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                     franc'O'brain

VILLA DOLCEMORTE

        _____________________________

franc'O'brain (c) 2003

 

                       "Maybe this world is another planet's Hell."

                                                             (Aldous Huxley)

 

"Chi arriva nella notte scura

a bussare alla mia porta?

È un fantasma per farmi paura,

o una topolina mezza morta?"

                                  (Pippi Calzelunghe)

 

Niente va mai veramente perduto. Nemmeno il tempo perduto.

Io ne ho perduto non poco a cercare di convincere Tommy a scordarsi il passato. Ma lui non mollava. Insisteva.

- Testa di cactus! - lo ammonivo. - Dài, drinka un altro goccio... strofinati sulle gengive questa polverina bianca...

- Se scordiamo il nostro passato, in futuro non saremo nessuno.

È quanto lui declamò una sera in cui, nel pub in cui andavamo a ritemprarci dalle battaglie lavorative, lo sollecitai più decisamente del solito a non lasciarsi schiavizzare dai ricordi.

Se scordiamo il nostro passato, in futuro non saremo nessuno.

È la santa verità.

 

Tommy è un ragazzo d'oro. Lo posso affermare con tutta tranquillità, io che gli sono stato vicino. Lo so: non è questo il suo vero nome, ma è così che lui si fa chiamare, per aver interpretato laggiù, in Europa, il ruolo di un certo Tommy - appunto -, un bambino in una serie di telefilm per l'infanzia. Oggi che è rinchiuso al Bellevue, il famigerato manicomio di New York, la stampa lo irride e una foto che lo ritrae con il ghigno del depravato ha già fatto il giro di tutti i telegiornali. Ma posso assicurarvi che le apparenze ingannano.

Quando questo fusto carrozzato - tipo scandinavo - venne a sgobbare nella nostra azienda, niente lasciava presagire la tragedia che lo minava. Segretarie e impiegate gli fecero subito il filo, ma lui con le donne si mostrò imbranato. Era un indomito lavoratore, un manager in gamba, e il suo inglese era impeccabile; forse un po' troppo per quell'insalatiera di razze e culture che è Manhattan. Veniva in ufficio sempre curato e ben vestito; come scoprii, era tra i migliori clienti di una boutique per uomo della Quinta Strada, by appointment only. Amava stare appartato, disdegnando la compagnia dei colleghi, e quando gli rivolgevi la parola ti guardava lateralmente, come per compensare un difetto alla vista. Ogni tanto rideva, è vero, ma in maniera disperata. Capii che nascondeva qualche fosco segreto.

Poiché stavo nel box dopo il suo (ci occupavamo di leasing e mutui strumentali), cercai di scandagliare la sua vita privata, e Tommy dovette scambiare la mia curiosità per un'offerta di amicizia. Cominciammo a uscire insieme e, con mio stupore, lui si dimostrò essere un ottimo compagno, anche se spesso cupo, introverso.

- A me m'ha rovinato Pippi Calzelunghe - mi confidò un giorno, mentre pranzavamo nel localino a due passi dalla sede della Transputer Qasar.

- Peppi... chi?

- Pippi.

- Di chi si tratta? Di una sciacquetta? Una tua vecchia fiamma?

- Come! Non conosci Pippi Calzelunghe? - domandò incredulo, guardandomi con la coda dell'occhio. Dopodiché mi mise al corrente.

Appresi che all'età di dieci anni era stato una star. Bambini e adulti lo fermavano per strada e gli chiedevano l'autografo, gli accarezzavano i capelli... "Tommy, Tommy" smaniavano. Lui prendeva sovente l'aereo, tornava a casa con il taxi... Una vita alquanto insolita per un decenne. Capitava che, quando i genitori lo avvertivano che il pranzo era pronto, Tommy replicasse: "Grazie, no. Vado al ristorante".

- Insomma, mi ero montato la testa - ammise, sempre con gli occhi di lato.

- Sì, vabbe'. Ma, porco zio, risale a un'eternità fa. È roba archeologica. Eppoi... vorrei aver avuto io la tua fortuna! Essere un personaggio da copertina già da bamboccio...

- Fortuna? Lo credi davvero? - sbottò lui. Per poi borbottare: - "Tack ska du ha, min Pippi Långstrump! Det ska fortsätta med drycksänger".

- Eh? Che cazz... Perdona e colma le mie lacune di sapere, magnanimo Tommy!

- Vuol dire: "Ti ringrazio, Pippi Calzelunghe! E ora si continua con le canzoni per bere".

- Pippi Calzelunghe! - ridacchiai, scrollando il capo. - Senti, senti!

- Vuoi vederlo? Il film, intendo. Ho in casa le registrazioni. - Un'improvvisa commozione aveva alterato il suo accento. - Ah, Pippi! - esalò, con le ciglia umide. E tartagliò qualcosa di inintelligibile.

- Ripeti, Tommy. I supplik you.

- Ho detto: "Volevi trascinarmi, Pippi, nelle pacifiche valli di Nangijala".

- Ah, vabbe'. - Per me rimaneva arabo, e glielo lasciai intendere. Allora lui si strinse nelle spalle e mi invitò a casa sua per visionare le videocassette.

- Non oggi, sconfinato Tommy. Non oggi. Ma ti prometto che...

Fu un errore, lo so. Non avrei dovuto sbilanciarmi: promessa data, bisogna mantenerla. Di conseguenza, la domenica successiva mi ritrovai imbarcato in un'insolita avventura: sorbirmi una decina di storielline per l'infanzia. Pippi, Annika, Tommy... Con i colori di una volta, i protagonisti di quei telefilm sembravano computer-animazioni. Tommy: era davvero lui o no? Difficile dirlo. Una certa somiglianza c'era: gli occhi, la linea del mento... Ma che cosa contenevano di tanto terribile quei telefilm? In fondo raccontavano una favoletta divertente. Sebbene i dialoghi fossero in svedese, non ci voleva molto a capire il succo della storia. C'era una bambina dai capelli color carota, due suoi piccoli amici, un cavallo e una scimmietta. Mi concentrai soprattutto sulla simpaticona che appariva di continuo al fianco di Tommy.

- Quella Annika... - gli chiesi a un certo punto. - L'hai più riveduta? Oggi dev'essere una bella sleppa.

- Lei è un'altra vittima della popolarità. Avrebbe voluto continuare a recitare, ma le offrivano solamente ruoli "tits and ass". Conseguito il diploma di infermiera presso un convitto di suore, è andata a fare la missionaria in Africa.

- Ah - feci, apertamente deluso. - E Pippi?

