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franc'O'brain

L'ULTIMO CONSULTO

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franc'O'brain (c) 2004

                                                                                                    "Nulla è vero. Tutto è permesso."
                                                                                                                           (W.S. Burroughs)


Nella notte fonda, quando i treni del metro parigino smettono di circolare, dai lunghi tunnel proviene il monotono concerto dei grilli. E' un suono irreale, o quanto meno metafisico, che a volte si gonfia fino all'inverosimile.
Nella notte fonda, un uomo non più giovane vaga per questi tunnel alla ricerca di qualcosa che solo lui sa. A dispetto della barba ispida e sudaticcia, non è un barbone. Il suo soprabito e le sue scarpe testimoniano anzi di un discreto gusto per l'eleganza.
Si direbbe che l'anziano uomo sia vampirescamente attratto dall'assenza di luce, che cerchi sempre l'ombra che nasconde agli sguardi. Ma gli sguardi di chi? Forse di tutti.
"Possa Iddio proteggermi e salvarmi dalle zanne dell'Arcidiavolo!" borbotta tra sé lo strano figuro. Alza le mani per difendersi da qualcosa che svolazza all'altezza del suo viso e: "Ce la farò!" si incita.
Al di sopra del frinire dei grilli, dentro il tunnel arrivano amplificati e distorti i suoni acuti e sibillini della vita urbana: giungla; Cold Meat Industry; terror-ritmo. Sono gli Anni Trenta. Presto l'orda tedesca marcerà sugli Champs Elysées. Ma nessuno, là fuori, ha il minimo sospetto della strenua lotta che Van Helsing conduce per salvare l'umanità. Chi lo vede uscire all'alba, stanco e sporco, da una di queste buie gallerie, lo scambia per un lurido vagabondo. Si sa: di anime candide è lastricato l'inferno. Non raramente, la plebe gli rivolge degli epiteti offensivi. E lui zitto.
"Ti acchiapperò!" si dice, gli dice.
Da quanto tempo si trova a Parigi? Da circa due anni. E' una ricerca lunga e disperata, la sua; che finora non gli ha arrecato alcun frutto. Van Helsing crede che il non-morto sia venuto a vivere nella metropoli sulla Senna: il documento in neocirillico che tiene in una tasca interna del paltò conferma questa illazione; più di un'illazione. Certo, la pergamena potrebbe essere un falso, ma la sua eccitazione neuro-sensitiva gli fa credere che l'informazione è esatta. Ci sono d'altronde i fatti di cronaca nera a parlare chiaro: Parigi di questi tempi è terrorizzata da un misterioso e perverso personaggio che entra nelle case e succhia il sangue delle sue vittime, spesso dopo averle massacrate. Van Helsing non ha dubbi sull'identità di quel personaggio. Ma sarebbe da stupidi precipitarsi in una gendarmeria e parlare di vampiri: capace che ti rinchiudono in manicomio...
Come gli altri tunnel, anche questo pullula di grossi ratti e pipistrelli, e il cacciatore si aspetta di vedere ad un tratto una delle bestiacce trasformarsi in un bipide dagli occhi iniettati di sangue, il muso prognato, il naso camuso, grandi canini aguzzi e cranio completamente calvo. Di imbattersi, insomma, nel conte transilvano; in Dracula: suo nemico per la pelle, brutto come lo stesso Satana.
Se qualcuno gli chiedesse perché va a cercarlo proprio in quei recessi inospitali, ribatterebbe: "Le fogne sono un nascondiglio sicuro". Ma neppure lui è certo della direzione da seguire. L'Arcidiavolo è potente; potrebbe persino abitare in una delle lussuose ville alla periferia...
Un'ennesima alba livida. Finito di ispezionare una galleria, Van Helsing sbucò all'aperto, affacciandosi su un luogo d'ardesia pieno di sporcizia. Place de Cloac. I mattinieri passanti lo guardarono con inimicizia. Era accessoriato come sempre di cappello, bastone e panciotto con tanto di "cipolla" attaccata a una catenina d'oro. I barboni osservarono stupiti il suo antiquato gilè e la polvere sui calzoni e sul paltò. Van Helsing passò in mezzo a quei parigini di basso lignaggio fissandoli in faccia uno ad uno. Erano desperados, no-name. Parigini? Pensa tu! Gente di fuori. Étrangers, quasi tutti quanti loro. Arrivati dal Caucaso e dalla Mongolia, dai Paesi Arabi... dai Balcani.
