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altre info sui THE WARLOCKS
The Warlocks + Sleepy Jackson di Marco Vecchione
Milano (Rainbow Club), 1 Novembre 2003
Atmosfera intima, ambiente familiare ad accogliere Sleepy Jackson e The Warlocks al Rainbow, storico locale della Milano musicalmente sotterranea.
Sguardo nel vuoto, la testa altrove, da qualche parte che nemmeno tu riuscivi a spiegarti.
Si inizia, puntualissimi, verso le 20,30.
I primi a salire sul palco sono gli Sleepy Jackson, combo australiano, capitanato dal nuovo genietto pop autarchico, già coccolato dalla stampa inglese, che risponde al nome di Luke Steele. Un tizio che a quanto pare si trova molto a suo agio durante le esibizioni dal vivo; con sicura fermezza traghetta l'esibizione dei suoi "vitali" scudieri in modo sapiente. 
Sul palco sono in cinque, voce e chitarra per Steele, una chitarra solista, un basso graffiante e una batteria capace di solidità e inventiva senza bisogno spiccare. Me ne rendo conto, ne ho tralasciato uno. Ho detto cinque, e cinque siano. Sul palco saltellava anche un allegro buontempone addetto ai "versi" che inizialmente credevo essere uno spettatore (contorsionista) ubriaco, non fosse stato per le fattezze del tutto australiane, che me lo hanno poi fatto catalogare alla categoria “artisti”.
Musicalmente il quintetto (monco…), sfodera un rock'n'roll sorprendentemente eclettico. Non viene dato alcun punto di riferimento all'ascoltatore, immerso ora in uno stridore di chitarre ai limiti del punk (nell'accezione maggiormente colta) più psichedelico e invasato, ora in un metal dai toni levigati, si sconfina poi in cavalcate di rockabilly classicheggiante à la Cramps per finire con tenori rumoristici tipicamente anglosassoni, derivati dalla stima per formazioni di moderna psichedelia d'Albione quali Mercury Rev e i maestri Flaming Lips.
L'elemento visivo, soprattutto nel trucco forzato di Luke sembra portare alla luce una sorta di anima glam, la quale non è però riversata in eguale misura nel sound che il gruppo esprime. Molto grezzo, cattivo, a tratti allucinatorio. Luke e soci danno anche vita a simpatici siparietti ironici, in cui scappano in modo inequivocabile battute e paroline italiane tra le più semplici, utilizzate anche nei saluti preparatori all'arrivo sul palco della band successiva, "Are you ready for the Warlocks?", dice Steele al termine dell'oretta espansa del live. 
In sintesi, teneteli d'occhio.
Eccoci pronti per affrontare il concerto (non per tutti, ma per molti) più atteso della serata, quello dei Warlocks, l'ennesima band con l’articolo "The" davanti al nome, fatto che sta iniziando a stancarmi, anche perché stona in modo orribile con il nostro articolo "i". Dunque, sono sempre costretto a togliere "The". Che la smettano!
Salgono sul palco mentre io mi sto ancora bevendo un drink al tavolo, ma in un nanosecondo schizzo in prima fila. Con la birra ancora lì, a bagnare l'ugola.
The Warlocks dunque. 
Americani di Los Angeles, il cui leader, Bobby Hecksher, è finito sulla West-Coast dalla sua nativa Florida. Quello che si chiama un progetto tipicamente underground. Nelle corde. E non solo per il legame velvettiano. 
In sette sul palco: Hecksher, chitarra e voce, altre due chitarre (una classicamente solista, una più effettistica), un basso, tamburello tastiere e rumorini ad opera della bionda della band, e due batterie affiancate, in assetto da battaglia. Pronte a ucciderti. Anche i Grateful Dead ne avevano due, tanto per rimanere in famiglia.
Le atmosfere iniziali, languidamente appesantite e circolari, mi hanno subito portato alla mente i percorsi musicali dei Black Heart Procession di "2". Come se quegli stessi BHP fossero stati iniettati di elettricità e svuotati dalla vena tipicamente acustica e sussurrata. Anche la vocalità di Hecksher si muoveva "stranamente" surrogando quella, ancor più dilaniata, di Pall A. Jenkins. Due marce infernali a tempo rallentato, infarcite da pennellate chitarristiche di stampo lisergico che ti trasportavano, soprattutto se fissavi l'ipnotico neon blu che tartagliava sul palco, in mondi sommersi, parallele dimensioni psichedeliche tanto care ai nomi di Spiritualized e Spaceman 3. Sguardo nel vuoto, la testa altrove, da qualche parte che nemmeno tu riuscivi a spiegarti.
Successivamente i Nostri, ci hanno portato per mano dentro un mondo diversamente deviato. Un mondo maggiormente spigoloso e arzigogolato, a sfiorare atteggiamenti degni di ricordare da vicino i (grandissimi, a mio parere) Butthole Surfers e la più allucinata new-wave psichedelica degli 80's. Riff rubacchiati (con dovizia) qua e là, giri di chitarra semplici ma diretti, attentati al cuore, come dimostravano i due baldi cinquantenni che ondeggiavano la testa sotto il palco, in segno di approvazione. Che suonino forse retro-rock? Io non lo direi. Semplicemente sono capaci di recuperare. Di ricreare, utilizzando quegli strumenti messi loro a disposizione dalla lunga e camaleontica storia del rock. Di certo non “inventano” nulla di nuovo.
Ma sanno ben miscelare le loro carte in un prodotto vario e sempre intelligente, melodico e talvolta esteso, senza arrivare mai alla possibile noia di troppo prolisse jam-session. Per la cui esecuzione serve esperienza (quella cha ancora manca loro), tecnica (da affinare), genialità (in progress?) e molto affiatamento, dote, quest'ultima che non sembra mancare affatto ai Warlocks. A dimostrazione di ciò, il fatto che durante l’esibizione nessun intoppo è intercorso, il lungo cerimoniale messo in scena ha seguito perfettamente i suoi binari, tra svolte, rettilinei, e dossi più o meno ripidi.
Passata la parte più propriamente punk ci facciamo, in ultimo, felicemente fulminare da quel muro sonoro che è Hurricane Heart Attack e successivamente cullare da quel gioiellino di acid-pop che è Baby Blue, due dei momenti più apprezzati dalla platea, in termine di urla selvagge e applausi.
Un'altra manciata di pezzi e, dopo il ritorno sul palco, l'oretta e mezza di accarezzamento cerebrale è finita.
Al termine delle ostilità Hecksher distribuisce pezzetti, strappati al momento, di una storiella scritta da lui stesso e li cede al pubblico insieme a qualche plettro gentilmente omaggiato ai più agili del pubblico.
Un gruppo di timidi (poche le parole tra i pezzi), che conosce le proprie vie di percorrenza; in un mare di musica da happy-hour conviene tenerceli stretti e concedere loro il tempo per migliorare, perché le emozioni  suscitate questa sera sono rare a trovarsi.
E coloro che le rendono possibili vanno attentamente preservati.