Nel pronunciare quel nome, mi girai. Tommy non mi sedeva più accanto. Indirizzai lo sguardo verso una porta aperta. Lui stava nella luce del bagno, io nella penombra del soggiorno. I suoi occhi ebbero difficoltà a incontrare i miei. Piangeva. Le sue lacrime furono come piercing per il mio cuore.

- Lo vedi? Lo vedi? - frignò amaramente, con uno strano accento.

- Allora? Che mi dici di Pippi? - insistei, cercando di non mostrarmi commosso.

- L'attrice che ha interpretato Pippi vanta una strepitosa carriera cinematografica, almeno in patria. Invece, la vera...

- La vera? Ma stai scherzando!

- È difficile credermi, lo so. Il problema sta proprio qua. Astrid Lindgren... la scrittrice... si è basata su un personaggio autentico. Solo che ne ha cambiato la natura. La Pippi reale è totalmente diversa: una figlia del Maligno!

- Ma va' a farti imbalsamare! - sbottai. - Non volli sentire altro, pro tempore, e non mancai di prenderlo in giro per quelle sue paranoie. Anche in ditta lo pungolavo con frasi del tipo: "Che si dice a Villa Villacolle?" Tommy non si lasciava irretire: proseguì a lavorare bene e diligentemente, tanto da beccarsi l'annuale Superpremio e lasciar prevedere che sarebbe presto avanzato di qualche gradino nell'organigramma della Transputer Qasar. Ma un'invincibile smania lo aveva invaso: rivedere la casa di Pippi.

- Villa Dolcemorte: è così che si chiama. La casa assomiglia a quella del film, allo stesso modo in cui Pippi assomiglia a Pippi. Quale illusione! Mi tocca sistemare una certa faccenda, laggiù. Alle prossime ferie... Tu non sei mai stato in Europa, vero? Mi accompagneresti? Vedrai così che non mi son sognato tutto.

- Ne riparleremo - conclusi in modo evasivo ma possibilista.

L'Europa! Il pianeta dei Padri. Eterna tentazione di ogni americano.

Nell'attimo stesso in cui Tommy avanzò la sua proposta, un virus mi si intrufolò nella mente. Una sera mi sorpresi a passeggiare sui docks quasi dirimpetto a Ellis Island. Guardando in direzione del Vecchio Continente, mi parve di distinguere divani sfondati, statue amputate, polverosi arazzi, pechinesi e cocoriti imbalsamati. Un armamentario muffoso in cui si erano adattati, col culo bene al calduccio, Bismarck, J.-J. Rousseau, Rossini, il Papa, l'ammiraglio Dönitz... e la fantomatica Pippi Calzelunghe.

La gippona che Tommy aveva noleggiato girò attorno al Gamla Stan, la città vecchia di Stoccolma. - Là! - esclamò lui, e io sollevai gli occhi sullo Storkyrkan, il duomo della capitale svedese. Tommy andava acculturandomi. Durante la trasvolata non aveva profferto parola, ma ora i muscoli della sua bocca si erano sciolti. Io in Europa non mi ci raccapezzo tanto, per me è un Mysterium Cosmographicum. Sapevo solo che ci trovavamo abbastanza a nord. Il tempo era miserrimo, il mio entusiasmo contenuto. Ero sfinito per il viaggio e, mentre rabbrividivo per l'aria condizionata sparata a mille, Tommy mi raccontava del suo "dorato" passato. Del trio di attori in sedicesima, solo "Pippi" era rimasta nel cinema.

- I miei genitori e quelli di Annika ci esponevano come fossimo pezzi da collezione...- disse.

Già. E mentre l'una era diventata la Buona Samaritana, l'altro era cresciuto tra mille vezzi; bizzoso, borioso. Aveva visto arrivare il Flower Power: una sconvolgente marea sculettante di figliole in abito succinto come allora neppure la Svenska TV mostrava. Tette e glutei al vento... viva la libertà! Lui intanto non era più un bambino, era un quindicenne con gli ormoni in ebollizione. La solitudine è certamente il marchio più grave della vecchiaia, ma alla solitudine dei giovani chi ci pensa? Per colmare la sensazione di vuoto che lo opprimeva, si era gettato nella mischia. Consumò troppo sesso e troppo in fretta. Alla fine si era messo a sbandare come una mostruosa farfalla ubriaca di nettare.

Confessò: - Pian piano mi accorsi che con le ragazze "mature" non provavo più pulsioni sessuali. Il mio passato presuntemente fiabesco era ancora troppo vivido. Scoprii di amare... Pippi!

Cominciavo a capire molte cose sul suo conto. Come mai vivesse solo, non avesse amici e non andasse con le prostitute. Era un ninfolettico ("nympholeptico": questo il lessema che lui usò). Aveva avuto guai seri per tale suo vizio; lo avevano pure terapizzato. Dotato di poco o nessun talento, il giovane Tommy aveva difettato di grinta, carattere e volontà in modo pressoché patologico. Tutti i soldi che aveva da parte li aveva sperperati senza ritegno, contraendo montagne di debiti. Oggi non beveva, non fumava e non si drogava, ma da adolescente di sostanze ne aveva ingerite, eccome! Un tronco divorato dalle termiti. Per tirarsi fuori dalla palude, aveva dovuto lavorare sodo e a lungo sul proprio corpo e sul proprio spirito, disciplinatamente, con rigore, per ridargli l’originaria levigatezza. Andare negli States, cambiare aria, gli era stato di aiuto.

Avevamo preso stanza in un hotel dal nome impronunciabile nei pressi dello Skavsta, l'aeroporto di Stoccolma. In portineria Tommy aveva presentato la sua più rispettabile credenziale: l'American Express Card, un valido passepartout in tutto il mondo, a prescindere se uno è un cazzone o meno. Nemmeno il tempo di disfare i bagagli, cambiarci d'abito e... via! sul fuoristrada.

- Siamo qui per fare delle ricerche - mi spiegò. - Desidero appurare di non avere immaginato ogni cosa, e per prima dovrò interrogare Mrs. Lindgren. Ma devo ricordarmi di andarci piano, con lei: la vecchia vive su una carrozzella per paralitici...

Io avevo i miei bravi dubbi sull'utilità di quelle recherches, e non glielo nascosi. - Non capisco. Il Tommy della Astrid Lindgren è un'invenzione letteraria. Così come la Annika e la Pippi - osservai candidamente.

- Tommy e Annika in un certo senso sì - replicò lui. - Ma Pippi... - E sospirò.

- Quella tipa... proprio non ce la fai a schiodartela dal cranio?

- E come? È dappertutto! Sugli alberi, in riva ai fiumi, sulle foglie per terra...

Mi girai a guardarlo, sporgendomi lievemente in avanti: aveva un occhio stretto e uno allargato, in un’espressione psicotica. Mmm. Meglio non insistere.

