"Maybe this world is another planet's Hell."
(Aldous Huxley)
"Chi arriva nella notte scura
a bussare alla mia porta?
È un fantasma per farmi paura,
o una topolina mezza morta?"
(Pippi Calzelunghe)
N
iente va mai veramente perduto. Nemmeno il tempo perduto.
Io ne ho perduto non poco a cercare di convincere Tommy a scordarsi il
passato. Ma lui non mollava. Insisteva.
- Testa di cactus! - lo ammonivo. - Dài, drinka un altro goccio...
strofinati sulle gengive questa polverina bianca...
- Se scordiamo il nostro passato, in futuro non saremo nessuno.
È quanto lui declamò una sera in cui, nel pub in cui andavamo a
ritemprarci dalle battaglie lavorative, lo sollecitai più decisamente del solito a non
lasciarsi schiavizzare dai ricordi.
Se scordiamo il nostro passato, in futuro non saremo nessuno.
È la santa verità.
T
ommy è un ragazzo d'oro. Lo posso affermare con tutta tranquillità, io che gli
sono stato vicino. Lo so: non è questo il suo vero nome, ma è così che lui si fa
chiamare, per aver interpretato laggiù, in Europa, il ruolo di un certo Tommy - appunto
-, un bambino in una serie di telefilm per l'infanzia. Oggi che è rinchiuso al Bellevue,
il famigerato manicomio di New York, la stampa lo irride e una foto che lo ritrae con il
ghigno del depravato ha già fatto il giro di tutti i telegiornali. Ma posso assicurarvi
che le apparenze ingannano.
Quando questo fusto carrozzato - tipo scandinavo - venne a sgobbare
nella nostra azienda, niente lasciava presagire la tragedia che lo minava. Segretarie e
impiegate gli fecero subito il filo, ma lui con le donne si mostrò imbranato. Era un
indomito lavoratore, un manager in gamba, e il suo inglese era impeccabile; forse un po'
troppo per quell'insalatiera di razze e culture che è Manhattan. Veniva in ufficio sempre
curato e ben vestito; come scoprii, era tra i migliori clienti di una boutique per uomo
della Quinta Strada, by appointment only. Amava stare appartato, disdegnando la
compagnia dei colleghi, e quando gli rivolgevi la parola ti guardava lateralmente, come
per compensare un difetto alla vista. Ogni tanto rideva, è vero, ma in maniera disperata.
Capii che nascondeva qualche fosco segreto.
Poiché stavo nel box dopo il suo (ci occupavamo di leasing e mutui
strumentali), cercai di scandagliare la sua vita privata, e Tommy dovette scambiare la mia
curiosità per un'offerta di amicizia. Cominciammo a uscire insieme e, con mio stupore,
lui si dimostrò essere un ottimo compagno, anche se spesso cupo, introverso.
- A me m'ha rovinato Pippi Calzelunghe - mi confidò un giorno, mentre
pranzavamo nel localino a due passi dalla sede della Transputer Qasar.
- Peppi... chi?
- Pippi.
- Di chi si tratta? Di una sciacquetta? Una tua vecchia fiamma?
- Come! Non conosci Pippi Calzelunghe? - domandò incredulo,
guardandomi con la coda dell'occhio. Dopodiché mi mise al corrente.
Appresi che all'età di dieci anni era stato una star. Bambini e
adulti lo fermavano per strada e gli chiedevano l'autografo, gli accarezzavano i
capelli... "Tommy, Tommy" smaniavano. Lui prendeva sovente l'aereo, tornava a
casa con il taxi... Una vita alquanto insolita per un decenne. Capitava che, quando i
genitori lo avvertivano che il pranzo era pronto, Tommy replicasse: "Grazie, no. Vado
al ristorante".
- Insomma, mi ero montato la testa - ammise, sempre con gli occhi di
lato.
- Sì, vabbe'. Ma, porco zio, risale a un'eternità fa. È roba
archeologica. Eppoi... vorrei aver avuto io la tua fortuna! Essere un personaggio da
copertina già da bamboccio...
- Fortuna? Lo credi davvero? - sbottò lui. Per poi borbottare: - "Tack
ska du ha, min Pippi Långstrump! Det ska fortsätta med drycksänger".
- Eh? Che cazz... Perdona e colma le mie lacune di sapere, magnanimo
Tommy!
- Vuol dire: "Ti ringrazio, Pippi Calzelunghe! E ora si continua
con le canzoni per bere".
- Pippi Calzelunghe! - ridacchiai, scrollando il capo. - Senti, senti!
- Vuoi vederlo? Il film, intendo. Ho in casa le registrazioni. -
Un'improvvisa commozione aveva alterato il suo accento. - Ah, Pippi! - esalò, con le
ciglia umide. E tartagliò qualcosa di inintelligibile.
- Ripeti, Tommy. I supplik you.
- Ho detto: "Volevi trascinarmi, Pippi, nelle pacifiche valli di
Nangijala".
- Ah, vabbe'. -
Per me rimaneva arabo, e glielo lasciai intendere. Allora lui si
strinse nelle spalle e mi invitò a casa sua per visionare le videocassette.
- Non oggi, sconfinato Tommy. Non oggi. Ma ti prometto che...
Fu un errore, lo so. Non avrei dovuto sbilanciarmi: promessa data,
bisogna mantenerla. Di conseguenza, la domenica successiva mi ritrovai imbarcato in
un'insolita avventura: sorbirmi una decina di storielline per l'infanzia. Pippi, Annika,
Tommy... Con i colori di una volta, i protagonisti di quei telefilm sembravano
computer-animazioni. Tommy: era davvero lui o no? Difficile dirlo. Una certa somiglianza
c'era: gli occhi, la linea del mento... Ma che cosa contenevano di tanto terribile quei
telefilm? In fondo raccontavano una favoletta divertente. Sebbene i dialoghi fossero in
svedese, non ci voleva molto a capire il succo della storia. C'era una bambina dai capelli
color carota, due suoi piccoli amici, un cavallo e una scimmietta. Mi concentrai
soprattutto sulla simpaticona che appariva di continuo al fianco di Tommy.
- Quella Annika... - gli chiesi a un certo punto. - L'hai più
riveduta? Oggi dev'essere una bella sleppa.
- Lei è un'altra vittima della popolarità. Avrebbe voluto continuare
a recitare, ma le offrivano solamente ruoli "tits and ass". Conseguito il
diploma di infermiera presso un convitto di suore, è andata a fare la missionaria in
Africa.
- Ah - feci, apertamente deluso. - E Pippi?
Nel pronunciare quel nome, mi girai. Tommy non mi sedeva più accanto.
Indirizzai lo sguardo verso una porta aperta. Lui stava nella luce del bagno, io nella
penombra del soggiorno. I suoi occhi ebbero difficoltà a incontrare i miei. Piangeva. Le
sue lacrime furono come piercing per il mio cuore.
