Una toccatina al regolo ed
ecco già pronto il decifratore. La comunicazione di servizio mi ordinava di far luce su
due omicidi. Uno dei morti era quasi sicuramente serbo-croato. Forse un profugo o un
Illeg. Seguivano scarsi particolari.
Jo Ann stava già per varcare la soglia quando io la fermai.
«Un momento. Quel suo amico...»
«Sì?»
«Ha un orecchino?» Fu per delicatezza che parlai al presente:
«ha», non «aveva».
«Sì...»
«E un tatuaggio all'avambraccio?»
La ragazza parve annegare in una paura liquida. «Perché? Lo
hanno trovato?»
«Me lo descriva.»
Lo fece, in preda a un'ansia crescente. Il tatuaggio - affermò
- consisteva in una spada e in una scritta a caratteri di fuoco.
Annuii: la descrizione corrispondeva.
«Lo hanno trovato?» insisté.
«Venga con me», tagliai corto. E mi recai con lei
all'obitorio.
Solitamente affronto il traffico cittadino a cavallo della mia
fida Vespa, ma Jo Ann era troppo nervosa e non me la sentivo di averla sul sellino in
quello stato: rischiavo di perderla per strada. Per questo, e anche perché non c'erano
tassì in vista, andammo a piedi.
Erano le tre del pomeriggio e la circolazione era perlomeno
caotica. Non soltanto al Livello Zero: anche sulle rotostrade che si avvolgevano a spirale
intorno ai grattacieli scorreva un fiume ininterrotto di veicoli. Molte e frequenti le
sirene. Uu-uà ui-uà uu-uà. A un angolo, un cane randagio si stava concedendo una cagata
al cadmio.
La ragazza procedeva al mio fianco emanando una nuvola di aromi
piacevoli. "E una pupa del genere", pensai, "si occupa di comportamento
deviante e prevenzione della criminalità! In un lager per profughi!" La sbirciai:
era chiaramente scossa. Dacché sapevo che non c'è verso di conversare con un corazón
espinado, durante il tragitto analizzai le poche informazioni in mio possesso.
Automaticamente, il mio cerebro-interfaccia trovò un link per i termini "serbo"
e "Serbia", collegandoli all'attuale ricerca su vasta scala di uno dei
"Macellai dei Balcani".
Vojislav Jankovic il suo nome. Condannato in contumacia dal
tribunale internazionale.
Questo Jankovic aveva una lenzuolata di precedenti, ma la sua
biografia criminale si era arricchita notevolmente quando era assurto a triste fama quale
caposcagnozzo di Milosevic. Era improbabile che un assassino della sua levatura avesse
qualcosa a che spartire con l'omicidio di un tipo insignificante come Drago; d'altronde,
in quel momento il Macellaio Jankovic poteva trovarsi in qualsiasi parte del mondo - in
America o nello Yemen, per quel che mi riguardava. Ma si sa: nella nostra branca bisogna
saper combinare, e mai escludere a priori la pur minima possibilità.
Nel momento in cui varcammo la soglia dell'obitorio, ebbi
l'impressione che il viso di Jo Ann si tingesse dello stesso verde stucchevole delle
pareti.
«Coraggio», la sollecitai. «Forse non è Drago...»
Invece era lui. Jo Ann lo identificò senza ombra di dubbio.
Mentre la ragazza si copriva il viso con le mani, il Prof mi illustrò:
«È stato picchiato a morte. Fratture interne, fegato
spappolato, reni idem. E nessuna contusione visibile all'esterno. Un lavoro da
professionisti».
Tornai a volgermi a Jo Ann. «Se la sente di dare un'occhiata a
un altro cadavere?»
«Un altro...?»
«È questione di secondi.»
Il secondo cadavere era quello di una "lei". A
giudicare dal fisico, doveva essere stata una gran bella figliola. Il volto però era
irriconoscibile, la testa ridotta a pappa per piccioni. Dopo averla colpita ripetutamente
sul cranio, l'omicida l'aveva strangolata; infine aveva pensato a cavarle gli occhi.
Jo Ann barcollò. Poi scosse il capo.
«Mai vista?»
Sostenne di no.
Il Prof dedicò un'occhiata assorta alla defunta e soffiò aria
dal naso, prima di far ricadere il sudario. (La sua vita doveva essere un unico cimitero
di sospiri.) Quindi consegnò a Jo Ann due moduli da firmare.
Attraverso le lacrime, lei fissò i fogli come se fossero pieni
di geroglifici. Dovetti aiutarla io a reggere la penna.
Quando uscimmo dall'obitorio, le dissi: «Bisognerà che mi
racconti qualcosa di preciso circa Drago Blasevic. Chi erano le persone che frequentava e
quali le sue... idee».
Ma la piccola sembrava a diecimila parsec di distanza. Levò
gli occhi al cielo, un enorme buco d'ozono.
Allora le offrii alcune pasticche di cranck. «No, no...»,
rifiutò lei, assumendo il tipico atteggiamento di chi non ha esperienze con le droghe. Ma
subito dopo mi chiese, curiosa: «Che cos'è?»
«Oh, una specie di medicina. Aiuta la circolazione», dissi,
ringraziando in cuor mio il rastafariano a cui l'avevo sottratta.
Inghiottì una pasticca: lei stessa sentiva di averne bisogno.
Il reset di coscienza avvenne dopo una manciata di secondi. Le lacrime le si rasciugarono
sulle gote e un sorriso si fece strada nella sua maschera di dolore.
Mi accorsi che stava osservando il mio parka.
«L'ho ereditato da mio padre», le spiegai.
«Oh. Suo padre è...?»
«Morto? No-o. È vecchiotto ma sta bene. Solo che non va più
tanto in giro. Lui è il ragazzo della via Gluck. Rimasto ancorato ai miti dei suoi tempi:
anni Sessanta-Settanta.»
Jo Ann mi guardò divertita. Studiò le Clarcks ai miei piedi.