Astrid Lindgren abitava nella Dalagatan 46. Ad aprirci fu la sua segretaria: una biondona energica che esibiva due candelabri al posto degli orecchini. Non era una del posto: era una Dänska, una danese. Parlava, oltre che con il cerchietto sulle "a", con le "o" tagliate diagonalmente. Tommy ebbe qualche difficoltà a farsi comprendere, ma in ultimo la donna ci fece entrare. Adocchiai la sedia a rotelle, vicino alle scale: lo schienale era a disegno scozzese. Nell'aria si diffondeva una musica di Mozart.

Dovemmo aspettare un po' mentre la biondona saliva le scale e avvertiva la scrittrice della nostra presenza. Poi la vidi scendere, la venerabile vecchia: su una specie di seggiola mobile montata sulla balaustra. Astrid Ericsson, sposata Lindgren, aveva gli occhi, le spalle e gli angoli della bocca sbilenchi. - Satans! - esclamò nello scorgere Tommy. (Un'interiezione equivalente al nostro: "Diavolo! Merda!") - Ecco il nostro enfant perdu. Quand'è che ti hanno rilasciato dal manicomio di Långbro?

Un brivido ghiacciato mi corse giù per la schiena.

Gli occhi della vecchia, a studiarli da vicino, si rivelavano essere ricoperti da una membrana bianca, eppure lei sembrava vederci. La sua segretaria la sostenne per farla accomodare sul trabiccolo a motore e, dopo questa complicata operazione, l'ultranovantenne avanzò ansimando verso di noi, con un rumore di ferraglia e ossa rotte. Un nonnulla, pensai, e la nonnetta ci rimane secca.

La danese restò in piedi accanto a lei: il loro era, chiaramente, un binomio inscindibile.

- Ordunque? - fece Astrid Lindgren. Era più che evidente che non adorava Tommy.

- Deve dirmi la verità! - esordì con irruenza l'ex attore. - Lei viene dallo Småland, come me. Ha conosciuto laggiù una bambina di nome Pippi o no?

- Ahahah! Ancora! - strepitò la vecchia, e in quel mentre il rondò mozartiano tacque, tanto che io occhieggiai in giro con aria spaventata. - Sempre sul chi va là, eh, Tommuccio caro? Sempre con il naso in aria ad annusare l'odore di figa. E lui chi è? - Un dito nodoso si puntò sul sottoscritto. - Quello che ti incula ogni notte?

Posso accertare ai miei lettori, senza tema di sbagliarmi, che le parole furono esattamente queste. L'Astrid Lindgren da me descritta, autrice di tante storie amate dai bambini, non è il prodotto di una mia riflessione fredda e perversa. Mentre fissavo le orbite apparentemente vuote di quella vetusta creatura delle nebbie nordiche, ero in possesso di tutta la mia comprensione, e nella mia mente i vocaboli stranieri acquisivano un significato preciso. Si trattava di espressioni parecchio alla mano, offensive e volgari, in tutto e per tutto simili a quelle che lordano le strade del Bronx. Astrid Lindgren era una persona a noi contemporanea; era "una dei nostri".

Tommy cominciò a dialogare vivacemente con lei e io smisi di tentare di comprendere. Spostai lo sguardo su quella sventola di segretaria: era la mia immaginazione sovreccitata o soltanto un effetto dell'incerta penombra che regnava nella stanza che rendevano tanto sfumato il suo profilo? Un po' preoccupato, tornai a volgermi tutt'intorno. In quella casa regnava un'atmosfera strana. Le due inquiline si muovevano in una luce crepuscolare, quasi granulosa, e si comportavano come se da qualche parte (nell'armadio? dietro l'assito? in cantina?) nascondessero degli scheletri.

D'improvviso gli avvenimenti precipitarono. Tommy aveva appena pronunciato qualcosa quando la vetusta signora allungò le braccia e, con forza insospettabile, pur restando appoggiata allo schienale di juta, afferrò per il bavero quel pezzo d'uomo del mio amico e iniziò a sbatterlo come se lui fosse una bambola.

Mi alzai, in preda a un tremore violento e convulso, e cercai di staccare le dita della vecchia dalla giacca di Tommy. Invano: lei era straordinariamente tosta e pareva più che mai decisa a fermare il demonio che aveva invaso la sua casa, il suo tempio, la sua anima. Solo che, per me, il demonio era lei. - Mi dia una mano! Faccia qualcosa! - urlai alla danese, che si limitò a fissarmi con aria inespressiva. Con un ultimo grido di rabbia, Astrid Lindgren sollevò il mio amico e lo scagliò contro la parete più distante. Un gran bel volo! Prima che potessi soccorrerlo, Tommy si rialzò da sé con uno spasmodico sussulto e prese a massaggiarsi la schiena.

- Ma cosa...? - dissi, guardando dall'uno all'altra. Ero allibito, fuori di me.

- No, buono, zitto - mi ammonì lui, trattenendomi. - Non è niente. Niente.

La vecchia strillò ancora qualche impropero, quindi si interruppe bruscamente e si voltò di fianco con tutta la sua sedia a rotelle. Percorse un corridoio tra damaschi polverosi, sul tappeto tarlato, e infilò una porta ad arco. Tommy si pose prontamente sulla sua scia, insieme alla danese. Rimasi solo soletto in quella specie di vestibolo, chiedendomi se stessi delirando. Le voci, sempre concitate, mi arrivavano ora dalla biblioteca. Dopo un minuto o due ci fu il rumore di una strenua lotta e corsi a vedere. Inorridii. La carrozzella per paralitici era rovesciata e Astrid Lindgren riversa per terra, mentre Tommy e quella stangona di segretaria (o governante che fosse) la osservavano con aria pacifica, senza far nulla. La celebre scrittrice era immersa in una pozza di sangue, la testa spaccata, con i denti che uscivano dagli alveoli, contorta in una strana posizione: una gamba e il collo erano probabilmente rotti, la schiena innaturalmente arcuata.

E rideva. Rideva mentre parlava con Tommy, e adesso lo faceva in tono irritatamente calmo. Vidi che Tommy e la danese sorridevano, esaminando senza muoversi quel mucchietto di ossa spezzate.

Tommy annuì più volte, quindi ringraziò e uscì, trascinandomi con sé.

La voce sepolcrale della venerabile Astrid ci inseguì: - Hälsningar, med obegränsat vänskap! - Sembrerebbe una formula di maledizione, ma significa, più o meno: "Saluti e amicizia eterna!" Volgendo il capo, scorsi la taciturna danese che aiutava la vecchia a ricollocarsi sulla dannata carrozzella. Poi mi scaraventai fuori dietro al mio cicerone, lieto di lasciare quella casa e le pazzie che l'abitavano.