- Lo vedi? Lo vedi? - frignò amaramente, con uno strano accento.
- Allora? Che mi dici di Pippi? - insistei, cercando di non mostrarmi
commosso.
- L'attrice che ha interpretato Pippi vanta una strepitosa
carriera cinematografica, almeno in patria. Invece, la vera...
- La vera? Ma stai scherzando!
- È difficile credermi, lo so. Il problema sta proprio qua. Astrid
Lindgren... la scrittrice... si è basata su un personaggio autentico. Solo che ne ha
cambiato la natura. La Pippi reale è totalmente diversa: una figlia del Maligno!
- Ma va' a farti imbalsamare! - sbottai. - Non volli sentire altro, pro
tempore, e non mancai di prenderlo in giro per quelle sue paranoie. Anche in ditta lo
pungolavo con frasi del tipo: "Che si dice a Villa Villacolle?" Tommy non si
lasciava irretire: proseguì a lavorare bene e diligentemente, tanto da beccarsi l'annuale
Superpremio e lasciar prevedere che sarebbe presto avanzato di qualche gradino
nell'organigramma della Transputer Qasar. Ma un'invincibile smania lo aveva invaso:
rivedere la casa di Pippi.
- Villa Dolcemorte: è così che si chiama. La casa assomiglia a quella
del film, allo stesso modo in cui Pippi assomiglia a Pippi. Quale illusione! Mi tocca
sistemare una certa faccenda, laggiù. Alle prossime ferie... Tu non sei mai stato in
Europa, vero? Mi accompagneresti? Vedrai così che non mi son sognato tutto.
- Ne riparleremo - conclusi in modo evasivo ma possibilista.
L'Europa! Il pianeta dei Padri. Eterna tentazione di ogni
americano.
Nell'attimo stesso in cui Tommy avanzò la sua proposta, un virus mi si intrufolò
nella mente. Una sera mi sorpresi a passeggiare sui docks quasi dirimpetto a Ellis Island.
Guardando in direzione del Vecchio Continente, mi parve di distinguere divani sfondati,
statue amputate, polverosi arazzi, pechinesi e cocoriti imbalsamati. Un armamentario
muffoso in cui si erano adattati, col culo bene al calduccio, Bismarck, J.-J. Rousseau,
Rossini, il Papa, l'ammiraglio Dönitz... e la fantomatica Pippi Calzelunghe.
L
a gippona che Tommy aveva noleggiato girò attorno al Gamla Stan, la città
vecchia di Stoccolma. - Là! - esclamò lui, e io sollevai gli occhi sullo Storkyrkan, il
duomo della capitale svedese. Tommy andava acculturandomi. Durante la trasvolata non aveva
profferto parola, ma ora i muscoli della sua bocca si erano sciolti. Io in Europa non mi
ci raccapezzo tanto, per me è un Mysterium Cosmographicum. Sapevo solo che ci
trovavamo abbastanza a nord. Il tempo era miserrimo, il mio entusiasmo contenuto. Ero
sfinito per il viaggio e, mentre rabbrividivo per l'aria condizionata sparata a mille,
Tommy mi raccontava del suo "dorato" passato. Del trio di attori in sedicesima,
solo "Pippi" era rimasta nel cinema.
- I miei genitori e quelli di Annika ci esponevano come fossimo pezzi
da collezione...- disse.
Già. E mentre l'una era diventata la Buona Samaritana, l'altro era
cresciuto tra mille vezzi; bizzoso, borioso. Aveva visto arrivare il Flower Power: una
sconvolgente marea sculettante di figliole in abito succinto come allora neppure la Svenska
TV mostrava. Tette e glutei al vento... viva la libertà! Lui intanto non era più un
bambino, era un quindicenne con gli ormoni in ebollizione. La solitudine è certamente il
marchio più grave della vecchiaia, ma alla solitudine dei giovani chi ci pensa? Per
colmare la sensazione di vuoto che lo opprimeva, si era gettato nella mischia. Consumò
troppo sesso e troppo in fretta. Alla fine si era messo a sbandare come una mostruosa
farfalla ubriaca di nettare.
Confessò: - Pian piano mi accorsi che con le ragazze
"mature" non provavo più pulsioni sessuali. Il mio passato presuntemente
fiabesco era ancora troppo vivido. Scoprii di amare... Pippi!
Cominciavo a capire molte cose sul suo conto. Come mai vivesse solo,
non avesse amici e non andasse con le prostitute. Era un ninfolettico
("nympholeptico": questo il lessema che lui usò). Aveva avuto guai seri per
tale suo vizio; lo avevano pure terapizzato. Dotato di poco o nessun talento, il giovane
Tommy aveva difettato di grinta, carattere e volontà in modo pressoché patologico. Tutti
i soldi che aveva da parte li aveva sperperati senza ritegno, contraendo montagne di
debiti. Oggi non beveva, non fumava e non si drogava, ma da adolescente di sostanze ne
aveva ingerite, eccome! Un tronco divorato dalle termiti. Per tirarsi fuori dalla palude,
aveva dovuto lavorare sodo e a lungo sul proprio corpo e sul proprio spirito,
disciplinatamente, con rigore, per ridargli loriginaria levigatezza. Andare negli
States, cambiare aria, gli era stato di aiuto.
Avevamo preso stanza in un hotel dal nome impronunciabile nei pressi
dello Skavsta, l'aeroporto di Stoccolma. In portineria Tommy aveva presentato la sua più
rispettabile credenziale: l'American Express Card, un valido passepartout in tutto
il mondo, a prescindere se uno
è un cazzone o meno. Nemmeno il tempo di disfare i bagagli,
cambiarci d'abito e... via! sul fuoristrada.
- Siamo qui per fare delle ricerche - mi spiegò. - Desidero appurare
di non avere immaginato ogni cosa, e per prima dovrò interrogare Mrs. Lindgren. Ma devo
ricordarmi di andarci piano, con lei: la vecchia vive su una carrozzella per paralitici...
Io avevo i miei bravi dubbi sull'utilità di quelle recherches,
e non glielo nascosi. - Non capisco. Il Tommy della Astrid Lindgren è un'invenzione
letteraria. Così come la Annika e la Pippi - osservai candidamente.
- Tommy e Annika in un certo senso sì - replicò lui. - Ma Pippi... -
E sospirò.
- Quella tipa... proprio non ce la fai a schiodartela dal cranio?
- E come? È dappertutto! Sugli alberi, in riva ai fiumi, sulle foglie
per terra...
Mi girai a guardarlo, sporgendomi lievemente in avanti: aveva un occhio
stretto e uno allargato, in unespressione psicotica. Mmm. Meglio non insistere.
