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franc'O'brain

RAP FICTION

crazy

 

 

Io sto bene. Sto bene e mi muovo in mezzo alle angosce degli altri, come in una nebbia onirica.

 

In un mattino d’inverno di sei anni fa, la Mercedes di Giampa "pattinò" su uno strato di ghiaccio, roteò su se stessa e andò a fermarsi davanti al portone ancora chiuso del locale.

Gli sportelli della vettura si spalancarono e... chi saltò fuori? Noi quattro, ghignanti e con certi occhi gonfi e arrossati. Di solito eravamo in cinque a stiparci nella Mercedes, ma quel giorno Nino non c'era: era là fuori, nel piazzale che veniva spazzato da un vento gelido. Noi ghignavamo non solo per l’azzardata manovra di Giampa, ma anche per il nostro amico, che, incastrato in una scanalatura del muro, tremava tutto, stretto nella sua giacchetta striminzita. Gli domandammo: «Non hai freddo?»

E lui, che si aspettava un'altra domanda («Com’è andata con la Ingrid?»), battendo i denti rispose:

«L’ultima me la sono fatta stastastamattina.»

Ridendo come assatanati, ci lanciammo su per le scale. Eravamo, come al solito, in ritardo. E morti di sonno. Ma il solo pensiero di come il boss ci avrebbe sgridati se avesse scoperto che, di nuovo, non eravamo stati puntuali, ci metteva il fuoco addosso.

 

Il Capri si trovava al primo piano di un edificio che ospitava, tra le altre cose, la filiale di una banca. La cucina del ristorante era situata proprio sopra l’istituto bancario, e io e Giovanni (i folli menapadelle) fantasticavamo di fare un buco nel pavimento e calarci giù, nell’immaginaria e immaginosa Sala del Tesoro, dove prelevare qualche milione di marchi.

«Appena qualche milione», diceva Giovanni: «l'indispensabile per comprare una casa dove vivere tutti assieme.»

«E forse qualcosina di più per non essere più obbligati a lavorare», aggiungevo io.

Vivere in un’unica casa, noi della ganga, magari insieme alle rispettive pupattole e senza l’eterna oppressione del lavoro: che bel sogno! Bello e ingenuo. Ma avevamo un'età media di ventidue-ventitré anni: bisogna dunque giustificarci.

 

In sala, la radio urlava a squarciagola. Poiché il proprietario del Capri non se ne spuntava mai prima di mezzogiorno, fino a quell’ora ne lasciavamo il volume al massimo. Sicuramente gli impiegati della banca sottostante potevano cogliere ogni singola nota, a dispetto delle pareti blindate e di tutte le altre misure protettive.

A un certo punto gli altoparlanti si misero a vomitare il recente successo degli OMC: How bizarre; e ognuno di noi, mentre era impegnato nelle sue noiose mansioni (quel che in gergo gastronomico si chiama mis en place), iniziò immediatamente a "rappare". How bizarre how bizzarre! modulavano gli OMC, accompagnati da trombe caraibiche e dalle nostre voci impastate di sonno e di fumo.

Già: che bizarro!

«Ordunque Nino», udii Giampa - il capocameriere - chiedere en passant a Nino - il barista -: «com’è andata con la Ingrid?»

E Nino, sbellicando dalle risa: «Sette me ne son fatte! L’ultima stastastamattina».

 

Quando apriva la bocca, il nostro stralunato barista assomigliava a un grosso coniglio. I denti se li era fatti impiantare dopo essere arrivato in Germania. Disgraziatamente, i suoi nuovi incisivi risultavano troppo grandi. Da qui il soprannome di Coniglio, che soppiantò il nomignolo originario: Alligatore. Lo chiamavamo Coniglio a causa di quegli incisivi, ma anche per certe peculiarità riguardanti il suo rapporto con la Ingrid.

Ingrid era stata la sua prima vera ragazza. Fin dal principio Nino si era rivelato insaziabile: quattro, cinque, sei, sette... Una continua escalation di cui non si intravedeva la fine. Forse un giorno avrebbero scritto il suo nome nel Guinness’ Book dei primati, alla sezione Erotikon.

Oltre a Nino, al grasso Giampa (un Falstaff d’Etruria), al minuscolo Giovanni detto D’Artagnan e al Vostro sempre riverente sottoscritto, della cerchia faceva parte un altro bell’elemento: Giotto. Giotto alias Babyface.

Il ragazzetto (aveva ventun anni, ma ne dimostrava tutt’al più undici) presentava connotati invero serafici; biblicamente serafici. Era un biondino dagli occhi azzurri, la voce virginale e uno spiccato accento calabrolucano. Dall’aspetto lo si sarebbe detto un membro dell’Azione Cattolica; e, chissà, nel paesino da cui proveniva forse lo era stato per davvero, un azionista cattolico. Ma, fin da quando era alle dipendenze del Capri e viveva insieme a noi, aveva imparato ad apprezzare le semplici e solide gioie terrene, e io dubitavo che volesse mai tornare a separarsene. Giotto perse la verginità proprio in quel freddo inverno: un evento verificatosi con il sostegno della nostra prodiga amica Cavalla Con Gli Occhiali.