Studiò la mia capigliatura lunga e i miei occhialini da sole. «I suoi tempi,
eh?»
«Posso accompagnarla a casa?» mi offrii.
Il suo sorriso si allargò. Aveva denti regolarissimi, bianchi
e compatti.
Camminò accanto a me con andatura baldanzosa, i piccoli seni a
fare da spartivento nella folla. La babele schifanojca pareva non infonderle terrore. Al
suo passaggio la canaglia pezzente si scostava rispettosamente. Puttane di tutt'e tre i
sessi piantonavano i vicoli della rifiutopoli. Un giorno di augurio e di allegria.
"Dio c'è", asseriva una scritta. Certo che c'è. Ed
è infognato nella volgarità di Schifanoja.
Jo Ann, bella e strana come una chimera metropolitana, mi
condusse oltre l'abbagliante dispersività del quartiere dei piaceri, fino agli strepiti
della centralissima Via Libertà. Abitava in un ghetto esclusivo per impiegati singles.
Dietro la cancellata si elevavano diversi blocchi di miniappartamenti, ognuno con il suo
giardinetto giapponese e il suo rachitico alberello davanti all'ingresso.
Era giunto il momento di accomiatarmi.
«Le ricerche si sono concluse anzitempo», osservai. «Ora non
avrà più bisogno di noi. Voglio dire: della nostra agenzia investigativa.»
Inarcò le sottili sopracciglia, così che i suoi occhi
divennero ancora più grandi. Notai il lieve tremolio delle sue labbra: l'effetto del
cranck stava passando.
«È sicura di stare bene?»
«Eh?» fece lei, per un istante confusa, giacché non sapeva
più chi fosse né con chi stesse parlando.
La accompagnai su, alla sua ristretta abitazione. Dopo che
fummo entrati, crollò in poltrona e rimase per un pezzo a fissare la parete. Aveva il
cervello in stand-by. Ma il risveglio sarebbe arrivato fin troppo presto. Povera ragazza.
Una volta sola con il suo dolore, per lei il mondo non sarebbe stato più mondo, ma il suo
simulacro.
Il tenente Ics era alto (molto), pallido (troppo) e di una
magrezza singolare. Qualora lo avessero licenziato dalla polizia, avrebbe sempre potuto
optare per la professione di becchino.
«Il problema maggiore», dichiarò, «è che i due omicidi non
sembrano essere collegati tra di loro, anche se i corpi sono stati rinvenuti relativamente
vicini.»
«Quanto vicini?» volli sapere.
«Cinquecento metri circa. Quello dell'uomo era legato a uno
dei paracarri della circonvallazione, con la faccia girata verso la fabbrica poco
distante. È come se l'assassino desiderasse che gli operai, andando in fabbrica o
uscendone, notassero il morto. Chissà, magari è un monito.»
«Già, ma un monito a chi? Non certo agli operai!»
«Il tipo era serbo, no? E molti di quelli che sgobbano alla
ChemioPlast provengono dall'ex Jugoslavia.»
«Ah. Dunque la fabbrica in questione è la ChemioPlast?» Misi
a mente quest'informazione. «E l'altra vittima? La ragazza?»
«Il suo cadavere giaceva alle spalle dello stabilimento.»
«Alle spalle della ChemioPlast?»
«Sì. A un centinaio di metri, su un campo brullo. Più
precisamente, ai bordi di una stradina. Anzi, un sentiero. Il sentiero può servire da
scorciatoia per raggiungere la città. E difatti molti degli operai, quelli sprovvisti di
macchina, lo percorrono spesso, a piedi o in bici. Lei era conciata proprio male...»
«Già», confermai. «L'ho vista. Allucinante.» Scossi il
capo. «E ancora si ignorano le sue generalità?»
Il tenente si strinse nelle spalle. «Le indagini sono state
assunte dall'ESP, no? Tocca a voi piedipiatti "europei" scoprire chi fosse.»
«È vero, tocca a noi», dissi, assecondandolo. «Ancora una
cosa, da piedipiatti a piedipiatti: come mai lei presume che i due omicidi possano essere
non collegati?»
«Per una questione puramente tecnica. Vede, il giovanotto è
stato ucciso in maniera rapida, pulita, efficiente. Vero? Vero. L'altro omicidio invece è
stato compiuto in modo a dir poco barbaro. Oltracciò, anche se l'autopsia ha stabilito
che i due decessi risalgono alla stessa ora, cioè attorno alle dieci di sera, è
accertato che nel caso della ragazza la morte è sopravvenuta là dove ne hanno rinvenuto
il cadavere, mentre il serbo, sempre secondo il rapporto dei nostri periti, è stato fatto
fuori in qualche altro posto e il suo corpo trasportato alla circonvallazione solo più
tardi.»
«Trasportato alla circonvallazione e legato a un paracarro...
Uhm. Grazie, tenente Ics. Lei mi è stato di grande aiuto.»
Mi astenni dallo stringergli la mano: per timore di
staccargliela dal polso.
La ChemioPlast sorgeva a nordovest della città, a un tiro di
schioppo dalla scorrimento veloce - la nota "circonvallazione". Ci ero passato
davanti tante volte e non mi ero mai chiesto che cosa producesse. La solita merda
industriale, a giudicare dal brutto nome.
L'impiegato dell'Ufficio Personale aveva un contegno franco e
gioviale. Forse troppo. Il sorriso che sfoggiava era una collana di perle appesa alle
orecchie. Doveva essere tornato dalle vacanze da poco, oppure era un assiduo frequentore
di solarium, perché aveva la faccia abbronzata come uno sherpa.
«È vero, signor Minardi: nel nostro stabilimento lavorano
molti cittadini dell'ex Jugoslavia. Ovviamente gli stranieri sono tutti nei reparti di
produzione.»
«Ovviamente.»
«...Anche se in ufficio abbiamo una segretaria originaria
della Polonia.»
«Straordinario. E mi sa dire», dissi, «se negli ultimi tempi
si sono aggirati degli zingari nei paraggi della fabbrica?»
