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CINEMA Tre cuccioli in fuga: François Truffaut, Antoine Doinel e Jean-Pierre Léaud

di Francesco Paolo di Salvia

 

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Inizio questo articolo con un epilogo. Nulla nella storia del cinema ha tanto impressionato la mia fantasia quanto la scena finale de “I Quattrocento colpi” di François Truffaut. Solo chi ha visto il film può capire di cosa stia parlando. Il piccolo Antoine, bimbo ribelle e svogliato, svogliato per i “grandi” (d’altronde un infante che ama Balzac non è poi così da buttar via, che dite?), evade, durante un match di fùtbal, dal riformatorio nel quale era stato rinchiuso. Vien fuori, così, tutta la tenera disperazione di un cucciolo d’uomo in fuga dalle ipocrisie della vita contemporanea, dai genitori incapaci di assurgere al fondamentale ruolo di educatori, e che, di questo, fanno ricadere le colpe sulla turbolenza, o meglio eccentricità, del povero Antoine. Cosa è “I Quattrocento colpi”, oltre che lo stratagemma più elegante mai visto per girare un film sulla propria vita, se non una riflessione riguardo la tragicità del “non-dialogo” famiglia-prole? A seguito di una splendida carrellata del regista, agli occhi del nostro petìt héros si offre uno spettacolo inusitato e magnifico per i suoi giovani occhi. Nel più splendido fermo immagine che una pellicola possa ricordare, vediamo la gioia stupita di un ragazzo che si trova davanti, per la prima volta, il mare. Si volta verso la macchina e i suoi occhi, parlanti, portano in dono una promessa, una frase: “State tranquilli, ritornerò!”. E’ la fine ideale di quella storia, eppure non della vicenda. L’immagine ha staticità e dinamismo, in quanto prefigura, indirettamente, un’altra storia e un’altra storia ancora, dopo quella appena conclusasi, seppure semplicemente girata nel teatro di posa che ogni spettatore ha nella testa. Contemporaneamente è una richiesta d’aiuto, Antoine non può proseguire oltre!, e di comprensione da parte del pubblico. Immagini, quindi, di un equilibrio perfetto. Una sintesi assoluta tra le tendenze di Sagan (amore e borghesi) e di Queneau (comicità e lavoratori), all’interno della Nouvelle Vague, e, prima ancora, tra le correnti Lumière (cinema naturalistico) e Delluc (cinema artistico), che delimitano il cinematografo stesso.

Ma cosa voleva esattamente Truffaut dalla sua opera? Innanzitutto amarla, come tutte le sue cose. L’amava tanto da arrivare al punto di ripudiarla, quando, il consenso generale, ne aveva fatto un film che oggi definiremo “di cassetta”, apprezzato dalla stessa platea entusiasta de “Il Ponte sul fiume Kwai”, “che va al cinema due volte all’anno”, insomma, “tutto quello che temo di più al mondo". Truffaut esigeva un pubblico di cinemaniaci come lui, amanti del noir, di Hitchcock ed Aldrich, nei momenti di stroncatura da parte dei critici. Purtroppo non aveva fatto i conti con l’assioma che si era sempre preposto nell’analizzare un film. “Sapevo che, commerciali o no, tutti i film sono commerciabili, cioè sono oggetto di acquisto e vendita”. E nella tonnara del “successo di pubblico” ci era finito dentro anche lui! Una delle chiavi di lettura, che sbatte il capolavoro di Truffaut direttamente oltre gli schemi del film vero e proprio, è forse la leggendaria tricotomia del personaggio che aleggia intorno al mito costruito dalla pellicola. Cito da Barbera e Mosca in “François Truffaut”, edito per Il Castoro Cinema: “Jean-Pierre Léaud, troppo importante non per ciò che ha di Doinel, ma per quello che sa aggiungere a questo personaggio, essendo cresciuto insieme a lui”. Anche il regista stesso era cresciuto con il personaggio, anzi, azzardo di più, era il personaggio stesso. Abbiamo, quindi, un’icona cinematografica e due individui reali. Truffaut, un bambino che marinava il cinema per andare a scuola. Antoine, un cucciolo che bigia la scuola per andare al cinema. Jean-Pierre, nella cui vita le parole scuola e cinema si fondono indissolubilmente. Ora parliamo proprio di quest’ultimo.