A osservarlo da una certa distanza, Giotto-Babyface appariva come una creatura tutta gambe, con un busto piccolissimo e una testolina che, su qualsiasi sfondo paesaggistico, risultava a malapena individuabile. Al Capri ricopriva la funzione di mano destra di Giampa: vale a dire che era lo schiavetto personale del nostro vetusto (perché già ventottenne, anche se di anni ne dimostrava il doppio) capocameriere umbro.

Ora Giotto si affacciava dalla porta della cucina e domandava a me e a Giovanni, con tono angiolesco: «Il solito espresso?»

«Ghl-rrl», gorgheggiò/gorgogliò Giovanni.

«Doppio», abbaiai io.

 

Christine mi sorrise da sotto in su. La stellina argentea che sfoggiava su una pinna nasale brillò al bagliore delle luci pischedeliche. «Come va?» inquisì, e per un breve istante la perla che le ornava la punta della lingua si rese visibile alle mie ingorde pupille mediterranee.

«Va», risposi, laconico. Era la mezzanotte passata, mi trovavo al Pasch da dieci minuti e avevo appena finito la mia prima birra. Dopo esserci scambiati il bacio di prammatica, iniziammo a pomiciare sotto lo sguardo comprensibilmente lupesco del DJ. Lei, la piccola, sexy Christine, era stata la ragazza del DJ... Poi aveva incontrato me e aveva preferito barattare quel mettidischi mediocre e ignorante con un pizzaiolo ugualmente mediocre e poco meno ignorante di lui, ma con in più il vantaggio di essere italiano. In quei primi anni all’estero, la mia italianità la trasudavo da ogni poro.

Christine studiava Anglistica e nella vita puntava in alto: perciò era importante per lei che il suo partner fosse in possesso di un certo grado d’istruzione. Le avevo raccontato di essermi diplomato (in Italia) e che presto mi sarei iscritto in Ingegneria «in qualche università della grande, bella e potente Deutschland». Una panzana grossa. Voglio dire: quella del diploma e della mia presunta voglia di studiare. Una balla incommensurabile. E lei l’aveva bevuta!

In realtà sono un mezzo analfabeta. Dico davvero. Posseggo solo la licenza media, e anche quella l’ho ottenuta tramite un corso per corrispondenza.

«You’re beautiful», le sbavai in un’orecchia mentre in sottofondo attaccava Amadeus, un remake del remake dell’austriaco Falco. «You’re very very nice», le sussurrai. Parlavo nella lingua di Albione per dimostrarle che mi si poteva tranquillamente reputare un uomo di mondo. Inutile precisare che, a parte quelle quattro parole, in inglese non sapevo dire altro.

«Oh», disse Christine, staccandosi dalle mie grinfie. «È Falco!» E si tuffò sulla pista per rendere onore al compianto poet maûdit dell’austro-pop, lasciandomi per un secondo o due in sospensione cardanica e con labbra da anatroccolo protese verso l'ectoplasma di lei. Mi raddrizzai, ricomponendomi alla meno peggio, e presi a guardarmi attorno con espressione truce. Quella di esternare un’espressione truce è la mia specialità. La truculenza mi riesce perfettamente naturale e, a quanto pare, affascina tutte le donne. Quasi tutte.

Sulla pista individuai Nino: stava ballando con la Ingrid. Giampa, Babyface e Giovanni erano da tutt’altra parte, seduti accanto alle loro ragazze in un angolo discretamente avvolto dalla penombra. Le facce dei tre erano impassibili. Non si riusciva a capire quello che combinavano sotto il tavolo.

Quasi sempre, io preferivo rimanermene appollaiato a uno sgabello del bar, da dove si può vedere meglio e meglio essere visti. Giratomi verso la Bardame, ordinai un’altra birra.

Lei si sporse nel prendere il mio bicchiere vuoto consentendomi così di darle una sbirciatina dentro la scollatura. Poi indicò Christine, che si dimenava come un’ossessa al centro dell’universo mondo con la sua minigonna, con la sua maglietta aderente, con la sua capigliatura che sembrava essere stata aggiustata con forbici da giardiniere, con il suo piercing e via dicendo, e mi disse: «Voi due piccioncini fate sul serio, eh?»

«Hm. Yes», sbottai, più tenebroso che mai.

Gli occhi di Grete - questo il nome della Bardame -, occhi che già di per sé erano di taglio orientale, divennero se possibile più sottili. «E a letto la cocchina com'è?»

«Wonderful», non ebbi difficoltà a informarla. «E non solo a letto», specificai. «Ma», aggiunsi, alzando un indice nodoso, «non urla mai come invece fai tu.»

Grete arricciò la bocca. «Io urlo?» inquisì, sinceramente stupita.

«A letto sì. Eccome! Pari una matta. E se non arrivi all'orgasmo urli anche di più... Ma lo sai quanti vicini sono venuti a lamentarsi con me? Come se fossi stato io a urlare in quel modo, una notte dopo l’altra!»

Per un lungo attimo lei assunse un’aria indecifrabile. Poi mi volse le spalle e andò a riempirmi il bicchiere. Notai con un certo appagamento che, nel muoversi, ancheggiava più del necessario.