«Zingari?»
«Oppure Illeg, o altre persone dall'aspetto... che so...
alieno?»
«Alieni?»
Gli mostrai una foto di Drago Blasevic, pensando: "Non si
sa mai". Ma lo sherpa ridente affermò di non averlo mai visto.
«Lei sa», ripresi, «che nelle imminenti vicinanze sono stati
trovati due cadaveri...»
«Certo. E la sua visita è dovuta a questo, vero?»
Un mostro d'intelligenza. «Uno dei cadaveri era quello di una
ragazza. Ebbene, non è improbabile che la ragazza lavorasse qui...»
«Qui? Alla ChemioPlast?... Forse», disse il colletto bianco,
sempre sorridendo idiotamente.
«Può per favore controllare se tra il personale femminile si
registrano assenze ingiustificate?»
«Posso. In qualsiasi momento», ragliò, con un lampo di
felicità negli occhi.
«Dunque?»
«Cosa?»
Stavo cominciando a spazientirmi. «Lo faccia», dissi.
«Controllare? Ah, sicuro!» Consultò il suo computer. «Ecco,
ci sarebbe... No, questa è in vacanza-maternità e dunque giustificata... Quest'altra è
assente per malattia... Vediamo. Qui! Mara Lavarrini. Manca da tre giorni. Motivo:
ignoto.»
«Mara Lavarrini», ripetei.
«Sì. È un'operaia del settore imballaggio.»
«Nessun'altra?»
«L'unica assente ingiustificata è lei.» A questo punto la
collana di perle si dileguò. «Lei pensa che...? Potrebbe...?»
Ecco, bravo: aveva capito. Ora avrei dovuto premiarlo con lo
zuccherino. Ma avevo già raggiunto la porta, e non mi presi nemmeno la briga di
rispondere al suo «Arrivederci».
Penetrare nei reparti di produzione della ChemioPlast era
praticamente impossibile, in quanto tutte le porte si aprivano elettronicamente, tramite
una speciale tessera magnetica. Avrei voluto attendere fuori, accanto al cancello, allo
scopo di avvicinare un paio degli operai e interrogarli sulla loro collega assassinata; ma
il portiere mi informò che il prossimo cambio di turno sarebbe stato alle ventuno. Adesso
erano le sedici. Risolsi perciò di fare una scappata da Jo Ann.
Al telefono Gippì mi aveva riferito quanto lei gli aveva
detto: in Serbia, durante il regime di Milosevic, Drago si era fatto notare come
dissidente accanito, dando talmente fastidio da essere obbligato a rifugiarsi all'estero.
Ma anche lontano dalla patria il giovanotto non aveva smesso di fare l'oppositore contro
certi pezzi da novanta. E, dopo la rivolta popolare, si era persino prefisso di scovare
qualcuno dei "Macellai" fuggiaschi.
Una mia breve visita al Campo Sociale (un centro di raccolta
profughi sviluppatosi attorno a una chiesa sconsacrata) non recò risultati concreti.
Sembrava che Drago conducesse la sua lotta strenua e generosa completamente da solo, senza
l'ausilio dei connazionali. Parlando con alcuni di loro, capii che avevano una paura
fottuta. Inoltre non tutti nutrivano idee di stampo democratico: al contrario. Questa
gente era il classico esempio che la realtà non è quasi mai divisa in bianchi e neri, in
buoni e cattivi, ma è un miscuglio intricato di tinte nel quale è difficile individuare
verità assolute.
L'unica cosa che riuscii a scoprire era che Blasevic aveva
avuto un'amica fissa: un'italiana. Mostrai perciò in giro una foto di Mara Lavarrini.
«Sì, sì», mi dissero, convinti. «È questa.»
Era questa.
Quindi un nesso tra i due omicidi c'era, in fin dei conti...
Avevano ucciso Giulietta e Romeo.
«Oh, Smoke!» mi accolse Jo Ann. Ero andato a trovarla
apparentemente just for fun. In realtà, avevo un paio di cosette da domandarle.
«Come va?»
«Bene... Ora bene. Penso proprio che non andrò più al
Campo Sociale», esclamò con una risatina. Poi ridivenne seria, come se si fosse
ricordata di qualcos'altro.
Il suo gusto in fatto di abbigliamento (per lo più tessuti in
colori pastello) si accordava al suo gusto per l'arredamento: mobili bassi in legno di
ciliegio, concepiti per uno scopo puramente pratico; pochi ninnoli ma molti effetti
personali (soprattutto fotografie); cuscini rosa e gialli; tende celestine.
Ci eravamo dati appuntamento nel suo mini-monovano con la scusa
di paragonare i nostri compact. Subito lei mise su "Adore" degli Smashing
Pumpkins, seguito da "Wake Up" dei Rage Against The Machine. Io la mandai in
sollucchero con "Very Superstitious" di Stevie Wonder e "The Circle
Game" di Joni Mitchell. Ridendo, mi appellò "retrò". Le andai più vicino
e le dimostrai che si sbagliava.
Più tardi, giocherellando con il piercing che aveva
all'ombelico, le chiesi di che natura fossero i suoi rapporti con Drago Blasevic.
«E me lo chiedi in questo momento?»
«La vita è una maledetta necessità, ragazza. Allora?»
«Beh, se proprio lo vuoi sapere... eravamo amanti», mi
spiegò in un singolare misto di contrizione e ribalderia. Si atteggiava a dea del
bovarismo: una malattia comune a molte nostre donne.
«Hai mai conosciuto una certa Mara?»
Si volse a guardarmi, tacendo ottusamente.
«Mara Lavarrini», insistei.
«E chi sarebbe?» esplose. Qualcosa nel tono della sua voce mi
suggerì che mentiva: sapeva molto bene di chi stavo parlando.
«Era la ragazza del "tuo" Drago», le dissi in modo
esplicito.
«Ah, sì? Embè?» Tirò una lunga boccata dalla sigaretta di
forma conica che io avevo preparato in precedenza e soggiunse: «Cosa vuoi che me ne
importi?»
