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                                    INTERVISTA A MARIO ROSSI:

DISEGNATORE DI NICK RAIDER E GREGORY HUNTER

Servizio di Giulio De Angelis

 

 Cerchiamo di analizzare l’ attuale situazione del fumetto italiano attraverso le parole di uno dei più validi disegnatori attuali: Mario Rossi. Autore della casa editrice Bonelli, per la quale ha disegnato molte avventure di Nick Raider, Rossi è da poco passato a rappresentare le storie dell’ultimo personaggio della casa editrice di via Buonarroti, vale a dire Gregory Hunter. Mario Rossi collabora tra l’altro con “Il Giornalino” ed insegna presso la “Scuola internazionale di Comics”.

 

Com’è nata la sua passione per i fumetti?

Come molti che fanno questo mestiere: da bambino. Tutto è  incominciato leggendo “Capitan Miki” e il “Grande Blek”. In seguito è nata  il mio grande amore per “Tex”.

Quali sono stati i primi disegnatori di cui ha apprezzato il lavoro?

 Sicuramente la “Essegesse”, vale a dire il trio composto da Sinchetto, Sartoris e Guzzon, autori tra l’altro del “Comandante Mark”, “Il grande Blek” e “Capitan Miki”. Sono loro mi hanno fatto nascere la passione per il disegno e che poi mi hanno portato in edicola ad acquistare anche altri fumetti.

Oggi, invece, quali disegnatori e fumetti legge?

Ti posso dire che leggo in generale tutti quegli autori che fanno un fumetto di comunicazione, non mi importa se sia popolare o d’autore. Il fumetto, infatti, ha bisogno di sensibilità, non di canoni precisi. I veri autori, tra l’altro, sono quelli che riescono ad instaurare un forte rapporto con i lettori e in questo caso non è importante lavorare per una casa editrice o per un’altra.

Quali sono i personaggi che ha disegnato più volentieri?

Sicuramente i personaggi de “Il Giornalino”, perché li ho creati io. Per la Bonelli, invece, disegno personaggi creati da altri autori e quindi non è la stessa cosa…

Una sua considerazione sulla crisi del fumetto.

Secondo me la vera crisi del fumetto dipende dalla poca pubblicità. I mass media non si occupano quasi mai del nostro mondo e quando lo fanno si rivolgono sempre ai soliti personaggi, primi tra tutti i supereroi americani. La tv dovrebbe incominciare a realizzare programmi sui fumetti, come sta facendo ultimamente la radio con le trasmissioni dedicate a “Tex” e “Diabolik”.

Si è così andato creando nel tempo un rapporto sempre più intimo tra autori ed appassionati, che oramai ha portato il fumetto a vivere solo grazie ai propri fan.

Quindi se qualcuno vuole aiutare il fumetto, primi tra tutti i politici, deve tirare fuori il ”mondo delle nuvole parlanti” dal ghetto in cui è stato relegato.

I videogiochi possono aver influito su questa crisi?

Penso di no. Si disse la stessa cosa anche con l’avvento della televisione. Quindi secondo me non sono i videogiochi a portar via lettori al fumetto, ma è la cattiva qualità dei fumetti stessi ad allontanare le nuove generazioni da questo mezzo di comunicazione. Bisogna sempre dare ai lettori una proposta all’altezza del loro gusto, che negli ultimi anni è diventato sempre più esigente.

Che consigli si sente di dare agli aspiranti fumettisti?

Innanzitutto capire se si è davvero portati per fare questo mestiere. Se uno è davvero capace di raccontare storie per immagini può fare i fumetti, altrimenti si può avvicinare alla pubblicità che non è così complessa come può essere un racconto a fumetti.

Io tra l’altro insegno alla “Scuola internazionale di comics” e quindi ti posso dire che noi, ad esempio, curiamo nel primo anno solo l’anatomia e la prospettiva: ciò ti può far capire l’importanza che ricoprono questi due elementi nella realizzazione di un fumetto.

Io cerco di non frustrare mai la personalità dei miei allievi, ma cerco di aiutarli ad avere uno stile proprio. Nel caso in cui mi accorgo di qualcuno che ha sviluppato uno stile molto interessante, cerco di metterlo in contatto con degli sceneggiatori, in modo da poter verificare il loro lavoro.

Progetti futuri?

Per il momento non ne ho: l’insegnamento e il lavoro per la Bonelli e “Il Giornalino” riempiono tutto il mio tempo. Tra l’altro ora sto realizzando una storia doppia di Gregory Hunter, quindi parliamo di ben 188 tavole da realizzare. Il lavoro è enorme, anche perché mi trovo a confrontarmi con un nuovo mondo, vale a dire quello fantascientifico che richiede certamente più impegno e una maggiore documentazione rispetto a quello di “Nick Raider”, con il quale penso che non mi cimenterò più.