Jean-Pierre, figlio di uno sceneggiatore e di una attrice, si rivela fin dall’infanzia un bambino turbolento e precoce, tanto che a diciassette anni sceglierà di andare a vivere da solo. Anche sul set, l’allora quindicenne attore, non la smette mai di frignare e combinare guai. I genitori sono spiazzati davanti ai suoi atteggiamenti e solo una persona riesce a capirlo sul serio e a trovare un modo per attirare la sua fiducia. Certamente è Truffaut, che negli anni successivi si occuperà in prima persona dell’educazione di Léaud, un po’ come il suo secondo padre André Bazin fece con lui in gioventù. Jean-Pierre Léaud, dopo essere divenuto l’alter ego di Antoine Doinel (ne “I Quattrocento Colpi”, “Antoine e Colette”, episodio de “L’Amore a Vent’anni”, “Baci Rubati” e “Domicile Conjugal”, più noto in Italia con il wertmulleriano titolo di “Non Drammatizziamo…E’ Solo Questione di Corna”) ed aver interpretato, sempre per Truffaut, “Effetto Notte”, ha recitato per registi del calibro di Godard, Pasolini e Bertolucci. L’ultima pellicola alla quale ha partecipato è stata “L’Affaire Marcorelle”, uscito nel 2000 con la direzione di Serge Le Péron. Il grande pregio di Truffaut è, evidentemente, lo spiccato talento nell’inventio linguistica. Certe riprese sembrano penetrare dentro la storia e nella psiche del personaggio, basti pensare agli incisivi quadretti di melanconia parigina dell’Antoine “incarcerato”. L’espressività del regista non può, ed in effetti non lo fa, cedere mai qualcosa alla banalità. La pellicola stessa è, difatti, pervasa dai quasi tutti i grandi temi comuni all’opera di Truffaut. La vita che passa inesorabilmente, la nostalgia dell’infanzia, il desiderio di fuga ed il sempre attuale scontro tra innocenza e maturità. Il titolo ha la stessa magica intraducibilità del “The Catcher in the Rye” di Salinger. Derivato da una forma gergale, “Les 400 coups”, in italiano, suona più o meno come “fare il diavolo a quattro”, ma si tratta di un significato comunque riduttivo rispetto al senso originario evocato dall’espressione. Fare il diavolo a quattro era proprio ciò in cui il piccolo François era maggiormente esperto. La madre, Janine de Monferrand, è una ragazza madre di diciott’anni, figlia di un aristocratico decaduto, internata in un convitto per ragazze “traviate” e privata del figlio. François cresce quindi con la nonna, senza genitori, fino all’avvento del padre putativo, nonchè nuovo compagno della madre, Roland Truffaut, dal quale, in seguito, viene denunciato e condotto in riformatorio. E già qui le analogie con Antoine sono fittissime. Espulso da vari istituti scolastici, durante l’occupazione nazista anima il mercato nero, scambiando maniglie di ottone rubate con vino da rivendere. Deluso dal mondo degli adulti, nel suo doppio ruolo di figlio bastardo e figlio dell’occupazione, si chiude a riccio intorno al mondo del cinema. Fonda, allora quindicenne, insieme all’amico fraterno Robert Lachenay, il René de “I Quattrocento Colpi”, il cineclub “Cercle Cinémane”, che riesce a tener vivo solo grazie a furtarelli e debiti, questa, tra le altre, la causa prima della denuncia da parte del padre, ed assiste alla proiezione di quante più pellicole gli è possibile. Annota Paola Malanga: “Truffaut si difende così, da piccolo guardando i film altrui, da grande realizzando i suoi”. La sua vita, per la gioia di tutti gli appassionati di cinema, viene sconvolta dall’incontro con André Bazin, anima della critica cinematografica francese e titolare di un famoso cineclub. L’uomo, insieme alla moglie Janine, si prende cura di lui con l’affetto degno di un padre e, ben presto, fa in modo che il promettente figlioccio scriva per la nuova rivista di critica “Le Cahiers du Cinéma”, fondata, tra gli altri, proprio da Bazin.

Direi che il resto è storia, ciò che ci interessava l’abbiamo detto. Abbiamo parlato delle turbolente vicessitudini di tre ragazzini, orfani per scelta, vivaci e geniali, incompresi. E spero, anzi credo, soprattutto di aver fatto venir la smania a quei pochi che non hanno ancora avuto l’onore, perché di onore si tratta, di assistere a questo film, di procurarsene al più presto una copia. D’altronde, in ogni artista, si nasconde un piccolo Antoine Doinel in fuga, che scappa dal mondo dei grandi per rintanarsi dolcemente nella sua, personalissima, “sindrome di David Copperfield”.

 

Francesco Paolo di Salvia

 

Nota: Le citazioni sono tutte prese, dove non diversamente indicato, da: “Tutto il cinema di Truffaut” di Paola Malanga, edito per i “Nani” della Baldini&Castoldi e “I Film della mia Vita” di François Truffaut, edito per i “superTascabili” della Marisilio.