Una statale in ottimo stato e poco frequentata ci stava conducendo fuori dalla capitale; direzione: lo Småland. Il sole palliduccio che era sbucato dalle nubi rendeva più brillante il film che si svolgeva davanti ai miei occhi: campi arati, linde casette bianche e rosse, verande di legno, distese di fiori... L'aria era balsamica; tutt'altro che quella che si respira tra i canyon di N.Y., dove il cielo fugge veloce tra i grattacieli.

Mentre Tommy bruciava i chilometri, io ripensavo a Ninni, Jonna e Kaisa, le ragazze finlandesi con le quali avevo trascorso la notte. Ancora tremavo in tutte le giunture, e non solo per gli esercizi ginnici compiuti a letto. Il nostro bizzarro incontro con la veneranda scrittrice non voleva sparire dalla mia povera testa martortiata.

Il giorno precedente, mentre tornavamo in albergo, avevo accusato il mio amico: - L'hai ammazzata!

- Chi, la "signora delle fiabe"? Desidererei tanto farlo! Ma lei ha più vite di un gatto. - E non aveva aggiunto altro. Io, per scaricare la tensione, mi ero fatto arrivare in camera le tre troiette assetate di valuta yankee.

Anche al mattino Tommy non fece alcun accenno a quanto era accaduto nell'abitazione della Lindgren. Gli premeva solo di raggiungere al più presto Vimmerby, per deviare da lì verso un vicino villaggio. - Il mio pueblo perdido - mormorò, con le pupille fisse agli angoli degli occhi. Era dove - sosteneva lui - abitava la vera Pippi. Mi sembrò incredibile che uno potesse innamorarsi di una pupattola esaltata come quella, anche se si è nell'età dell'innocenza. Ma ormai mi aspettavo di tutto. Mi chiedevo unicamente come mai ero stato tanto stolto da voler seguire quel mio strambo collega nella sua terra natìa. L'Europa? Ve la do io l'Europa! Ah, ma una volta tornati a N.Y. Tommy mi avrebbe sentito! Avrei fatto di tutto affinché non avesse vita facile, alla Transputer Qasar. E anche fuori.

Appena dopo Vimmerby, si scatenò un violento temporale. Tommy grugnì in segno di assenso, come se avesse previsto il repentino mutamento di tempo, e guidò con il naso schiacciato sul parabrezza, a sfidare gli elementi. Vi era come un proposito di ferocia nella bufera, un'intensità furibonda nell'urlo del turbine, in quel tumulto brutale della terra e del cielo che pareva diretto contro di lui... contro di noi. Mi pareva che fossimo inghiottiti da un gorgo. Ma esageravo. Era tutto normale: quella regione era soggetta alle tempeste.

Come arrivammo al villaggio, il vento si placò di schianto e smise di piovere. Smontammo e percorremmo a piedi la strada principale. Il fango arrivava sopra le caviglie, il freddo fin dentro le ossa. Le case avevano un aspetto tranquillo, siepi di bosso per recinzioni, i muri netti, le finestre senza una macchia, le tendine di lino ricamato. Ma nel paesino non c'era nessuno con cui poter parlare o solo chiedere un'informazione. L'antica popolazione di contadini, osti, artigiani e rigattieri era stata sostituita da una popolazione altrettanto barbara di videoidioti.

Tommy imboccò un sentiero laterale per poi all'improvviso abbandonarlo; lo vidi passare in mezzo a due tigli gemelli. Al di là si apriva soltanto la brughiera, sovrastata da un cielo livido in cui pazzeggiavano i corvi. Volevo raggiungerlo aggirando gli alberi, ma lui mi intimò di tornare indietro e di fare come lui. Ubbidii nervosamente: passai tra i due tronchi e... vidi la casa. Strano non averla notata prima. Si ergeva alla periferia del villaggio, in mezzo a un giardino in rovina. Come il giardino, anche la costruzione aveva un aspetto assai trascurato. - Abita lì - annunciò Tommy.

- Pippi Calzelunghe?

- "Pippi Unghielunghe" - replicò il mio amico.

- Se mi dicessi che al Circolo Polare Artico vendono granite, non sarebbe diverso - commentai.

Ma lui si rifiutò di alimentare il dibattito. Si avviò invece speditamente al cancelletto, che si reggeva appena sui cardini, lo spinse (gooooooooouuuuuuuuu: un cigolio di strazio) ed entrò.

Calpestai le sue orme attraverso i tralicci d'ombre della fosca selva. Spiccai un salto quando un basilisco strisciò davanti ai miei piedi. Stavo ancora riflettendo su quella improbabile apparizione quando, nello spostare alcune felci, sentii un dolore lancinante a una mano: ero incappato in una pianta carnivora!

- Ahi! È peggio della giungla, qua! - mi lagnai, mentre strappavo la mia mano dalle mascelle di quella specie vegetale a me sconosciuta. Mi fece eco lo stridio di un uccello, vicinissimo al mio orecchio. Spaventato, balzai in avanti, girandomi a guardare: un cacatua stava sghignazzando. - Sciò, sciò! - feci. Ma quel volatile beota non abbandonava l'albero, come se vi fosse ingabbiato.

- Eh già - udii Tommy sillabare, qualche passo più oltre. - Non è cambiato niente...

- Da questa parte, imbranatucci! - risuonò ad un tratto.

Sentendo la voce, Tommy andò in subbuglio. - È lei - disse. E, scostando altri cespugli di quella folle, inverosimile verzura (krrrrrrrrrt sch), sbucò davanti alla casa.

Eccola lì, ritta sulla veranda, la creatura che era all'origine delle turbe del mio amico. Pippi: non era bella, ma non era neanche la morte. Aveva un volto verdastro, di quelli che non prendono mai sole, i capelli rosso tiziano stretti in due treccine rigide che se ne stavano ritte in fuori, di qua e di là dalla testa, un nasino a patata tutto spruzzato di lentiggini e la bocca larga, con una fila di denti bianchi e forti. In faccia era rimasta tale e quale alla Pippi dei film. Era una di quelle donne di cui sul momento si pensa: "Dio, che racchia!" Ma poi, a guardarla meglio... Feci scorrere lo sguardo sul suo fisico, coperto da un bizzarro vestito blu con le toppe multicolori, e trasalii: la natura le aveva dato le proporzioni schelettoniche più perfette che io avessi mai visto. Con quel corpo flessuoso, con quegli occhi sfolgoranti... insomma: con una manza del genere, trovai logico che qualcuno volesse tentare il colpaccio, anche a costo di affrontare un volo transoceanico.

- Sembri un teschio. - Così la donna salutò Tommy.

