Alice  |  Tin.it  |  Foto album |  Disco remoto |  Community 
 

Per una prospettiva socialista in Medio Oriente

Fermare la shoà del popolo palestinese!

L’ennesimo assalto alla palazzina dell’Olp a Ramallah costituisce l’ultimo atto di una guerra genocida condotta dai dirigenti sionisti contro il popolo palestinese. Se Arafat sarà costretto all’esilio o no è un dettaglio secondario: gli israeliani hanno già nei fatti stabilito un controllo militare totale sulla striscia di Gaza e la Cisgiordania, con il sostegno esplicito degli imperialisti americani e della Nato.

Dall’inizio della “seconda Intifada”, sono ormai oltre due anni che lo Stato d’Israele impiega tutto il suo potenziale bellico contro la popolazione civile, bambini compresi, accusata di fomentare il “terrorismo”. La distruzione del campo profughi di Jenin e poi di Ramallah, l’assalto alla chiesa della Natività, il blocco della “linea verde”, il blocco delle acque del Giordano, ecc. dimostrano che Israele non ha alcuna intenzione di lasciare la benché minima autonomia all’Autorità palestinese né politica né economica.  

E in effetti i territori controllati dall’Anp costituiscono veri e propri Bantustan, completamente subordinati allo Stato sionista: i lavoratori arabi dipendono da Israele per il loro sostentamento. Ed è così sufficiente impedire l’accesso alle strade che dalle città arabe conducono a quelle israeliane per ridurre alla fame centinaia di migliaia di famiglie palestinesi. Questo semplice dato mostra l’impraticabilità di uno Stato palestinese indipendente nei territori occupati. Ma mostra anche la potenzialità di una lotta di classe comune araba-israeliana contro i comuni sfruttatori capitalisti. I lavoratori arabo-palestinesi e ebrei israeliani devono trovare la strada dell’unità di classe, laddove le loro rispettive borghesie cercano di dividerli lungo linee nazionaliste.

Una politica neonazista

I governanti israeliani giustificano la guerra genocida contro i palestinesi come risposta agli attacchi terroristi suicidi delle ali più estreme del fondamentalismo islamico. E accusano di antisemitismo chiunque si opponga alla politica espansionista dello stato sionista. In tal modo chiunque non sostenga il genocidio del popolo palestinese è accusato di antisemitismo. Questo ricatto è inaccettabile.

Con la loro politica del tallone di ferro i sionisti hanno provocato gli attacchi terroristi indiscriminati, assunti apretesto per l’escalation della repressione. Il progetto sionista è lo stesso del 1948: la “pulizia etnica” e la costruzione di uno Stato teocratico uniforme, da ottenere attraverso la  deportazione della popolazione araba palestinese da Gaza e dalla Cisgiordania, la drastica riduzione della presenza araba in Israele e la ricolonizzazione sionista.

Chiunque si opponga va incontro a una sanguinosa repressione. Lo storico Morris, in un’intervista apparsa sul Corriere della sera del 21 settembre, rilancia apertamente l’ipotesi della deportazione di massa della popolazione araba, la rimozione di Arafat e la fine dell’Anp.

Questo ricorda la strategia nazista nell’Europa occupata, in particolare in Polonia e nell’Urss. Le operazioni condotte a Jenin e Ramallah hanno l’odore delle operazioni della Wehrmacht nella seconda guerra mondiale contro i ghetti ebrei delle città conquistate.

Jenin e Ramallah, in quanto presunti focolai di “terroristi” sono state rase al suolo, come Guernica. Questa “punizione collettiva” è la stessa inflitta dai nazisti a Lidice in Cecoslovacchia, o dagli imperialisti americani a My Lai in Vietnam.

In Israele e negli ambienti politici nostrani si reagisce con oltraggio a tali paragoni. Ma, come ha sottolineato uno storico della Shoà, Norman Filkenstein, “se non vogliono essere paragonati ai nazisti, cessino di comportarsi come tali”. 

Non è difficile immaginare la risposta palestinese: ulteriori attacchi suicidi allo scopo di “demoralizzare il nemico” terrorizzando la popolazione civile israeliana. In quanto marxisti non approviamo il terrorismo indiscriminato contro la popolazione civile, ma dobbiamo constatare che le azioni suicide sono frutto della disperazione generata dall’oppressione sionista.

Di fronte alla potenza di fuoco dell’esercito israeliano, la disperata resistenza dei combattenti palestinesi, fatta di pietre e fucili, di attacchi suicidi e ordigni rudimentali, richiama la lotta degli ebrei del ghetto di Varsavia contro i loro carnefici nazisti. In Palestina oggi gli ebrei, nel senso dei perseguitati, sono i palestinesi. I sionisti i loro carnefici.

