"Aprile 1995,  il vertice della comunità viene inquisito per reati amministrativi.."

"...avvenimenti a catena hanno fatto sì che i vertici della Saman cambiassero, portando all'espulsione di Elisabetta Roveri e Francesco Cardella."

"...la Saman non sarebbe più stata la stessa."

Lenzi: il "Gabbiano"

Rassegna stampa: sommario           per segnalare nuovi articoli: mail.to.

 

       

 

   Antimafia 2000 -  Delitto Rostagno

   Antimafia 2000 - Omicidio Rostagno: delitto ancora impunito

   Panorama - In Nicaragua, sulle tracce di Cardella. Alla corte di Don Francisco

   Caso Rostagno: il verbale del sociologo Aldo Ricci. - " Mauro?...è fuori controllo"

   Repubblica - Quello strano black-out elettrico la notte dell'omicidio di Rostagno

   Antimafia 2000 - Le indagini sull’omicidio Rostagno furono depistate

   L' Arco in cielo - Una ferita che va rimarginata

   L' Unità - Per i giudici non fu mafia, ma vendetta interna. In cella cinque ex-ospiti di Saman

    L' Intervento - Il mio stupore per la "Saman" sotto inchiesta

 

 

Da Antimafia 2000 -  di Marco Cappella

DELITTO ROSTAGNO - 2 luglio 2001

Palermo. Il Gip Mirella Agliastro, nel settembre del 1999, aveva concesso una proroga di indagine di dieci mesi nei confronti di Francesco Cardella, leader della comunità di recupero tossicodipendenti Saman. Gli avvocati di Cardella hanno chiesto al pm dell’accusa se avesse deciso di indagare ulteriormente o archiviare. Il pm non ha ancora deciso. I difensori di Cardella hanno chiesto al Procuratore Generale di disporre l’avocazione dell’inchiesta, in quanto il pm non ha avanzato la sua richiesta al gip nè di rinvio a giudizio nè di archiviazione. Le indagini sull’omicidio Rostagno nel luglio del 1996 ha dei risvolti con l’operazione denominata <>. Un filone investigativo che prendeva in considerazione la pista interna alla Saman. Mauro Rostagno sarebbe stato ucciso per il rancore di alcuni ex ospiti della comunità. Il 22 luglio 1996 erano stati arrestati Massimo Oldrini, Giuseppe Rallo, Giacomo Bonanno, Luciano Marrocco con l’accusa di avere fatto parte del commando che uccise Rostagno il 26 settembre del 1988. Un mandato di cattura era stato emesso anche nei confronti di Giuseppe Cammisa che però si trovava all’estero. Chicca Roveri, la moglie di Rostagno, e Monica Serra, la ragazza che si trovava in auto con il sociologo al momento del delitto furono arrestate con l’accusa di favoreggiamento. Nei confronti di Cardella venne emesso un avviso di garanzia per favoreggiamento. L’inchiesta si separò in due tronconi. Quella che prendeva in esame l’omicidio di Rostagno passò alla Dda in quanto alcuni parlarono del delitto. Nel 1999 il pm ha chiesto l’archiviazione, disposta dal gip, che ha concesso una proroga d’indagine per il solo Cardella, per il quale viene ipotizzata l’accusa di essere stato il mandante.L’altra parte dell’inchiesta per gli illeciti finanziari che sarebbero stati commessi a Saman da Francesco Cardella, è quella in un processo, concluso in Tribunale con la condanna dell’imputato a 7 anni. Il pm aveva chiesto l’arresto per Cardella, che è stato respinto dal Tribunale. L’accusa ha presentato appello e il prossimo 12 luglio davanti al Tribunale della Libertà di Palermo si affronterà l’argomento.

 

OMICIDIO ROSTAGNO DELITTO ANCORA IMPUNITO

25 settembre 2001 - Trapani.

Il 26 settembre 1988 un commando, non ancora identificato, uccideva a Lenzi il sociologo e giornalista Mauro Rostagno. Un delitto, questo, rimasto irrisolto anche perché nel corso delle lunghe indagini si sono scoperti numerosi depistaggi che hanno rallentato il lavoro investigativo. Nel luglio 1996, con l’operazione «Codice rosso», sono stati arrestati alcuni componenti della comunità Saman con l’accusa di essere gli esecutori dell’omicidio. Il mandante del delitto sarebbe stato Francesco Cardella, amico di Rostagno. Alcuni investigatori sostengono che Rostagno avesse scoperto loschi traffici tra cui un traffico di armi. Il giornalista faceva parte della giunta esecutiva di Lotta Continua dentro la quale (secondo la sentenza della Cassazione) si prese la decisione di uccidere il commissario Calabresi. Rostagno assieme ad Adriano Sofri per l’omicidio ricevette un avviso di garanzia. Poco dopo dagli schermi di Rtc promise rivelazioni. Il magistrato non fece a tempo a sentirlo, Rostagno fu ucciso prima. Il 26 settembre 2001 la comunità Saman, nel giorno che ricorda l’uccisione di Rostagno, ha ripreso la sua attività. M.L.

 

Da Panorama  In Nicaragua, sulle tracce di Cardella. Alla corte di Don Francisco

È finito il sogno di due italiani che volevano conquistare il Nicaragua, uno per costrurci una seconda patria e l'altro per diventarne il presidente. È finito in una rete di intrighi più grande di loro. Chi sono? Francesco Cardella e Alvaro Robelo, due storie diverse, un comune amico: Bettino Craxi. Il primo è giunto nel paese centroamericano a metà degli anni Ottanta per sostenere il leader sandinista Daniel Ortega. Si ritrovò, in questa sua missione, in compagnia di ex brigatisti ed amici di Lotta continua. Ma le sue ambizioni erano altre e incominciò ad acquistare terreni e a fare investimenti nel settore finanziario e turistico. A fine marzo, il tramonto dei suoi sogni: riesce a ottenere un falso passaporto nicaraguense, viene scoperto al confine con l'Honduras ed è costretto, per evitare il carcere, a lasciare il Paese. «L'escandalo del pasaportazo» è l'anello di congiunzione con l'altro protagonista della nostra storia: Alvaro Robelo. Il suo nome compare tra le referenze citate da Cardella per l'ottenimento del passaporto. Ed è questo il vero motivo della fine della sua brillante carriera politica. Robelo, infatti, ex ambasciatore in Italia, amico di Craxi e Giulio Andreotti, molte influenti conoscenze in Vaticano, sognava di emulare Silvio Berlusconi con il suo movimento Arriba Nicaragua e forse ci sarebbe riuscito se non fosse scivolato sul famigerato «pasaportazo».

Caso Rostagno: il verbale del sociologo Aldo Ricci    Mauro? È fuori controllo

Sono tredici le pagine dell'interrogatorio reso dal sociologo Aldo Ricci sull'omicidio di Mauro Rostagno. I due si erano conosciuti negli anni Sessanta all'università di Trento. Quando nel 1988 Mauro Rostagno viene freddato, il sociologo torna nella comunità di Saman per continuare il lavoro dell'amico presso una televisione locale, la Rtc. Seguendo le sue orme, prende di mira anche un amico di Francesco Cardella, il senatore socialista Pietro Carlo Maria Pizzo. Cardella si infuria. «Mi disse che lavoravo presso l'emittente grazie a lui e che dovevo svolgere il mio compito secondo i suoi gradimenti. Dopo l'omicidio mi riferì che negli ultimi tempi Mauro non era più controllabile. Probabilmente il lavoro in televisione aveva fatto rinascere in lui lo spirito di indipendenza. E quella sorta di timore reverenziale nei confronti di Cardella era venuta meno». Interrogato sul forte litigio tra Cardella, Chicca Roveri e Rostagno prima del delitto, Ricci ha chiamato in causa le indagini sull'omicidio di Luigi Calabresi, che avevano appena imboccato la strada di Lotta continua. «Mauro era intenzionato a rivelare quanto sapeva. Ma Cardella e la Roveri erano contrarissimi». Per quanto riguarda Claudio Martelli, Ricci ricorda che dopo una sua visita a Saman «si cominciò a parlare di una matrice mafiosa dell'omicidio Rostagno. Inoltre venne promessa all'emittente di Bulgarella, inizialmente sostenitore di una tesi contraria sul delitto, la possibilità di un miliardo di pubblicità».