- Sei bella tu! - ribatté lui, contro ogni mia previsione.

- Spiegami una cosa, Tommuccio caro: ma quando viene Halloween ti infilano una candela accesa in bocca?

- No, perché?

- Infatti: ne hai già una in culo ed è la stessa cosa - fece lei, ridendo. - Anche da moccioso eri gayo come un carnevale orgiastico...

Vidi Tommy abbassare il capo. Ogni ipotesi di resurrezione era esclusa ab origine.

- Ma entrate, entrate! - ci invitò Pippi, o chi altri fosse. Si fece da parte per lasciar passare Tommy e, dopo che io ebbi salito i gradini di legno per seguirlo in casa, lei mi si accostò e... mi diede una strizzatina agli ammennicoli.

- Oddiosanto! - esclamai, attonito.

L'invereconda meretrice mi spinse oltre la soglia dicendo: - Hej då! Che uomo! - E la sua risata penetrò nel mio cervelletto con uno stridore atroce.

L'interno della casa era un unico guazzabuglio di oggetti disparati, per lo più di provenienza esotica. Quella Pippi viveva nell'entropia... Ma non era l'unica inquilina. In un angolo ombroso intravidi due figuri: un tizio basso dalla faccia di scimmia e un gigante con la benda su un occhio. Entrambi, come la donna, erano vestiti di miseria tarlata. Stavano sul chi va là, le mani sull'impugnatura della pistola che portavano alla cintura. La creatura scimmiesca doveva essere ghiotta di cioccolata: stringeva, nella sua mano libera, un tubetto di Smarties.

- Buono, Sig. Nilsson. Buono, Cavallo - li ammorbidì la loro padrona. - È solo il nostro piccolo Tommy. Vi ricordate di lui? - Detto questo, si pose accanto al mio amico. Guardare i due stare fianco a fianco era come osservare il mondo attraverso il fermo-immagine di un videoregistratore. In tutti gli anni intercorsi, Tommy era lievitato; i pantaloni cominciavano a tenderglisi pericolosamente sull'equatore, anche se il suo volto era smagrito. Ma Pippi era rimasta la stessa. Almeno dal collo in su. Il corpo era pure a una seconda, più critica occhiata, innegabilmente quello di una maggiorata.

- E Annika? - chiese lei. - Quella paciocchetta? La dolce lesbichetta? Non s'è rifatta viva con te?

- No, lei...- farfugliò Tommy.

- Ma sai che è stata qui?

- Annika? - balbettò il mio amico, gettando attorno occhiate selvagge. - Impossibile! Si trovava in Africa...

- Proprio così! Sull'isola di Taka-Tuka. Ma è voluta tornare apposta per vedermi! - Pippi rise. Quindi aggiunse, rivolta a me: - Questi due barbosi non facevano a tempo a salire sugli alberi che subito capitombolavano giù. Che schiappe!

Pur nella luce scarsa, notai che il mio amico era sbiancato in volto. Quale storia arruffata, quale passato terrificante legava tra di loro quei personaggi?

Mi apprestai a sfilarmi la giacca. Faceva caldo, in quell'ambiente.

- Ma voi siete stanchi! - appurò la donna, mutando registro. Mi fissò con le sue pupille a spillo e d'un tratto mi si appressò. Aveva la flessibilità di una bambina di nove anni. Involontariamente, sussultai. - Non è vero che sei stanco? - insisté, sempre fissandomi. Il suo musetto da topolino ne conteneva uno di ratto.

- Non proprio, signora. O signorina?

- Sei stanco, stanco... - litaniò la megera, senza distogliere lo sguardo dal mio.

- No! - scattò Tommy. Ma era troppo tardi. Emisi uno spettacolare sbadiglio.

- Beh, un pisolino non ci starebbe male...- mugolai con un sorriso ebete.

Un giorno Tommy ed Annika trovarono una lettera nella cassetta della posta, c'era scritto: "PER TOMY ED ANIKA: DEVONO VENIRE DOMMANI POMERIGIO DA PIPPI, PER IL SUO COMPLIANO. ABITI: CUELI CHE VOLETE". Tale fu la gioia dei due bambini che passarono sopra a tutti gli errori che c'erano in quelle due righe; loro sapevano bene che Pippi non era una scolara molto paziente, preferiva di gran lunga arrampicarsi sugli alberi...


D
ormii profondamente, cullato dal silenzio più assoluto. Non fu però un sonno privo di sogni. Ebbi la visione di Pippilotta Calzelunghe. Era seminuda, come nella fantasia umida di un fanciullo, solo che mostrava un aspetto differente. Nel sogno lei era simile ad Astrid Ericsson, sposata Lindgren: tutta grinze, con la capigliatura bianca arruffata (ma non si era ancora sciolta le buffe trecce), gli occhi orlati di rosso sotto folte e ispide sopracciglia, il naso adunco e la bocca sdentata. I lineamenti risaltavano ancora più orrendamente nella luce di centinaia di candele disposte in ogni dove. Insieme alla scimmia e all'uomo-cavallo, stava rincorrendo un uomo. L'uomo, che nel sogno mi sembrò avesse la stessa fisionomia di Tommy, vacillava tra lo scarso mobiliario. Mi chiesi se fosse ubriaco. No: dall'espressione dei suoi occhi compresi che aveva una qualche malattia. Compì una specie di piruetta, volgendosi verso i suoi inseguitori, e in quell'istante scorsi la macchia rossa sulla sua testa. Una brutta ferita? Era stato aggredito? Mi passò accanto urlando aiuto. La "ferita" era in realtà il suo cervello, che pulsava spaventosamente...

Ebbi un sussulto. Che incubo! "Per fortuna sono nella mia tana al Village..." Nell'aprire gli occhi, presi nota di due ombre che si avvicinavano, di oche che starnazzavano... Oche a Manhattan? Mi svegliai del tutto. Ero disteso su un'amaca. Qualcosa non quadrava. Mi sentii rabbrividire: regnava una temperatura quasi polare. Mi resi conto di essere a casa di Pippi; una casa equivalente a una climateca: luce solare e afa nel soggiorno, buio e gelo nella nicchia in cui mi trovavo. Tutti i climi, tutte le stagioni... - Tommy! - chiamai, cercando di rialzarmi. Ma le due ombre - l'una piccola, l'altra enorme - mi sollevarono come se fossi stato un fuscello e mi trascinarono nella stanza attigua: la camera da letto.

Il Sig. Nilsson e l'uomo-cavallo mi scaraventarono sul pavimento e lì mi lasciarono.

