt'intorno, avanzai sfiorando grappoli di boccioli bianchi, rosa, gialli, rossi e persino neri. Sulla mia destra riconobbi immediatamente la Pink Perpetuity, figlia della New Dawn e della Danse de Feu. La serra era una giungla in miniatura. Aiuole, cespugli, labirinti di rosa... graticci, paraventi, vasche, siepi, muretti di mattoni: tutti zeppi di fiori. C'erano Floribunde gialle come la Allgold e la Sunsprite, fiori color carminio, rose color panna...

Ed ecco là il cadavere di Marzio, proprio dietro la Blue Moon.

- La regina del roseto è la Blue Moon - mi aveva detto Erminio Lasagna. - Non è una rosa veramente "blu", perché è quasi priva di delfinite, la sostanza che dà quel colore. Ma infonde l'idea del blu, nevvero?

La testa e il petto squarciati, un occhio di qua e uno di là, un polmone di qua e l'altro di...

Mi piegai in due, in preda a violenti conati, e riuscii a malapena a tenere lontana Nina con un braccio, per evitarle l'orrenda visione.

- La polizia! Chiama la polizia! - ordinai con voce strozzata alla donna di servizio, ingurgitando parte del mio vomito.

Ma intanto arrivava anche Barbara...

 

Piansero lacrime di sangue di montone. Mai visto piangere degli adulti così. Barbara ed Erminio Lasagna, Nina, e persino uno dei poliziotti, si accomunarono in un coro da tragedia greca. Più in disparte stavamo io e Kathy. Dietro di noi, il burbero ispettore.

- Non è possibile - sussurrai alla ragazza. - Non puoi essere stata tu.

Lei sollevò il suo visino. Mi accorsi che piangeva anche lei; silenziosamente, però.

Le lacrime: una sostanza distillata direttamente dalla ghiandola pineale. Acqua del cervello.

Quando tutti i cervelli sembrarono essersi disseccati, l'ispettore iniziò l'interrogatorio. Aveva la barba nera e, come molti suoi colleghi, aveva le guance grigie; pareva un cadavere ambulante.

Fui io il primo a essere torchiato, e gli dissi di malagrazia tutto quello che sapevo.

- Dunque è stata la ragazza, eh? - fece.

- Almeno così afferma lei - replicai. - Ma io non le credo.

Ci trovavamo nel salone; lo stesso in cui la sera prima si era tenuta la "festicciola" in onore di Kathy. Girando la testa, vidi, a una ventina di metri di distanza, oltre la doppia porta socchiusa, Barbara. Era come se mi leccasse con lo sguardo, cercando di scoprirmi i pensieri. Ancora non sapeva nulla, a parte che qualcuno le aveva sottratto per l'eternità il tenero, caro Marzio; il suo pupillo del cuore; quel maledetto piccolo bastardo che io non avevo mai potuto soffrire e che mai aveva potuto soffrire me.

Terribili furono le proteste della donna quando, sotto ai suoi occhi, un poliziotto scortò Kathy verso il trono su cui era assiso l'ispettore.

- Che c'entra lei? Che c'entra mia figlia?

Ma capì ogni cosa qualche minuto dopo, quando l'ispettore e il poliziotto lasciarono il salone insieme alla dolce Kathy, ora ammanettata.

- Ha confessato - annunciò semplicemente il caposbirri.

A Barbara quasi venne un colpo; eppure, fu quell'omone di Erminio Lasagna a perdere i sensi: crollò sul pavimento di marmo come un elefante colpito a morte.

 

 

3.

 

Mi giravo e rigiravo tra le lenzuola, non riuscendo a darmi pace. "Kathy che uccide il fratello? Impossibile!" Vabbe' che lui era un asociale psicopatico, ma... Kathy? Non la ritenevo capace di un gesto così atroce. Richiamandomi alla mente lo stato in cui si trovava la salma, poi, la probabilità che fosse lei l'assassina mi pareva ancora più remota. Per ridurre Marzio in quel modo, ci sarebbe voluta la forza di un gorilla, o di un uomo grande e grosso. Grande, grosso e armato di qualcosa di pesante. Una sega elettrica, possibilmente, o un forcipe gigante... Il cranio e la cassa toracica erano praticamente squassati...