 

 

Da Repubblica - 22 Febbraio 2001 di ATTILIO BOLZONI

Un improbabile tecnico dell'Enel, autista di Virga,ucciso otto mesi dopo. Un filo lega le morti

Quello strano black out elettrico la notte dell'omicidio di Rostagno

TRAPANI - Quella notte se ne andò la luce nelle campagne di Lenzi, un borgo tra la montagna solitaria e un mare dove in lontananza sembra quasi affondare la città di Trapani. Quella notte che uccisero Mauro Rostagno ci fu un guasto improvviso alla cabina dell'Enel, così almeno raccontò un tecnico che l'indomani fu trascinato nei campi per un interrogatorio sotto il sole cocente. Disse che "era successo qualcosa di strano" e che l'energia elettrica "non era più arrivata ai fili". Il tecnico era un signore sui cinquant'anni e dai modi garbati, ben vestito, molto ossequioso. Si chiamava Vincenzo Mastrantonio. Dopo otto mesi il suo cadavere fu ritrovato a qualche chilometro da Lenzi. Gli avevano sparato. Dopo otto anni si scoprì che quell'impiegato dell'Enel così gentile era l'autista più fidato di Vincenzo Virga, il boss miliardario con la pensione Inps. C'è rimasto ormai solo un filo che lega il 'caso Rostagno' a una piccola traccia, a un piccolo indizio che possa dopo tanto tempo portare agli assassini di quel giornalista così speciale di Trapani, del rivoluzionario di Torino, del sociologo di Trento, dell''arancione' di Poona, del capopolo di Palermo, di quell'incantatore di folle che era Mauro Rostagno assassinato in Sicilia la notte di lunedì 26 settembre 1988. E quel filo porta a Vincenzo Virga, porta al capomafia che è un mago in materia di appalti, che ha le mani in pasta nella politica, che è buon amico dei potenti della città più 'svizzera' dell'isola, la Trapani delle cento banche e delle mille finanziarie. E' caduta la 'pista interna' alla comunità Saman, dove Mauro Rostagno viveva con la sua compagna Chicca Roveri in mezzo a tossici che trafficavano. E' sepolta per sempre l'ipotesi "rossa", qualcuno di Lotta Continua mandante dell'omicidio alla vigilia di un interrogatorio del processo Calabresi. Sono sfumati i forti sospetti sugli 'affari' internazionali del guru Francesco Cardella (che comunque è attualmente ancora indagato nell'inchiesta Rostagno 'per concorso in omicidio') e della sua corte. Sono sempre più nebulose le ipotesi sulla compravendita di armi pesanti e anche quelle sul riciclaggio dei soldi di Tangentopoli. Così resta in piedi solo un 'possibile movente' dopo quasi tredici anni dal delitto. E' quello mafioso. E al centro dell'ultima indagine c'è ormai solo lui, c'è solo Vincenzo Virga. L'inchiesta non è più una scatola vuota. C'è Vincenzo Virga il miliardario che sa qualcosa o che sa tanto su come è morto Mauro Rostagno. "E' stato lui a organizzare tutto...dopo che i suoi amici di Mazara del Vallo gli chiesero la cortesia di farlo fuori perché stava sulle scatole a Mariano Agate...non sopportavano Rostagno per i commenti che faceva ogni giorno dalla sua televisione...dissero a Virga di uccidere Rostagno, toccava a lui perché Trapani era il suo territorio", aveva confessato nel 1997 il pentito Vincenzo Sinacori ai magistrati. Da allora si sviluppa per la prima volta l'investigazione verso Cosa Nostra. L'inchiesta è trasferita: da Trapani alla Procura antimafia di Palermo. Si ricomincia tutto daccapo. Un'altra volta. Dopo i depistaggi, le 'dimenticanze', le frettolose archiviazioni, le sbandate investigative, gli errori giudiziari, il 'caso' finisce sulla scrivania del sostituto procuratore Antonio Ingroia. E tutto riparte da quel signore cinquantenne così gentile che era l'addetto 'al buon funzionamento' della cabina Enel, quel Vincenzo Mastrantonio trovato sotto un albero di ulivo la mattina del 1- maggio 1989. Quando lo identificarono era morto già da alcuni giorni.Controllarono i suoi precedenti: era incensurato. Si ricordarono che era il caposquadra dell'Enel a Lenzi, si ricordarono anche della luce che mancò la notte quando avevano ucciso Mauro Rostagno. Un sostituto procuratore pensò di avere imboccato la via giusta per scoprire qualcosa, rivide le carte dell'inchiesta, qualche giorno dopo i funerali di Mastrantonio cercò di far riesumare anche il cadavere. Il fucile dell'assassino di Rostagno era esploso dopo un paio di colpi ed erano stati recuperati frammenti del copricanna: lì sopra c'erano impronte digitali. Il sostituto procuratore voleva confrontare le impronte del fucile spezzato con quelle di Vincenzo Mastrantonio. Ma la tomba del tecnico dell'Enel non fu mai riaperta. Rimase sempre chiusa lì, nel piccolo cimitero di Valderice con dentro tutti i suoi segreti.Dopo il pentito Vincenzo Sinacori arriva però il pentito Francesco Milazzo. Parla sempre di quel Mastrantonio. Dice che era stato lui a 'spegnere la luce' quella notte, l'ordine era di Vincenzo Virga. L'ipotesi che in quel lontano autunno del 1988 tutti avevano scartato - sicari troppo poco professionali per far parte di Cosa Nostra, movente troppo vago per giustificare un delitto di 'vera' mafia - comincia così a prendere corpo. Il magistrato Ingroia va a ripescare un vecchio verbale di Francesco Marino Mannoia che in carcere aveva sentito "lamentarsi i Trapanesi" di quel giornalista, uno che dagli schermi prendeva sempre in giro i boss. Qualcosa ricorda anche Giovanni Brusca: "Fu Riina a dirmi che eravamo stati noi...che era stata Cosa Nostra a uccidere Rostagno". Tutti hanno sentito qualcosa. Ma nessuno conosce qualcosa di più. Tutti i sospetti portano a Vincenzo Virga. Ma sono ancora solo sospetti.Nel fascicolo sulla morte mafiosa del giornalista di 'Rtc' (la televisione dove ogni sera la cantava ai potenti della città) entra alla fine anche il racconto di Angelo Siino, il famoso ministro dei Lavori pubblici della mafia siciliana. Qualche mese fa confida ai magistrati che lo sapeva anche lui di Cosa Nostra e del 'problema' che i suoi capi avevano a Trapani. Il ricordo di Siino è proprio alla vigilia del delitto: "Mi sono mosso per salvarlo, non volevo che si facesse troppo rumore con quell'omicidio...". Delitto di alta mafia a carico di ignoti. E' questo ancora oggi l'omicidio di Mauro Rostagno.

 

Le indagini sull’omicidio Rostagno furono depistate

da Antimafia2000 http://antimafiaduemila.com/sections.php?op=viewarticle&artid=244