Continuava a giocare alla dissoluta, ma come attrice non era
molto brava. Ormai capivo che tipo fosse: la sua indole instabile la faceva oscillare tra
l'introverso e l'estroverso, tra depressione e aggressività. Al mondo c'erano milioni di
squinzie simili...
Decisi di non tormentarla più del necessario. Alzatomi per
andare in cucina, notai il proiettore sopra il letto. Lo accesi, e su di me galleggiò
l'ologramma di dèmoni e donne strettamente avvinti nelle più pervertite forme di
accoppiamento. Demonici erano anche i due oggetti ai lati del proiettore: la statua di un
satiro luciferino e uno stiletto sulla cui impugnatura erano incisi rospi, serpenti e
lucertole. A che cosa le servivano? Per i flash esoterici?
Non feci alcun commento. Jo Ann era solo un poco strange, ecco
tutto. Cercai in cucina qualcosa da mangiare, ma il frigorifero non conteneva niente di
edibile. Tipico anche questo.
«Dove sei stato?» mi investì Gippì.
«Indovina un po'», risposi.
«Ancora in giro per quel serbo morto?»
«I morti sono due, non uno. Ora sto ficcanasando per conto
dell'ESP. Ma non soltanto.»
«Dobbiamo occuparci di tanti altri casi!» protestò lui,
sventolando un fascio di fogli.
«Smettila di fare la piaga, Gippì! Jo Ann... ovvero la
signorina Falloppia... ha pagato anticipatamente, e il minimo che possiamo fare è stanare
l'assassino di quel suo amico.»
Ma Gippì non voleva sentire ragioni.
Era una scena che avevamo recitato più volte. Il mio socio
sottolineava spesso la presunta incompatibilità dei miei due impieghi: «Senti, Prospero:
o lavori per l'agenzia o ti dedichi interamente al Corpo Sbirri Europeo!»
«Non chiamarmi Prospero. Chiamami Smoke.»
«Così non va non va non va...»
Come al solito, lo lasciai sfogare. Eravamo uno Chaud e l'altro
Froid.
Tra un intervallo e l'altro della sua sfuriata, buttai là:
«Adesso so chi era la ragazza uccisa».
Si calmò all'improvviso, come se una mano gigantesca fosse
calata dall'alto e avesse chiuso il rubinetto dell'acqua calda. «Aspett- aspett-
aspetta», disse a mezza voce. «Raccontami
ogni cosa.»
Così, feci di tutto per accontentare la sua vorace curiosità
di amante dei gialli, di inguaribile cultore dei misteri.
Dopo avere ascoltato il mio resoconto, commentò: «Scommetto
l'osso del collo che, contrariamente a quanto tu supponi, i due omicidi sono strettamente
connessi».
«Non farlo, Gippì, non farlo. Potresti perderlo, l'osso...»
Una folla variopinta infestava la stazione. Era là che
Chablisky aveva voluto incontrarmi. Chablisky: un operaio che avevo avvicinato davanti
alla ChemioPlast e che aveva acconsentito a fornirmi dettagli sui retroscena della morte
di Drago Blasevic. Previo pagamento, s'intende.
Guardandosi attorno con malcelato nervosismo, mi disse: «Drago
aveva scoperto qualcosa di importante».
«Quanto importante?»
«Prima voglio i...» Strofinò eloquentemente pollice e
indice.
Cavai dal portafoglio cinque banconote di grosso taglio e
gliele consegnai. Chablisky se le infilò in tasca senza neppure esaminarle.
«Eravamo grandi amici», affermò. «Anche se io sono bosniaco
e lui era serbo. Condividevamo gli stessi ideali...»
«Che cosa aveva scoperto?»
«Aveva scoperto dove si nasconde un certo criminale di
guerra.»
«Qui, a Schifanoja?»
Fece di sì con la testa.
«Il nome.»
Tornò a occhieggiarsi tutt'attorno, prima di sussurrarmi
all'orecchio: «Vojislav Jankovic».
«Ah. E anche tu conosci l'ubicazione del suo nascondiglio?»
«Vuole dire dove Jankovic si tiene nascosto? Sì, lo
conosco.»
«Sei pronto a rivelarmelo?»
Si umettò le labbra. «Sì.»
«Come mai? Ti alletta l'idea che quell'uomo sia processato?»
«Non solo. Ad allettarmi è soprattutto il denaro.»
Capii l'antifona: gli diedi qualche altra banconota. «E ora
fuori l'indirizzo della casa.»
«Non è una casa», fece lui. Mi spiattellò dov'era il
nascondiglio, e io scossi la testa. Non perché non gli credessi, ma perché la
rivelazione era tanto semplice quanto sensazionale.
«Rilassati, Chablisky», lo esortai a quel punto. «Nessuno
può sapere che ci siamo dati appuntamento qui.»
«Ne è sicuro?» fece lui, detergendosi il sudore dalla faccia
e studiando le persone che, chi con la valigia e chi senza, sfrecciavano in mille
direzioni, simili a elettroni impazziti.
«Ci sono uomini onesti come Drago che combattono contro quegli
assassini senza pretendere alcuna ricompensa, mentre tu...»
«E con quale risultato lo fanno?» rimbeccò Chablisky. «Si
fanno ammazzare come cani! A parte tutto, a me i soldi servono. Servono davvero.»
«E perché?»
«Per tornare a casa il più presto possibile.» Di nuovo, si
leccò le labbra. «Io sono un bravo lavoratore, ma alla ChemioPlast pagano poco. Troppo
poco. Eppoi possono buttarmi fuori in qualsiasi momento. È una specie di mafia. I
capireparto tengono sempre pronte le richieste di licenziamento di molti di noi: gli basta
portarle in ufficio. E, se mi ritrovo disoccupato e senza soldi, capace che finisco
nuovamente nel Campo Sociale.»
«Ci sei già stato?»