Era stata un'altra notte senza esito favorevole. Gli occhi stretti contro un sole obliquo, Van Helsing si diresse verso la pensioncina dove alloggiava, in quel di Montmartre. E all'improvviso, su un vialetto fiancheggiato da pochi alberi rachitici, esitò. Lì, davanti a lui, una figura allampanata, nerovestita. L'uomo camminava trascinando un po' la gamba destra e svirgolando il piede.
"Proprio come..." Infatti: poteva essere. Van Helsing allungò il passo, portandosi dapprima alle spalle dello sconosciuto, quindi al suo fianco, osservandone acutamente il profilo. Con espressione interdetta, il passante si volse, si arrestò di botto e lo squadrò dalla testa ai piedi. "Un vecchio" notò Van Helsing. Come lui. E nemmeno tanto alto come gli era parso da lontano. La fisionomia non gli era nuova, però.
- Beh? - fece lo sconosciuto, mostrandosi sempre più irritato.
Van Helsing buttò fuori l'aria che aveva trattenuta nei polmoni. Ne venne fuori uno strano suono, come un sibilo rauco. Poi proferì: - No, non siete lui. O almeno credo...
- Bitte? - fece l'uomo, evidentemente straniero. Ma non attese risposta: si strinse nelle spalle e riprese ostentatamente la sua camminata.
- Eppure io vi conosco! - quasi gli gridò Van Helsing, rimettendosi subito sulle sue calcagna.
- Pardon, Messieur? - fece l'inseguito, in un francese che risuonava ancora più atroce di quello dell'inseguitore.
- Siete tedesco, vero? - chiese Van Helsing, rispolverando le sue cognizioni della lingua di Goethe.
- Volete molestarmi? - ribatté per tutta risposta il vecchio, lisciandosi la barba bianca.
- Io vi conosco! - insisté Van Helsing. - Vi ho sicuramente visto da qualche parte! Non siete colui che cerco, ma...
Lo sconosciuto emise un sospiro, quindi sorrise. Ora sembrava divertito dalla situazione. - Badate: sono austriaco, non tedesco - ci tenne a precisare. - Mai stato a Vienna? Probabilmente mi avrete visto là.
- Vienna, Vienna... - borbottò tra i denti Van Helsing. E, a forza di riflettere, si lasciò quasi sfuggire la preda. "Sembrerebbe... potrebbe essere! Ma forse non è" pensò. Stanco, sudicio, deluso, ma tutt'altro che sconfitto, riprese a trotterellare dietro allo straniero, e poi accanto a lui, e poi davanti a lui, aprendo un solco nella proluvie di manovali che si recavano ai cantieri, di clochards con abiti che cascavano a pezzi, di senzacasa mortalmente pallidi e, last but not least, di golem mal riusciti che erano scappati dai laboratori di Mengele - amorfi, alcuni senza braccia, altri privi di calotta cranica e quindi con il cervello esposto alle correnti malefiche del Sottomondo.
- Ma allora stamani non volete proprio farmi passeggiare! - protestò l'austriaco.
- E' solo per via di una certa somiglianza con... - Van Helsing non finì la frase.
- Si può sapere - chiese il vecchio, senza però degnare di uno sguardo il molestatore, - si può sapere a chi vi riferite? Chi è questa persona che state cercando?
- Non è una persona, esattamente.
- Non una persona?
- Cerco... Dracula.
A questo punto, al vecchio sembrarono mancare le ginocchia. - Ho capito bene? - inquisì, abbassando la voce e gettandogli un'occhiata cospiratrice. - Dracula?
- Sì. Il non-morto par exellence.
- Voi siete malato, amico mio! Inoltre si nota benissimo che avete trascorso la notte in bianco, su chissà quale marciapiede! E, permettetemi di dirlo, puzzate pure. Vi consiglio di andarvi a lavare e di fare una bella dormita.
- Malato, dite? Ebbene sì, lo sono! - non ebbe difficoltà a confermare Van Helsing, gettando uno sguardo sospettoso a una traversa che si apriva sulla destra. Ma intravide solo alcuni taxi fermi e stanche mignotte bighellonare con certe facce di cera e larghi sbadigli. - In quanto alla mia ossessione - aggiunse, - se di ossessione vogliamo parlare, si tratta del desiderio... nobile, lo ammetterete... di salvare il mondo!
Lo straniero si arrestò di botto e lo fissò con un interesse rinato che parve ringiovanirgli i lineamenti. - Voi credete dunque che il mondo... il pianeta degli uomini... sia in balia del... non-morto - disse.