Tornai a osservare la pista, che era una pedana girevole sormontata da quattro colonnine ricoperte di specchi. La pista rappresentava una specie di palcoscenico, un podio aperto; era un’agorà, il fulcro non solo del Pasch ma della vita sociale dell’intera cittadina. Notai che c'era, nella massa dei maniaci del ballo, un altro italiano oltre a Nino: Enri. Questo Enri era una buona lenza. Da piccolo aveva avuto la poliomelite ed era venuto su con una gamba più corta dell’altra, e per questo doveva portare speciali scarpe ortopediche. La gente credeva che fossero stivali da paracadutista e lui glielo lasciava credere. Coerentemente agli stivali, l’intero suo abbigliamento aveva un che di marziale, di militaresco e nel contempo di ginnico: come un marine in libera uscita.

Enri era un ottimo danzatore free style. Più che danzare, in verità, pigiava con i piedi sul pavimento vitreo della pista, come se volesse infrangerlo. La sua testa priva di capigliatura rispecchiava le luci; sembrava che l'avessero spalmata di burro. Noi della ganga ridevamo di lui, ma cercavamo pure di tenercelo buono. Ci importava che Enri ci riservasse un trattamento di favore (leggi: un ottimo prezzo) sull’afgano che aveva sempre con sé.

Ad un tratto le sue antenne di coleottero incrociarono le mie e mi affrettai a fargli un cenno d’intesa. Più tardi - gli segnalai nel nostro speciale alfabeto da sordomuti -; ci incontriamo all’uscita più tardi.

Quanto ne vuoi, più o meno? - mi domandò lui muovendo le mani e i muscoli facciali.

Una decina di grammi, preventivamente - gli risposi usando tre dita e il sopracciglio sinistro.

No problem - mi segnalò Enri con il ginocchio -; e, tornando a chinare il lucidissimo cranio, si impegnò con accresciuta foga nella danza azteca da povero storpio.

Mentre sorseggiavo la mia terza birra (Christine continuava a fare le contorsioni sotto lo sguardo incazzato del DJ), Nino lasciò Ingrid a sbizzarrirsi da sola sulla pista e mi raggiunse al bar.

Rideva. Era fatto di whisky e di altra roba. Rideva, rideva con quella sua bocca piena di denti innaturalmente bianchi, quasi fosforescenti. Rideva e blaterava. «Come sono contento, frate’!» esclamò più volte.

Chissà che Katz aveva ingerito!

«Siamo forti!» ribadiva. Intanto occhieggiava intorno roteando la testa di 360 gradi, simile a un robot dai circuiti fusi.

Concentrandomi sulla schiuma della mia pils, gli dissi: «Okay, Ninotschka: vuoi darmi a intendere che sei high. Come se non si vedesse! Probabilmente ti sei fatto una canna di nascosto oppure hai inghiottito una di quelle pasticche di merda. Non so... Tu aspetti di vedermi morire dalla curiosità e non mi dici che Katz ti sei preso per avere la soddisfazione di sentirmelo chiedere. Ma non solo io non lo so, ma non voglio neppure saperlo». Tornai a guardarlo. «E va bene, bastard», aggiunsi impaziente. «Che Katz hai intus

Trasalii. Mi accorsi che avevo parlato alla sua nuca. Con il tronco lui era rivolto verso di me, ma mi mostrava il retro della testa. Sbattei un paio di volte le palpebre come qualcuno che, dopo un incubo, vuole rimettere le cose a posto. Finalmente fui di nuovo a tu per tu con la sua faccia, quella faccia smagrita ma estasiata, quella faccia da profugo clandestino che è riuscito a raggiungere in extremis la sponda dorata dell’Occidente.

«Eh?» ruttò Nino, riscotendosi d’un colpo. «Scusa frate’, ma stavo guardando la mia ragazza e non ho sentito. Che cosa volevi...?»

«Non importa», dissi. E, in quella, Christine tornò. Prontamente, lui le piantò addosso due occhi da avvoltoio.

Christine mi diede un bacio, bevve un sorso dal mio bicchiere e poi sorrise all’Alligatore-Coniglio, che non smetteva di guardarla in maniera più che apprezzativa: un vero maniaco sessuale.

«Bababababy», bababalbettò Nino.

Sospirai scuotendo il capo. Intanto, nel loro angolino, Giampa, Giotto-Babyface e Giovanni-D’Artagnan non avevano più un’aria impassibile. Niente di strano: ora erano le loro coccole a muovere le mani sotto il tavolo. Obscure maneuvers in the dark.

Eccoci qua, noi Itaker. Sporchi e forse cattivi, ma a modo nostro vivi e - sempre a modo nostro - simpatici. Siamo pazzoidi e bugiardi, ultraesuberanti, maniacamente esibizionisti e il nostro futuro è un buco nero. Sprechiamo tempo e salute nelle bettole notturne e intanto ci divertiamo un mondo. Anche se "divertirsi" è un ridicolo eufemismo (come ci insegnano i filosofi), noi lo facciamo ugualmente; e lo facciamo - è bene sottolinearlo - a modo nostro.

Dovunque andiamo, non manchiamo di destare meraviglia. Ci additano a vista... Dev’essere qualcosa che è nel nostro sangue, nei nostri geni: non riusciamo mai a starcene tranquilli. Se capitate in questi paraggi e passeggiate su una strada qualunque, anche in mezzo a una folla potrete sentire le nostre voci; solo le nostre: caustiche, volgari, sguaiate.