Pippi danzicchiava con letizia in una cornice di candele accese. Era scalza e indossava una tunica bisunta. Mi rialzai a fatica. Sul letto c'erano vestiti di donna ammonticchiati, e su quei vestiti a tutti frutti, spuntando da sotto il lenzuolo, si delineava un piede nudo. Mi parve di sentirmi portare via il cervello da un attacco di pazzia. Il piede era di consistenza cerulea, terribilmente esangue; assomigliava a quello di una bambola di gomma.

- È Annika - mi arrivò da qualche parte la voce del mio amico.

- Ma... è morta! - esclamai. Annusai l'aria. - E questo profumo...?

- Lei ha cosparso il cadavere con acqua di Colonia.

- Per via della puzza, fratellino! - proruppe la perfida strega dalla faccia di bimba, senza smettere di danzare. - Perché, vedi... qui fa caldo, e si sa... l'odore...

Mi volsi: Tommy era abbandonato contro lo stipite di una porta, simile a un pupazzo di stracci. Aveva così tanto dolore in sé che pareva dovesse implodere da un momento all'altro. - Adesso so tutto - articolò con voce impaurita. - Lei... ha confermato i miei sospetti. - Tentennò la testa. - Mettiti al sicuro! Scappa!

Mossi invece un passo verso di lui, verso il suo volto di malato. - Ma che hai?

Teneva le mani strette sul torace. Mi chinai e gliele tolsi a forza; e uno zampillo mi schizzò sulla faccia. Guardando la profonda ferita che gli pulsava nel petto, mi sentii lo stomaco in gola.

- Accid...! È stata lei?

Pippi intanto smetteva di danzare e mi puntava con i suoi occhi di ghiaccio. Distolsi rapidamente lo sguardo: non volevo che mi imbambolasse di nuovo.

- È la figlia della scrittrice - proseguì Tommy. - Pippilotta Ericsson: ecco come si chiama. È morta quando aveva tredici anni. Nel 1946. È una ghoul!

- Una... cosa?

- Una non-morta. Deve mangiare carne di cadaveri per rigenerarsi. Io e Annika non lo sapevamo, quando, molti anni fa, scoprimmo il passaggio tra i tigli.

- Ma se è morta, come...?

- Si è rifugiata in una specie di mondo parallelo - proseguì Tommy. - Lo stesso in cui ci troviamo noi adesso. Ti esorto: scappa!

"Una... non-morta? E tu mi porti da lei?" pensai. "Cacchione che non sei altro!" - Bene! - mi riscossi. - Ora andiamo a chiamare la polizia.

La risata stridula di Pippi mi impietrì. - Sei proprio gnucco, lo sai? Prova a lasciare questa casa. Sù, prova!

Corsi verso la porta, ma l'uomo-cavallo mi sbarrò la strada. Al che, Pippi si mise a cantarellare:

Buàcceli bàcceli

Bim bim bim

Buàcceli bàcceli

Bim!

Mi volsi: mi stava venendo incontro con le sue unghie lunghe sollevate ad altezza di viso. Ad un tratto, inopinatamente, abbassò le grinfie, sculettò con simpatia e mi osservò con aria putta. Stava tentando di sedurmi. - Tu non sei uno smidollato come quello lì - constatò. Aveva adesso una voce impostata, diaframmatica, con toni suadenti e una gradevole cadenza scandinava con vaghe punte anglosassoni. Il suo mantello si aprì e i seni mi guardarono dritto in faccia. Capii che l'unico modo per salvarmi era fingere di voler cedere alle sue voglie.

- Ti ruberà gli organi per rivenderli! - gracchiava nel frattempo Tommy. - Ti immergeranno in una soluzione di fenolo...

Ruberà... gli organi? Dunque Pippi aveva unito le sue esigenze cannibalistiche con il piacere di guadagnare? Il mio amico desiderava aggiungere qualcosa, ma la lingua gli restò sepolta nella tomba della bocca. Cavallo e Scimmia, a un cenno della loro padrona, si erano lanciati su di lui e ora lo trascinavano di là. Ma di là dove? Forse in giardino. "Magari" presunsi, "lo daranno in pasto alle piante carnivore."

- Sei molto bella - dichiarai, costringendomi a un sorriso. Squadravo la malvagia creatura evitando di cadere nel vortice magnetico delle sue pupille. Intanto riflettevo: scrivendo il suo più celebre libro per bambini, Astrid Lindgren aveva voluto erigere un monumento alla propria figliola. Un ritratto molto fedele. In effetti, Pippi Calzelunghe è una figura di cui è impossibile fare la parodia, essendo l'originale già troppo stravagante nella realtà. Realtà? Bisogna andarci piano con questa parola. La "Pippi" delle storie per l'infanzia ha ugualmente il viso pieno di lentiggini ed è uguamente dotata di incredibili poteri; ma è pasticciona, allegra, divertente, e i suoi poteri sono tutt'altro che abominevoli. Quest'altra, di contro...

Ormai mi era addosso. Mi sentii accapponare la pelle. Il suo pur splendido corpo emanava un odore di morchia che metteva la nausea. Il mio cuore - quest'organo poco affidabile - batté come impazzito mentre ricambiavo l'abbraccio. Dapprima me ne ristetti come un loffio tra le poderose braccia di Pippi, la faccia premuta contro i suoi seni di granito. Mi sentivo come uno straccio nella bocca di un cane. Tremavo nell'aspettativa che lei mi spiedinasse con i suoi artigli. Eppure... e dovrei forse vergognarmi ad ammetterlo... ebbi un'erezione da Guinness dei primati.

- Aspetta - gorgogliò Pippi. Mentre andava in bagno, le sue natiche vibrarono. L'andatura era quella di una pantera. Cominciai a spogliarmi. Lei tornò subito e fu chiaro che le piacque quanto vide. - Giù! - ordinò imperiosamente, indicando il letto. Annuii e mi ci adagiai sopra, il più lontano possibile dal cadavere di Annika.

Pippi rise, si leccò le labbra e quindi mi scagliò addosso tutte le sue grazie perverse. Cominciò a cavalcarmi: uno strazio crudelissimo. Io non ho mai temuto l'incontro con il lato più oscuro della carne; tuttavia, mai come allora mi capitò di maledire il sesso e i suoi derivati. Schivai la sua lingua mostruosamente lunga girando di colpo la testa e mi ritrovai a osservare la fu Annika: da quel che scorgevo da sotto le lenzuola, il corpo non mostrava segni particolari di trattamento epidermico; ma aveva, nella zona omero-scapolare, una larga, pallida ferita che lasciava scoperte le ossa, come per il rosicchiare di ratti. Mentre la lingua di Pippi mi lavava l'orecchia, capii che anch'io avrei fatto una brutta fine. Attesi dunque che la scalmanata ansimasse a un ritmo più accelerato (e corrugai la fronte, sbirciandola come se incuriosito dal fenomeno), poi sollevai di schianto le ginocchia, staccandola da me, e le diedi un'energica spinta con i piedi, facendole spiccare un volo. Infine, scivolando dal letto (e qui la mia fronte si spianò), corsi via.

