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Il DÔJÔ

E’ letteralmente "luogo della via". Parte del tempio buddista Zen in cui viene praticata la meditazione. Esiste anche l'espressione jiki shin kore dôjô (la mente così com'è è il luogo dove meditare) indica che qualsiasi stato di consapevolezza nel corso dell'esistenza umana è un dôjô. Il dôjô (il luogo in cui si pratica) è quindi qualcosa di differente da una pura e semplice palestra.

Questa stessa duplicità di intendimento dello spazio del combattimento o della pratica (luogo fisico – luogo mentale) è presente nel Bhagavad Gita:

Dhrtarástra disse: Radunati in quella terra santa che è la terra dei Kuru, pronti a combattere, che cosa fecero, o Sanjaya, i miei e i figli di Pándu?

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Nel tredicesimo capitolo Krisna, indica esplicitamente il corpo dell'uomo come il "campo" e se stesso come il "conoscitore del campo".

Il glorioso Signore disse: Questo corpo, o figlio di Kunti, è chiamato "campo": colui che lo conosce vien chiamato dai sapienti "conoscitore del campo".

E’ immediato il richiamo al motto del tempio di Apollo: "Conosci te stesso" (insieme all’altro: "Nulla di troppo"), come fondamentale imperativo dell’uomo greco.

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L’importanza e la prevalenza del ‘luogo mentale’ è tipica della stessa cultura cristiana (noi stessi siamo il tempio dello Spirito se conserviamo la libertà). Sant’Agostino discutendo col figlio Adeodato, della natura e della funzione del linguaggio, dice infatti:

"Agostino - Ti sembra dunque che il linguaggio non sia stato istituito se non per insegnare, o per rammentare?

Adeodato - Mi sembrerebbe, se non mi turbasse il fatto che, quando preghiamo, certo parliamo; né è lecito pertanto credere che Dio o si lasci insegnare, o rammentare qualcosa da noi.

Agostino - Ritengo che tu non sappia che non per altro ci stato prescritto di pregare in camere segrete (Matt. VI 6), con la quale espressione si indicano i penetrali della mente, se non perché Dio, per porgerci ciò a cui aneliamo, non chiede di farsi rammentare o istruire dalla nostra parola. Colui infatti che parla dà dal di fuori un segno della sua volontà per mezzo della voce articolata: ma Dio è da cercare e implorare nelle profondità stesse dell'anima razionale, che si chiamano uomo interiore; volle Egli infatti che fossero questi i suoi templi. O non hai letto nell'Apostolo: Non sapete perché siete il tempio di Dio, e lo spirito di Dio abita in voi (I Cor. III, 16) e Cristo abita nell'uomo interiore? (Ephes. III, 16, 17). Né hai notato nel Profeta: Parlate nei Vostri cuori, e mortificatevi nelle vostre camere: sacrificate il sacrificio della giustizia, e sperate nel Signore? (Psal. IV, 5, 6). Dove pensi che si compia il sacrificio della giustizia, se non nel tempio della mente, e nel segreto del cuore? Ma, dove è da sacrificare, quivi è anche da pregare. Non c'è quindi necessità di parlare, quando preghiamo, a meno che non facciamo come i sacerdoti, al fine di esprimere il proprio pensiero, non perché Dio ascolti, ma perché ascoltino gli uomini e, da una qual certa armonia, per mezzo del ricordare, si elevino a Dio: o pensi diversamente?". (Agostino, De Magistro, Locutio ad quid instituta?).

E così quando diciamo praticare come un leone che insegue la preda, questo si riferisce più alla mente-pensiero che al corpo.

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