D'altronde, la ragazza aveva confessato. Pensai a un raptus, un impulso furioso che è ormai alla base della maggioranza degli omicidi. Ma può un raptus conferire tanta forza a una personcina di quel calibro?

Qualcosa si mosse accanto a me, sul letto; mi rigirai.

I seni piccoli e sodi di Kathy puntavano dritti nel mio viso. Mi avvicinai con la bocca a un capezzolo; troppa saliva però mi era colata dalle labbra, mentre lo succhiavo.

- Oops. Scusa - dissi.

- Non fa nulla, amore. Continua.

- Sei proprio vera e sei mia... Quasi quasi non ci credo.

Era davvero incredibile. Quel pomeriggio, poco dopo l'interrogatorio, ero venuto a rifugiarmi nel mio appartamento con l'intenzione di non vedere nessuno e non sentire nulla. Avevo persino staccato il telefono... Lo shock infertomi dalla vista del cadavere di Marzio Lasagna era ancora troppo vivo perché potessi concedermi una delle solite scorribande per le vie centrali di Pietragialla. Mi ero appena spogliato e cacciato sotto le coperte, quando avevo udito un flebile "toc, toc".

- Chi è?

- Io.

Ero andato ad aprire con il cuore che girava a mille.

- Tu?

Era sgusciata tra me e lo stipite. Era la prima volta che veniva nella mia abitazione. Si guardò attorno un po' perplessa, prima di decidersi a prendere posto sul letto.

- Beh? - feci, con voce insicura.

- "Beh" cosa?

Mi guardava da sotto in su, con aria supponente.

- Ti hanno già rimessa in libertà?

Non mi rispose, e supposi che fosse proprio così. "Per mancanza di prove, probabilmente."

- Allora sei innocente... - balbettai, sentendomi gonfiare il cuore per la gioia.

- In libertà? No. Te l'ho detto, no? Sono stata io.

- Ah, sì? E come? Quando? E perché sei a piede libero? E...?

Le altre domande mi rimasero in gola. Kathy aveva incominciato a sfilarsi la camicetta.

Avrei dovuto essere meno debole, lo so... Fatto sta che, dopo appena un secondo, eravamo strettamente avvinghiati. Le sfilai definitivamente la camicetta e lei iniziò a muovere il bacino. Ci denudammo a vicenda, come assatanati. Il mio pene le strofinava sul clitoride, dandole un piacere immenso. Sentire quella vagina calda e bagnata aderire su di me era troppo.

La infilzai con la mia alabarda. Non era vergine, ma la cosa non mi irritò più di tanto. Anzi. "Tanto meglio" mi dissi, irragionevolmente.

La afferrai per ambedue le chiappe, spingendo il suo bacino contro di me. Kathy, impalata in quel modo, emetteva degli urletti spasmodici. Tra un sospiro e l'altro, arrivai all'apice del piacere, e con un urlo da folle o da sordomuto le inondai il sesso e il ventre.

Quando gli spasmi si calmarono, ci guardammo negli occhi, con il respiro ancora pesante e un velo di sudore sulla pelle, e ci sorridemmo.

Poi lo facemmo ancora, e ancora...

- Certo che sono stata io - mi confermava adesso, con quella sua vocetta da bimba.

- Con queste? - mi venne voglia di ridere, toccando le sue mani; una era sul mio petto, l'altra mi titillava i testicoli. Piccole e tenere...

- Proprio - confermò lei.

- E come hai fatto?

- Così.

 

 

4.