E come sempre le vittime sono i più deboli. 285 bambini palestinesi (di meno di 10 anni) uccisi. Senza contare gli oltre 7000 feriti, le scuole chiuse, la permanente carenza di scuole, cibo e ospedali, l’impossibilità di recarsi al lavoro. Tutto distrutto dalla furia sionista.

Ciò che accade in Palestina è parte di una più ampia campagna di guerra degli Stati Uniti, cui si accoda l’Europa imperialista, per assicurarsi le riserve di petrolio del pianeta. Mentre Israele conduce la sua versione di “soluzione finale” del popolo palestinese, gli Stati Uniti hanno ridotto l’Afghanistan a un cumulo di macerie e si preparano, col sostegno esplicito del governo Berlusconi , a fare altrettanto in Iraq.

La “balcanizzazione” dei popoli arabi mediorientali è stata imposta dall’imperialismo britannico nel corso della lunga dominazione in Medio Oriente e rafforzata nel secondo dopoguerra, quando l’imperialismo nordamericano ha rimpiazzato quello inglese. La nascita dello Stato sionista, con il suo potenziale bellico, composto tra l’altro di armamenti nucleari che possono distruggere le capitali arabe in pochi secondi, è servita a mantenere questa balcanizzazione mediante la quale gli imperialisti controllano le riserve petrolifere e quest’area strategica

Balcanizzazione degli stati arabi e stato sionista

Tutti i tentativi di “unità araba” si sono scontrati con gli interessi contrapposti delle borghesie arabe, sui quali hanno giocato gli imperialisti con la loro politica di divide et impera. Dalla guerra del Golfo alla recente guerra in Afghanistan gli imperialisti hanno trovato sempre delle borghesie arabe compiacenti a sostenerli. La popolazione araba palestinese è stata vittima della borghesia araba non meno  di quanto non lo sia di quella sionista. Basti pensare al Settembre nero, a Sabra e Shatila o Tall el Zaatar, dove settori della borghesia giordana o libanese hanno partecipato attivamente al massacro dei combattenti palestinesi e delle loro famiglie.

E’ in questo quadro, tra l’altro, che si è sviluppato il panarabismo islamico del ventesimo secolo. Di fronte al fallimento della politica dei partiti stalinisti, che per un quarantennio hanno sostenuto i vari nazionalismi arabi in lotta tra di loro, in seguito al crollo dell’Urss che aveva appoggiato le aspirazioni di parte della borghesia nazionale araba, le forze islamiche reazionarie, che puntano alla ricostruzione del vecchio impero di Maometto, sono riuscite attraverso una fraseologia radicale, a rafforzare la loro presa sulle masse diseredate, i contadini e i poveri. Ma non è solo questo: le forze reazionarie islamiche, da Al Quaeda ad Hamas, hanno ricevuto sostanziosi finanziamenti e addestramento militare per il ruolo anticomunista e anti-Olp giocato ovunque gli interessi imperialisti fossero in gioco: dall’Afghanistan alla Bosnia alla Palestina. E così, quando nel 1991 Arafat rifiutò di condannare l’invasione del Quwait da parte dell’Iraq, i regnanti sauditi hanno stornato su Hamas, che si era opposto all’invasione, le somme destinate all’Olp. Non è un mistero che Al Qaeda e l’intero Afghanistan talebano siano stati una creatura dell’imperialismo americano che li ha sostenuti in funzione antisovietica tramite il Pakistan. Adesso che la guerra fredda è stata vinta l’imperialismo ha scaricato questi fantocci anticomunisti, che si sono ribellati ai loro vecchi padroni. Lo spettacolare attacco terrorista  alle torri gemelle, l’11 settembre dell’anno scorso, da parte dell’ex alleato anticomunista Osama Bin Laden, ha mostrato la capacità di organizzazione e di distruzione del fondamentalismo islamico più radicale. E nello stesso tempo ha presentato Al Qaeda come gli antiamericani più conseguenti.

In realtà dietro la retorica antimperialista si nasconde il progetto di una frazione della borghesia dei paesi arabi che vuole rinegoziare con l’imperialismo il controllo delle riserve petrolifere ritagliandosi una maggiore fetta di profitti.  Se riuscisse, questo programma di re-islamizzazione radicale costituirebbe una trappola mortale per i contadini, i lavoratori e soprattutto le donne. Sarebbe un Afghanistan talebano o un Iran khomeinista esteso a tutto il Medio Oriente. Il fondamentalismo islamico inoltre, che mira a distruggere lo stato di Israele tout-court e non opera una differenziazione di classe nella società israeliana ottiene il risultato di compattare sfruttati e sfruttatori sull’ideologia sionista, fornendo ai governanti di Tel Aviv il pretesto per ulteriori massacri in nome dell’“autodifesa” dello Stato d’Israele. Il terrore islamico antisemita alimenta la presa sionista sulla popolazione israeliana, mentre la repressione sionista rafforza il ruolo di Hamas. Sotto la pressione degli attacchi del fondamentalismo islamico lo spettro politico israeliano si è mosso rapidamente verso destra.