Armi, mafia, massoneria e politica all'ombra del delitto di Monica Centofante

Ricerche di Luciano Mirone  

Fin dalle sue prime battute l'indagine sul delitto del giornalista Mauro Rostagno si presenta ricca di punti oscuri e di episodi “'anomali' e 'devianti'“, come li ha definiti il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo Antonio Ingroia “tuttora oggetto di verifica al fine di accertare se siano stati ispirati dalla specifica intenzione di 'depistare' le indagini”. Diversi i magistrati che si occupano, nel corso degli anni, della complessa inchiesta e primo fra tutti il sostituto Franco Messina che lavora al caso dal 1988, anno in cui si è verificato l'omicidio, al 1992. Gli fa seguito dal '92 al '95 il sostituto Massimo Palmeri, che nel luglio del '94 chiede l'archiviazione alla quale si oppongono le parti civili e in seguito il Gip Marina Bellegrandi. Parallelamente Michele Calvisi e Andrea Rovida, della Procura di Trapani seguono la pista delle presunte irregolarità finanziarie commesse all'interno della Saman mentre dal settembre del '95 al gennaio del '97 si occupa del caso Gianfranco Garofalo, Procuratore della Repubblica di Trapani. Infine, nel gennaio del 1997, quando viene trasferita alla Dda, l'indagine passa nelle mani del sostituto Ingroia. Mauro Rostagno viene ucciso la sera del 26 settembre del 1988, mentre si trova in macchina con Monica Serra, un'ex tossicodipendente, ospite della comunità da lui fondata insieme a Chicca Roveri e Francesco Cardella. Aveva 46 anni e una vita intensa alle spalle: il primo matrimonio a 17 anni, la laurea in sociologia e poi il debutto nel mondo della politica. Nel '68 insieme a Renato Curcio, Adriano Sofri e Marco Boato diventa un leader del movimento studentesco e, successivamente di quello politico "Lotta continua". L’omonimo giornale del movimento, diretto da Jean-Paul Sartre, Pier Paolo Pasolini, il poeta Roversi e Marco Pannella, si dichiara contrario a molte di quelle tesi che allora erano considerate verità di Stato. Nel ‘71 conosce la sua futura compagna, Chicca Roveri, mentre l’anno successivo Lotta continua è coinvolta nell’omicidio del commissario di Pubblica sicurezza Luigi Calabresi. Non riuscirà, per un soffio, a farsi eleggere deputato alle elezioni del 1976 ma verrà comunque nominato segretario regionale del suo movimento in Sicilia. Questo nuovo impiego lo porterà a Messina, a Catania, ad Agrigento, a Caltanissetta e a Trapani ma l’esperienza non andrà a buon fine. “Lotta continua è in pieno delirio - dichiara in un’intervista a Gianni Lo Scalzo -, do i numeri anch’io [...]. Frattanto Chicca si è innamorata di un altro e così parto e vado a Roma”. Nel 1977 il movimento si divide in due opposte fazioni: quella estremista che cerca la lotta armata e quella delusa che si consola con la droga. Rostagno le rifiuta entrambe e parte per Milano dove insieme ad alcuni amici fonda Macondo “per alzare una diga contro l’eroina”. Qui conosce Francesco Cardella, trapanese trasferito a Milano, che dopo aver lavorato per L’Ora e per Telestar dei fratelli Cassina diventa editore delle riviste Abc e Le Ore. Cardella è amico di Craxi (metterà a disposizione la sua lussuosissima Bentley per la campagna elettorale del politico e sarà tra i testimoni di nozze del figlio Bobo) che, in quegli anni prende il posto di De Martino nella segreteria del Psi. Nel 1979 per Rostagno comincia una nuova vita. E’ in quell’anno, infatti, che la polizia fa irruzione a Macondo e lo arresta insieme ad altri compagni per questioni di droga. Dopo un mese di carcere, grazie all’amico Francesco, si avvicina alla filosofia orientale e diventa seguace del santone indiano Bagwan Rajneesh. Si trasferisce in India per due anni e nel 1981 ritorna in Sicilia con Chicca Roveri e Francesco Cardella il quale, proprietario di un baglio cinquecentesco alla periferia di Trapani fonda la prima comunità siciliana di arancioni. Nel frattempo diversi ex appartenenti al movimento di Lotta continua iniziano ad appoggiare Craxi e nell’ottobre dell’82 Rostagno dichiara a L’Espresso di non essere in vendita: “Consiglio a Martelli di venire nella nostra comunità di Erice a vedere come funziona l’immaginazione quando diventa concreta. Qui ci sono piscine, cavalli; fanciulle bellissime, si fa l’amore e nessuno ha voglia o intenzione di lavorare: il "riformismo moderno" noi lo abbiamo già attuato”. Nel 1984 la comunità si tramuta nel centro di recupero dei tossicodipendenti "Saman" e quando il braccio destro del maestro Bagwan scappa con i soldi Rostagno si toglie per sempre la tonaca arancione. Nel 1986 viene assunto presso l’emittente televisiva Radio Tele Cine di proprietà di Giuseppe Bulgarella e della moglie Caterina. Bulgarella è amico di politici, di qualche magistrato onesto e di imprenditori del calibro di Angelo Siino. Nel corso del suo programma Rostagno da a tutti la possibilità di intervenire e di parlare senza alcuna censura e, se inizialmente il suo principale intento è quello di aiutare i tossicodipendenti ad uscire dal loro dramma, ben presto i telespettatori portano all’attenzione dell’opinione pubblica problemi riguardanti la pubblica amministrazione e il comportamento scorretto di alcuni politici. “Mauro ebbe il pregio di ispirare fiducia a tantissima gente - racconta Giacomo Pilati -. E la gente, spesso, gli svelava i torbidi intrecci fra mafia, politica e affari”. “Rostagno era stato messo in televisione per promuovere la causa della Saman - sono le parole Ninni Ravazza -. Ma aun certo punto cominciò a promuovere anche altre cause. Che erano quelle della città, della libertà, dell’onestà. Attaccò la classe politica, soprattutto il senatore Pietro Pizzo di Marsala e l’onorevole Aristide Gunnella di Mazara del Vallo. Nei confronti dell’onorevole Canico fu piuttosto ondivago, nel senso che riteneva ingiusto attribuire solo a lui tutte le malefatte che venivano commesse a Trapani. Il che, in un certo senso, era vero. Questa linea editoriale non fu assolutamente accettata da Cardella che con i politici, per ovvi motivi, aveva instaurato buoni rapporti”. Il telegiornale di Rostagno, ormai capo redattore dell’emittente, registra ben presto un altissimo indice d’ascolto e il suo modo di denunciare, facendo nomi e cognomi, quei personaggi corrotti e in affari con la mafia, si attira le inimicizie della stampa e di uomini di potere. Il 26 settembre del 1988 alle ore 19.50 il sociologo lascia la sede di RTC per ritornare alla Saman. Ha appena terminato un editoriale nel quale accusa pesantemente gli assassini del giudice Saetta e del figlio Stefano, ultimi di una serie di delitti che da gennaio a settembre di quell’anno insanguinano la Sicilia. Dopo aver salutato i colleghi sale a bordo della sua Fiat Duna bianca assieme a Monica Serra, che da qualche mese lavora per la televisione. Alle otto di sera è già buio poiché da quella mattina è scattata l’ora solare e le lancette dell’orologio sono state riportate indietro di sessanta minuti. La Serra racconta il 28 settembre del 1988 a Giuseppe Cerasa di Repubblica: “Eravamo usciti poco prima delle venti dagli studi televisivi di Radio Tele Cine. Abbiamo fatto la strada di sempre, la via delle saline, la periferia di Trapani e poi la stradina che porta alla comunità. Un budello stretto e poco asfaltato che costringe quasi a fermarsi all’altezza del ponticello a trecento metri da Saman. E lì è scattato l’agguato. C’era buio pesto (quel giorno infatti lungo il viottolo che portava alla comunità mancava misteriosamente la corrente elettrica a causa di un black out e, per effetto dell’entrata in vigore dell’ora solare, si era fatto buio presto. In seguito si scoprirà che l’operaio dell’Enel impiegato a Lenzi è Giuseppe Mastrantonio, affiliato al clan mafioso di Fulgatore, autista del boss di Trapani, Vincenzo Virga che ha da poco sostituito i fratelli Totò e Calogero Minore. Secondo alcune testimonianze la cabina era stata manomessa mentre la Procura sostiene che si è trattato soltanto di un corto circuito provocato dall’acqua piovana. Curioso il fatto che sia il giorno dell’omicidio che quello precedente non aveva piovuto ndr.). I killer erano appostati dietro un muretto; forse avevano lasciato la macchina a dieci metri di distanza. Non ho visto i fari nella notte, ho sentito soltanto tre colpi e poi il rumore dei vetri sforacchiati che schizzavano addosso. D’istinto mi sono piegata su me stessa, urlando, fino a toccare il fondo della macchina. Ho chiamato Mauro, gli ho chiesto ‘Come ti senti?’. Mi ha risposto: "Ok, non ti preoccupare, stai giù". Era ferito leggermente ma il timbro di voce era quello di sempre. Siamo rimasti immobili, sono riuscita a strisciare lungo la sua gamba destra per ripararmi meglio. Non è passato neanche un minuto ed ecco la seconda scarica; quella mortale. Altri tre, quattro colpi. Poi il silenzio, due portiere che si chiudono di scatto e la macchina dei killer che va via sgommando. Soltanto allora mi sono tirata su, ma Mauro era già andato: aveva la testa all’indietro, gli occhi sbarrati, occhi di morte. Avesse detto un nome, avesse fornito un solo indizio [...]