Annuì. «Tutti gli operai stranieri della ChemioPlast stavano
lì, prima. Vengono reclutati al Campo, che cosa crede? Serbi, certo. Ma anche bosniaci,
macedoni, albanesi.»
«Chi li recluta?»
«Quelli della "mafia". Noi la chiamiamo così:
"la mafia della ChemioPlast". Una banda di ex jugoslavi che fa il bello e il
cattivo tempo nei reparti di produzione. Chi non riga dritto, torna immediatamente al
campo profughi.»
«E se anche fosse? Non sarebbe una tragedia.»
«Ah, davvero? È un incubo, invece! Quando vi ero internato,
mi ero iscritto nella lista delle persone che desideravano rimpatriare. A casa nostra non
c'è più la guerra, quindi perché non farvi ritorno? Ma la polizia ci mette un'eternità
a esplicare le pratiche, e intanto sa che cosa fa la mafia? Se sei uno di quelli che hanno
"tradito", se sei uno "contro", ti fanno fuori! E le autorità
italiane mica ti proteggono!... Non è un Campo Sociale: è un campo di concentramento!»
Sorvolai sull'argomento. «Bene, ora dimmi qualcosa sugli
uomini che collaborano con Jankovic.»
«Gli...?»
«Voglio sapere quanti sono, conoscere la loro identità e a
quali operazioni hanno preso parte nei Balcani.»
Chablisky aggrottò la fronte. «Sono semplici mercenari.
Jankovic si circonda di quattro o cinque tipi fidati, non di più. Ma sorvegliano il suo
covo giorno e notte. Non mi chieda però che armi abbiano o quali siano i loro nomi,
perché non lo sa nessuno.»
«Va bene», dissi. «Puoi andare.»
Strascicando i piedi, si tuffò nel tumulto, mimetizzandosi ben
presto in quel paesaggio organico fatto di corpi più o meno umani. Un groviglio verminoso
composto per lo più da individui della sua sorta, in grado di farti venire un prolasso
testicolare.
Con le sue unghie adunche affondate nel prato nero, la fabbrica
assomigliava a un gigantesco gatto. Faceva le fusa, anche, come un gatto. In lontananza si
intravedevano le poco smaglianti luci della città. Alta sopra ogni cosa, Selene pareva
l'occhio di una telecamera. Forse lo era.
Finanche a quell'ora i finestroni dello stabilimento erano
illuminati: alla ChemioPlast si lavorava su tre turni.
Percorsi con la Vespa il primo tratto del viale in discesa, tra
due filari di pini raggrinziti. Di notte la zona era più che mai spettrale. A metà del
viale spensi il faro e nascosi la Vespa in mezzo ai cespugli. Poi, sebbene facesse freddo,
mi tolsi il parka.
Il cancello principale era sbarrato, ma nella casupola del
portiere brillava un lumicino.
Avanzai facendomi scudo con gli alberi. A un tratto qualcosa mi
sfiorò il volto. D'istinto alzai le braccia, pensando a un pipistrello. Invece era un
cam-bird.
Il cam-bird atterrò sul tronco più prossimo e la sua
minuscola spia rossa si accese a intermittenza, segnalandomi: "danger". Agitai
il pollice teso davanti al suo occhio vitreo, a voler significare: "O.K.".
L'uccello recepì il messaggio e disinserì l'allarme.
Più su, all'inizio del viale, era venuta a fermarsi un'auto a
cuscino d'aria. Un tassì. La vettura ripartì dopo qualche istante e io rimasi in attesa,
acquattato tra i cespugli. Un minuto più tardi potei percepire, più che vedere, un tenue
scintillio a qualche passo di distanza. Poi distinsi il balenare di un oggetto metallico.
La superficie lucida dell'oggetto rifletté un raggio lunare, che mise in risalto una
sagoma vaga; un ectoplasma. Aspettai qualche istante. Quindi, con un guizzo, fui addosso
al fantasma.
«Ah! Bastard...»
Lo sconosciuto aveva una voce leggera come l'aria.
Rotolammo tra gli sterpi, prima che potessi colpirlo con una
certa violenza. Soltanto allora compresi chi era.
«Tu?»
Jo Ann: più bella che mai, più fiore che mai, più bambina
che mai. Jo Ann, luna e latte. Ma che ci faceva in giro nel colmo della notte? La risposta
era ovvia: mi aveva seguito. In... tassì.
La sentii scoppiare in una risata sonora, gorgogliante. Un
umore niente male per una che perde sangue dal naso. Sfortunatamente per lei, io non avevo
nessuna voglia di ridere. Rialzatomi, cercai l'oggetto che avevo fatto volare via. Era
stato scaraventato qualche metro più in là. Mi chinai a raccattarlo: si trattava dello
stiletto che avevo visto a casa sua, con il manico adorno di figure di una fauna schifosa.
Improvvisamente si mise a singhiozzare e, tra i singhiozzi,
borbottò: «Mi hai fatto male, accidenti a te!» E poi: «Hai ancora una di quelle
pillole che rendono allegri?»
Jo Ann Falloppia aveva una pervicace tendenza a mischiare
tutto: rabbia e gioia, odio e amore. Aveva voluto uccidermi, e per questo avrei dovuto
farle il terzo grado; ma non c'era tempo per le chiacchiere. Con un pugno ben assestato la
spedii nel mondo dei sogni.
Tornai a concentrarmi sul mio obiettivo. Raggiunto il
reticolato, ne percorsi il perimetro piegato in due. Anche sul retro c'erano cartelli di
divieto. Studiai l'ostacolo: non era insormontabile. Mi arrampicai e, riuscendo a non
impigliarmi nel filo spinato attorcigliato in cima, mi lasciai cadere dall'altra parte.
L'atterraggio fu attutito dall'erba alta.
Ora avevo davanti a me il ronzio della circonvallazione e, più
vicino, quello ben più minaccioso della fabbrica. Nel parcheggio sonnecchiavano nove o
dieci macchine. Avanzai con cautela verso il lato dell'edificio dove c'era la rampa per il
carico-scarico delle merci.