Pulitini ed elegantucci, i Teuti nostri coetanei ci osservano da distanza precauzionale come da dietro recinti. Ci osservano anche di pomeriggio, mentre giochiamo al pallone sull’aiuola che circonda l’edificio delle Poste. Un cartello dall’aria severa avverte: "Vietato calpestare l’erba", ma noi ce ne freghiamo altamente e giochiamo lo stesso.

Dietro i recinti, come allo zoo.

Una volta, mentre stavamo lì a dar pedate alla sfera di gomma (nostri sfidanti occasionali: venti e più scolaretti delle elementari), per caso transitò la Bardame del Pasch. Fermatasi di botto, lei prese a guardarci. Questa Bardame - voglio ricordarvelo - risponde al nome di Grete. Sempre nel caso capitaste da queste parti.

Non era sola: la scortava un biondino dall'aspetto sterile che somigliava al DJ del Pasch. Non si trattava però del DJ. Fosse stato lui, non si sarebbe fermato a godersi la partitina ma si sarebbe precipitato ad avvisare la polizia.

Dunque noi ci accaldavamo correndo dietro al pallone (da una parte io, Nino il coniglio-alligatore, Giampa il pachiderma, il minuscolo Giovanni-D’Artagnan e Giotto-Babyface; dall’altra un folto gruppo di moscardini che, ammucchiate le cartelle di scuola a mò di pali, avevano giurato di farci la guerra) quando ad un tratto udii Grete che, con voce carica di disprezzo, diceva al suo scolorito, diafano cavaliere: «Fottuti Itaker

Mi fermai a metà di un dribbling con tre nanerottoli aggrappati ai miei Levi’s. Cosa, cosa?

Itaker passi pure. Ma fottuti?

Qualche notte più tardi, ero io a fottere lei. Una cosa che si ripetè per due mesi e passa, finché non conobbi Christine.

Ovviamente non è vero che a letto Grete urlava come le avevo detto, né che i vicini di casa si erano lamentati per il baccano; ma avevo le mie valide ragioni per sostituirla con la piccola, cara Christine. Al Pasch, comunque, lei mi faceva ancora lo sconto sulle birre: prendi due, paghi una. Chissà il perché di tanta bontà! Ma doveva avere le sue ragioni...

 

Il primo turno lavorativo terminava alle quattordici. A quel punto usufruivamo di una pausa di tre ore, prima dello sfibrante showdown che si sarebbe concluso poco prima della mezzanotte.

Solitamente impiegavamo le nostre tre ore di libertà (three, drei, 3) in allegre scorribande per la cittadina: ci recavamo alla Cafeteria per incontrarci con le nostre belle o per fare l’occhiolino a signorinette che sorbivano il tè con il mignolo alzato. Ancora mi pare di vederci, tutt’e cinque cialtroni (five, fünf, 5) stipati nella Mercedes di Giampa: al passaggio di ogni sventolona, le nostre facce - gli occhi pesti, le bocche piegate in una smorfia pagliaccesca - si stampavano sui finestrini come in un quadro surrealista. Cinque allegri Itaker allucinati e allucinanti, con l’autoradio che spargeva tutt'attorno: How bizarre... How bizarre how bizarre!

Ma c’erano anche pomeriggi in cui, vuoi per il freddo, vuoi per la stanchezza, ci rintanavamo nell’appartamento a fare qualcos’altro; che so, tagliarci le unghie, lavarci i piedi, raderci, cambiarci gli indumenti intimi... o concederci un pokerino.

Durante uno di quei freddi pomeriggi tediosi, venne inaspettatamente a trovarci il proprietario dell’Amalfi - pizzeria che era in perenne concorrenza con il Capri. L’uomo, che aveva un occhio sbilenco, quel giorno inalberava un cipiglio oltremodo infelice.

«Però! Ve la passate mica male, qui», esordì, dopo che lo ebbi fatto entrare e dopo che lui ebbe lanciato un’occhiata svogliata (con l’occhio buono) al nostro rifugio. «State proprio bene», farfugliò, scrollandosi la neve dal soprabito mentre avanzava fino al tavolo in cui noi giocavamo a carte.

Per dovere di cronaca: abitavamo in uno di quei silos che assomigliano a scaffali per feti umani, obbrobrioso rimasuglio architettonico degli obbrobriosi anni Ottanta. L'affitto era caro e gli inquilini - per forza di cose - oltremodo scontrosi.

«Da signori, vivete.»

Dopo quegli incoerenti convenevoli, Occhi Storti venne al sodo. «Ragazzi, aiutatemi!» implorò. «Dovete farlo!»

«...?»

«Quei quattro stronzetti del mio personale se la sono svignata nottetempo», ci elucidò gridando. Gridava per il livore e la disperazione, ma anche perché noi tenevamo il radioregistratore a tutto volume. D’altronde, nessuno pensava a mettere a tacere la musica o quantomeno scalarla di un po’ di decibel. In quel momento imperversavano i Pearl Jam, uno dei nostri gruppi preferiti.

Giampa si finse interessato: «I tuoi scugnizzi ti hanno lasciato così, di punto in bianco?»

«Già. Senza preavvisarmi!» confermò Occhi Storti.

Nessuno di noi gettò in aria le carte esclamando «Oh!», né mostrammo in altro modo della compassione per quel ristoratore nei guai.