- Non lo credo: è così - confermò Van Helsing.
- Eh già, la vostra è davvero un'ossessione - annuì il vecchio, mostrandosi però, chissà perché, gaudioso. Si mise quindi a borbottare una sfilza di parole quali "Angst... Spaltung der Persönlichkeit... Wahnsvorstellungen... onanismo neuronico... amplesso onirico..."
- Prego? - fece Van Helsing.
- Sentite! - proruppe il Barba. - Mi trovo a Parigi solo di passaggio e in pratica sotto mentite spoglie. Ma ho giurato a me stesso di rimanere fedele alla mia professione. Il mio lavoro è il mio vangelo, capite? Ho deciso perciò di aiutarvi.
- E come? - chiese Van Helsing, con voce carica d'ironia. - Potete forse darmi una dritta per scovare l'Arcidemonio?
- Chissà, chissà. Ma, soprattutto, vi aiuterò a liberarvi dalla vostra idea fissa.
- Impossibile! - esclamò Van Helsing, non nascondendo l'indignazione. Non gli andava di essere preso per matto. Non va a nessuno; anche se il mondo è tutta una pazzia, quoi!
- Non dite "impossibile" - lo ammonì il vecchio. - E' una parola che in tedesco suona male. Specie in bocca a voi. State a sentirmi. Venite a visitarmi questa sera nel mio alloggio alla Rue du Guignol. Sapete dov'è? Nella Troisième, a due isolati da Place d'Italie. Ho giurato ai miei familiari che, almeno per un po', non mi sarei affaticato, non avrei dato più consulti. Ma per voi voglio fare un'eccezione.
- Ma... - iniziò a protestare Van Helsing.
- E ora andate, andate! - lo interruppe l'arzillo personaggio. - E - aggiunse, riprendendo a zoppicare con straordinaria lena, - smettete di aggrapparvi alla mia marsina con quelle mani infangate!
Van Helsing rimase impietrito sul posto, osservando la figura del canuto signore allontanarsi velocemente. Poi borbottò tra i denti: - Eppure, io quello l'ho già visto...

Si lavò, si rasò, dormì. Un sonno cupo, popolato dai soliti incubi, fin quasi al tramonto. Dopo, preso da un impulso che lui stesso non avrebbe saputo definire, si recò all'indirizzo datogli dal vecchio. Tanto, per la caccia mancavano ancora diverse ore.
Ovviamente aveva ben compreso chi fosse lo strano personaggio: Doktor Sigmund Freud, il dottore dell'anima. Una sorta di esorcista. Rivide la bocca sformata sotto la bianca peluria, le rughe profonde e, al di sopra della maschera stanca, gli occhi animati da una forza selvaggia.
Fuori pioveva. Pioveva e splendeva il sole. Le strade di Parigi assumevano un aspetto ancora più caotico quando al clangore disarmonico dei clacson si mescolava lo strepitio della pioggia. Van Helsing filò dritto nel caos avvolto in un impermeabile blu. Si era cacciata la pergamena in una tasca dei calzoni. Dall'oceano di fiamme emergeva una città infernale popolata da demoni, e le fiamme erano ovviamente quelle della perdizione. "Ma dove vai?" risuonò una voce da qualche parte dietro la sua nuca. "Ahahahah!" Come se spinto dalle onde sonore della volgare risata, allungò ulteriormente il passo, con un'espressione di terrore sul volto. Il suono, le parole si avvicinavano sempre di più, e insieme a esse si sentivano ora grida, grida di spavento accompagnate da risate diaboliche. Erano sempre più forti, sempre più prossime...
Poi d'un tratto la pioggia smise e la città assunse una veste diversa: lo scintillio di luce che si produceva sulle vetrate rimbalzava sotto forma di una luce opaca e opprimente, come se i riflessi del sole basso sull'orizzonte fossero un concentrato di energie negative, un flusso di particelle malefiche pronto a riversarsi sugli abitanti in una violenta deflagrazione.
Van Helsing scrollò il capo, scacciando le voci opprimenti. Sfilatosi l'impermeabile, se lo buttò sul braccio. Era arrivato. L'indirizzo corrispondeva a un palazzo orrendo e fatiscente.
Gli aprì la figlia del padrone di casa, un bel tocco. - Mi dispiace. Mio padre non è più disponibile per consulti. - Fissava lo sconosciuto, alle cui spalle si stagliava una Parigi che bruciava nel tramonto rossastro.
- Anna! - esclamò una voce. - E' quel signore olandese? Che ti avevo raccomandato?