Questo era un buon posto per tendere un agguato. Cataste di
casse vuote sulla sinistra, alcuni veicoli da trasporto sulla destra. Nel frattempo la
luna era scomparsa dietro una nube; la notte era diventata buia come il buco del culo di
un elefante.
Sulla rampa c'era qualcuno. Un coso più largo che lungo, con
il naso a becco di civetta e gli occhi molto piccoli. Sul capo portava un berretto di pelo
di cane. Sembrava assorto in lugubre meditazione. Il bello è che io potevo vederlo,
mentre lui non poteva vedere me.
«Psst», lo chiamai.
Si rizzò di scatto e impugnò il mitra, mentre scrutava nel
nulla come un assatanato.
«Ehi, tranquillo, boss!» esclamai. «Hai da accendere?»
«Chi sei?» ribatté lui, indeciso se dare l'allarme o meno.
Continuava a non vedermi; agitai una mano per facilitargli le cose.
«Sono quaggiù!» dissi. «Il lavoro mi stava annoiando e ho
pensato: perché non farsi una fumatina?»
«Non dovresti essere qua. Torna dentro», abbaiò lui. Aveva
un accento da poter tagliare con il coltello.
«Hai da accendere?» ripetei.
Vomitò una serie di bestemmie slaveggianti, ma nondimeno non
volle rifiutarmi il favore. Traendo dai pantaloni un accendino, si piegò sulla rampa per
permettermi di dar fuoco alla fantomatica sigaretta. Mi approssimai alla fiammella e tirai
quel fesso per un braccio, facendolo rovinare a terra.
Riuscì a emettere un grido: breve e rauco. Ma, prima che
potesse aggiungere qualcos'altro o correre via, lo colpii alla nuca con il taglio della
mano. Lui palesò uno stupore comico, si genufletté come per dire una preghiera e crollò
con il muso in avanti.
Meno uno.
Andai a raccogliere il mitra e balzai sulla rampa. C'erano due
grandi porte di ferro, ambedue chiuse. Tentai di aprire la prima: nada. La seconda invece
cedette sotto una leggera spallata.
Ero dentro il sistema.
Vi avrei trovato veramente Jankovic? Il miglior modo per
scoprirlo era di verificare se le informazioni di Chablisky erano esatte. Mi aveva detto
che l'unico modo di entrare senza far uso di una tessera magnetica e senza dare
nell'occhio era di prendere la via dei magazzini.
L''ambiente era vasto e ingombro di scatoloni. Su tre pareti si
aprivano altrettante porticine. Varcai quella in fondo a destra e proseguii lungo una
corsia fiancheggiata da scaffalature di metallo: era il settore imballaggio, dove aveva
lavorato Mara Lavarrini.
Anche qui c'erano alcune porte. Contai quelle sulla parete di
fronte. Una, due, tre. La terza. La aprii (nessun segnale di allarme suonò) e, dopo aver
dato un'occhiata all'interno, mi intrufolai.
Fui in un corridoio da navicella spaziale, con lunghi tubi di
neon o argon che correvano in alto. Gli operai erano dietro una parete di vetro, in tuta
bianca, guanti e mascherina verde. Alcuni stavano seduti davanti a un computer, altri
armeggiavano con certi box contenenti dischi di silicio. Chiusi, sigillati nell'ambiente
sterilizzato, si muovevano come se si trovassero in fondo al mare, e nessuno parlava. Solo
i macchinari gorgogliavano, sibilavano, ronzavano.
L'impressione subacquea fu rovinata dall'arrivo di un tipaccio
in un'uniforme militare; un'uniforme priva di mostrine e distintivi di grado. Rambo in
carne e ossa.
«Ehi!» fece, puntandomi addosso un pistolone con il
silenziatore.
«Ehi, ehi», echeggiai io, senza alzare le mani. Mi fingevo il
re degli sprovveduti. «Non si può neppure fare due passi?»
«Sei un operaio? Di quale reparto?»
«Di quello.» Feci un gesto approssimativo, a indicare una
delle pareti di vetro.
«Com'è che non hai la tuta da lavoro?»
«Permesso speciale del capo», inventai lì per lì,
continuando a mantenere un contegno pacifico.
«Il tuo capo... chi?»
«Non so come si chiama. Sono nuovo in questa gabbia di
matti.»
Gli fornii un silenzio sufficiente perché potesse meditare su
quanto avevo appena detto. Mi osservò, notò la sacca rigonfia che avevo con me e le sue
pupille si restrinsero, mentre rimaneva in attesa del resto.
«Guarda che posso controllare», fece poi.
«Si accomodi.»
Qualcosa continuava a insospettirlo, perché indietreggiò
verso un videofono a muro con l'evidente intenzione di servirsene.
In quella deflagrò uno strillo: «Tu!»
Rambo fece una faccia stupita. E anch'io mi stupii, a dire il
vero. Entrambi guardammo Jo Ann che, in tutina nera, reggeva una specie di giavellotto. Un
lungo pezzo di ferro appuntito, che doveva aver raccattato fuori.
Rambo rise largo. «Infilatelo nell'orecchio, baby», ruggì.
Che uomo volgare! Indescrivibile l'espressione che assunse
quando l'asta, scagliata dalle manine di Jo Ann, gli si infisse proprio al centro della
'O' ridanciana, con la punta che gli fuoriusciva dalla nuca.
«Brava!» lodai.
Lei, che aveva la mascella gonfia là dove le avevo mollato uno
sganassone, mi urlò addosso: «Si può sapere che cosa succede?» E mi venne incontro con
le dita piegate a rostro.
Le afferrai i polsi intimandole di star calma. Quindi le
spiegai in tutta fretta la situazione.
Dopo avere ascoltato con frenetica impazienza, mi disse: «A
mio avviso a te piace troppo giocare all'eroe».
«Faccio solo il mio mestiere, piccola.»