Sentii che lei, mentre rotolava sul pavimento, emetteva un suono come di scorreggia o sghignazzata sardonica. Passando in fretta da un clima all'altro, imboccai l'uscita e girai dietro l'angolo di casa. Il giorno stava declinando. Gli alberi, neri e sinistri, sembravano appoggiarsi l'uno all'altro, nella luce morente. Sebbene il giardino offrisse numerosi nascondigli, non covavo illusioni: Pippi e i suoi laidi scagnozzi mi avrebbero ritrovato anche in quella perfetta riproduzione di giungla. Continuai perciò a correre, nudo come un verme, convincendomi di essere non un uomo ma una macchina d'acciaio. Sul retro di Villa Dolcemorte, l'occhio mi cadde su un notevole ammasso di carname. Si trattava di tessuto connettivale degenerato, pelle di pollo, noduli, adipe putrefatto... Intuii che anche quello schifo era destinato alla banca di organi. Non solo il fegato, il cervello, i reni, il cuore: di un uomo viene usata ogni cosa, e persino gli scarti degli scarti vengono riciclati, per produrne semenza o mangime per le bestie.

Fattfattfattfattfattfattfatt... Udii lo scalpiccio di passi incredibilmente veloci sul legno della veranda, accompagnato da un grido incomprensibile: Pippi era letteralmente montata sulle furie. Pur se conservavo un notevole vantaggio, e pur se mi ero lasciato la casa alle spalle e già affondavo nella vegetazione (cercando di ignorare le sferzate al volto e le fitte alle piante dei piedi), disperavo di poterla scampare. Una cosa era certa: non intendevo lasciare Tommy alla mercé di quei mostri. O la facevamo franca in due, oppure...

Superai qualcosa che sembrava la mangiatoia dei porci: era colma di teste scoperchiate, arti maciullati, carne straziata. "Avanti, avanti!" mi esortai. "Tu sei una locomotiva, non un uomo." Infilai a gran velocità un cespuglio di rovi. Ormai avevo graffi dappertutto; sanguinavo dagli arti, dall'inguine, dalla fronte. Poco più avanti si innalzava una collinetta formata da corpi sventrati, assemblati là dopo che ne erano stati asportati gli organi. Riflettei, en passant, sull'orrenda delittuosità a scopo di lucro degli anonimi mercanti che penetravano fino a quella dimensione parallela per recuperare il materiale offerto loro da una belva dalle forme donnesche.

A circa trenta metri dalla casa, in mezzo a un intrico di vegetazione possibilmente più fitto, c'era una specie di casupola per gli attrezzi. Era poco più grande di un canile, ma abbastanza spaziosa perché ci giocassero tre bambini. Aveva il colore grigio muschioso di una roccia ospitante colonie di vermi. Mi accorsi con orrore che le pareti erano formate da teschi.

Mi arrestai di colpo. Il vomito mi salì in gola, mozzandomi il respiro. Volevo cambiare direzione quando sentii fruscii, voci concitate, un avvicinarsi di passi: anche il Sig. Nilsson e Cavallo mi stavano alle calcagna. Senza pensarci due volte, mi abbassai e sgusciai attraverso lo scomodo ingresso. Nella semioscurità, individuai Tommy: un uomo grande, pesante, con gli occhi sgranati sul nulla. Lo avevano legato a una delle travi che reggevano il tetto dell'angusta costruzione. Alzai lo sguardo: il tetto era costituito da clavicole e altre ossa umane incrociate. Con un balzo fui sul mio amico e cominciai a slegarlo. Era ridotto male, anche perché aveva perso parecchio sangue. La bocca sul suo torace sembrava essersi allargata. Per Pippi, Tommy sarebbe rimasto sempre l'eterno pupo su cui saggiare le sue zanne da latte o i suoi artigli di gatta selvaggia. Tommy ansimò. Avrebbe voluto ringraziarmi, ma non fu in grado di pronunciare alcunché. La sua temperatura corporea era salita di qualche grado, la salivazione azzerata, la frequenza dei battiti delle ciglia raddoppiata. Aveva paura. Non lo biasimai: ne avevo anch'io.

- Siamo ad ogni modo fregati - gli dissi. E difatti: ecco che già, oltre la soglia, ondeggiavano delle ombre. Udii il comando iroso di Pippi. Scimmia fu il primo a intrufolarsi all'interno e, poiché era di infima statura, non dovette nemmeno chinarsi. Dietro di lui apparì il ciclopico Cavallo. Ambedue erano armati di frusta e desiderosi di punirmi. Franai lentamente sotto le loro nerbate. Prima di svenire, mi sorpresi a constatare che era proprio la scimmia a colpire con maggiore violenza. Non aveva più i suoi Smarties - presumibilmente li aveva persi durante l'inseguimento - e doveva essere entrata in crisi di astinenza.

L'uomo-cavallo e il Sig. Nilsson stavano pasteggiando con il mio corpo. Mai avevo provato una felicità così suprema. Trovavo stupendo, celestiale, essere divorato sotto lo sguardo benevolo di Pippi. Lei portava al collo una conchiglia king size e ballava in una variopinta cornice di piante tropicali. Per me, per noi, il tempo non aveva più importanza. Ci trovavamo a Taveuni, l'isola delle Figi situata sul meridiano che segna il cambiamento di data. Non percepivo la musica, ma in compenso mi arrivavano all'udito gli strani rumori notturni che caratterizzano tutti i corridoi d'albergo:

daaaaaaaaaaaaaaaaa
p
schlas... e... fr

Cominciai a inquietarmi: lei era al di là della linea. Quella linea che, idealmente, taglia in due Taveuni, facendo sì che una parte dell'isola sia sempre avanti di un giorno rispetto all'altra metà. Tentai di raggiungere l'Amata, ma i due sgherri mi trattennero. E ora avvertii pure la fitta ai lombi. Provai a tirarmi su, aggrappandomi a una liana. Misi a fuoco la vista: non era una liana, ma il tubicino di una flebo, e nel tubicino scorreva sostanza ematica.

- Sveglia, sveglia!

Nel massaggiarmi le reni doloranti, scoprii di avere un buco, lì dietro. Osservai la mia mano impastricciata di rosso ed emisi un grido di dolore, mentre il morso dell'orrore mi agguantava allo stomaco.

- Vieni, svelto! - gridò Tommy, staccandomi dalla schiena, con un gesto brusco, la cannula di gomma.