. Poi sono fuggita via, verso la comunità, ho chiamato Chicca, la sua compagna, siamo ridiscesi e Mauro era immerso in una pozza di sangue”. Secondo la testimonianza di Chicca Roveri i carabinieri della Stazione di Napola arrivarono circa un quarto d’ora più tardi e trovarono la Duna di Mauro in posizione obliqua. Presero la borsa che l’uomo portava sempre con sé e mentre si trovava all’obitorio la Roveri si sentì dire che questa conteneva eroina e dollari. In realtà al suo interno furono trovati solo sei dollari e poco meno di duecentomila lire. Iniziano le perquisizioni degli studi di RTC e della comunità mentre gli investigatori appurano che le armi utilizzate per il delitto sono un fucile calibro 12 a pompa, che scoppia in mano ad uno degli assassini, e una pistola calibro 38. La vittima viene raggiunta alla testa, alla schiena e al torace da sei dei colpi sparati. Per terra gli investigatori trovano i resti del fucile scoppiato, tre bossoli esplosi e tre inesplosi. Curioso il fatto che gli indumenti della Serra, nonostante lei si trovasse all’interno della macchina, almeno questo emerge dalle sue stesse dichiarazioni, non presentano alcuna traccia di sangue. Inoltre, contrariamente a quanto afferma la testimone, che sostiene di non essersi accorta di essere seguita, Silvana Fonte, una dodicenne che abita in una casa che si affaccia sulla provinciale, racconta di avere visto in quel fatidico giorno “l’auto di Mauro Rostagno inseguita da una Uno color blu con dentro tre persone. Era una cosa strana, di solito Mauro andava molto piano, invece quella sera quelle due automobili sono entrate nella stradina molto veloci”. “Ho sentito gli spari – prosegue la Fonte – e ho visto la Uno tornare indietro […]. Un quarto d’ora prima, nel viottolo che porta alla comunità, ho visto una Golf piuttosto ammaccata e impolverata. Era di colore celeste, dentro c’erano quattro ragazzi. Li ho guardati bene in faccia. Erano facce losche. Quella stessa Golf si aggirava quattro notti fa qui a Lenzi, ce ne siamo accorti tutti a casa, io, mia madre e mia sorella Emilia”. Nonostante questo gli inquirenti danno ampio credito alle parole di Monica e nel rapporto stilato dai carabinieri manca completamente la descrizione del lato destro della macchina, quello nel quale si trovava la Serra. Nel 1996 una nuova perizia balistica stabilirà che alcuni dei colpi sparati a Rostagno avrebbero dovuto colpire la ragazza se lei si fosse veramente trovata all'interno dell'auto e che dal momento che le armi utilizzate erano due fucili calibro 12 e una pistola calibro 38 i killer non potevano essere due ma tre. Il capo della squadra mobile Calogero Germanà affermò inoltre che si trattava di un delitto tipicamente mafioso mentre il maggiore Nazareno Montanti, capo del Reparto operativo dell’Arma di Trapani lo aveva definito un omicidio commesso da dilettanti. Secondo Gianfranco Garofalo, procuratore di Trapani, quel 26 settembre, poco dopo le 20.00 la Duna, inseguita dalla Uno, entra nel viottolo e viene bloccata dalla Golf. Mauro conosce quelle persone e Monica scende dall’auto e si dirige verso Saman. Mauro viene ferito da un colpo di arma da fuoco, ingrana la prima, accelera ma viene raggiunto dai colpi mortali. A questo punto la Golf imbocca una stradina secondaria e si immette nella provinciale mentre la Uno ritorna indietro. Parecchi anni dopo si scoprirà che nella macchina della vittima gli assassini stavano cercando qualcosa, forse una video e un’audiocassetta. E se da una parte un funzionario di polizia parla di sicura responsabilità della mafia nel delitto del giornalista e la Squadra mobile accerta il coinvolgimento di Mastrantonio nella vicenda, indicandolo addirittura come probabile killer, dall’altra tutti gli elementi che potrebbero smontare le dichiarazioni della Serra non vengono ritenuti validi. Le dichiarazioni di polizia e carabinieri si rivelano subito contrastanti, cosa che crea confusione ed ostacola, sin dal primo momento, le indagini degli inquirenti. Il 28 settembre viene ritrovata a pochi Km da Lenzi una Fiat Uno bruciata il cui proprietario risulterà essere un impiegato incensurato che mesi prima aveva denunciato il furto. Il 29 settembre sul Giornale di Sicilia il procuratore della Repubblica di Trapani Antonino Coci in risposta ad un giornalista che gli chiede se la mafia ha ucciso Rostagno afferma: “Che io sappia, Trapani non è un centro del traffico di eroina […]. Posso dire che dal luglio del 1987 al giugno scorso, in Procura non è arrivato alcun rapporto di polizia giudiziaria per associazione mafiosa. E allora come si fa a dire che esiste la mafia a Trapani?”. Il 25 febbraio del 1988, in un processo verbale dei carabinieri emerge che Rostagno, circa sette mesi prima di essere ucciso viene a conoscenza di pericolose informazioni riguardanti la potente loggia trapanese “Iside 2”. “Rostagno riferì che nella mattinata del 22 febbraio 1988 – scrive il giornalista Salvatore Mugno – aveva chiamato telefonicamente per due volte Natale Torregrossa (che era già finito in carcere nel contesto del caso “Iside 2”) per chiedergli chiarimenti sulle vicende della loggia segreta […]. Successivamente avrebbe appreso da Torregrossa di un viaggio di quest’ultimo, insieme al Gran Maestro Grimaudo, in Toscana, dove avrebbero incontrato Licio Gelli, un cardinale ed altri, nel tentativo di acquistare un castello in quella regione, ma senza concludere l’accordo”. Nel citato documento sarebbe riportata una impressionante rivelazione del giornalista: “In precedente occasione di altra indagine giornalistica ho appreso di due cene sociali ove partecipò il Gelli, più il vice di questi, Nizzola, Soldano, più altri di cui non ricordo i nomi, avvenute nel 1982 presso le abitazioni del boss Mariano Agate, in Mazara del Vallo, e l’altra in Campobello di Mazara. Preciso che non ricordo se in casa di Mariano Agate, ma ricordo che i punti di riferimento erano le case di Agate e L’Ala [quest’ultimo capomafia di Campobello di Mazara nda.]. Non so precisare la fonte da me contattata in quanto ciò è avvenuto tempo addietro ed in circostanze fortuite”. Purtroppo, non solo tale pista viene completamente ignorata dai carabinieri ma il brigadiere Beniamino Cannas, rifacendosi ad un editoriale risalente al 22 febbraio del 1988 e nel quale il giornalista sottovaluta il ruolo della “Iside 2” e difende l’ambiguo on. democristiano Canino, scrive otto mesi dopo il delitto che “quando ci sono in ballo interessi economici, le ideologie vengono messe da parte”. E ciò è palesemente falso se si considerano tutti gli altri editoriali in cui Rostagno parla duramente e senza condizionamento delle logge segrete. Il 1 maggio del 1989 viene ucciso Mastrantonio e per il suo delitto partono tre denunce una delle quali è per Mariano Asaro, detto “Antony”, iscritto alla loggia “Iside 2”. La polizia chiede la riesumazione del cadavere per confrontare l’impronta dei polpastrelli di Mastrantonio con quella rinvenuta su un bossolo. La richiesta non verrà mai soddisfatta. Alla fine del ’90 Salvatore Graffeo, un pregiudicato per furto, riceve dalla procura di Trapani un avviso di garanzia e osservando una sua foto Silvana Fonte lo trova somigliante a un uomo che la sera dell’omicidio Rostagno, sporgendosi dal finestrino della Fiat 127 a bordo della quale aveva percorso il tratto di strada che dalla Saman porta alla provinciale, disse: “L’ammazzò”. Si stabilirà in seguito che la ragazza si era sbagliata. Qualche mese più tardi arriva l’autorizzazione per le intercettazioni telefoniche sulla comunità e grazie a questo si scopre l’esistenza di un intenso rapporto tra i dirigenti della Saman e Bettino Craxi e si viene a sapere che Cardella, “guru” della comunità, è indignato per quelle inchieste che violano la privacy. Nel marzo del 1991 l’indagine sarà archiviata e i nastri, contrariamente a quanto avviene nella maggior parte dei casi, immediatamente smagnetizzati cosicché quando il dott. Gianfranco Garofalo riprenderà in mano l’inchiesta non potrà disporre di alcuna di queste prove. E non troverà nemmeno i brogliacci sui quali vengono registrati gli autori e le date delle telefonate. Ma allora cosa si nasconde veramente dietro l’omicidio di Rostagno? Secondo il Sostituto procuratore Antonio Ingroia, “esso è da inquadrare nel contesto degli anni Ottanta, quando la mafia trapanese, scesa a patti con altri poteri forti, oscuri e illeciti, controllava buona parte dell’economia, della politica e degli appalti pubblici. A questo delitto fu interessata sicuramente la mafia, ma si trattò di un omicidio non solo mafioso, nel senso che vennero a convergere anche altre entità. Mauro Rostagno aveva messo in pericolo interessi forti e quindi costituiva un ostacolo per quello che poteva ancora fare. Chi deliberò l’omicidio forse aveva cercato, senza riuscirvi, altri sistemi per fermarlo. La mia sensazione è che non morì ‘solo’ per l’attività televisiva. Molto verosimilmente c’era dell’altro”. Dagli anni cinquanta fino agli anni ottanta, infatti, la