Astrid Lindgren abitava nella Dalagatan 46. Ad aprirci fu la sua
segretaria: una biondona energica che esibiva due candelabri al posto degli orecchini. Non
era una del posto: era una Dänska, una danese. Parlava, oltre che con il
cerchietto sulle "a", con le "o" tagliate diagonalmente. Tommy ebbe
qualche difficoltà a farsi comprendere, ma in ultimo la donna ci fece entrare. Adocchiai
la sedia a rotelle, vicino alle scale: lo schienale era a disegno scozzese. Nell'aria si
diffondeva una musica di Mozart.
Dovemmo aspettare un po' mentre la biondona saliva le scale e avvertiva
la scrittrice della nostra presenza. Poi la vidi scendere, la venerabile vecchia: su una
specie di seggiola mobile montata sulla balaustra. Astrid Ericsson, sposata Lindgren,
aveva gli occhi, le spalle e gli angoli della bocca sbilenchi. - Satans! - esclamò
nello scorgere Tommy. (Un'interiezione equivalente al nostro: "Diavolo! Merda!")
- Ecco il nostro enfant perdu. Quand'è che ti hanno rilasciato dal manicomio di
Långbro?
Un brivido ghiacciato mi corse giù per la schiena.
Gli occhi della vecchia, a studiarli da vicino, si rivelavano essere
ricoperti da una membrana bianca, eppure lei sembrava vederci. La sua segretaria la
sostenne per farla accomodare sul trabiccolo a motore e, dopo questa complicata
operazione, l'ultranovantenne avanzò ansimando verso di noi, con un rumore di ferraglia e
ossa rotte. Un nonnulla, pensai, e la nonnetta ci rimane secca.
La danese restò in piedi accanto a lei: il loro era, chiaramente, un
binomio inscindibile.
- Ordunque? - fece Astrid Lindgren. Era più che evidente che non
adorava Tommy.
- Deve dirmi la verità! - esordì con irruenza l'ex attore. - Lei
viene dallo Småland, come me. Ha conosciuto laggiù una bambina di nome Pippi o no?
- Ahahah! Ancora! - strepitò la vecchia, e in quel mentre il rondò
mozartiano tacque, tanto che io occhieggiai in giro con aria spaventata. - Sempre sul chi
va là, eh, Tommuccio caro? Sempre con il naso in aria ad annusare l'odore di figa. E lui
chi è? - Un dito nodoso si puntò sul sottoscritto. - Quello che ti incula ogni
notte?
Posso accertare ai miei lettori, senza tema di sbagliarmi, che le
parole furono esattamente queste. L'Astrid Lindgren da me descritta, autrice di tante
storie amate dai bambini, non è il prodotto di una mia riflessione fredda e perversa.
Mentre fissavo le orbite apparentemente vuote di quella vetusta creatura delle nebbie
nordiche, ero in possesso di tutta la mia comprensione, e nella mia mente i vocaboli
stranieri acquisivano un significato preciso. Si trattava di espressioni parecchio alla
mano, offensive e volgari, in tutto e per tutto simili a quelle che lordano le strade del
Bronx. Astrid Lindgren era una persona a noi contemporanea; era "una dei
nostri".
Tommy cominciò a dialogare vivacemente con lei e io smisi di tentare
di comprendere. Spostai lo sguardo su quella sventola di segretaria: era la mia
immaginazione sovreccitata o soltanto un effetto dell'incerta penombra che regnava nella
stanza che rendevano tanto sfumato il suo profilo? Un po' preoccupato, tornai a volgermi
tutt'intorno. In quella casa regnava un'atmosfera strana. Le due inquiline si muovevano in
una luce crepuscolare, quasi granulosa, e si comportavano come se da qualche parte
(nell'armadio? dietro l'assito? in cantina?) nascondessero degli scheletri.
D'improvviso gli avvenimenti precipitarono. Tommy aveva appena
pronunciato qualcosa quando la vetusta signora allungò le braccia e, con forza
insospettabile, pur restando appoggiata allo schienale di juta, afferrò per il bavero
quel pezzo d'uomo del mio amico e iniziò a sbatterlo come se lui fosse una bambola.
Mi alzai, in preda a un tremore violento e convulso, e cercai di
staccare le dita della vecchia dalla giacca di Tommy. Invano: lei era straordinariamente
tosta e pareva più che mai decisa a fermare il demonio che aveva invaso la sua casa, il
suo tempio, la sua anima. Solo che, per me, il demonio era lei. - Mi dia una mano! Faccia
qualcosa! - urlai alla danese, che si limitò a fissarmi con aria inespressiva. Con un
ultimo grido di rabbia, Astrid Lindgren sollevò il mio amico e lo scagliò contro la
parete più distante. Un gran bel volo! Prima che potessi soccorrerlo, Tommy si rialzò da
sé con uno spasmodico sussulto e prese a massaggiarsi la schiena.
- Ma cosa...? - dissi, guardando dall'uno all'altra. Ero allibito,
fuori di me.
- No, buono, zitto - mi ammonì lui, trattenendomi. - Non è niente.
Niente.
La vecchia strillò ancora qualche impropero, quindi si interruppe
bruscamente e si voltò di fianco con tutta la sua sedia a rotelle. Percorse un corridoio
tra damaschi polverosi, sul tappeto tarlato, e infilò una porta ad arco. Tommy si pose
prontamente sulla sua scia, insieme alla danese. Rimasi solo soletto in quella specie di
vestibolo, chiedendomi se stessi delirando. Le voci, sempre concitate, mi arrivavano ora
dalla biblioteca. Dopo un minuto o due ci fu il rumore di una strenua lotta e corsi a
vedere. Inorridii. La carrozzella per paralitici era rovesciata e Astrid Lindgren riversa
per terra, mentre Tommy e quella stangona di segretaria (o governante che fosse) la
osservavano con aria pacifica, senza far nulla. La celebre scrittrice era immersa in una
pozza di sangue, la testa spaccata, con i denti che uscivano dagli alveoli, contorta in
una strana posizione: una gamba e il collo erano probabilmente rotti, la schiena
innaturalmente arcuata.
E rideva. Rideva mentre parlava con Tommy, e adesso lo faceva in tono
irritatamente calmo. Vidi che Tommy e la danese sorridevano, esaminando senza muoversi
quel mucchietto di ossa spezzate.
Tommy annuì più volte, quindi ringraziò e uscì, trascinandomi con
sé.
La voce sepolcrale della venerabile Astrid ci inseguì: -
Hälsningar, med obegränsat vänskap! - Sembrerebbe una formula di maledizione, ma
significa, più o meno: "Saluti e amicizia eterna!" Volgendo il capo, scorsi la
taciturna danese che aiutava la vecchia a ricollocarsi sulla
dannata carrozzella. Poi mi
scaraventai fuori dietro al mio cicerone, lieto di lasciare quella casa e le pazzie che
l'abitavano.