Seguì un dibattito concitato, dopodiché la porta si spalancò. Van Helsing entrò, fu fatto entrare. Qualcuno gli tolse di mano l'impermeabile. Dappertutto c'erano cartoni accatastati, scatole di imballaggio. Gli venne incontro il vecchio.
- Andiamo di sopra, nel salone - disse Freud, succhiandosi la guancia putrescente.
Eccolo, l'insigne professore che aveva analizzato Gustav Mahler e altre famose personalità dell'epoca! Mentre lo seguiva lungo le scale, Van Helsing pensò: "Abbiamo la stessa età e sembri mio nonno". Sapeva di essere osservato a morte da Anna e si costrinse a non girarsi per affrontare quegli occhi simili a due succhielli. Era conscio di avere i lineamenti tirati e i grigi capelli tutti accordellati per la pioggia e per il sudore, ma non si sentiva affatto a disagio: chi era impegnato in una missione come la sua, non poteva concedersi un aspetto tranquillo e rilassato.
Nel salone, riadattato a studio, c'erano il fatidico divano e una collezione di statuette dell'antico Egitto. Freud si infilò un sigaro in bocca con un terribile stridore di mascelle.
- Quei cartoni là sotto... Devo presumere che state per tornare in patria? - chiese Van Helsing.
- "Patria" è un vocabolo senza più significato per me - rispose il vecchio, e l'ospite notò che aveva un occhio un po' matto che se ne andava per conto suo quando era turbato.
- Allora in Germania?
- In Germania? No. Là impera la Bestia Fulva. E' disperante quando uno ci pensa... Ma voi siete venuto qui per parlarmi dell'altra bestia...
- Il conte transilvano. Già.
- Uhmmm. Accomodatevi. Lì, sul divano.
Van Helsing si sdraiò, un po' titubante. Per un lungo istante nessuno dei due pronunciò parola, tanto che si sarebbe potuto udire il tossire di una zanzara. Dalla sua nuova posizione, il paziente poteva vedere il Professore solo se piegava la testa all'indietro. Freud era una figura scura che si disegnava contro il rettangolo dell'ampia finestra. "Ma che stiamo combinando?" pensò. "E' ridicolo!" Non voleva essere lui a rompere quel silenzio imbarazzante, e tuttavia fu il primo a parlare.
- Avrete sentito quel che sta succedendo in città. Le morti misteriose. Ammazzatine, squartatine... quelle racaille!
- Ho sentito, sì - disse Freud, mettendosi a passeggiare lentamente in su e in giù per lo studio improvvisato. Ora sembrava non zoppicare. - Questi casi vi inquietano, è così?
Van Helsing ebbe un moto d'ira. Il vecchio archibugio stava forse prendendolo in giro?
- E chi non si sentirebbe inquietato? - replicò. - Ho visto personalmente uno di quei morti - sbottò impettito, - e vi assicuro che non era un bello spettacolo: braccia e gambe gli erano state dilaniate, il corpo presentava una serie di ferite estremamente profonde, tali da sventrargli le interiora. Il volto infine era privo degli occhi e quel che restava era stato orrendamente sfigurato. - Si tirò improvvisamente a sedere. - Devo trovarlo, capite?
- Certo! - gli disse Freud. - E lo giudico encomiabile. Soltanto lottando coraggiosamente contro quelle che sembrano difficoltà insuperabili l'uomo può riuscire a dare un significato alla sua esistenza. Voi pensate di essere stato chiamato in causa: vi sentite obbligato a risolvere l'enigma che si cela dietro a quegli omicidi e...
- Io... penso? Trovare Dracula è la mia stessa ragion d'essere!
- Tornate a sdraiarvi - disse il Professore, con un tono di voce fermo ma cordiale.
Van Helsing ubbidì.
- Come va la vostra vita sessuale?
- Che cosa c'entra la mia...?
- C'entra, c'entra. Dracula, dite voi. Ma Dracula è un simbolo. Una creatura del subconscio.
- Ho fatto un errore a venire qua - mormorò Van Helsing. - L'ignoranza non fa che alimentare le scelleratezze. - E, dopo qualche istante: - Herr Freud, vi siete mai chiesto che cosa siamo in realtà?
- Me lo chiedo continuamente. E' il mio mestiere!
- Oggi siamo ombre che oscurano la terra, ma quale fu la luce che ci produsse?