mafia trapanese, capeggiata dai fratelli Antonio e Calogero Minore di Castellammare del Golfo che vivono fra la Sicilia e il New Jersey, ha stretto accordi con il mondo politico ed economico riuscendo a non far mai parlare di sé. Il traffico di armi e droga è coperto da un’apparente tranquillità (niente rapine, furti e scippi e pochissimi omicidi), dalle centocinquantasei società finanziarie e dai novanta sportelli bancari che, in una città di 80.000 abitanti, equivale a benessere. In realtà, all’ombra delle banche, si nasconde povertà e disoccupazione. In un rapporto dei carabinieri, reso noto nel maggio del 1979 dal Gruppo di controinformazione di Castellammare del Golfo, a cura del centro di documentazione Peppino Impastato di Palermo, si legge che "in merito al presunto traffico di stupefacenti di Mariano Minore (cugino dei capimafia trapanesi e sindaco di San Vito Lo Capo per oltre vent'anni, nda.), corre insistente voce che egli sia ben protetto da persone al di là di ogni sospetto, tra cui funzionari del consolato Usa di Palermo […] e dell'ambasciata Usa in Roma". Il loro dominio finisce quando Totò Minore viene strangolato, nel 1982 a Palermo, da Rosario Riccobono e da Calogero Ganci mentre nell'86 il fratello Calogero viene arrestato. Agli inizi degli anni novanta il pentito Pietro Scavuzzo spiegherà che il vuoto lasciato dai fratelli Minore verrà colmato da un loro uomo, Vincenzo Virga, titolare di proficue attività imprenditoriali tra le quali l'impresa di smaltimento di rifiuti solidi urbani Lex (presente anche a Malta e in Albania), assolutamente insospettabile fino al 24 marzo del 1994, giorno in cui si da alla latitanza in seguito al ricevimento di un provvedimento di custodia cautelare. Dopo alla caduta dei Minore assistiamo al primo omicidio eccellente di Trapani, quello del sostituto procuratore della Repubblica Giangiacomo Ciaccio Montalto, che indagava sul traffico di armi e droga e sui rapporti tra Cosa Nostra, banche e politica. Poco prima di morire si incontra col giudice Carlo Palermo il quale scoprirà che parte del denaro incassato grazie alla vendita di armi e droga confluisce in una società di mediazione del Psi. La cosa scatenerà le ire del presidente del Consiglio Craxi. Viene poi arrestato il sostituto procuratore Antonio Costa (che sarà assolto dal Tribunale di Messina), accusato di avere manipolato un processo a favore dei Minore e nella vicenda sono coinvolti anche Andrea e Salvatore Bulgarella, padre e fratello dell'editore di RTC. Nella primavera del 1986, grazie ad una lettera anonima, gli agenti coordinati dal commissario Saverio Montalbano fanno irruzione nella sede del circolo culturale Scontrino e trovano gli elenchi di cinque logge massoniche di rito scozzese: Iside, Osiride, Hiram, Cafiero e Ciullo d'Alcamo. A queste si aggiunge un elenco trovato in un armadio e sul quale sono riportati i nomi di importanti mafiosi quali Mariano Agate, boss di Mazara del Vallo, Natale L'Ala, boss di Campobello di Mazara, Gioacchino Calabrò, Pietro Fundarò, Rosolino Filippi, Rosario Spatola (da non confondere con l'omonimo mafioso coinvolto nella vicenda del falso rapimento di Sindona) e Mariano Asaro, sospettato di essere coinvolto nel delitto Mastrantoni. Oltre a quelli dei mafiosi gli elenchi riportano i nomi di conosciuti personaggi quali il principe piduista Gianfranco Alliata, sospettato di essere coinvolto nella strage di Portella della Ginestra e nel golpe Borghese, un commissario della polizia di Stato, il viceprefetto di Trapani, un colonnello dell'esercito, diversi burocrati comunali, alcuni imprenditori e un certo Francesco Canino. Tutti pensano si tratti del deputato regionale della Dc, ma con una serie di contraddittorie dichiarazioni l'uomo riuscirà a discolparsi. Le indagini della polizia rivelano che la loggia "Iside 2", il cui Gran Maestro è l'insegnante di filosofia Giovanni Grimaudo, è collegata alla P2 di Licio Gelli ed è stata inaugurata nel 1976 da Pino Mandalari, già fondatore e Gran Maestro della "Camea" e della loggia di via Roma 391, entrambe di stampo piduista. Grimaudo è amico dell'avvocato di Catania Michele Papa, legato a Gheddafi e in stretto contatto con Santovito e Musumeci, generali massoni del Sismi, e si suppone che abbia ospitato Gelli tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80. Di Mandalari, invece, si sa che insieme al missino Giuseppe Di Stefano ha fondato la Stella d'Oriente, una società per il commercio del pesce che Falcone scoprirà essere dedita al riciclaggio. Nel maggio del 1975 la sua sede legale viene trasferita a Trapani dove apre le porte a nuovi soci quali la famiglia dei Nuvoletta, Totò Riina e Agate. Il commissario Montalbano viene istantaneamente trasferito a Palermo con la carica di vicedirigente mentre in un mare di assoluzioni soltanto Gianni Grimaudo e il suo socio Natale Torregrossa vengono condannati per associazione mafiosa. Quello che il giornalista Vito Orlando definisce un blocco di potere occulto che lega mafia, politica, imprenditoria rampante, banche e aristocrazia agraria non verrà mai processato poiché i dibattimenti verranno separati e di conseguenza il processo svuotato. Pochi mesi dopo il delitto Rostagno cessa la sua attività una base logistica del Sismi, la Skorpio, nata nel 1987 e dietro alla quale, secondo diverse dichiarazioni, si nasconderebbe una cellula di Gladio, forse il punto di riferimento delle cellule Gladio dell'Italia centro-meridionale. Questa dispone di un personale aeroporto segreto nelle montagne di Castelluzzo dove, secondo una tesi confermata dal pentito Jeo Cuffaro arrivano i carichi di droga e armi. E' interessante notare che a Castelluzzo vi è una appartata struttura di Saman. Inizialmente Skorpio è coordinata dal colonnello dell'esercito Paolo Fornaro, molto vicino al generale Paolo Inzerilli - sostiene la giornalista Cinzia Bizzi - e a tutta quella sorta di super Sismi creato agli inizi degli anni Settanta da Santovito, Musumeci e Francesco Pazienza, un gruppo legato alla P2 e ai servizi segreti americani". Poi Fornaro viene sostituito dal maresciallo dei carabinieri Vincenzo Li Causi, nato a Partanna nel 1952 e inserito nel Servizio segreto militare all'età di 22 anni. Tra le varie missioni a lui affidate ricordiamo "l'operazione Lima", commissionatagli da Bettino Craxi e che consisteva nel salvare il presidente del Perù, Alan Garcia, coinvolto in un giro di corruzione. Altri due aeroporti sospetti si trovano a Rilievo e a Trapani-Milo, dove un anno prima della morte di Rostagno si facevano delle strane esercitazioni. Un altro particolare non trascurabile riguarda i rapporti ufficiali redatti da Skorpio, o meglio il rapporto, poiché solamente un documento di questo tipo è stato realizzato nella base. Ed esso riguardava, guarda caso, la Saman. Nell'agosto del 1993 Li Causi viene invitato in Somalia in occasione di una missione di pace del contingente italiano. Qui, il 12 novembre, viene ucciso, secondo fonti ufficiali, in un agguato ma il comandante Carmine Fiore rivelerà che “Li Causi era andato a controllare delle notizie su un trasbordo di armi lungo un fiume da parte di irregolari somali”. E, per rimanere nel tema delle armi, nel settembre del 1992 viene rinvenuto un arsenale nell'abitazione di un carabiniere appartenente alla scorta del ministro Vincenza Bonno Parrino. Sui contenitori delle armi si leggono scritte militari. L'avvocato Nino Marino dichiara: “Il senatore Massimo Brutti, ex-presidente della commissione Servizi segreti, scrive che la venuta di 'Skorpio' a Trapani coincide con l'omicidio dell'ex-sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, con le lettere del Corvo, con il fallito attentato contro Giovanni Falcone all'Addaura, e con il delitto Rostagno. Dunque Brutti fa un collegamento fra 'Skorpio' e la morte di Mauro Rostagno, seppure a livello di contesto”. Analizziamo la situazione politica nella quale si manifesta il delitto Negli anni in cui Rostagno lavora a RTC la situazione politica trapanese è a una svolta. Il sindaco democristiano di Palermo Leoluca Orlando esclude dalla giunta i socialisti di Craxi e di Martelli e coinvolge i comunisti. A Trapani, quattordici comuni su ventiquattro seguono il suo esempio mentre con l'arresto di Vito Ciancimino, i successi del pool e le rivelazioni di Buscetta si respira un'aria di rinnovamento. Ed è in questo clima che Mauro Rostagno matura l'idea di creare una lista da presentare alle elezioni amministrative del 1989 e che sarebbe stata appoggiata da un mensile L'Altra Trapani, che sarebbe partito dai problemi della gente per arrivare a denunciare la politica corrotta e la mafia. L'ex sindaco democristiano Renzo Vento sostiene: “Se l'ex leader di Lotta continua fosse rimasto in vita, avrebbe potuto determinare una svolta clamorosa dal punto di vista politico: avrebbe dato ossigeno a quella sinistra trapanese rimasta sempre ai margini del potere. E questo preoccupava moltissimo, il giornalista di RTC, grazie alla popolarità di cui godeva, avrebbe potuto sconvolgere determinati equilibri”. Per quanto riguarda Bulgarella, amico dei politici, sorge spontaneo chiedersi come potesse appoggiare il giornalista ribelle. Risponde Nino Marino: “All'interno dell'imprenditoria trapanese che opera nel settore degli appalti pubblici, Bulgarella era oggetto del disprezzo d un'altra cordata che, secondo diversi riscontri giudiziari, era (ed è) collegata con il boss Vincenzo Virga. Assumendo Rostagno in televisione, Bulgarella si pone come elemento di rottura del blocco imprenditoriale. Dopo la morte del giornalista, questo blocco di ricompone. Per Bulgarella, invece, comincia un declino economico che sfocia nel fallimento e nella chiusura di RTC. Tutto ciò, secondo me, non è casuale”. “La morte di Rostagno e i miei problemi economici - dichiara l'ex editore - sono stati causati dall'intreccio perverso fra mafia, politica e massoneria”. Le piste degli inquirenti Come abbiamo già visto, l'indagine sulla morte di Rostagno è passata tra le mani di diversi magistrati i quali hanno preso strade differenti. Sono cinque, in tutto, le piste seguite dagli inquirenti e riguardano l'omicidio Calabresi, il delitto tra amici, il traffico d'armi, l'ipotesi politico-mafiosa e lo spaccio di stupefacenti all'interno della comunità. Quest'ultima si è subito rivelata non essere quella giusta. L'omicidio Calabresi