U
na statale in ottimo stato e poco frequentata ci stava conducendo fuori dalla
capitale; direzione: lo Småland. Il sole palliduccio che era sbucato dalle nubi rendeva
più brillante il film che si svolgeva davanti ai miei occhi: campi arati, linde casette
bianche e rosse, verande di legno, distese di fiori... L'aria era balsamica; tutt'altro
che quella che si respira tra i canyon di N.Y., dove il cielo fugge veloce tra i
grattacieli.
Mentre Tommy bruciava i chilometri, io ripensavo a Ninni, Jonna e
Kaisa, le ragazze finlandesi con le quali avevo trascorso la notte. Ancora tremavo in
tutte le giunture, e non solo per gli esercizi ginnici compiuti a letto. Il nostro
bizzarro incontro con la veneranda scrittrice non voleva sparire dalla mia povera testa
martortiata.
Il giorno precedente, mentre tornavamo in albergo, avevo accusato il
mio amico: - L'hai ammazzata!
- Chi, la "signora delle fiabe"? Desidererei tanto farlo! Ma
lei ha più vite di un gatto. - E non aveva aggiunto altro. Io, per scaricare la tensione,
mi ero fatto arrivare in camera le tre troiette assetate di valuta yankee.
Anche al mattino Tommy non fece alcun accenno a quanto era accaduto
nell'abitazione della Lindgren. Gli premeva solo di raggiungere al più presto Vimmerby,
per deviare da lì verso un vicino villaggio. - Il mio pueblo perdido - mormorò,
con le pupille fisse agli angoli degli occhi. Era dove - sosteneva lui - abitava la vera
Pippi. Mi sembrò incredibile che uno potesse innamorarsi di una pupattola esaltata come
quella, anche se si è nell'età dell'innocenza. Ma ormai mi aspettavo di tutto. Mi
chiedevo unicamente come mai ero stato tanto stolto da voler seguire quel mio strambo
collega nella sua terra natìa. L'Europa? Ve la do io l'Europa! Ah, ma una volta tornati a
N.Y. Tommy mi avrebbe sentito! Avrei fatto di tutto affinché non avesse vita facile, alla
Transputer Qasar. E anche fuori.
Appena dopo Vimmerby, si scatenò un violento temporale. Tommy grugnì
in segno di assenso, come se avesse previsto il repentino mutamento di tempo, e guidò con
il naso schiacciato sul parabrezza, a sfidare gli elementi. Vi era come un proposito di
ferocia nella bufera, un'intensità furibonda nell'urlo del turbine, in quel tumulto
brutale della terra e del cielo che pareva diretto contro di lui... contro di noi.
Mi pareva che fossimo inghiottiti da un gorgo. Ma esageravo. Era tutto normale: quella
regione era soggetta alle tempeste.
Come arrivammo al villaggio, il vento si placò di schianto e smise di
piovere. Smontammo e percorremmo a piedi la strada principale. Il fango arrivava sopra le
caviglie, il freddo fin dentro le ossa. Le case avevano un aspetto tranquillo, siepi di
bosso per recinzioni, i muri netti, le finestre senza una macchia, le tendine di lino
ricamato. Ma nel paesino non c'era nessuno con cui poter parlare o solo chiedere
un'informazione. L'antica popolazione di contadini, osti, artigiani e rigattieri era stata
sostituita da una popolazione altrettanto barbara di videoidioti.
Tommy imboccò un sentiero laterale per poi all'improvviso
abbandonarlo; lo vidi passare in mezzo a due tigli gemelli. Al di là si apriva soltanto
la brughiera, sovrastata da un cielo livido in cui pazzeggiavano i corvi. Volevo
raggiungerlo aggirando gli alberi, ma lui mi intimò di tornare indietro e di fare come
lui. Ubbidii nervosamente: passai tra i due tronchi e... vidi la casa. Strano non averla
notata prima. Si ergeva alla periferia del villaggio, in mezzo a un giardino in rovina.
Come il
giardino, anche la costruzione aveva un aspetto assai trascurato. - Abita lì - annunciò
Tommy.
- Pippi Calzelunghe?
- "Pippi Unghielunghe" - replicò il mio amico.
- Se mi dicessi che al Circolo Polare Artico vendono granite, non
sarebbe diverso - commentai.
Ma lui si rifiutò di alimentare il dibattito. Si avviò invece
speditamente al cancelletto, che si reggeva appena sui cardini, lo spinse (gooooooooouuuuuuuuu:
un cigolio di strazio) ed entrò.
Calpestai le sue orme attraverso i tralicci d'ombre della fosca selva.
Spiccai un salto quando un basilisco strisciò davanti ai miei piedi. Stavo ancora
riflettendo su quella improbabile apparizione quando, nello spostare alcune felci, sentii
un dolore lancinante a una mano: ero incappato in una pianta carnivora!
- Ahi! È peggio della giungla, qua! - mi lagnai, mentre strappavo la
mia mano dalle mascelle di quella specie vegetale a me sconosciuta. Mi fece eco lo stridio
di un uccello, vicinissimo al mio orecchio. Spaventato, balzai in avanti, girandomi a
guardare: un cacatua stava sghignazzando. - Sciò, sciò! - feci. Ma quel volatile beota
non abbandonava l'albero, come se vi fosse ingabbiato.
- Eh già - udii Tommy sillabare, qualche passo più oltre. - Non è
cambiato niente...
- Da questa parte, imbranatucci! - risuonò ad un tratto.
Sentendo la voce, Tommy andò in subbuglio.
- È lei - disse. E,
scostando altri cespugli di quella folle, inverosimile verzura (krrrrrrrrrt sch),
sbucò davanti alla casa.
Eccola lì, ritta sulla veranda, la creatura che era all'origine delle
turbe del mio amico. Pippi: non era bella, ma non era neanche la morte. Aveva un volto
verdastro, di quelli che non prendono mai sole, i
capelli rosso tiziano stretti in due
treccine rigide che se ne stavano ritte in fuori, di qua e di là dalla testa, un nasino a
patata tutto spruzzato di lentiggini e la bocca larga, con una fila di denti bianchi e
forti. In faccia era rimasta tale e quale alla Pippi dei film. Era una di quelle donne di
cui sul momento si pensa: "Dio, che racchia!" Ma poi, a guardarla meglio... Feci
scorrere lo sguardo sul suo fisico, coperto da un bizzarro vestito blu con le toppe
multicolori, e trasalii: la natura le aveva dato le proporzioni schelettoniche più
perfette che io avessi mai visto. Con quel corpo flessuoso, con quegli occhi
sfolgoranti... insomma: con una manza del genere, trovai logico che qualcuno volesse
tentare il colpaccio, anche a costo di affrontare un volo transoceanico.
- Sembri un teschio. - Così la donna salutò Tommy.
- Sei bella tu! - ribatté lui, contro ogni mia previsione.
