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(dell'urbanscape)

Incominciamo da un fenomeno macroscopico come le "brown areas" o aree dismesse. La società dell'informazione ha sempre meno bisogno di grandi porzioni di terreno, in particolare se dislocate nelle città, per produrre beni manifatturieri. Il vegetale che compriamo al supermercato è al 90 percento "informazioni", lo stesso e anche di più lo sono gli elettrodomestici o le automobili e sempre più persone producono beni che sono "pura" informazione. La produzione si sposta negli uffici, nelle università, nei centri di ricerca ma anche in posti una volta impensabili come le case, i luoghi di commercio o di divertimento. Sempre meno il "luogo" diventa in sé fattore importante.

In questo processo che investe tutto il mondo occidentale le aree si liberano dalle fabbriche (che possono divenire sempre più piccole, meno inquinanti e deprivanti) e grandi risorse sono rimesse in gioco, prima di tutto appunto quelle abbandonate dalla produzione industriale.

Progettare oggi in queste aree implica una profonda riconsiderazione della città e del suo funzionamento e apre nuove strade di ricerca estetica ed espressiva. Le categorie tipo-morfologiche dell'analisi urbana degli anni Sessanta e Settanta (derivate dallo studio della città consolidata e strutturata) risultano sempre più sfocate se usate quali parametri di progetto, mentre emergono modi di guardare la città rivolte alla complessità, all'interscambio, all'intreccio tra spazi architetture e ambiente. È del tutto naturale che gli architetti si allontanino dalla metafisica de chirichiana di una città per archetipi fissi nella memoria, per guardare alle ricerche degli artisti più attenti a fenomeni di stratificazione, di residualità, di ibridazione: ai sacchi o ai cretti di Burri, ai manifesti scorticati di Rotella, al neo-espressionismo americano di Pollock o di Rauschenberg e naturalmente al fronte più duro della Pop-art o dell'Arte povera. L'architettura si insinua nelle maglie dell'esistente, usa e rilancia gli oggetti preesistenti come dei ready-made, crea con le sue articolazioni dinamiche spazi interstiziali 'tra' nuovo e preesistente. Ma al di là delle scelte espressive, o delle "ferraglie contorte" che spaventano, è proprio una idea diversa di architettura per la città che si afferma. A guardare le opere più riuscite viene proprio da definirle operazioni di urbanscape. Sono grandi opere di ripensamento della città, delle sue intersezioni, dei suoi flussi dinamici, dei suoi nessi complessi.

Approfondimenti di "urbanscape" da "NUOVE SOSTANZE". di V.Tattolo

Philip Johnson nel 1979 diceva: "grazie al cielo i giorni dell'ideologia sono finiti. Celebriamo la morte dell'idee fixe. Non ci sono più imperativi ,solo possibilità, solo cio' che si preferisce [...] La mia opinione è che non abbiamo più fedi. Io non ne ho, e dico, a me stesso: sono libero finalmente, e comunque , le forme non nascono dal nulla."

Questa frase se pur datata mi colpisce ogni volta per la forza delle affermazioni che Johnson fa. Ho voluto riortarla a commento del testo "nuove sostanze" perchè mi sembra interessante come essa si ponga in quel periodo, la fine degli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta, quando ,se pur in nuce, si affacciava alle porte del mondo l'importanza dell'informatica e della comunicazione. Oggi, senza voler nulla togliere alla lungimiranza di Johnson, abbiamo sicuramente molta più coscenza di quello che è avvenuto in questi 24 anni e di quello che deve ancora avvenire in architettura come nel resto della nostra vita. L'aspetto che più mi interessa analizzando i cambiamenti del fare architettura con l'avvento del computer è legato soprattutto ad una correlata voglia di sperimentare. Non ci sono riferimenti precisi da imitare, non ci sono "fedi",ma una grande propensione alla sperimentazione. Il progetto diventa sempre di più uno slancio, un progetto ambizioso ma nello stesso tempo un qualcosa di concreto, reale ed effettivamente tangibile. Mi interessano questi "fisarmonici" movimenti tra architettura e uomo, tra architettura e natura. L'architettura intesa come proiezione mentale dell'uomo e al tempo stesso l'uomo e la natura al centro dell'architettura stessa. E' grazie al computer che oggi si puo' partire dall'infinitamente piccolo come la struTtura molecolare, i tessuti celebrali per iniziare una ricerca in campo architettonico (l'uomo inserito nell'architettura) per arrivare all'infinitamente grande:aLl'idea di recuperare interi brani di città. In questo consiste un importante aspetto, una nuova sostanza, intere aree industriali vengono riportate in un contesto spazio-temporale nuovo che non necessita di grandi spazi per lavorare, per vivere ;non ha più bisogno della macchina, intesa in senso lato, ma che fa di quelle intere aree, studiandone le singole parti e cercando connessioni fra esse, una nuova risorsa per le città. Ancora una volta l'alternarsi di questi due livelli,di queste due diverse scale: dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande. Questa, penso, sia la logica moderna ,non della superficialità ma della posibilità; della possibilità di gestire il progetto su più livelli, di zoomare in maniera più o meno ampia e volendo della posiibilità di poter essere superficiali senza che questa possa essere considerata una prerogativa dell'era informatica. Più che di un atteggiamento di superficialità o di mera citazione si tratta, forse, di manipolazione attraverso contestualizzazione e decontestualizzazione, dell' aggiunta o della sottrazione di sovrastrutture, di elementi e di conoscenze che possono portare a risultati nuovi, a volte anche inaspettati come appunto avviene in altre espressioni artistiche ad opera di importanti artisti.Questo modo di ragionare ha prodotto quel concetto di possibillità ,di architettura intesa come complessità e come integrazione fra parti rifiutando l'autoritarismo del passato e producendo molti esempi piu' o meno importanti di come questo nuovo modo di ragionare ha giovato, in fondo ,alle nostre città. Si possono considerare esempi anche a Roma: alcune aree dismesse nella zona Ostiense hanno ritrovato vitalità con l'inserimento di importanti funzioni oppure il futuro museo che sarà costruito nei vecchi stabilimenti della Peroni ad opera di O.Decq. Da questi più piccoli esempi si passa ad alcuni ancora più ambiziosi come quelli di Friburgo in cui intere aree sono state rese eco-sostenibili e arrivano ad ospitare fino a 2000 abitanti. A conclusione di questo intervento mi sorge il dubbio che a fronte di un'architettura della flessibilità, dell'interazione e del cambiamento nel tempo che mi sembrano ormai concetti abbastanza accettati, mi chiedo verso quale architettura stiamo andando. Sarà quella che sfrutta a pieno le possibilità del web? E fino a che punto questa realtà virtuale potrà confrontarsi con quella reale? Spero di arrivare a fine di questo corso con una risposta anche grazie ai contributi di chi vorrà contattarmi.

 

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Esempi di "sostanze"

hov > glossity 01
Pollock > stenographic

Tratto da "NUOVE SOSTANZE"

l'informatica e il rinnovamento dell'architettura. di A.Saggio

shoei yoh > odawara

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