Dopo sedici anni Leonardo Marino, ex operaio della Fiat e componente di Lotta continua, si autoaccusa dell'omicidio Calabresi, sostiene di aver agito con Ovidio Bompressi e accusa Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani di essere i mandanti. Il 28 luglio del 1988 i giudici di Milano arrestano i tre uomini e inviano una comunicazione giudiziaria a Mauro Rostagno, Marco Boato e Roberto Morini. Calabresi, infatti, fin dall'inizio delle sue indagini per la bomba di piazza Fontana aveva sospettato che i responsabili fossero gli anarchici. Per questo il 12 dicembre del 1969 conduce Giuseppe Pinelli, un anarchico appunto, alla questura milanese dove morirà, a causa di un "incidente" tre giorni dopo. La polizia arresta poi Pietro Valpreda, del tutto estraneo alla strage, e la cosa non piace a Lotta continua che si scaglia contro le forze dell'ordine e contro lo stesso Calabresi usando espressioni decisamente pesanti quali “Calabresi è responsabile dell'assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara”. Dopo le accuse mosse da Marino, il 18 agosto del 1988 Rostagno dichiara che Lotta continua, della morte di Calabresi, non ne sapeva “assolutamente niente” e il 26 agosto aggiunge che questo "colpo basso" non basterà per fermarlo. Il 4 novembre del 1992 Elio Dell'Anna, capitano dei carabinieri di Trapani, scrive in un rapporto riservato di un colloquio informale avuto con il dottor Antonio Lombardi, al quale è affidata l'inchiesta sul delitto Calabresi. Secondo Dell'Anna, Lombardi "è convinto che l'omicidio Rostagno sia nato nel contesto di Lotta continua […]. Il Rostagno era la corrente di tutte le motivazioni, compresi esecutori e mandanti, concernenti l'omicidio Calabresi; il Rostagno aveva rotto i ponti con i suoi ex-compagni di lotta e forse aveva intenzione di dire la verità; la Roveri e Cardella sanno tutto sull'omicidio Calabresi e su quanto il Rostagno aveva intenzione di fare. C'è una fonte che, informalmente, ha dichiarato tutto questo". Lombardi smentirà tali dichiarazioni mentre l'avvocato Luigi Li Gotti, legale di parte civile della famiglia Rostagno, renderà pubblica la tesi del collegamento tra l'omicidio di Calabresi e quello del giornalista ucciso alla vigilia di un importante interrogatorio nel quale avrebbe rivelato particolari importanti dal momento che, come sostiene la collega Cinzia Bizzi “non è escluso che avesse elementi concreti per accusare i servizi segreti deviati”. Boato e Sofri attaccheranno l'avvocato la cui tesi verrà invece appoggiata da Aldo Ricci, ex di Lotta continua e successore dell'amico Mauro a RTC e da Renato Curcio, fondatore di Lotta continua e delle Brigate rosse. Quest'ultimo, in un'intervista rilasciata a Ricci dichiara: “Mauro è stato ucciso perché […] ha detto delle verità che sconquassano gli assetti del potere che lui non amava[…]. Ci sono tante storie in questo Paese che vengono taciute e non potranno essere chiarite per una sorta di sortilegio come piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in certi modi e nessuno può dire come sono veramente andate. Sorta di complicità tra noi e i poteri che impediscono ai poteri e a noi di dire che cosa è veramente successo. E allora Mauro resterà un grande enigma, una grande storia irrisolta. In tanti cercheranno di dire che è morto perché la mafia lo ha ucciso, perché qualche spacciatore lo ha ucciso, perché qualche amante deluso lo ha ucciso. Ma niente di tutto ciò ci racconterà la storia di Mauro perché Mauro non è morto per nessuna di queste ragioni. E la ragione per cui è morto resterà a noi, come a tanti altri, per molto tempo ancora, inconfessabile, impossibile da raccontare, ma nel nostro cuore lo sapremo perché, ma nel nostro cuore piangeremo”. Giacomo Pilati, infine, dichiara che “Mauro era convinto di essere perseguitato dai servizi segreti”. Il delitto tra amici Nella primavera del '95 Francesco Cardella, Chicca Roveri, Monica Rostagno (figlia di Mauro) e Giuseppina Cardella (sorella di Francesco) vengono arrestati con l'accusa di associazione a delinquere e truffa aggravata. Inizialmente i sospetti dei sostituti procuratori di Trapani Michele Calvisi e Andrea Rovida ruotano intorno ad un finanziamento di due miliardi ottenuto dalla Regione Sicilia per alcuni corsi per tossicodipendenti mai realizzati. Proseguendo le indagini, i magistrati scoprono che la Saman si è ingrandita talmente tanto da avere persino delle sedi all'estero e che le attività svolte al suo interno sono talmente proficue da permettere a Cardella, per citare un esempio, di acquistare a titolo personale un aereo, un palazzo nobiliare a Malta, due navi, una barca a vela, un'imbarcazione off-shore del valore di mezzo miliardo, un castello nella Loira, due appartamenti a Milano, terreni e fabbricati in Italia e all'estero e di essere intestatario di conti correnti miliardari. Gli imputati patteggiano la pena e una volta libero Cardella emigra e nel 1995 è ad Hammamet, ospite di Craxi al quale metterà a disposizione il suo aereo privato per i viaggi clandestini dell'ex presidente del Consiglio in Italia. Il bimotore è pilotato da Carlo Balestri, ex dipendente del Sismi che in molte occasioni aveva preso in consegna da Cardella alcuni misteriosi pacchi che i figli di Bettino Craxi insieme alla moglie Anna avevano portato personalmente alla Saman. Dopo Hammamet l'uomo si stabilisce in Nicaragua, "adottato" dal governo locale, dove, ufficialmente, deve preparare la campagna elettorale per le presidenziali all'ex ambasciatore in Italia Alvaro Robelo del partito Arriba Nicaragua, vicino a Forza Italia. Robelo è amico di un massone siciliano, Pietro Colacione, "guru" della loggia Armando Diaz di Palermo, particolarmente dedito agli affari. Il 17 luglio 1996 nell'ambito dell'operazione "Codice rosso" Marina Ingoglia, giudice per le indagini preliminari di Trapani, su richiesta della procura emette una serie di provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di Chicca Roveri e Monica Serra, accusate di favoreggiamento nell'ambito del delitto Rostagno; Massimo Oldrini, Giuseppe Rallo, Luciano Marrocco, Giuseppe Cammisa, Giacomo Bonanno considerati i killer della vittima in questione. Tutti i nomi citati, fatta eccezione per Bonanno, sono ospiti di Saman. Un avviso di garanzia viene emesso anche nei confronti di Francesco Cardella, anch'egli accusato di favoreggiamento e, in via del tutto ipotetica, indicato come mandante dell'omicidio. Il Gip parla inoltre di un possibile coinvolgimento di Lotta continua nella vicenda. Il 23 luglio del 1996, nel corso di una conferenza stampa, il procuratore Garofalo dichiara che la confusione creatasi intorno alle indagini cominciò quando Claudio Martelli, ai funerali della vittima, disse che “si trattava di un omicidio di mafia e si adoperò per fare avere alla Saman i contributi pubblici della Regione”. Si dimostrano contrari a tale tesi Giampaolo Pansa e Giuseppe Di Lello. Il 26 luglio Garofalo reinterpreta le proprie dichiarazioni definendo la pista interna una “convergenza d'interessi” e considerando legittimo l'atteggiamento di Martelli. Chiarirà poi dalle pagine de Il Manifesto che l'errore fu quello di considerare solo la pista mafiosa dal momento che si era presentata appunto una convergenza di interessi come era avvenuto nel caso del fallito attentato all'Addaura o dell'omicidio dell'agente Agostino. In entrambi i casi, secondo quanto emerge dalle indagini, avrebbero giocato un ruolo importante i servizi segreti. L'intervistatore del quotidiano chiede al procuratore se è possibile ipotizzare un contatto tra la Saman e Skorpio, la Gladio siciliana ma il magistrato decide di non rispondere. L'operazione "Codice rosso" e la Gladio trapanese sono dunque collegate? L'operazione Codice rosso