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COMMENTO ALL'ARTICOLO

Nuove Sostanze - Manifesto della Rivoluzione Informatica

Riporto le parti dell'articolo del Prof. Antonino Saggio che mi hanno interessato maggiormente e sulle quali ho cercato di riflettere.

 

Dell' Urbanscape

<< Incominciamo da un fenomeno macroscopico come le "brown areas" o aree dismesse. La società dell'informazione ha sempre meno bisogno di grandi porzioni di terreno, in particolare se dislocate nelle città, per produrre beni manifatturieri. Il vegetale che compriamo al supermercato è al 90 percento "informazioni", lo stesso e anche di più lo sono gli elettrodomestici o le automobili e sempre più persone producono beni che sono "pura" informazione. La produzione si sposta negli uffici, nelle università, nei centri di ricerca ma anche in posti una volta impensabili come le case, i luoghi di commercio o di divertimento. Sempre meno il "luogo" diventa in sé fattore importante. 

In questo processo che investe tutto il mondo occidentale le aree si liberano dalle fabbriche (che possono divenire sempre più piccole, meno inquinanti e deprivanti) e grandi risorse sono rimesse in gioco, prima di tutto appunto quelle abbandonate dalla produzione industriale. 

Progettare oggi in queste aree implica una profonda riconsiderazione della città e del suo funzionamento e apre nuove strade di ricerca estetica ed espressiva. Le categorie tipo-morfologiche dell'analisi urbana degli anni Sessanta e Settanta (derivate dallo studio della città consolidata e strutturata) risultano sempre più sfocate se usate quali parametri di progetto, mentre emergono modi di guardare la città rivolte alla complessità, all'interscambio, all'intreccio tra spazi architetture e ambiente. È del tutto naturale che gli architetti si allontanino dalla metafisica de chirichiana di una città per archetipi fissi nella memoria, per guardare alle ricerche degli artisti più attenti a fenomeni di stratificazione, di residualità, di ibridazione: ai sacchi o ai cretti di Burri, ai manifesti scorticati di Rotella, al neo-espressionismo americano di Pollock o di Rauschenberg e naturalmente al fronte più duro della Pop-art o dell'Arte povera. L'architettura si insinua nelle maglie dell'esistente, usa e rilancia gli oggetti preesistenti come dei ready-made, crea con le sue articolazioni dinamiche spazi interstiziali 'tra' nuovo e preesistente. Ma al di là delle scelte espressive, o delle "ferraglie contorte" che spaventano, è proprio una idea diversa di architettura per la città che si afferma. A guardare le opere più riuscite viene proprio da definirle operazioni di urbanscape. Sono grandi opere di ripensamento della città, delle sue intersezioni, dei suoi flussi dinamici, dei suoi nessi complessi. 
Due opere sono chiave: una è a Bilbao: apparentemente esercitazione plastica sulle traiettorie futuriste, in realtà nuova intersezione urbana che crea nuovi spazi civici; una seconda è a Tourcoing - un'apparente conservazione di manufatti preesistenti che nei fatti inventa un nuovo spazio interstiziale tra una nuova copertura tettoia e i tetti preesistenti in una visione mediatica, multimediale fluidamente digitale di anfratti piranesiani.>> 

Del paesaggio

<< Il paesaggio quale fondamentale paradigma della creazione dell'architettura è diventato, anche grazie a questo fronte di riflessione sulle residualità, parola di riferimento. L'uomo della civiltà post-industriale ed elettronica può rifare i conti con la natura perché se l'industria manifatturiera doveva dominare e sfruttare le risorse naturali, quella delle informazioni le può valorizzare. Almeno nei paesi tecnologicamente avanzati, questo strutturale cambio di direzione apre l'opportunità a un "risarcimento" di portata storica. In zone spesso costruite a densità altissime si può iniettare ora verde, natura, attrezzature per il tempo libero. Ma attenzione: non si tratta di circoscrivere e recintare aree verdi, da contrapporre a quelle residenziali, terziarie, direzionali come era nella logica dell'organizzare dividendo della città industriale. Si tratta al contrario di creare nuovi pezzi di città integrate dove accanto a una forte presenza di natura siano presenti quell'insieme interagente di attività della società dell'informazione. Anche in questo caso gli strumenti cambiano. Se, lo zoning era stato il modo per pianificare la città industriale attraverso la divisione in zone tra loro omogenee e distinte che simulava il concetto tayloristico di produzione industriale, la plurifunzionalità e l'integrazione è diventata la necessità della città dell'informazione e delle sue nuove aree anti-zoning. L'informatica oltre a creare queste opportunità ne consente anche la realizzazione. Sistemi interattivi di illuminazione, informazione, di suono, di controllo che rendano i nuovi brani di città attivi, vivaci, partecipi, ricchi di eventi. 