«Scappati di notte, eh? Chissà perché...» proseguì Giampa. «Tocca a te», aggiunse, dandomi di gomito.

«Apro», dissi, buttando sul piatto quattro noccioline.

Tra di noi non giocavamo mai per soldi, così evitavamo battibecchi o, peggio, scazzottate. Giocavamo con denaro "virtuale": ed ecco spiegato come mai sul tavolo si accumulavano tutte quelle noccioline. Le noccioline ci servivano come fiches. Dopo il poker, le mangiavamo.

«Ho bisogno di qualcuno che prenda il posto di quei crumiri, altrimenti sono rovinato!» gridò Occhi Storti, agitando le braccia, la testa, tutto.

«Apro», dichiarò Giovanni.

«Vi offro una paga ottima. Quel che volete! Ditemi una cifra! Sù, ditemi una cifra!»

«Se la sono svignata... Chissà come mai!» ripeté Giampa, pensieroso, scagliando sul piatto un pugno di peanuts.

«Passo», fece Nino. Si accese una sigaretta e: «Una cifra qualsiasi?» domandò al ristoratore guercio. «Duemiladue... duemilacinquecento marchi?»

«Affare fatto!» gridò l'uomo. «Puoi cominciare oggi stesso. Se vuoi, ti do un anticipo...»

Nino si finse stupito. «Cominciare? Da te? No. Io chiedevo così, tanto per chiedere.»

Occhi Storti strinse i denti, si strappò i capelli. Era sull’orlo di un collasso. Non sapeva come ovviare a quel seccante imprevisto: il personale fuggito in piena notte e lui rimasto da solo sulla tolda del vascello a fronteggiare la tempesta... Non ce l’avrebbe fatta mai! Aveva bisogno urgentemente di due-tre operai; almeno per quella sera, o tutt’al più fino al giorno dopo: il tempo di riformare una squadra. Doveva assolutamente ingaggiare un paio di questi tipi strani del Capri, promettere loro la luna, un domani roseo, magari una possibile partecipazione agli incassi del locale... per poi buttarli fuori, oppure prenderli per fame e costringerli a restare per una paga infima.

«Per duemila marchi io verrei anche subito», sussurrò soavemente Giotto.

Guardammo stupefatti il nostro più giovane collega.

«Eh?» fece Occhi Storti. «Non ho sentito. Che ha detto il ragazzo?»

Giotto-Babyface sostenne i nostri sguardi di fuoco con i suoi immensi occhioni azzurri. «Non è che al Capri si guadagni tanto...» ci spiegò. «Io, almeno, non sono contento. E, se altrove mi offrono di più...»

«Traditore», lo accusai. «Vorresti lasciarci? E per te l’amicizia non conta nulla?»

Occhi Storti saltellava ora su un piede, ora sull’altro. «Ho capito bene? Quello sarebbe disposto a venire all’Amalfi?» L’Amalfi non aveva mai goduto di ottima fama; né si poteva affermare che il suo proprietario fosse circondato da un’aura d’irreprensibilità: al contrario...

«Sicuro», annuì Giotto. «Ci verrei subito.»

Di nuovo, Occhi Storti non udì le parole dell’angioletto (ora in sottofondo c’erano i Prodigy a menarla di brutto), ma riuscì a leggergli le labbra. «Beh, per me... Ti prendo senz’altro. Che cosa sai fare? E, soprattutto: quanti anni hai?»

«Dodici, ne ha», disse Giovanni.

«Ne compie tredici il marzo prossimo», rincarai io la dose.

Il proprietario dell’Amalfi studiò il viso chiaro e innocente di Giotto. «No!» si disperò infine. «Troppo giovane! E che, faccio lavorare un bambino, io? Mi arrestano...»

Allora, con lentezza, Giotto si alzò. Occhi Storti vide spuntare dall’orlo del tavolo dapprima due spallucce strette, poi un torace da ciabattino; e sia le spalle sia il torace non aggiungevano nulla alla presunta età di Giotto. Poi apparirono anche le gambe giottesche, e quelle gambe non volevano finire più. Il volto di Giotto, fresco e illibato (illibato? ma sì, va’!), saliva, saliva...

Con il naso rivolto all’insù, il ristoratore guercio rimase a fissare Babyface per un buon minuto. Questo non è un neonato - si rese conto con un urlo interiore -: è un guagliu’ in età lavorativa!

«Vabbe'!» sbraitò. «Sei assunto. Subito, subitissimamente! Duemila, occhèi? E puoi scegliere tu dove lavorare: in cucina o in...»

In quella si interruppe, fu interrotto. Nella stanza era piombata una ragazzona nuda. Anzi: quasi nuda. Inforcava, infatti, un paio di occhiali.

«Bin immer alleine in dem Scheiss’-Zimmer!» esclamò con vigore la ragazzona. «Möchte einer von euch vielleicht fünf Minuten... nur fünf Minuten zu mir kommen?»

Occhi Storti si fece paonazzo. «Mamama chi...?»

«Quella? Oh, quella è Cavalla Con Gli Occhiali», gli spiegò Giampa, senza staccare lo sguardo dalle carte da gioco. «Insomma, a chi tocca?»