- Spiegami una cosa, Tommuccio caro: ma quando viene Halloween ti
infilano una candela accesa in bocca?
- No, perché?
- Infatti: ne hai già una in culo ed è la stessa cosa - fece lei,
ridendo. - Anche da moccioso eri gayo come un carnevale orgiastico...
Vidi Tommy abbassare il capo. Ogni ipotesi di resurrezione era esclusa ab
origine.
- Ma entrate, entrate! - ci invitò Pippi, o chi altri fosse. Si fece
da parte per lasciar passare Tommy e, dopo che io ebbi salito i gradini di legno per
seguirlo in casa, lei mi si accostò e... mi diede una strizzatina agli ammennicoli.
- Oddiosanto! - esclamai, attonito.
L'invereconda meretrice mi spinse oltre la soglia dicendo: - Hej
då!
Che uomo! - E la sua risata penetrò nel mio cervelletto con uno stridore atroce.
L'interno della casa era un unico guazzabuglio di oggetti disparati,
per lo più di provenienza esotica. Quella Pippi viveva nell'entropia... Ma non era
l'unica inquilina. In un angolo ombroso intravidi due figuri: un tizio basso dalla faccia
di scimmia e un gigante con la benda su un occhio. Entrambi, come la donna, erano vestiti
di miseria tarlata. Stavano sul chi va là, le mani sull'impugnatura della pistola che
portavano alla cintura. La creatura scimmiesca doveva essere ghiotta di cioccolata:
stringeva, nella sua mano libera, un tubetto di Smarties.
- Buono, Sig. Nilsson. Buono, Cavallo - li ammorbidì la loro padrona.
- È solo il nostro piccolo Tommy. Vi ricordate di lui? - Detto questo, si pose accanto al
mio amico.
Guardare i due stare fianco a fianco era come osservare il mondo attraverso il
fermo-immagine di un videoregistratore. In tutti gli anni intercorsi, Tommy era lievitato;
i pantaloni cominciavano a tenderglisi pericolosamente sull'equatore, anche se il suo
volto era smagrito. Ma Pippi era rimasta la stessa. Almeno dal collo in su. Il corpo era
pure a una seconda, più critica occhiata, innegabilmente quello di una maggiorata.
- E Annika? - chiese lei. - Quella paciocchetta? La dolce lesbichetta?
Non s'è rifatta viva con te?
- No, lei...- farfugliò Tommy.
- Ma sai che è stata qui?
- Annika? - balbettò il mio amico, gettando attorno occhiate selvagge.
- Impossibile! Si trovava in Africa...
- Proprio così! Sull'isola di Taka-Tuka. Ma è voluta tornare apposta
per vedermi! - Pippi rise. Quindi aggiunse, rivolta a me: - Questi due barbosi non
facevano a tempo a salire sugli alberi che subito capitombolavano giù. Che schiappe!
Pur nella luce scarsa, notai che il mio amico era sbiancato in volto.
Quale storia arruffata, quale passato terrificante legava tra di loro quei personaggi?
Mi apprestai a sfilarmi la giacca. Faceva caldo, in quell'ambiente.
- Ma voi siete stanchi! - appurò la donna, mutando registro. Mi fissò
con le sue pupille a spillo e d'un tratto mi si appressò. Aveva la flessibilità di una
bambina di nove anni. Involontariamente, sussultai. - Non è vero che sei stanco? -
insisté, sempre fissandomi. Il suo musetto da topolino ne conteneva uno di ratto.
- Non proprio, signora. O signorina?
- Sei stanco, stanco... - litaniò la megera, senza distogliere lo
sguardo dal mio.
- No! - scattò Tommy. Ma era troppo tardi. Emisi uno spettacolare
sbadiglio.
- Beh, un pisolino non ci starebbe male...- mugolai con un sorriso
ebete.
Un giorno Tommy ed Annika trovarono una lettera nella cassetta della
posta, c'era scritto: "PER TOMY ED ANIKA: DEVONO VENIRE DOMMANI POMERIGIO DA PIPPI,
PER IL SUO COMPLIANO. ABITI: CUELI CHE VOLETE". Tale fu la gioia dei due bambini che
passarono sopra a tutti gli errori che c'erano in quelle due righe; loro sapevano bene che
Pippi non era una scolara molto paziente, preferiva di gran lunga arrampicarsi sugli
alberi...
Dormii profondamente, cullato dal
silenzio più assoluto. Non fu però un sonno privo di sogni. Ebbi la visione di
Pippilotta Calzelunghe. Era seminuda, come nella fantasia umida di un fanciullo, solo che
mostrava un aspetto differente. Nel sogno lei era simile ad Astrid Ericsson, sposata
Lindgren: tutta grinze, con la capigliatura bianca arruffata (ma non si era ancora sciolta
le buffe trecce), gli occhi orlati di rosso sotto folte e ispide sopracciglia, il naso
adunco e la bocca sdentata. I lineamenti risaltavano ancora più orrendamente nella luce
di centinaia di candele disposte in ogni dove. Insieme alla scimmia e all'uomo-cavallo,
stava rincorrendo un uomo. L'uomo, che nel sogno mi sembrò avesse la stessa fisionomia di
Tommy, vacillava tra lo scarso mobiliario. Mi chiesi se fosse ubriaco. No:
dall'espressione dei suoi occhi compresi che aveva una qualche malattia. Compì una specie
di piruetta, volgendosi verso i suoi inseguitori, e in quell'istante scorsi la macchia
rossa sulla sua testa. Una brutta ferita? Era stato aggredito? Mi passò accanto urlando
aiuto. La "ferita" era in realtà il suo cervello, che pulsava
spaventosamente...
Ebbi un sussulto. Che incubo! "Per fortuna sono nella mia tana al
Village..." Nell'aprire gli occhi, presi nota di due ombre che si avvicinavano, di
oche che starnazzavano... Oche a Manhattan? Mi svegliai del tutto. Ero disteso su
un'amaca. Qualcosa non quadrava. Mi sentii rabbrividire: regnava una temperatura quasi
polare. Mi resi conto di essere a casa di Pippi; una casa equivalente a una climateca:
luce solare e afa nel soggiorno, buio e gelo nella nicchia in cui mi trovavo. Tutti i
climi, tutte le stagioni... - Tommy! - chiamai, cercando di rialzarmi. Ma le due
ombre - l'una piccola, l'altra enorme - mi sollevarono come se fossi stato un fuscello e
mi trascinarono nella stanza attigua: la camera da letto.
Il Sig. Nilsson e l'uomo-cavallo mi scaraventarono sul pavimento e lì
mi lasciarono.