La natura cui questa concezione del paesaggio guarda non è più quella floreale o liberty o neanche quella dei maestri dell'organicismo. È diventata molto più complessa, molto più cattiva, molto più "nascosta", come diceva già Eraclito, ed è sondata anche dagli architetti con occhio anti romantico attraverso i formalismi nuovi della scienza contemporanea (i frattali, il dna, gli atomi, i salti di un universo che si espande, il rapporto tra vita e materia). Insomma la categoria della complessità. Nascono in questo contesto le figure dei flussi, dell'onda, dei gorghi, dei crepacci, dei cristalli liquidi e la Fluidità diventa parola chiave. Descrive il costante mutare delle informazioni e mette l'architettura a confronto con le frontiere di ricerca più avanzate dalla biologia all'ingegneria alle nuove fertili aree di sovrapposizione come la morfogenesi, la bioingegneria eccetera.>>
 

 

riflessioni
Anch’io, prendendo spunto dalle  parole dell'autore, continuo a parlare di città…che poi significa considerare per forza anche l’architettura, come sua unità minima di linguaggio, ma in quadro più ampio, che è quello che mi interessa. Così come trovo di grande interesse di studio le aree dismesse, quelle parti di città che hanno perso in seguito alle ultime trasformazioni la loro identità, il loro ruolo definito da un piano, e si prestano come territori privilegiati di intervento e sperimentazione, per ridare loro un senso nuovo e farne i “canali” di connessione più duttili e plasmabili delle nuove riqualificazioni urbane. Io mi trovo ad affrontare per la mia tesi di laurea in progettazione urbanistica una parte di una città, Salerno, che ha queste caratteristiche; rifletto spesso sulle trasformazioni urbane radicali degli ultimi anni, su quello che guida il nuovo funzionamento delle città, e mi rendo conto che le tradizionali categorie di controllo e regolamentazione non hanno più senso. Vedo spazi ibridi, occupati, svuotati e rioccupati, mescolati e manipolati, la città moderna è fallita, oggi vive per accumulazione frammentazione giustapposizione, di altra vita da quella pianificata. La città si va smaterializzando fisicamente e diventa Data Town attraverso il dominio dell’informazione, della comunicazione… si aprono nuove vie estetiche, espressive, spaziali. La città si costruisce di nuove sostanze, nuove sostanze che sono nel mezzo, nel linguaggio, nella materia dell’architettura, e nuove sostanze nell’organizzazione degli spazi, dei flussi, delle dinamiche. Occorrono nuovi codici più flessibili, più fluidi, nuove chiavi di lettura che guidino il progetto urbano, che deve accogliere in sé le nuove categorie concettuali e spaziali dell’apparente
disordine e riorganizzarle in complessità, interscambio, interazione, informazione, articolazione…mutuate dall’arte, dalla biologia, dalla fisica, dalla ingegneria…pop art come DNA, arte povera come frattali come ipertesti…è su questo terreno che la Rete, le città virtuali, le Clip City… mantengono una relazione viva con la città reale…l’influenza, l’intreccio è reciproco: videoclip e videogame trasportano suggestioni contemporanee in una dimensione astratta, così come la città reale si va smaterializzando e diventa supporto di comunicazione astratta. Penso anche al cinema, soprattutto ai film di
Wim Wenders, dove la città diventa narrazione di se stessa e si prefigurano scenari in cui il mondo intero diventa un unico luogo. Penso a Italo Calvino che già nel 1985, nelle sue Lezioni americane aveva intuito la forza della leggerezza e della molteplicità: è l’organizzazione di questo mix urbano attuale che tende alla dissolvenza attraverso nuove sostanze che bisogna ripensare: 

<<…cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta…Oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quark, i neutrini vaganti nello spazio… Poi l’informatica. È vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza mediante la pesantezza dell’hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esterno e sulle macchine, le quali esistono solo in funzione del software, si evolvono in modo da elaborare programmi sempre più complessi. La seconda rivoluzione industriale non si presenta come la prima con immagini schiaccianti quali presse e laminatoi o colate d’acciaio, ma come bit d’un flusso d’informazione che corre sui circuiti sotto forma di impulsi elettronici. Le macchine di ferro ci sono sempre, ma obbediscono ai bit senza peso…la conoscenza del mondo è dissoluzione della compattezza… >> 
(Italo Calvino ,Lezioni americane, Leggerezza, G. Einaudi Editore, 1972 Torino) 

Ecco che i paesaggi urbani sono da interpretare attraverso nuovi concetti aperti e ricchi di implicazioni: urbanscape, visualscape, ethnoscape, mediascape…i flussi comunicativi si allargano e delineano un modello globale fatto di correnti etniche, tecnologiche, finanziarie, massmediali…un mix che produce un nuovo concetto di stratificazione: non più solo fisica, la città è un repertorio interconnesso di informazione sotto tutte le forme, così che la linea di separazione tra realtà e “finzione” è molto debole. Avevo parlato riguardo all’articolo La via dei simboli della possibilità per la città oggi di recuperare la sua dimensione simbolica proprio attraverso queste nuove sostanze…riflettendo meglio, penso che questa nuova dimensione simbolica passi attraverso una proliferazione un’accumulazione di simboli, quindi poco leggibili, che difficilmente possono durare, imporsi, assurgere a categoria generale…si tratta più di segni, cose che “parlano” per se stesse…non c’è tanto un “parlare”per “altro”, attraverso “altro”, ma un manifestarsi, un comunicare continuo immediato simultaneo… segni che a ognuno raccontano qualcosa…tutto può essere decodificato dal soggetto, ognuno ha la possibilità di vivere un’interazione…
Così la percezione della città si costruisce attraverso la molteplicità, come un montaggio cinematografico, molteplicità nell’oggetto e nello sguardo…ognuno può costruirsi una narrazione… 

 

 







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