- Occultismo! - esclamò il Professore, ridacchiando. - Piacerebbe a Jung... - Poi emise un gemito. Il dolore alla bocca lo faceva impazzire. Nondimeno, riaccese il suo sigaro. - Vedete, signor mio - riprese, - noi uomini, di fronte alle pesanti esigenze della civiltà e sotto la pressione delle nostre rimozioni, troviamo la realtà del tutto insoddisfacente e nutriamo perciò una vita di fantasia in cui ci piace compensare quel che ci manca del mondo vero, abbandonandoci a creazioni che appagano i nostri desideri.
A Van Helsing venne un brutto pensiero. Si alzò dal couch. Lo fece talmente in fretta che il sangue defluì dal suo cervello e dovette reggersi allo schienale di una sedia. Dopo essersi ripreso, girò intorno al padrone di casa e guardò con attenzione dietro le sue orecchie.
- Che c'è? - fece l'Emerito, sorpreso.
- No, niente. Volevo appurare una cosa.
- E che cosa?
Voleva appurare se era vivo; ma non glielo disse. Tornò con lentezza verso il divano e vi si sdraiò. Poi, sperando di risultare convincente, iniziò a raccontare: - Non molto tempo fa sono stato testimone... proprio qui, nella civilissima Ville Lumière... di un'inaudita efferatezza: il sacrificio umano di un bambino di pochi mesi!
- Continuate - lo incoraggiò Freud.
- Era la ricorrenza del tempo della nascita di Cristo e, durante il rituale, tutti cantavano per pervertire il sangue del Salvatore. Con un pugnale uccisero e fecero a pezzi il bambino; poi riempirono una coppa col suo sangue, mescolandovi urina. Infine ci obbligarono a bere dalla coppa, mentre cantavano: "Satana è il Signore..."
- Se è vero, perché non vi siete rivolto alla polizia?
- Buah! - esplose Van Helsing, sottolineando in tal modo quel che pensava delle forze dell'ordine francesi.
Ma nemmeno questa manifestazione di sarcasmo poté vulnerare l'esimio studioso. - La vita di oggi è un inferno - apologizzò Freud, - un inferno nel vero senso della parola. E la cosa è ancor più vera per chi si trova a dover combattere con i fantasmi della propria mente. Nelle vostre dichiarazioni scorgo un segno di insicurezza sessuale...
- Voi vedete ogni cosa secondo l'ottica del sesso! Certo, lo comprendo: fa parte delle teorie che avete sviluppate. Ma troppo sesso rende cieco! - esclamò Van Helsing. - Che cosa posso fare per dimostrarvi che quel che dico è vero? Come posso stanarvi dal vostro castello di idee?
- Beh, ci sarebbe il metodo mesmerico...
- Sì?
- L'ipnosi. Serve a "sbloccare" la psiche del paziente. E' un'ottima cura per le psiconevrosi. Quasi infallibile.
Van Helsing scoppiò a ridere. - Psico... che?
Il vecchio lo reputava per davvero un pazzo? Un visionario? Evidentemente non credeva all'esistenza dei vampiri. Certo, non era l'unico scettico al mondo, ma il saperlo non servì a sminuire la sua delusione. Avrebbe voluto gridargli in faccia: "Svegliatevi, Herr Freud, svegliatevi! I morti non sono morti: vivono in mezzo a noi!" Ma ci rinunciò, intuendo che così avrebbe soltanto aggravato la situazione. Fu preso da un profondo senso di sconforto. Era venuto per chiedere lumi al Professore, nella speranza di ottenere un aiuto, un'indicazione sul possibile nascondiglio di Dracula; ma quegli gli si sottraeva, si rifiutava di essere suo amico... - Un momento! - esclamò improvvisamente. Si infilò una mano in tasca e ne trasse la pergamena. - Ecco!
- Cos'è?
- Leggete! - incitò Van Helsing.
Freud trenne tra le dita quell'antico documento come se fosse infestato da bacilli. - E' scritto in russo - osservò.
- Ah, già. Voi non potete capire... E' una sorta di mappa topografica e temporale che registra tutti gli spostamenti di Dracula. Quelli passati e... quelli futuri. A noi interessa la diciassettesima riga. Vedete? Vi è segnato un anno e il nome di una città. L'anno è il 1938: quello in corso. E la città... Parigi.
- Uhmmm - fece il professore, mentre intanto pensava: "Isteria acuta". - Affascinante, sicuro, ma...
Van Helsing si rese nuovamente conto di non aver avuto successo. - E va bene! - esclamò, riprendendosi la pergamena con un gesto di stizza. - Proviamo con l'ipnosi.