 

Non so cosa venne prima: il dolore o il terrore; terrore per la metamorfosi che avveniva sul suo visino, dolore per le fitte - strazianti e improvvise - che provai nel basso ventre e all'altezza del miocardio. Il cranio le si deformò, allargandosi a dismisura; gli occhi le si ingrandirono e si allontanarono l'uno dall'altro; del naso restò solamente un accenno di cartilagini e la bocca divenne una nera caverna, con due protuberanze simili a pungoli che le crescevano là dove prima c'era stato il labbro superiore. Se non fosse stato per le fitte lancinanti, avrei creduto di essere vittima di qualche sostanza allucinogena.

- Ecco come ho fatto. Ti piace? Così ho fatto con Marzio, e poi con i poliziotti, e poi con mamma e papà... - Parlava e parlava, e io non sapevo se erano esattamente queste le parole che pronunciava: dovevo cercare di indovinare, di interpretare, di tradurre, dato che anche la sua voce era soggetta a una terribile mutazione. Più che parlare, si trattava di una serie di suoni liquidi, intervallati da acuti stridii e risucchi orribili. Le sue mani mi stavano aprendo in due. Anzi, non erano mani ma chele, sottili tenaglie acuminate all'estremità di due... di quattro... di sei zampe pelose!

- Ggggh - mi sentii scricchiolare in gola. E balbettai: - Devono... devono averti fatto qualcosa, ieri sera al p... al party.

- Già. La cara mammina non ti ha raccontato niente? Ha pensato proprio a tutto, lei. Non voleva sapermi vergine. Temeva che restassi illibata per l'eternità. Così, ha convocato i Marpioni...

- Ch... chi?

- Cinque giovanotti aitanti e disinibiti, alquanto spacconi, i veri re di Pietragialla. Mi hanno presa di davanti e di dietro. Me... e la mia cara mammina! E uno di loro, dedito alla Magia Nera, mi ha trapassata con il suo pungiglione. Ma di questo mammina non si è accorta. Lei aveva altri cazzi per la testa. Ah, ah, ah!

Non riuscivo a concentrarmi sul suo racconto, da una parte perché la sua pronuncia diventava sempre più animalesca, dall'altra perché le tre coppie di artigli acuminati stavano aprendomi degli squarci sempre più ampi sulla fronte, sul petto e tra le gambe.

- Tu... tu sei un mostro! Hanno... hanno fatto di te... un ragno!

Di nuovo, lei (esso) rise, o almeno credo.

- Non ne hai visti altri? Lì, nel nostro giardino, dove papà tiene i suoi stupidi fiori. Crescono e si moltiplicano all'ombra delle rose...e aspettano... aspettano di trovare voi umani impreparati, nudi, vulnerabili, per xxgtzzsàh, sfrllpüggrou, sfrtztzfttrieh...!

Smarrii la coscienza mentre venivo spaccato, squarciato, discisso. Il resto, probabilmente, lo avrete letto sui giornali. La porta che viene abbattuta, la squadra speciale che irrompe a forze spiegate, l'uccisione del mostro, il volo in elicottero verso l'ospedale della città più vicina, il miracolo compiuto dal primario e dalla sua equipe di medici chirurghi...

 

Oggi vivo in una casa priva di specchi. Mi trattano bene. Di giorno viene Nina a imboccarmi e, se c'è il sole, a spingere la mia carrozzella in giardino. Nina. Chissà perché, lei è stata l'unica a essere risparmiata dalla furia omicida (o d'amore?) della femmina-ragno. Mi racconta di sé, della sua nuova vita: ha sposato un suo connazionale - proba e onesta persona, come lei - e spera di potere presto mettere un bambino al mondo. Mentre lo dice, avverto la sua passera bagnarsi, a pochi centimetri dalle mie nari; e il moncherino che ho nell'inguine ha come un sussulto.

Di notte, invece, mi mandano un'infermiera svedese. Davvero splendida. Solo che è poco ligia al dovere: trascorse le due, le tre, si addormenta puntualmente sulla sedia. Allora, spinto dall'impulso primordiale della mia mascolinità, scendo dalla mia carrozzella e striscio fin tra le sue gambe; poi allungo la proboscide e comincio a nutrirmi del miele che sgorga dal suo straordinario pube.

 

 

 

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