«E questo Jankovic? Sarà veramente qui? E come farai a
riconoscerlo? Non avrà cambiato identità? E se ha una faccia nuova?»
«In effetti sappiamo poco su di lui. Ma, se si fosse
sottoposto a un radicale trattamento estetico, per quale ragione dovrebbe nascondersi?
Quanto al nome, uno vale l'altro. E il Macellaio ne avrà molti. Ora vieni.»
Mi seguì, sia pure tormentata dai dubbi.
Scavalcammo il fu Rambo. Il liquido in cui sembrava galleggiare
non era sangue ma sostanza oleosa. Gasolina. Da dietro la lastra trasparente, uno degli
operai ci guardò come un pesce sul punto di soffocare; ma noi non ci facemmo caso.
Anche il corridoio successivo era inondato di una luce bianca e
fredda. Affidandomi allo schizzo di Chablisky (sembrava il disegnino di un alunno delle
elementari), mi diressi verso un'ennesima porta e la spalancai. Da qui, una scala molto
ripida si dipartiva verso il basso. Per contrasto, questo angolo del labirinto era troppo
buio e troppo isolato. Scesi i gradini con cautela, ma non c'era nessuno pronto a saltarmi
addosso. Dietro di me sentivo l'ansimare eccitato di Jo Ann.
Ci ritrovammo nello scantinato. Tubi e cavi di tutte le
dimensioni uscivano dai muri e salivano verso il tetto, andando a finire nei macchinari di
produzione. Poi un'altra porta di ferro, che dava su uno stretto passaggio. Dalle tubature
gocciolava qualcosa: era come una pioggia rugginosa che non smette mai di cadere.
L'ambiente
era
freddo, uggioso; mancava soltanto la nebbia.
Alcuni rumori dietro un angolo: un cigolio di cardini, passi
smorzati, qualcuno che rideva, qualcun altro che diceva: «Pietr». Mi arrestai di colpo
osservando l'ombra che si proiettava alla mia sinistra. Poi da destra spuntò il suddetto
Pietr: un omone con una grande capigliatura crespa e i muscoli agli steroidi. Rambo Due.
«Ciao», gli dissi.
Un lampo di confusione gli attraversò gli occhi. Accennò a
infilarsi una mano nella cintura e un urlo gli corse alla bocca: «Sbjázt...» Ma
alla prima sillaba si fermò in tronco. Aveva visto la mia colt. Fu come se i muscoli del
suo viso si fossero arresi tutti in una volta. Allora vomitò una sfilza di bestemmie,
finché lo sparo non gli fece scoppiare il ventre. Volò all'indietro e, contorcendosi, si
mise a piangere come un marmocchio.
Intanto, con il revolver fumante quale biglietto da visita,
facevo già irruzione nel vano da cui Pietr era uscito. Cos'era? Un magazzino più
piccolo? No: una specie di cisterna. C'era nell'aria un sentore terrigno, e una nudità
freddolosa in tutto. Tenni di mira i quattro individui che vi si affollavano. Nell'afror
di sigarette, tre di loro mi fissarono addosso un'occhiata livida. Il quarto, assiso al
centro come un papa sconcio, volse appena il capo: uno sguardo ambiguo, misto di
meraviglia e di sufficienza.
In nessun computer c'era uno schema vocale o retinico che
potesse identificare Vojislav Jankovic. L'unica cosa che si aveva di lui era una
fotografia, e neanche tanto recente. A ogni modo, capii che proprio di lui si trattava.
Un tipo decisamente scialbo, over 40. Ben pasciuto e con i
capelli lucidi come il catrame. Durante la latitanza gli era cresciuta la barba. Aveva una
faccia buona, come di presentatore di programmi per bambini. Ma non bisognava lasciarsi
ingannare: era uno degli Eterni Ostinati, un capintesta della vecchia guardia che si
opponeva stolidamente al picconamento delle ultime cortine.
Continuai a tenere di mira il gruppo. Per un lungo istante si
sentì solo il berciare dell'apparecchio televisivo in un angolo. Il Macellaio sedeva su
una vibropoltrona fumando un sigaro. Albergo di prima categoria, tutti i comforts.
Uno dei gorilla aveva fatto in tempo ad allungare le mani su un Kalashnikov e sembrava non
avere l'intenzione di mollarlo, perciò ordinai a Jankovic:
«Digli di metterlo via».
Il Macellaio sollevò la poderosa testa e con una voce acre,
che pareva di raspa, disse qualcosa all'uomo. Questi fece le sue rimostranze in tono
querulo. Si aggrappava al Kalashnikov come un naufrago a una tavola di legno.
Mi rivolsi direttamente a lui: «Mettilo via, amigo».
Mormorò qualcosa e, sudato come una bestia, strinse ancor di
più le grinfie attorno all'arma. «Svi u napad!» gridò poi.
Fu Jo Ann a sparargli in bocca. Il pugno di piombo gli fece
inghiottire le parole, piantandogliele nel cervelletto, che si sfracellò.
«Calma, calma!» dissi sia a lei che ai gangster rampanti,
agitando la calibro 45. Jo Ann tradiva sempre più la capacità a una collera e a una
violenza improvvise. Supposi che aveva sottratto l'arma all'agonizzante Pietr, là fuori.
Arretrando verso di lei, la costrinsi a consegnarmela. Non volevo che spedisse anche il
sottoscritto a tu per tu con il Portinaio Celeste.
Jankovic e i suoi sgherri, coperti dal sangue del loro
accolito, avevano ora un'espressione rassegnata. Uno degli sgherri era addirittura tornato
a sbirciare la tele. Stavano trasmettendo uno dei soliti giochi con tanto di pornovallette
assortite.
«È andata buca, Janko», dissi. «Ready per la partenza?»
«Eh?» fece il Macellaio, mentre la vibropoltrona continuava a
shakerargli le ghiandole.
«Ti attende una cella comoda almeno quanto questa. Il rifugio
ti serviva come ponte geografico e temporale, vero? Da qui volevi spiccare il balzo per il
tuo ritorno in patria: un rientro alla grande, da trionfatore.»