Cavalla Con Gli Occhiali: così avevamo ribattezzato la creatura che, similmente al Fantasma dell’Opera, da settimane si aggirava per il nostro appartamento rendendo a ciascuno di noi, a turno, degli speciali servizietti. Ancora non avevamo scoperto il modo di liberarci da questa nordica Giunone e io sospettavo che, sotto sotto, nessuno di noi volesse farlo veramente.

Certo che era un bell'intoppo. Ogni volta che una delle nostre fidanzate veniva a trovarci, ci toccava nascondere la nostra amante segreta nel ripostiglio delle scope, o chiuderla a chiave in una stanza momentaneamente disabitata. Il pericolo maggiore consisteva nella nostra graduale assuefazione alla sua presenza, tanto che sempre più spesso ci scordavamo di prendere precauzioni.

Recentemente, Giovanni aveva proposto di situare un pagliericcio sul balcone e di relegarla lì in pianta stabile; magari dopo averla imbavagliata e averle messo una catena alla caviglia.

«Chichichi è?» insisté il nostro stupefatto ospite, lo sguardo incollato sul pube rigoglioso dell’inopinabile (perché inopinata) Venere desnuda.

E Nino: «Sei sordo o cosa? È Cacacavalla Cococon Gli Occhialilili».

Vedendoci scoppiare a ridere, la ragazzona si piazzò a gambe larghe in mezzo alla stanza e ribatté, ritenendosi, chissà perché, offesa: «Io no cavalla. No cavalla, verstanden? Scemi».

«Bababababy», balbettò Nino, giubilante.

«Ho un’idea!» saltò su Giampa. Agguantò il braccio di Occhi Storti e: «Perché non prendi lei? Potrebbe esserti d’aiuto in sala».

«Beh, certo che la presenza ce ll’ha», ammise l’ospite, dopo l’iniziale smarrimento. Si sbottonò il soprabito, si allentò il nodo della cravatta. «Sto sudando come un porco...» mormorò tra i denti. «Ma li tenete accesi al massimo, i termosifoni?» Si aprì pure il colletto della camicia. Poi, rivolgendosi di sguincio all’oggetto di tante discussioni, chiese, nel suo tedesco maccheronico: «Quanto prendi?»

«Was?» replicò interdetta la cavallona, battendosi con ambedue le mani sui glutei. Ne venne fuori uno stuzzicante effetto stereofonico: Scia-sciaff!

«Quan-to pren-di?» sillabò pazientemente il guercio. Alzata una zampa, strofinò pollice e indice.

Senza una ragione apparente, Cavalla Con Gli Occhiali gli appioppò un sonoro schiaffone. Il colpo fu tale da far balzare in aria Occhi Storti (uno sciaaafff! stavolta monofonico) e farlo rovinare sul pavimento. Dopo, l’uomo si portò una mano sulla guancia e: «Comandante, qualcuno suona alla porta», biascicò.

 

Ci volle un’ora intera per chiarire l’equivoco, e lo facemmo - bilingui - tra risate sonore, gorgoglianti, straziafianco; il tutto mentre l’ospite, tornato in sé, si spargeva sul guancione l’unguento vulnerario che Giotto era corso a prendere in farmacia. In ultimo riuscimmo a convincere la Cavalla ad accettare il posto all’Amalfi, compiendo così anche una buona azione: ben presto, a quanto ci risultò, lei e il gastronomo divennero una coppia fissa, e non solo sul lavoro. Le vie dell’Amore sono, per davvero, imperscrutabili.

 

«Però!» commentò Nino qualche giorno dopo. «Peccato che non ci sia più. Mi ero quasi affezionato a lei.»

«Se ti sente Ingrid, sei un uomo morto», lo ammonii. Ci trovavamo al Pasch e Ingrid era lì, a pochi metri da noi, che ballava facendoci ciao ciao con la manina.

«Ma sì... Ogni tanto una scopatina extra non guasta, no? Del resto la Cavalla l'hai cavalcata anche tu», mi rammentò l'amico. «E», aggiunse con astio, «più spesso di me.»

«Di che cosa state parlando?» intervenne Christine.

«Della New Economy», le replicò Nino senza battere ciglio, passando meccanicamente al tedesco. «Hai sentito pure tu che l’index è in forte ribasso?»

«Ma va’...»

«Venti grammi, oggi?» mi interrogò in quella Enri, zoppicandomi accanto nella sua tuta mimetica e nei suoi inverosimili anfibi. Aveva parlato con l'angolo della bocca per non dare troppo nell’occhio, perciò sulle prime non lo compresi.

«Eh?... Ah!» mi illuminai d’un tratto. «Facciamo trenta, Enri», gli dissi. «Ci sono anche le ragazze, che sono insaziabili...» Ma l’italico junkie stava già passando oltre.

«Ci vediamo fuori tra... diciamo mezz’ora?» mormorò, avvitandosi sul tronco e fissando un avventore che non c'entrava niente.

«Okay», accordai.

Al mio "okay", il calvo e militaresco Enri si fermò di colpo, rise allegramente e: «Bene così, amigo: okay!» esclamò. Quindi alzò una mano e, con il palmo aperto, la batté contro la mia. Aveva uno strano modo di non dare nell’occhio: ci stavano osservando tutti! «Okay!» urlò di nuovo.