Pippi danzicchiava con letizia in una cornice di candele accese. Era
scalza e indossava una tunica bisunta. Mi rialzai a fatica. Sul letto c'erano vestiti di
donna ammonticchiati, e su quei vestiti a tutti frutti, spuntando da sotto il lenzuolo, si
delineava un piede nudo. Mi parve di sentirmi portare via il cervello da un attacco di
pazzia. Il piede era di consistenza cerulea, terribilmente esangue; assomigliava a quello
di una bambola di gomma.
- È Annika - mi arrivò da qualche parte la voce del mio amico.
- Ma... è morta! - esclamai. Annusai l'aria. - E questo profumo...?
- Lei ha cosparso il cadavere con acqua di Colonia.
- Per via della puzza, fratellino! - proruppe la perfida strega dalla
faccia di bimba, senza smettere di danzare. - Perché, vedi... qui fa caldo, e si sa...
l'odore...
Mi volsi: Tommy era abbandonato contro lo stipite di una porta, simile
a un pupazzo di stracci. Aveva così tanto dolore in sé che pareva dovesse implodere da
un momento all'altro. - Adesso so tutto - articolò con voce impaurita. - Lei...
ha confermato i miei sospetti. - Tentennò la testa. - Mettiti al sicuro! Scappa!
Mossi invece un passo verso di lui, verso il suo volto di malato. - Ma
che hai?
Teneva le mani strette sul torace. Mi chinai e gliele tolsi a forza; e
uno zampillo mi schizzò sulla faccia. Guardando la profonda ferita che gli pulsava nel
petto, mi sentii lo stomaco in gola.
- Accid...! È stata lei?
Pippi intanto smetteva di danzare e mi puntava con i suoi occhi di
ghiaccio. Distolsi rapidamente lo sguardo: non volevo che mi imbambolasse di nuovo.
- È la figlia della scrittrice - proseguì Tommy. - Pippilotta
Ericsson: ecco come si chiama. È morta quando aveva tredici anni. Nel 1946. È una ghoul!
- Una... cosa?
- Una non-morta. Deve mangiare carne di cadaveri per rigenerarsi. Io e
Annika non lo sapevamo, quando, molti anni fa, scoprimmo il passaggio tra i tigli.
- Ma se è morta, come...?
- Si è rifugiata in una specie di mondo parallelo - proseguì Tommy. -
Lo stesso in cui ci troviamo noi adesso. Ti esorto: scappa!
"Una... non-morta? E tu mi porti da lei?" pensai.
"Cacchione che non sei altro!" - Bene! - mi riscossi. - Ora andiamo a chiamare
la polizia.
La risata stridula di Pippi mi impietrì. - Sei proprio gnucco, lo sai?
Prova a lasciare questa casa. Sù, prova!
Corsi verso la porta, ma l'uomo-cavallo mi sbarrò la strada. Al che,
Pippi si mise a cantarellare:
Buàcceli bàcceli
Bim bim bim
Buàcceli bàcceli
Bim!
Mi volsi: mi stava venendo incontro con le sue unghie lunghe sollevate
ad altezza di viso. Ad un tratto, inopinatamente, abbassò le grinfie, sculettò con
simpatia e mi osservò con aria putta. Stava tentando di sedurmi. - Tu non sei uno
smidollato come quello lì - constatò. Aveva adesso una voce impostata, diaframmatica,
con toni suadenti e una gradevole cadenza scandinava con vaghe punte anglosassoni. Il suo
mantello si aprì e i seni mi guardarono dritto in faccia. Capii che l'unico modo per
salvarmi era fingere di voler cedere alle sue voglie.
- Ti ruberà gli organi per rivenderli! - gracchiava nel frattempo
Tommy. - Ti immergeranno in una soluzione di fenolo...
Ruberà... gli organi? Dunque Pippi aveva unito le sue esigenze
cannibalistiche con il piacere di guadagnare? Il mio amico desiderava aggiungere qualcosa,
ma la lingua gli restò sepolta nella tomba della bocca. Cavallo e Scimmia, a un cenno
della loro padrona, si erano lanciati su di lui e ora lo trascinavano di là. Ma di là dove?
Forse in giardino. "Magari" presunsi, "lo daranno in pasto alle piante
carnivore."
- Sei molto bella - dichiarai, costringendomi a un sorriso. Squadravo
la malvagia creatura evitando di cadere nel vortice magnetico delle sue pupille. Intanto
riflettevo: scrivendo il suo più celebre libro per bambini, Astrid Lindgren aveva voluto
erigere un monumento alla propria figliola. Un ritratto molto fedele. In effetti, Pippi
Calzelunghe è una figura di cui è impossibile fare la parodia, essendo l'originale già
troppo stravagante nella realtà. Realtà? Bisogna andarci piano con questa parola.
La "Pippi" delle storie per l'infanzia ha ugualmente il viso pieno di lentiggini
ed è uguamente dotata di incredibili poteri; ma è pasticciona, allegra, divertente, e i
suoi poteri sono tutt'altro che abominevoli. Quest'altra, di contro...
Ormai mi era addosso. Mi sentii accapponare la pelle. Il suo pur
splendido corpo emanava un odore di morchia che metteva la nausea. Il mio cuore -
quest'organo poco affidabile - batté come impazzito mentre ricambiavo l'abbraccio.
Dapprima me ne ristetti come un loffio tra le poderose braccia di Pippi, la faccia premuta
contro i suoi seni di granito. Mi sentivo come uno straccio nella bocca di un cane.
Tremavo nell'aspettativa che lei mi spiedinasse con i suoi artigli. Eppure... e dovrei
forse vergognarmi ad ammetterlo... ebbi un'erezione da Guinness dei primati.
- Aspetta - gorgogliò Pippi. Mentre andava in bagno, le sue natiche
vibrarono. L'andatura era quella di una pantera. Cominciai a spogliarmi. Lei tornò subito
e fu chiaro che le piacque quanto vide. - Giù! - ordinò imperiosamente, indicando il
letto. Annuii e mi ci adagiai sopra, il più lontano possibile dal cadavere di Annika.
Pippi rise, si leccò le labbra e quindi mi scagliò addosso tutte le
sue grazie perverse. Cominciò a cavalcarmi: uno strazio crudelissimo. Io non ho mai
temuto l'incontro con il lato più oscuro della carne; tuttavia, mai come allora mi
capitò di maledire il sesso e i suoi derivati. Schivai la sua lingua mostruosamente lunga
girando di colpo la testa e mi ritrovai a osservare la fu Annika: da quel che scorgevo da
sotto le lenzuola, il corpo non mostrava segni particolari di trattamento epidermico; ma
aveva, nella zona omero-scapolare, una larga, pallida ferita che lasciava scoperte le
ossa, come per il rosicchiare di ratti. Mentre la lingua di Pippi mi lavava l'orecchia,
capii che anch'io avrei fatto una brutta fine. Attesi dunque che la scalmanata ansimasse a
un ritmo più accelerato (e corrugai la fronte, sbirciandola come se incuriosito dal
fenomeno), poi sollevai di schianto le ginocchia, staccandola da me, e le diedi
un'energica spinta con i piedi, facendole spiccare un volo. Infine, scivolando dal letto
(e qui la mia fronte si spianò), corsi via.
