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Il Maestro e l’allievo

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"Non puoi insegnare qualcosa a un uomo, puoi solo aiutarlo a scoprire dentro di sé" G. Galilei

 

"Quando l’allievo è pronto il maestro arriva". E’ un rapporto dialettico in cui due figure si definiscono ma non in maniera definitiva. D’altro canto l’aikido è un’attività di relazione: serve un compagno con cui praticare.

La dialettica tra maestro e allievo è importante nell’aikido come in tutte le altre arti: il maestro non spiega è l’allievo che apprende. Più o meno era questo che mi diceva il mio amico Gennaro, delle sue esperienze di allievo elettrauto.

Da un lato poi: il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro (Lc 40); ma d’altro canto è triste la condizione dell’allievo che non riesce a superare il proprio maestro (Leonardo). Da qualche altra parte addirittura si dice: se incontri il Buddha uccidilo. Insomma è qualcosa di complicato, però forse prima o poi l’allievo deve fare da solo, che senso avrebbe altrimenti l’insegnamento se non quello di emancipare.

Nell’insegnamento possiamo peraltro delineare due impostazioni che per comodità possiamo chiamare platonica ed aristotelica che corrispondono peraltro a due concezioni fondamentali dello studio del processo di comunicazione: concezione (o paradigma) trasmissivo e concezione (o paradigma) interattivo. La prima può essere esemplificata dal detto dell’Aquinate secondo cui chi insegna deve conoscere per poter insegnare, la seconda dall’idea di Agostino che per apprendere non c’è cosa migliore che l’insegnare. In questo secondo senso non solo l’insegnamento ma la stessa pratica diventa una ricerca che si sviluppa tramite un dialogo. Lo stesso aikido può quindi essere inteso come una forma di comunicazione non verbale o paraverbale (l’aikido c’est un dialogue mi diceva Cristhian Tissier).

Si dice poi che lo studio di alcune forme base va continuamente praticato, rappresenta una forma di allenamento fisico di base indispensabile, sulla quale poi si può costruire. Nel corso della pratica una fase molto delicata è la trasformazione che il Praticante vive nel passaggio dalla forma rigida di base, all'elaborazione personale di uno stile. Ma ci vuole tempo e sudore!

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hd_ukiyo.jpg (19121 byte) Il Praticante, in relazione alla sua struttura fisica e muscolare, alla maturità, al tipo di carattere, e anche in relazione ai condizionamenti socioculturali, vive questa esperienza creativa in modo unico e irripetibile. Si dice che tutti questi fattori siano miscelati e amalgamati fra di loro a livello inconscio e da questa alchimia nasce un nuovo Aikido. Quando avviene questo, quali sono i tempi? Non c’è evidentemente una risposta precisa, dipende da una serie di fattori: dall’impegno, dalla assiduità, dalla predisposizione… Diceva il maestro Hosokawa: ‘l’uomo non è come la verdura’ e cioè ognuno ha dei tempi personali di acquisizione e di maturazione; non maturiamo tutti nello stesso tempo né nello stesso modo. Basta non mollare!
E’ evidente che in questo caso il maestro dovrebbe svolgere una funzione maieutica alla Socrate (Sempre paradossale il pensiero di costui: il vero insegnamento inizia quando si smette di insegnare), o per prendere un esempio da tutt’altra parte, dovrebbe essere uno scultore come Michelangelo, in grado di tirare fuori dalla pietra la forma che si nasconde. 030_Sa044mic_a.jpg (3624 byte)

E’ importante poi che nel luogo in cui si pratica si stabiliscano relazioni quanto più possibile cortesi.

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