Era felice perché a lui i soldi servivano per davvero: aveva quattro rampolli da sfamare (di cui uno suo), per tacere della moglie polacca e di quella strega d’una suocera che gli stava addosso assillandolo senza tregua.

Fischiettando, Enri svanì dietro una muraglia di corpi.

Alla mia sinistra sedeva un diciottenne che portava occhiali da sole e un berretto da baseball con su scritto: "Take it easy". Il diciottenne aveva un'aria decisamente stravolta e scivolava di continuo dallo sgabello. Probabilmente sedeva su quel trampolo da ore. L’unica cosa certa è che tracannava alla Diocisalvi. Ogni tanto, senza preoccuparsi se qualcuno lo notasse o meno, lasciava cadere dentro al bicchiere una strana polverina color arcobaleno. «La mia medicina», mi spiegò a un certo punto con un sorriso esangue.

«Oh, capisco», ribattei. «Polvere di pirimpimpera.»

Il diciottenne mi guardò sorpreso. Poi affermò, tutto serio: «Ci hai azzeccato in pieno». Quindi attaccò a pregare a voce alta, il bianco degli occhi rivolto ai faretti del bar: «Yeah Super Daddy che sei tra le stars, santo è il Tuo nome e Tuo è il Power. Dacci oggi la nostra ecstasy quotidiana. Noi siamo i Tuoi fans e devi perdonarci se facciamo shit, così come noi perdoniamo tutti i culi che Tu hai messo al mondo. Amen, Ende».

Grete la Bardame gli si appressò visibilmente nervosa. «Che dicevi?» Il diciottenne non le rispose. Era totalmente sconvolto. «Hallo», fece Grete, chinandosi su di lui e sventagliandogli con le dita davanti al volto. «Puoi sentirmi? C’è qualcuno in cas...?»

Non poté terminare la frase, in quanto lui le esplose un lungo e violento getto di vomito nella scollatura.

Degna chiusura di un Pater noster profano.

«Oh Gott!» esclamò Christine, spiccando un salto all’indietro.

«Infatti», confermai: «era giusto a Lui, a Gott, che il ragazzo stava parlando». Lasciando il bicchiere dov’era, proposi: «Spostiamoci di là».

Tanto Nino quanto la mia girl non si fecero pregare. Raggiungemmo il tavolo degli altri amici, che stavano raggruppati con le loro morose di turno.

«Che diavolo aveva quel tizio?» ruttò Giovanni.

«Sballato, eh?» scorreggiò Giampa.

«Sballato forte», corroborò Nino, voltandosi a guardare la Bardame che scappava al bagno con la camicetta tutta inzaccherata mentre il DJ, sceso dalla sua pedana di tubi sospesi, cercava perfidamente di costringere il diciottenne a ripulire le macchie di vomito col berretto da baseball. Ma il diciottenne gli rideva sul muso.

«È fatto, eccome se lo è!» scorreggiò ruttò Nino.

Sentii uno strano sapore in bocca. Qualcosa non quadrava. Forse era il puzzo che proveniva dal bar, o il colore nauseabondo di quelle macchie... Per una curiosa associazione di idee, mi ricordai che quel pomeriggio ci eravamo avventurati fino al Mai Ling, tempio della gastronomia cinese inaugurato di recente. Evidentemente, il cibo esotico - esotico di nome e di fatto - non aveva giovato ad alcuni di noi. Cominciavo ad avvertire un'insolita inquietitudine nella regione intestinale...

«Non c’è speranza per certi tipi», sentenziò petando Giovanni, che aveva davanti a sé una bottiglia semivuota di Ballantine’s.

«S.O.S.», ruttò Giotto alzando gli occhi al cielo: «Save Our Souls. Ma chi salva le loro?» Lo guardai compiaciuto. Più stava in nostra compagnia, e più il ragazzetto imbranato di una volta (Babyface) acquisiva una lingua mordace.

«Ed Enri che ti ha detto?» volle sapere Giampa ruttandomi in volto.

«Tutto a posto: tra un po’ ci incontriamo fuori», ruttai io. «Oh. Pardon.»

«Certo però che nascondere la roba nelle scarpe ortopediche...» scorreggiò Nino. «Voglio dire: in fondo dobbiamo fumarla noi. Non potrebbe infilarsela da qualche altra parte?»

«Dove, per esempio?» gli chiesi.

Nino mi puntò addosso un paio di iridi semispente. Dopo dieci secondi, o anche di più, scoppiò in un nitrito. Era alquanto lento di comprendonio, ma bisogna ammettere che aveva dei bei denti.

Mentre Ninotschka nitriva, alcune note familiari si innalzarono nell’aria fumosa e pestilenziale del Pasch. Riconoscendole, scorreggiai, fortissimo: «How bizarre!»

How bizarre how bizarre fecero in coro gli altri, e Giampa gonfiò le gote da cherubino spernacchiando la fanfara dei Caraibi che caratterizza quell'hit degli OMC.

Eravamo al centro dell’attenzione generale. E la nottata era appena all'inizio!

 

Molto più tardi (praticamente all’alba), nella stanza che ci ritrovavamo a condividere, Nino ruttò: «Siamo un bella ganga. No, frate’? Non dobbiamo separarci mai. Mai».

«Già», ruttai. «Siamo un bella ganga, ma non scordiamoci che ognuno di noi è un’entità ben definita e che il suo dasein non è necessariamente legato al destino degli altri.»