inizia nel periodo in cui Garofalo si insedia alla Procura di Trapani, ossia nel settembre del 1995. Il giudice si accorge che nelle indagini precedenti ci sono “vuoti di verifiche” e “mancano persino gli esiti di accertamenti compiuti” e scopre che Massimo Oldrini, Giuseppe Rallo, Giova Battista Genovese e Giuseppe Cammisa nei giorni precedenti il delitto spacciano droga all'interno della comunità e che Genovese, secondo una testimone, minaccia di morte Rostagno che lo destituisce dal suo incarico di vigilante notturno. Viene inoltre a sapere che Luciano Marrocco, probabile amante della Roveri, in preda ad un attacco di gelosia minaccia di bruciare 'appartamento nel quale Rostagno si trova con la moglie. Secondo quanto rivelato da Anna Maria Di Ruvo e Alessandra Zanetti, Marroco era in possesso di una pistola in quanto autista e guardia del corpo di Cardella. Ma personaggio decisamente ambiguo è Giuseppe Cammisa, anch'egli guardia del corpo di Cardella, inserito nell'“alta mafia” di Trapani e amico dell'avvocato Antonio Messina, indagato per associazione mafiosa. Lo stesso Cammisa sul quale, come dichiarato da Il Borghese, stava indagando la giornalista Ilaria Alpi (il dott. Ingroia ha recentemente rivelato a Giorgio Bongiovanni che potrebbe esistere un parallelo tra la morte del Rostagno e quella appunto della Alpi ndr.) recatasi a Malta per indagare su un pericoloso traffico di armi (e forse di bambini) con la Somalia, ad opera della Saman e quindi degli stessi Cammisa e Cardella. E, come secondo il giornalista maltese Karl Stagno Navarra avrebbe scoperto Maurizio Torrealta, l'ultima persona che la Alpi incontrò a Mogadiscio fu proprio Cammisa. Sempre nel 1996 Luisa Fiorini, nuovo gestore della Saman, sostiene di avere appreso che nei giorni dell'omicidio dagli elenchi-registri della comunità vennero cancellati i nomi di "Juppiter" e di Peter Joseph Hahn, inteso Vadan. Si viene poi a sapere di una forte lite tra Cardella e Rostagno. Il testimone Peter Joseph Hahn dirà in seguito: “Mauro non era d'accordo con Francesco Cardella e con Chicca Roveri circa la gestione economica della comunità con l'arrivo dei primi finanziamenti destinati ai tossicodipendenti, in quanto Cardella e la Roveri erano intenzionati a non destinarli ad altro se non a scopi personali”. Un altro episodio che crea dissapori tra Cardella e Rostagno riguarda la proposta del sociologo di ospitare a Saman Renato Curcio e alla quale Cardella si oppone categoricamente. In base a queste e ad altre prove di carattere simile il procuratore decide di interrogare nuovamente Silvana Fonte, la sorella Emilia e la madre Angela. Di fronte ad alcune fotografie segnaletiche le sorelle Fonte riconoscono Rallo e Oldrini, solo Silvana riconosce Marrocco e Bonanno ed entrambe dichiarano che, a suo tempo, quelle foto non erano state loro mostrate. I quattro, sempre secondo i testi (le dichiarazioni dei quali sono supportate da quelle di altri due soggetti che per ragioni di sicurezza vengono indicati come Alfa e Beta), si trovavano a bordo della Uno. Il procuratore inoltre, seguendo le indicazioni di un testimone che afferma di avere notato la presenza nei pressi della comunità di una Golf bianca la cui targa presentava la sigla TP succeduta da un due e da un nove (l'uomo non ricordava gli altri numeri) scopre che potrebbe trattarsi della macchina di Bonanno che è appunto una Golf, è bianca, ed è targata TP 297583, con la quale l'uomo era solito accompagnare il Cammisa. Interessante anche il fatto che la notte del 23 Cardella, che aveva dichiarato di essere stato in comunità soltanto fino agli inizi di settembre, si trovava a Saman. Nel luglio del '96 cominciano gli arresti: Cardella è in Nicaragua, Cammisa in Bulgaria. Tra agosto e settembre viene ordinata la scarcerazione di Bonanno, Cammisa, Marrocco, Oldrini e Rallo. La Serra aspetterà solo qualche settimana in più. Il 21 aprile del '97 l'indagine è nelle mani della DDA di Palermo la quale, nell'inverno nel '98, presenta richiesta di archiviazione sulla pista interna proseguendo quella politico-mafiosa. Nel gennaio del '99 viene archiviata l'indagine Codice rosso e viene riabilitata la figura di Chicca Roveri il cui atteggiamento, secondo i giudici palermitani, “appare del tutto incompatibile con il dolo del favoreggiamento”, poiché la sua disponibilità ha contribuito “a fornire ogni contributo eventualmente utile per l'accertamento della verità”. Il delitto politico-mafioso
Nel gennaio del '97 parlano del delitto Rostagno i collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Vincenzo Sinacori ai quali si aggiungerà Francesco Milazzo, arrestato nel luglio dello stesso anno. Secondo questi la responsabilità del delitto è da conferire a Vincenzo Virga, Mariano Agate e Francesco Messina. Poco tempo prima Francesco Marino Mannoia aveva parlato di un'antipatia che nutriva Agate nei confronti di Rostagno. L'inchiesta passa così nelle mani di Antonio Ingroia, sostituto procuratore della Dda palermitana il quale afferma: “A questo delitto fu interessata sicuramente la mafia. Ma non solo la mafia”. Il collaborante Angelo Siino sostiene intanto di avere, poco prima del delitto, messo in guardia Bulgarella sui rischi che correva Rostagno. Bulgarella smentisce di aver ricevuto messaggi chiari e racconta di aver invitato Cardella e il giornalista a casa sua per discutere, appunto, delle minacce "velate" che aveva ricevuto. Rostagno si dichiara deciso ad andare avanti e inizia a occuparsi di un'inchiesta giornalistica sull'omicidio, avvenuto il 13 agosto 1980, del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari. Pubblica un lungo articolo nel quale svela i rapporti tra mafia, Dc e massoneria corredato da interviste a Umberto Santino e ai giornalisti Luciano Mirone e Marcello Cimino. Il 23 settembre dell'88 Rostagno riceve un fotocopia accompagnata da un biglietto anonimo sul quale è scritto: "E adesso, se hai coraggio, di pure questo!". Si tratta di un foglio con l'intestazione "Tribunale di Marsala" e consiste in una comunicazione inviata appunto dal Tribunale a Elio Licari, presidente dell'Ente Teatro del Mediterraneo. Nel documento si parla di una spesa di due miliardi per un breve ciclo di spettacoli. Rostagno è deciso ad andare fino in fondo, si reca a Marsala e poi racconta in diretta: “Marsala, quasi mai sfiorata da scandali, se ne trova improvvisamente tre: l'Ente Teatro del Mediterraneo, i concorsi per i vigili urbani e la chiusura dell'Ente Fiera Vini”. “Secondo i giudici di Marsala, parte dei quasi due miliardi del progetto "Mozia '88" sarebbero finiti sui conti correnti di alcuni amministratori […]. Ora che i giudici cercano di fare luce sulla gestione dell'Ente, tutti a dirsi vittime di persecuzioni politiche”. Caterina Bulgarella racconta di aver chiesto a Rostasgno, due ore prima del delitto, le nuove su Marsala e che lui le rispose che sapeva cose che non poteva dire in televisione. Il traffico d'armi Nel 1996 un certo Sergio Di Cori, che nemmeno la Roveri conosce, rilascia ai magistrati rivelazioni riguardanti la morte di Mauro Rostagno. Ricorda di essersi messo in contatto con il sociologo nell'autunno del 1987 per chiedergli informazioni sul cavaliere catanese Mario Rendo e che a fine marzo lui gli racconta di avere visto - mentre si trovava appartato nei pressi di una pista militare in disuso con la sua amante - un aereo e alcuni camion i quali si scambiarono la merce che stavano trasportando. Le cassescaricate dai camion erano piene di armi e, secondo Di Cori, “Mauro era convinto che si trattasse di un'operazione sporca organizzata dal governo italiano, coperto dal Ministero degli Affari Esteri, e che quel carico di armi fosse destinato alla Somalia”. “Rostagno mi disse: "Il governo italiano sta organizzando la guerra civile in Somalia"“. Rostagno a questo punto avrebbe chiesto e ottenuto l'aiuto di Di Cori e insieme a lui avrebbe parlato della cosa a Cardella che sorrise senza prendere sul serio la questione. A detta del testimone se ne preoccupa invece Martelli mentre Rostagno riesce a tornare sul posto dell'atterraggio e a riprendere con la telecamera uno degli sbarchi clandestini. Di Cori racconta che il giornalista in quello stesso periodo era ai ferri corti con Cardella e che parla del video con Falcone il quale gli avrebbe detto “che non era possibile, in termini realistici, fare nulla in quel momento, non c'erano le condizioni politiche necessarie sufficienti per muoversi ed operare”. Queste sono le dichiarazioni di Di Cori ed è vero che prima di morire Rostagno conserva gelosamente una videocasetta e una audiocassetta e che una ragazza della comunità racconta che il sociologo le rivela che il contenuto della video riguarda il traffico d'armi. Chicca Roveri parla della bobina come di una sorta di diario personale ed è convinta che Mauro sia stato ucciso per quelle cassette poiché non furono mai trovate dagli investigatori. La stessa cosa vale per alcuni appunti riguardanti il maxiprocesso, la corruzione politica, il traffico d'armi e nei quali si fanno nomi eccellenti.