Gemetti e cercai di trasmettere impulsi ai miei muscoli adduttori. Non so più come riuscii a fuggire dalla bolla di aria mefitica che era la mia prigione. Mi ritrovai a passare sopra a un corpo inanimato e, preceduto da Tommy, strisciai in mezzo alla boscaglia, le urla di un porco al macello. Nel giardino ne mangiai non poca, di terra verminosa. Ma, quando superammo il cancello, alla tortura fisica e all'angoscia si mescolò la gioia. Riuscii finanche a rimettermi in piedi. Una domanda mi assillava: come avevamo potuto salvarci?

Lo avrei appreso soltanto ore dopo, mentre un dottorino mi ricuciva il buco alla schiena; lo stesso dottorino che attestò a Tommy una "ferita toracica al quarto spazio intercostale sinistro, penetrante in cavità, con lesione superficiale del polmone". Nel mio semicoma, avevo creduto che gli sgherri di Pippi mi stessero mangiando, mentre volevano in realtà sottrarmi i reni - entrambi i reni. Mi trovavo appunto sotto ai rozzi ferri di quei macellai quando Tommy, l'ex guitto, aveva compiuto la più grande prodezza della sua vita: si era messo a recitare alcune preghiere, formando una croce con gli indici alzati. Sembrerebbe una soluzione fin troppo semplice, addirittura banale, per sconfiggere le creature del regno dei morti; ma non lo è. Come lui in seguito mi spiegò, aveva dovuto fare uno sforzo immane per recuperare tutte le energie d'amore, tutto il candore e tutta l'innocenza che aveva posseduto da bambino. I ghouls sono spesso immuni agli incantesimi, ma temono i simboli sacri e i chierici del bene. Mentre il trio infernale retrocedeva in preda al panico, Tommy aveva raccolto il coltello con cui stavano squartandomi e li aveva infilzati - un, due... tre! -, mirando dritto al cuore.

- Con Pippi non ho mostrato abbastanza saldezza di mano - narrò. - Ho dovuto affondare la lama più volte e poi girarla e rigirarla, facendole fare una fine atroce.

"Beh" pensai, "niente male per un non-violento a 18 carati come lui." Così, gli era finalmente riuscito di esorcizzare il destino che stava patendo da troppi anni.

- Sarebbe stato meglio - specificò, - se avessimo avuto dell'acqua santa. Sui ghouls, l'acqua santa ha lo stesso effetto dell'acido solforico...
 

Ci rivedo ancora adesso ripassare tra i due tronchi di tiglio come una coppia di disgraziati miracolosamente riaffiorati dal maelstrom. Ritornavamo al mondo dei vivi avvolti in bende sudicie, stracciati, smunti, avviliti. Ovviamente, i quotidiani non parlarono di "ghouls", ma di una banda di delinquenti "oltremodo crudeli".

"La polizia ha brillantemente risolto i misteriosi casi di kidnapping..." scrissero. "Kidnapping": un vocabolo che nel tranquillo Småland prima era completamente sconosciuto e che tanto più alieno suonava alle orecchie degli abitanti del villaggio. Nel corso dei decenni, i troppo flemmatici villaggiani avevano creduto che le improvvise scomparse di loro parenti e conoscenti fossero la conseguenza di colpi di testa momentanei, separazioni tra coniugi, crisi esistenziali... o della noia. "Saranno andati a Vimmerby o a Stoccolma" era l'opinione comune. "Oppure all'estero." Già: e perché non a Taka-Tuka?

La polizia sbarrò la zona dove sorgevano i tigli gemelli e una loro squadra speciale superò la magica soglia per occultare ogni prova, ogni evidenza. Nessun fotografo ebbe mai l'occasione di immortalare l'orrida immagine di cadaveri accatastati, quei cadaveri che furono il cibo di una non-morta dai capelli pel di carota: non corpi da mutare e da mutilare bensì corpi già mutati e mutilati. Nel dimenticatoio finirono anche il Sig. Nilsson e Cavallo, due mangiatori di bimbi e rapitori di coppiette (inculavano le donne, sbudellavano i loro amanti...). Come spiegare un accaduto del genere a una nazione che si reputava tre le più civili e progredite?

Circa il mercato nero degli organi, in Svezia e nel resto della Scandinavia vi furono diverse interpellanze parlamentari che sfociarono in una legge comune. La nuova legge, paradossalmente, rendeva libero quel mercato, anziché inibirlo.

I resti di Annika, la compagna saffica di Pippi, vennero infilati in un modesto loculo, e oggi c'è chi le porta ogni tanto dei crisantemi. Ben altro risalto ebbe il funerale di Astrid Lindgren. Assistemmo in tivù, nella nostra stanza d'albergo, all'ultimo viaggio della scrittrice: dentro una bara bianca in una carrozza a vetri trainata da quattro cavalli. La riconducevano a Vimmerby, dov'era nata...

- Lo vedi che ti sei liberato anche della vecchia? - dissi a Tommy.

Nessuna risposta da parte sua.

Per due-tre giorni, su ogni canale apparì Inger Nilsson, che aveva interpretato il personaggio di Pippi Calzelunghe ed era ormai una donna di oltre quarant'anni ma ancora bella. E furono mostrati anche, naturalmente, alcuni spezzoni dei famosi telefilm.

- Guardati là! - esclamai. - "Ritratto giovanile di eroe"!

Tommy abbassò le palpebre. La sua voce mi giunse come dalle viscere del pianeta: - Non sono io. Non lo sarò mai piú.

Tornammo in America per cercare di riprendere il filo della nostra esistenza. Mi dicevo che Manhattan, "la Cosa Luccicante", avrebbe risanato ogni ferita. Ovviamente avevo raccomandato a Tommy di non raccontare a nessuno della pazzesca esperienza che avevamo appena vissuto. Ma lui non si fece più vedere al lavoro e più tardi alcuni colleghi mi riferirono di averlo visto predicare per strada come un forsennato: voleva avvisare il mondo intero della minaccia dei ghouls! Era impazzito? La gente lo avrebbe deriso e fatto a pezzi!

Lo cercai, e nulla. Lo chiamai anche sul cellulare, ma non rispondeva. Finché non scoprii che era stato internato al Bellevue, in una cella dai muri imbottiti.

Oggi ripenso saltuariamente a Old Europe; o, perlomeno, a quella da me conosciuta. E vedo una galleria di ritratti un po' obliqui di individui altamente convenzionali, un museo di gesti e azioni banali. Ma il tutto osservato come sotto la lente d'ingrandimento: un paesaggio organico in cui cute e sottocute, ghiandole, arterie, vene, nervi e quant'altro sono orrendamente messi a nudo.

 

(c) franc'O'brain

                    

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