Correva su una strada totalmente sconosciuta. Gli sembrava di udire un suono monocorde, tenue, inquietante. Parevano tamburi, tamburi che annunciavano morte. Ma si udiva anche qualcos'altro: alcune parole accompagnavano quella nera melodia, parole incomprensibili, di tenebra, parole maledette.
- Allora, Signor Van Helsing - gli arrivò alle orecchie la voce del Professore, facendo breccia nella muraglia di rumori. - Raccontatemi di vostra madre.
- Quella puttana! - sbottò il paziente, pallidissimo. - Mi rimproverava di essere nato con la placenta sulla testa...
Il Professore annuì a se stesso. "Konflikte mit der Mutter..." - Poniamo che sia vero. Rappresenta per voi un problema? Oggi siete un uomo fatto e il vostro aspetto è normale, no? Come sapete, ogni traccia ematica viene cancellata dal corpicino del neonato subito dopo il parto...
Il paziente rise. - Nascere con la placenta sulla testa non è un avvenimento comune. E' una caratteristica degli emissari di Satana!
- Ah. E dunque voi sareste...?
- Io sono io, Barba! Mentre tu, col tuo cancro in bocca, chi sei?
- Va bene, calmatevi. Ditemi: chi o che cosa è un vampiro?
- Un vampiro è un non-morto. Ha bisogno di succhiare sangue umano da una a tre volte a settimana per non deperire, e preferisce farlo direttamente dal collo delle sue vittime.
Il Professore sorrise. "Nozioni immaginarie, derivate da una mera leggenda e che chiunque potrebbe apprendere tramite uno di quei libelli che circolano tra il popolino." - Sangue, dite? Anche animale?
- No, stupido! Il sangue animale ha solo l'effetto di soddisfare temporaneamente la sete del vampiro, ma non lo sazia davvero.
- Bene, bene. Ho capito - disse il Professore, conciliante. E pensò: "Banale esempio di impatto emotivo disturbante". - Voi dunque odiavate vostra madre, che vi rinfacciava una nascita... anomala - riprese. - In tale ricordo vedete un elemento di turbativa dell'ordine cosmico. Nel caso specifico: l'invasione della Terra da parte di... come voi li chiamate... "non-morti".
- Certo, Barba! Puoi giurarci!
- Da una parte date la caccia a questi mostri, ma dall'altra, da quanto si evince dalla vostra narrazione, vi identificate in loro. Vostro padre...?
- Smettila! Io non ho un padre! Sono figlio di N.N.!
- Non è una tragedia - fece il Professore, imperterrito. Nel frattempo rifletteva: "Questo spiega molte cose. Non complesso di Edipo, bensì identificazione sessuale con la figura materna". - Mi accennavate all'episodio del bambino immolato da quella setta...
- Il bambino? L'ho immolato io! Ti ho mentito, Barba! Non c'era nessun altro, là! Solo io e il piccolo.
- Ah. - "Sta allucinando. Forse in seguito a una malattia cerebrale dall'andamento invalidante? Se è così, la prognosi è infausta e, a seconda delle zone che colpisce, porterà a deficit motori e cognitivi. Ma... allucina anche sotto ipnosi? Interessante!" - Continuate. Che altro avete fatto o... credete di aver fatto?
- Ti ricordi di quella donna trovata squartata e seppellita nella cantina di casa sua, nel Quartier Latin?
- Non mi pare...
- Non leggi i giornali? Non stai a sentire la gente? Ne hanno parlato tutti! E' accaduto nemmeno un mese fa!
- Mi spiace, io...
- Quello che nessuno sa è che si è trattato di un caso di inumazione vivente. Capisci? Io mi sono seppellito insieme alla troia. E avevo con me il coltello. Mentre lei moriva asfissiata, l'ho fatta a pezzettini. Lì, sotto terra. Un trancio dopo l'altro. E' morta per mancanza d'aria, non per le ferite. Ma le ferite sono servite a rendere più atroce la sua agonia. Un piacere delizioso... Poi sono uscito dalla buca e l'ho ricoperta di terra.