Per una prospettiva socialista in Medio Oriente

Se da una parte le diverse borghesie mediorientali hanno mostrato la propria incapacità di sottrarsi al divide et impera imperialista e procedere alla realizzazione dell’unità politica del Medio Oriente arabo, d’altra parte l’esistenza dello Stato sionista d’Israele costruisce, dal 1948, la realizzazione del diritto d’autodeterminazione del popolo ebraico, un diritto tradotto in pratica a spese della popolazione araba palestinese. La costituzione dell’unità araba su tutto il territorio della Palestina storica, come risultato della vittoria del programma panarabo, significherebbe la persecuzione, la deportazione e il massacro degli ebrei israeliani.Qualsiasi soluzione nazionalista alla questione israelo-palestinese è dunque implicitamente genocida. Nel 1948 la costruzione dello Stato d’Israele ha significato l’espulsione in massa della popolazione palestinese, l’edificazione di uno Stato perennemente in guerra con i vicini arabi, la cui sicurezza viene oggi garantita solo dal possesso di armi di distruzione di massa e dal sostegno dell’imperialismo Usa.

Bush e Blair diffondono i dati allarmanti sulle potenzialità dell’armamento irakeno per giustificare un attacco “preventivo” su Bagdad, osservando, tra l’altro, che i missili di Saddam Hussein possono colpire Israele. Ma Israele possiede già un potenziale atomico pari a quello della Cina o della Francia, e ha già bombardato le capitali arabe.

Del resto la situazione geopolitica attuale della Palestina è il risultato della spartizione del 1948, tra Stato d’Israele e regno hashemita di Giordania. E oggi i palestinesi sono utilizzati come pedine da sacrificare o mantenere dalle diverse borghesie arabe. Nel contesto storico odierno, e con gli attuali rapporti di proprietà capitalistici, è impossibile la realizzazione del diritto d’autodeterminazione del popolo palestinese. Occorre rovesciare lo Stato sionista e  i vari regimi reazionari arabi della zona, tirannici, discreditati e fragili.

Ma a questo scopo è indispensabile il superamento dell’orizzonte nazionalista e la necessità di legare la lotta nazionale palestinese alla lotta di classe che si sviluppa nei paesi arabi e in Israele. Oggi più che mai nello scacchiere mediorientale l’alternativa è tra la guerra nucleare tra Israele e i suoi vicini arabi, con conseguenze disastrose per tutto il pianeta, e la rivoluzione socialista che unisca oppressi, lavoratori e contadini poveri palestinesi, arabi e israeliani.

Benché in  preda a una crisi economica profonda Israele costituisce la nazione economicamente più avanzata nell’area ed è profondamente polarizzata lungo linee di classe: gli ebrei di recente immigrazione, soprattutto dopo il crollo dell’Urss, provenienti dalla Romania o da altri paesi dell’Europa dell’Est, non si trovano in condizioni migliori dei loro compagni di classe arabi. E la seconda intifada ha cominciato a produrre delle brecce in quello che sembrava il monolite sionista.

Anche se le proteste in Israele non hanno raggiunto l’intensità di quelle degli anni Ottanta contro l’invasione del Libano, decine di migliaia di persone sono scesi in piazza per protestare contro la repressione nei territori occupati. Ma ancora più significativo è il fenomeno dei “rifiuti”: ufficiali e soldati che si rifiutano di prestare servizio nell’esercito di occupazione a Gaza e Cisgiordania. Circa 500 hanno firmato una petizione di rifiuto, di questi 40 sono finiti in prigione.

Una prospettiva socialista, oltre a essere radicata nell’oggettività della lotta di classe, è fatta propria da una parte della sinistra israeliana, e la battaglia per uno stato socialista binazionale israelo-palestinese nel contesto di una federazione socialista del Medio Oriente costituisce oggi l’unica via d’uscita ad una spirale senza sbocchi di repressione, terrorismo e massacri di massa.

Molto dipende anche dalla lotta di classe al di fuori della cornice mediorientale, in particolare dalle mobilitazioni contro la guerra all’Iraq e dalle battaglie antimperialiste nel cuore dell’Occidente

 Gino Maggi


ProgettoComunistaSicilia