Sentii che lei, mentre rotolava sul pavimento, emetteva un suono come
di scorreggia o sghignazzata sardonica. Passando in fretta da un clima all'altro, imboccai
l'uscita e girai dietro l'angolo di casa. Il giorno stava declinando. Gli alberi, neri e
sinistri, sembravano appoggiarsi l'uno all'altro, nella luce morente. Sebbene il giardino
offrisse numerosi nascondigli, non covavo illusioni: Pippi e i suoi laidi scagnozzi mi
avrebbero ritrovato anche in quella perfetta riproduzione di giungla. Continuai perciò a
correre, nudo come un verme, convincendomi di essere non un uomo ma una macchina
d'acciaio. Sul retro di Villa Dolcemorte, l'occhio mi cadde su un notevole ammasso di
carname. Si trattava di tessuto connettivale degenerato, pelle di pollo, noduli, adipe
putrefatto... Intuii che anche quello schifo era destinato alla banca di organi. Non solo
il fegato, il cervello, i reni, il cuore: di un uomo viene usata ogni cosa, e
persino gli scarti degli scarti vengono riciclati, per produrne semenza o mangime per le
bestie.
Fattfattfattfattfattfattfatt... Udii lo scalpiccio di passi
incredibilmente veloci sul legno della veranda, accompagnato da un grido incomprensibile:
Pippi era letteralmente montata sulle furie. Pur se conservavo un notevole vantaggio, e
pur se mi ero lasciato la casa alle spalle e già affondavo nella vegetazione (cercando di
ignorare le sferzate al volto e le fitte alle piante dei piedi), disperavo di poterla
scampare. Una cosa era certa: non intendevo lasciare Tommy alla mercé di quei mostri. O
la facevamo franca in due, oppure...
Superai qualcosa che sembrava la mangiatoia dei porci: era colma di
teste scoperchiate, arti maciullati, carne straziata. "Avanti, avanti!" mi
esortai. "Tu sei una locomotiva, non un uomo." Infilai a gran velocità un
cespuglio di rovi. Ormai avevo graffi dappertutto; sanguinavo dagli arti, dall'inguine,
dalla fronte. Poco più avanti si innalzava una collinetta formata da corpi sventrati,
assemblati là dopo che ne erano stati asportati gli organi. Riflettei, en passant,
sull'orrenda delittuosità a scopo di lucro degli anonimi mercanti che penetravano fino a
quella dimensione parallela per recuperare il materiale offerto loro da una belva dalle
forme donnesche.
A circa trenta metri dalla casa, in mezzo a un intrico di vegetazione
possibilmente più fitto, c'era una specie di casupola per gli attrezzi. Era poco più
grande di un canile, ma abbastanza spaziosa perché ci giocassero tre bambini. Aveva il
colore grigio muschioso di una roccia ospitante colonie di vermi. Mi accorsi con orrore
che le pareti erano formate da teschi.
Mi arrestai di colpo. Il vomito mi salì in gola, mozzandomi il
respiro. Volevo cambiare direzione quando sentii fruscii, voci concitate, un avvicinarsi
di passi: anche il Sig. Nilsson e Cavallo mi stavano alle calcagna. Senza pensarci due
volte, mi abbassai e sgusciai attraverso lo scomodo ingresso. Nella semioscurità,
individuai Tommy: un uomo grande, pesante, con gli occhi sgranati sul nulla. Lo avevano
legato a una delle travi che reggevano il tetto dell'angusta costruzione. Alzai lo
sguardo: il tetto era costituito da clavicole e altre ossa umane incrociate. Con un balzo
fui sul mio amico e cominciai a slegarlo. Era ridotto male, anche perché aveva perso
parecchio sangue. La bocca sul suo torace sembrava essersi allargata. Per Pippi, Tommy
sarebbe rimasto sempre l'eterno pupo su cui saggiare le sue zanne da latte o i suoi
artigli di gatta selvaggia. Tommy ansimò. Avrebbe voluto ringraziarmi, ma non fu in grado
di pronunciare alcunché. La sua temperatura corporea era salita di qualche grado, la
salivazione azzerata, la frequenza dei battiti delle ciglia raddoppiata. Aveva paura. Non
lo biasimai: ne avevo anch'io.
- Siamo ad ogni modo fregati - gli dissi. E difatti: ecco che già,
oltre la soglia, ondeggiavano delle ombre. Udii il comando iroso di Pippi. Scimmia fu il
primo a intrufolarsi all'interno e, poiché era di infima statura, non dovette nemmeno
chinarsi. Dietro di lui apparì il ciclopico Cavallo. Ambedue erano armati di frusta e
desiderosi di punirmi. Franai lentamente sotto le loro nerbate. Prima di svenire, mi
sorpresi a constatare che era proprio la scimmia a colpire con maggiore violenza. Non
aveva più i suoi Smarties - presumibilmente li aveva persi durante l'inseguimento - e
doveva essere entrata in crisi di astinenza.

L'uomo-cavallo e il Sig. Nilsson stavano pasteggiando con il mio corpo. Mai avevo
provato una felicità così suprema. Trovavo stupendo, celestiale, essere divorato sotto
lo sguardo benevolo di Pippi. Lei portava al collo una conchiglia king size e
ballava in una variopinta cornice di piante tropicali. Per me, per noi, il tempo non aveva
più importanza. Ci trovavamo a Taveuni, l'isola delle Figi situata sul meridiano che
segna il cambiamento di data. Non percepivo la musica, ma in compenso mi arrivavano
all'udito gli strani rumori notturni che caratterizzano tutti i corridoi d'albergo:
daaaaaaaaaaaaaaaaa
p
schlas... e... fr
Cominciai a inquietarmi: lei era al di là della linea.
Quella linea che, idealmente, taglia in due Taveuni, facendo sì che una parte dell'isola
sia sempre avanti di un giorno rispetto all'altra metà. Tentai di raggiungere l'Amata, ma
i due sgherri mi trattennero. E ora avvertii pure la fitta ai lombi. Provai a tirarmi su,
aggrappandomi a una liana. Misi a fuoco la vista: non era una liana, ma il tubicino di una
flebo, e nel tubicino scorreva sostanza ematica.
- Sveglia, sveglia!
Nel massaggiarmi le reni doloranti, scoprii di avere un buco, lì
dietro. Osservai la mia mano impastricciata di rosso ed emisi un grido di dolore, mentre
il morso dell'orrore mi agguantava allo stomaco.
- Vieni, svelto! - gridò Tommy, staccandomi dalla schiena, con un
gesto brusco, la cannula di gomma.