Freud rimase per un po' in silenzio a succhiarsi la guancia, ponderando sull'orrida immagine che gli si proiettava sotto le palpebre abbassate. Poi le rialzò e si avvicinò con estrema cautela al paziente. Di solito, sotto ipnosi si dice la verità. Ma qui era di fronte a un caso di delirio allucinatorio. Non poteva essere che... Notò che Van Helsing fissava il soffitto con occhi rossi, occhi che nella semioscurità sembravano due tizzoni ardenti. Gli afferrò il polso: era freddo, quasi gelido. Per quanto tastasse e ritastasse, il Professore non avvertì alcun battito. Si chinò sul paziente: il pallore era eccessivo, la bocca socchiusa e lievemente ansimante... Ebbe un fremito, inorridito dai canini appuntiti e molto sviluppati che facevano capolino dalle labbra esangui. Lasciò cadere il braccio di Van Helsing e arretrò di colpo, accorgendosi che l'uomo ora lo guardava fissamente.
Una paura irrazionale lo invase. - Anna! Anna! - chiamò, inciampando sul tappeto. Cadde roteando; le ombre attorno a lui fecero hush! hush! Si rialzò col respiro pesante e... vide che Van Helsing era ritto davanti a lui. Per un istante ebbe la vaga reminiscenza di un film di Murnau che, se non ricordava male, si intitolava Nosferatu. Vampiri, orribili omicidi... Ma no, era tutta fantasia. - Tornate sul divano - ingiunse, con voce tremolante.
L'ombra non si mosse.
- Ho capito il vostro problema. Il desiderio di sangue è collegato al desiderio sessuale. Inconsciamente, voi volevate possedere il padre che non avete mai avuto, facendo così uno sgarbo a vostra madre. La paura dell'omosessualità sfocia solitamente nell'odio per se stesso e in un'accentuata avversione per l'archetipo femminile...
Mentre blaterava, cercò di appropinquarsi all'uscita. Intanto sbirciava il paziente. Sembrava esanime e, per quanto poteva vedere, i canini, evidentemente retrattili a volontà, erano spariti. Gli parve anche che il volto di Van Helsing fosse coperto di macchie, come per un'improvvisa malattia pustolosa.
Era ormai a contatto di maniglia quando Van Helsing spiccò un salto e si interpose tra lui e la porta.
Rimase di ghiaccio. Tanta agilità era impensabile per un comune mortale, soprattutto di quell'età.
- Chi... chi siete? - tartagliò.
- Ora lo vedrai - articolò Van Helsing con voce sepolcrale.
- Affermate di stare dando la caccia a Dracula, ma...
Si interruppe: il Tenebroso era scoppiato in una risata sguaiata. Con orrore, Freud vide che si sbottonava i pantaloni.
- Che cosa...?
Van Helsing tirò fuori il suo membro, che era di proporzioni spaventose, e si mise a urinare. Il Professore arretrò, borbottando qualcosa d'incomprensibile, mentre l'urina sfrigolava sul tappeto persiano. Nuvolette sulfuree si sollevarono nell'aria. Il piscio aveva proprietà caustiche: il tappeto era andato per sempre.
Ritrovandosi a ridosso del vetro della finestra su cui premeva ormai un oceano d'inchiostro, Freud si sorprese a pensare: "E' posseduto dal demonio!" Tossicchiò per via delle esalazioni acide. Lo spruzzo sembrava non avere più fine. Alcune gocce raggiunsero le sue scarpe, scavandovi dei buchi. Freud sentì un forte bruciore alle dita dei piedi. Era atterrito. Niente di razionale poteva tradurre quell'episodio illogico del quale lui stesso era testimone.
- Svegliati! - ordinò disperatamente. E schioccò le dita.
Ma Van Helsing, ridendo, si mise a ballare come un folletto. I suoi occhi brillavano ancora più terrificanti. Stava avvicinandosi, facendo delle movenze grottesche e tornando a mettere in mostra i canini, che ora apparivano più lunghi che mai. Un'autentica scena da Grand Guignol. Con un presagio di sciagura, Freud si volse e, con mani insicure, spalancò la finestra. "Aiuto!" avrebbe voluto urlare; ma nessun suono uscì dalla sua gola atrofizzata. Inalò avidamente l'aria della sera. Ormai sentiva Van Helsing alle proprie spalle. Che fare? Cercare di sgusciargli dalle grinfie, raggiungere la porta e fuggire? No. Era utopico pensare di riuscirci, con quella gamba difettosa... E poi questo avrebbe significato mettere a repentaglio la sicurezza di sua moglie e di sua figlia. Già vedeva le poverette correre da un vano all'altro, inseguite dal mostro... Era palese che qualcosa era entrato nel corpo di Van Helsing, forse a causa dell'ipnosi... e che quella presenza parassita aveva una malvagità senza pari. Gli venne un'idea supplementare: gettarsi nel vuoto. "Morire. Un'autentica morte. Dev'essere stupendo... Del resto, ci sono cose ben peggiori della morte che attendono l'uomo." Ormai si muoveva anche lui sul filo del rasoio della pazzia. Cercò di sollevare la gamba buona per poggiare il piede sul davanzale, ma l'altra gamba, quella difettosa, cedette, e lui rovinò sul tappeto.