«Che vuoi dire?»

Già. Che volevo dire? Se solo lo avessi saputo... Cercai di mettere ordine alle mie idee. «Il ritmo, ecco. Ogni essere vivente, uomo o animale che sia, ha un proprio ritmo.»

«Vuoi dire questo ritmo?» domandò Nino petando ruttando. E si mise a "rappare" sul letto, improvvisando un testo sul motivetto di Gangsta’s Paradise, di Coolio: «Cilindri e pepepepercussioni, genetica fafafabbricabile, siamo esseri bibibivalve, cavalieri dell’impos- impos- impossibile...»

«Non proprio questo. Sebbene... Ehi! Mi lasci secco, frate'. Hai del talento, sai?»

«Lo pensi davvero?»

«Se vuoi, ti faccio da manager.» Sbadigliai. «Comunque, quello che volevo dire è che il mio motore gira in maniera tutta particolare. Io lo "sento" e me ne avvedo di continuo.» Sba-sbadigliai. «Il mio meccanismo funziona diversamente dal vostro, dal tuo e da quello di tutti gli altri. Ed è giusto così. Anzi, giustissimo. In fondo, non siamo legati allo stesso cordone ombelicale, ti pare?»

Dopo un attimo di riflessione (mentre io già cadevo nelle braccia di Morfeo), Nino-Alligatore, Nino-Coniglio ruttò: «Sul serio mi faresti da manager?»

«Se non altro io cerco di rimanere al passo con me stesso», bofonchiai in dormiveglia. «Mi sforzo di tenere sotto controllo l'impeto della velocità. Mentre voi...»

«Noi...?»

«Oh. Non importa.» Sba-sba-sbadigliai. «See you later, Alligator.»

«Buona notte», petò lui.

«Se lo dici tu...»

 

 

SPIEGAZIONE

 

Io e Christine ci siamo separati qualche mese fa. Il nostro matrimonio è durato meno di cinque anni: troppe battaglie di parole, troppo acido solforico.

Quando ieri lei è tornata nell’appartamentino in cui abbiamo convissuto per tutto questo tempo, non l’ha fatto per rappacificarsi, ma per schiaffarmi sotto il naso la lettera del suo avvocato. Dunque, Christine entra (aprendo la porta con la sua chiave, che si è "dimenticata" di restituirmi) e mi trova seduto sul pavimento del soggiorno, completamente immobile e con la schiena appoggiata a una parete.

«Come stai?»

«Well», le rispondo.

Infatti: sto bene. Sto bene e mi muovo come in una nebbia onirica.

«Hai uno strano sorriso», constata lei. «A cosa stavi pensando?»

Mi domanda a cosa pensavo, e io glielo dico. Così, in maniera spiccciola: una parola dietro l’altra. Mentre parlo, la mia mogliettina (quasi ex) viene ad accovacciarsi al mio fianco.

In quest’abitazione, dove siamo stati per circa un lustro, mai, dico mai abbiamo trovato l’occasione di sederci sul pavimento l'uno accanto all’altra. E perché avremmo dovuto, poi? Esistono le sedie, infine; e le poltrone; e il letto... E ora eccoci lì con il fondoschiena appiattito contro le gelide piastrelle.

Christine va a prendere alcuni cuscini. Ed eccoci seduti più comodamente, e lei, carrierista inveterata, sta ad ascoltarmi con quei suoi stanchi occhi blu incollati alle mie labbra redivive: come ai bei tempi, quando quel che dicevo contava per lei ancora qualcosa.

E di che cavolo le sto parlando? Le sto parlando dei miei pensieri, che vertono - appunto - sul ricordo dei vecchi amici. Narro a questa donna (mia moglie?) dei mesi e degli anni trascorsi con la stramba, incredibile, insuperabile ganga del Capri.

«Forse non li rivedrò più», concludo. «Giampa (di cui non so più nulla), Giovanni (che, a quanto ho appreso, ha sposato una maestra giardiniera), Giotto (che è tornato nel suo paesino, dove ha aperto una pizzeria), Nino (che, presumo, sta ancora con la Ingrid)... My dear friends.»

«Our dear friends», mi corregge lei.

Mi giro a guardarla. Già da qualche tempo Christine non ha più l’aspetto punkeggiante che l’aveva contraddistinta prima del matrimonio; persino la stellina sul naso e la perla linguale sono sparite da un pezzo. Nella banca in cui lavora (proprio sotto la cucina del Capri!), non tollerano stravaganze di sorta, e fossero pure stravaganze di natura puramente estetica.

«Come eravamo», commento, chinando la testa. «E come siamo.»

«Sai», mi alita Christine su una guancia, con voce trasognata, «forse dovremmo parlarne con più calma.»

«Parlare di che?»

«Di questo.» Mi mostra la busta sigillata che regge tra le dita; sopra ci sono stampati il simbolo dello studio legale e il mio indirizzo. La solleva a mezz’aria; poi la lancia quasi fosse un aeroplanino di carta. La busta volteggia una, due, tre volte e va a sparire oltre la curva del corridoio.

Metto su un’espressione truce. «Con più calma, dici?»

«With.» Bacio. «More.» Bacio. «Calmness.»                                                                           

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                                     Romanzo sull'emigrazione

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