Gemetti e cercai di trasmettere impulsi ai miei muscoli adduttori. Non
so più come riuscii a fuggire dalla bolla di aria mefitica che era la mia prigione. Mi
ritrovai a passare sopra a un corpo inanimato e, preceduto da Tommy, strisciai in mezzo
alla boscaglia, le urla di un porco al macello. Nel giardino ne mangiai non poca, di terra
verminosa. Ma, quando superammo il cancello, alla tortura fisica e all'angoscia si
mescolò la gioia. Riuscii finanche a rimettermi in piedi. Una domanda mi assillava: come
avevamo potuto salvarci?
Lo avrei appreso soltanto ore dopo, mentre un dottorino mi ricuciva il
buco alla schiena; lo stesso dottorino che attestò a Tommy una "ferita toracica al
quarto spazio intercostale sinistro, penetrante in cavità, con lesione superficiale del
polmone". Nel mio semicoma, avevo creduto che gli sgherri di Pippi mi stessero
mangiando, mentre volevano in realtà sottrarmi i reni - entrambi i reni. Mi
trovavo appunto sotto ai rozzi ferri di quei macellai quando Tommy, l'ex guitto, aveva
compiuto la più grande prodezza della sua vita: si era messo a recitare alcune preghiere,
formando una croce con gli indici alzati. Sembrerebbe una soluzione fin troppo semplice,
addirittura banale, per sconfiggere le creature del regno dei morti; ma non lo è. Come
lui in seguito mi spiegò, aveva dovuto fare uno sforzo immane per recuperare tutte le
energie d'amore, tutto il candore e tutta l'innocenza che aveva posseduto da
bambino. I ghouls sono spesso immuni agli incantesimi, ma temono i simboli sacri e i
chierici del bene. Mentre il trio infernale retrocedeva in preda al panico, Tommy aveva
raccolto il coltello con cui stavano squartandomi e li aveva infilzati - un, due... tre!
-, mirando dritto al cuore.
- Con Pippi non ho mostrato abbastanza saldezza di mano - narrò. - Ho
dovuto affondare la lama più volte e poi girarla e rigirarla, facendole fare una fine
atroce.
"Beh" pensai, "niente male per un non-violento a 18
carati come lui." Così, gli era finalmente riuscito di esorcizzare il destino che
stava patendo da troppi anni.
- Sarebbe stato meglio - specificò, - se avessimo avuto dell'acqua
santa. Sui ghouls, l'acqua santa ha lo stesso effetto dell'acido solforico...
Ci rivedo ancora adesso ripassare tra i due tronchi di tiglio come una coppia di
disgraziati miracolosamente riaffiorati dal maelstrom. Ritornavamo al mondo dei
vivi avvolti in bende sudicie, stracciati, smunti, avviliti. Ovviamente, i quotidiani non
parlarono di "ghouls", ma di una banda di delinquenti "oltremodo
crudeli".
"La polizia ha brillantemente risolto i misteriosi casi di kidnapping..."
scrissero. "Kidnapping": un vocabolo che nel tranquillo Småland prima era
completamente sconosciuto e che tanto più alieno suonava alle orecchie degli abitanti del
villaggio. Nel corso dei decenni, i troppo flemmatici villaggiani avevano creduto che le
improvvise scomparse di loro parenti e conoscenti fossero la conseguenza di colpi di testa
momentanei, separazioni tra coniugi, crisi esistenziali... o della noia. "Saranno
andati a Vimmerby o a Stoccolma" era l'opinione comune. "Oppure
all'estero." Già: e perché non a Taka-Tuka?
La polizia sbarrò la zona dove sorgevano i tigli gemelli e una loro
squadra speciale superò la magica soglia per occultare ogni prova, ogni evidenza. Nessun
fotografo ebbe mai l'occasione di immortalare l'orrida immagine di cadaveri accatastati,
quei cadaveri che furono il cibo di una non-morta dai capelli pel di carota: non corpi da
mutare e da mutilare bensì corpi già mutati e mutilati. Nel dimenticatoio finirono anche
il Sig. Nilsson e Cavallo, due mangiatori di bimbi e rapitori di coppiette (inculavano le
donne, sbudellavano i loro amanti...). Come spiegare un accaduto del genere a una nazione
che si reputava tre le più civili e progredite?
Circa il mercato nero degli organi, in Svezia e nel resto della
Scandinavia vi furono diverse interpellanze parlamentari che sfociarono in una legge
comune. La nuova legge, paradossalmente, rendeva libero quel mercato, anziché inibirlo.
I resti di Annika, la compagna saffica di Pippi, vennero infilati in un
modesto loculo, e oggi c'è chi le porta ogni tanto dei crisantemi. Ben altro risalto ebbe
il funerale di Astrid Lindgren. Assistemmo in tivù, nella nostra stanza d'albergo,
all'ultimo viaggio della scrittrice: dentro una bara bianca in una carrozza a vetri
trainata da quattro cavalli. La riconducevano a Vimmerby, dov'era nata...
- Lo vedi che ti sei liberato anche della vecchia? - dissi a Tommy.
Nessuna risposta da parte sua.
Per due-tre giorni, su ogni canale apparì Inger Nilsson, che aveva
interpretato il personaggio di Pippi Calzelunghe ed era ormai una donna di oltre
quarant'anni ma ancora bella. E furono mostrati anche, naturalmente, alcuni spezzoni dei
famosi telefilm.
- Guardati là! - esclamai. - "Ritratto giovanile di eroe"!
Tommy abbassò le palpebre. La sua voce mi giunse come dalle viscere
del pianeta: - Non sono io. Non lo sarò mai piú.
Tornammo in America per cercare di riprendere il filo della nostra
esistenza. Mi dicevo che Manhattan, "la Cosa Luccicante", avrebbe risanato ogni
ferita. Ovviamente avevo raccomandato a Tommy di non raccontare a nessuno della pazzesca
esperienza che avevamo appena vissuto. Ma lui non si fece più vedere al lavoro e più
tardi alcuni colleghi mi riferirono di averlo visto predicare per strada come un
forsennato: voleva avvisare il mondo intero della minaccia dei ghouls! Era impazzito? La
gente lo avrebbe deriso e fatto a pezzi!
Lo cercai, e nulla. Lo chiamai anche sul cellulare, ma non rispondeva.
Finché non scoprii che era stato internato al Bellevue, in una cella dai muri imbottiti.
Oggi ripenso saltuariamente a Old Europe; o, perlomeno, a quella
da me conosciuta. E vedo una galleria di ritratti un po' obliqui di individui altamente
convenzionali, un museo di gesti e azioni banali. Ma il tutto osservato come sotto la
lente d'ingrandimento: un paesaggio organico in cui cute e sottocute, ghiandole, arterie,
vene, nervi e quant'altro sono orrendamente messi a nudo.