- No, no... - implorò il vecchio.
Van Helsing torreggiava su di lui. Dal suo poderoso membro, che ancora spenzolava dai pantaloni, provenivano schizzi di siero scarlatto.
- Ahahahah! - rise il folle. - Mi riconosci ora? Sì, eccomi, sono io: il mitico Dracula!
E si chinò sul collo di Freud, la bocca spaventosamente spalancata.
In quella, l'orologio a pendolo batté i suoi rintocchi. Uno... due... tre... Freud si volse a guardare l'antiquato segnatempo: quattro... cinque... sei... sette... Poi tornò a fissare il mostro, che si era rizzato sul busto. Van Helsing stava subendo una metamorfosi: le pupille persero la loro proprietà fosforescente, il sesso assunse proporzioni più modeste e smise di lordare il tappeto, gli artigli parvero ammosciarsi.
... otto... nove!

Il paziente si risvegliava dal sonno artificiale.
- Là... Vai là! Sul divano! - ordinò Freud.
Riuscì a rialzarsi dopo alcuni penosi tentativi. Quando tornò a mettere a fuoco lo sguardo miope, individuò la figura di Van Helsing sul couch. Se ne stava rannicchiato e piagnucolava.
- Anna! - chiamò il Professore, scoprendosi impossibilitato a muoversi. - Anna! - L'incubo era finito, ma lui non voleva rimanere solo con quel tizio ingombrante. - Anna!
- Professore... - fece Van Helsing, tornando in sé. - Sono qui... da voi? Credevo di trovarmi ancora dentro il viadotto.
- Anna! - ripeté Freud, più forte. Era atterrito dall'Ignoto, che aveva annichilito in un solo colpo tutte le premesse della sua scienza.
La porta si aprì di botto, la luce si accese. - Papà! - esclamò la giovane. Che cosa... Oh, mio Dio! Che porcheria! Ma come...?
Il convegno era bruscamente terminato. Van Helsing uscì, fu fatto uscire, spintonato dalla moglie e dalla figlia di Freud. Rimase per un buon minuto piantato sul marciapiede con aria attonita. Lo sguardo gli andò alla patta aperta; se la riabottonò in fretta. Imprecò tra i denti quando gli buttarono addosso l'impermeabile blu. Per qualche secondo ancora non riuscì a comprendere dove si trovasse e quanto fosse successo. - Maledetti! - urlò infine, scuotendo il pugno contro la facciata della casa. Faceva freddo. Si infilò l'impermeabile e si incamminò barcollando. Ora ricordava. La seduta di psicanalisi. Il Professore lo aveva ipnotizzato... Ma che aveva detto lui durante quei momenti? Che cosa aveva fatto per meritarsi tanto disprezzo?
- Che gente fottuta! - sputò rabbiosamente.
Soppesando i pochi fatti a sua conoscenza, confrontando e contrapponendo quanto aveva visto e sentito, erigendo la sua piccola piramide di eventi e pregiudizi, l'inevitabile conclusione era che Freud e le sue donne si ostinavano a non credere al suo racconto di vampiri. Tipica ignoranza da accademici.
- Fottuti! Fottuti ebrei!
Parigi era avvolta dall'oscurità. Poche luci brillavano, come se ci fosse il coprifuoco. Da lontananze insondabili si udiva il brontolio di un tuono, simile a un esercito in avvicinamento. A Van Helsing sembrò di tornare indietro di una vita, mentre risaliva, come in una macchina del tempo, gli Champes Elysées. Un cavallo scaricò concime quasi sotto il suo naso. Lui non ci fece nemmeno caso. Dopo un'ora e molti chilometri, si trascinò verso la bocca nera di un tunnel. Era giunta l'ora di tornare a dare la caccia al suo nemico per la pelle. Avrebbe mai scoperto il suo nascondiglio?


La settimana seguente andò a cercare nuovamente il Professore, ma apprese che quello si era rifugiato a Londra. Beh, del resto era logico. Che altro ci si può aspettare da uno che ha affermato: "La Gestapo? A me non ha fatto niente. Ve la raccomando".

                                                       franc'O'brain@yahoo.com

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