«Eh?» ripeté.
Aveva i pensieri in subbuglio. Ai bei vecchi tempi era stato
una personalità militare che esercitava il controllo su un vasto apparatcnik. Non era
abituato a rimanere da solo, né tantomeno a nascondersi sotto falsa identità. La
rivoluzione pacifica (o presunta tale) che aveva fatto cadere il suo unico capo,
Milosevic, gli aveva tolto il terreno da sotto i piedi. Aveva sempre deciso del destino di
migliaia, forse di milioni di persone; adesso era quasi privo di potere, e ciò lo stava
spingendo a chiudersi come un'ostrica, a rimbambirsi.
«Quante vite avete rovinato nel nome della vostra
"strategia politica"? Mai provato rimorsi, Janko? Qui avresti potuto startene
buono buono, e invece no. Hai voluto costruirti un piccolo regno persino in una città di
merda come questa. Drago Blasevic lo hai fatto eliminare perché minacciava di spifferare
l'ubicazione del tuo covo...» (sentii Jo Ann singhiozzare) «... e, dopo, hai ordinato ai
tuoi sgherri di legarlo a uno dei paracarri della vicina strada, affinché gli operai lo
vedessero: un avvertimento a chi decidesse di seguire il suo esempio.»
Jankovic gettò via il sigaro. Poi sorrise. Un sorriso mite,
come quello di un vecchio che ha appena ricevuto un regalo dal nipotino. Accadde
all'improvviso. Con un abile gesto da prestigiatore, fece materializzare un oggetto tra le
proprie mani. Una pigna, o un ananas che fosse.
Sempre e ancora mi sono chiesto attraverso quale evento o quale
intuizione un uomo si accorge che la sua esistenza è un dramma insensato cui dover
apporre la parola "fine". Mentre Jankovic estraeva la linguetta della bomba a
mano, mi buttai su Jo Ann, spingendola a terra e coprendo il suo corpo con il mio.
Apocalisse. Now.
L'esplosione ci fece spiccare un volo. L'urto, violento e
squassante, ci spiaccicò contro una parete. Calcinacci e frammenti di materiale organico
mi spiovvero sulla schiena. Quando mi voltai, pareva che qualcuno avesse buttato nella
stanza un secchio di vernice rossa. Vojislav Jankovic si era trascinato con sé
all'inferno due dei suoi cani fedeli. Il terzo si rotolava sul pavimento con le budella di
fuori.
L'estrema rodomontata del Macellaio. La chiusura di bilancio di
una vita condotta all'insegna della follia.
Il rombo echeggiò a lungo tra i luridi muri del covo dei
pirati. Nella conduttura si era aperta una falla e un gas liquido e incolore si riversava
ora sul ventre squarciato del gangster superstite. Questi, dopo qualche altro spasmodico
contorcimento, spirò in mezzo ad allegre nuvolette e nel puzzo quasi asfissiante di
bruciato. Mi rialzai. Uno scompiglio allucinante. Ma se non altro la tivù era stata messa
a tacere, finalmente.
«Veniamo a noi», dissi a Jo Ann.
«I am very well», mi rassicurò lei.
«Non è della salute che voglio discutere. Raccontami qualcosa
di Mara Lavarrini.»
Orrore, odio, desiderio incontenibile le passarono sul viso.
Boccheggiò, ma non riuscì a replicare nulla.
«Mara amava Drago. Per punirla di questa insolenza, o
imprevidenza, tu l'hai uccisa. Una sera l'hai aspettata all'uscita della fabbrica. Sapevi
che lei era solita prendere la via dei campi. L'hai colpita più volte alla testa con la
famosa statuetta del satiro. Poi l'hai strangolata. E, non contenta...»
«Sì», ammise lei, con un sorrisetto estatico. «Sì. Stava
là, immobile, immersa nel suo sangue. Ma ancora bella. Molto più bella di me. Le ho
infilato le dita negli occhi. Una sensazione acquosa. Non ho provato raccapriccio, sai. Ho
affondato ancora di più: è stato come rompere il rosso di un uovo.»
Oh, piccola Jo Ann! Come hai potuto smarrirti così? Ma
d'altronde: com'è che si perdono tanti esseri umani? Le cronache sono strapiene di gesti
inconsulti, corpi sventrati, cuori strappati e trafitti allo spiedo, facce rovesciate
sulla nuca, stupri di ogni genere.
«Drago era attraente», proseguii. «Una personalità
affascinante, un rivoluzionario della prima ora. Un idealista, figurarsi. E per di più un
coniglio maschio. Bravo a letto e fuori. Non ti potevi capacitare che non fosse più
disponibile per te. Così, hai eliminato la tua rivale in amore. Ma non ti è servito a
niente, in quanto lui, l'uomo delle tue brame, era scomparso. Anche lui ucciso. E, per
puro caso, ucciso nello stesso giorno e alla stessa ora in cui moriva Mara. Destino
crudele, eh? Hai compiuto un omicidio per niente... Infine hai tentato di far fuori
anche me. Con questo.» Le mostrai lo stiletto, che avevo estratto dalla sacca. «Prima la
statua, dopo quest'altro strumento del diavolo. Le vie di Satana sono infinite.»
«Satana?» rimbrottò lei. «Non ho bisogno di intermediari,
io.» E a un tratto si afflosciò. Sedette sul pavimento, semplicemente, lo sguardo
velato.
Cominciai a rullarmi uno spino. Intanto, osservando tutto quel
sangue, le dissi: «Adesso ti dovrò arrestare, lo sai?»
Nessuna reazione. Stava fissando il morto. Con quella testa
sbilenca miracolosamente attaccata al tronco e gli occhi spalancati nel vuoto, Vojislav
Jankovic sembrava un burattino rotto.
«Beh? Che si fa?» chiesi.
Jo Ann inspirò profondamente. Poi, avvicinandosi a me con
movimenti sinuosi, disse:
«Fuck».