Monica Centofante

Tratto da "Gli Insabbiati" di Luciano Mirone

 

Una ferita che va rimarginata

di Franco Corleone - L'Arco in Cielo . Anno 2, numero 4

Questa è la lettera inviata al Ministro Flick, dopo l’annuncio del proscioglimento di Chicca Roveri dall’inchiesta per l’uccisione di Mauro Rostagno.

Caro Flick, penso che non ti sia sfuggito quanto riportato dai giornali di oggi: la notizia che il Pubblico Ministero di Palermo, Antonio Ingroia, sta per chiedere il proscioglimento di Elisabetta “Chicca” Roveri dall’accusa di favoreggiamento per l’omicidio di Mauro Rostagno, fondatore della comunità terapeutica “Saman” e leader del sessantotto e di Lotta Continua. Leggo quanto dichiara il magistrato titolare dell’inchiesta: “Chicca Roveri non c’entra niente con la morte di Rostagno. Non c’è un solo indizio che possa giustificare un suo coinvolgimento”. Questo leggo, esattamente dieci anni dopo quell’omicidio. Non solo, dai giornali sembra che la Procura abbia deciso di ripartire dalla “pista mafiosa”, la stessa presa in considerazione nei primi anni delle indagini. Ricordo, allora, le risposte che hai dato alle interpellanze parlamentari, presentate dall’onorevole Boato e dal senatore Manconi, ai tempi in cui la Procura di Trapani delineò, sulla base di due testimonianze, l’ipotesi che i mandanti di quel delitto fossero da ricercare all’interno della stessa comunità. Domando, a me stesso, dove è finita la sicumera con cui il Procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo annunciava in una conferenza stampa debordante, fra le altre: “abbiamo scoperto chi ha ucciso Rostagno”, all’indomani dell’arresto di sua moglie, Chicca Roveri, e di altre cinque persone, che operavano tutte all’interno della comunità. Come sai, ho più volte manifestato con estrema chiarezza il mio orrore per quello che ho sempre ritenuto un clamoroso errore, che si legava ad iniziative, ancora da chiarire, come quella del colloquio tra il capitano dei carabinieri Dell’Anna e il giudice Antonio Lombardi. La mia convinzione era frutto del lavoro svolto in seno alla Commissione parlamentare antimafia, presieduta da Gerardo Chiaromonte, della quale sono stato membro nel corso della X legislatura. Oggi ho riletto le pagine dedicate a questo delitto nelle relazioni approvate da quella Commissione. Non credo ci si possa accontentare della decisione di oggi, intonando un soddisfatto “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Non credo, cioè, che il Ministero di Grazia e Giustizia possa rimanere inerte di fronte a una vicenda che ha distrutto vite e immagini, aggiungendo dolore a dolore. Credo sia indispensabile chiedere tutti gli elementi per ricostruire una vicenda processuale che dal clamore iniziale si era eclissata “carsicamente”, chiedendo ragione dello spostamento di competenza e chiedendo notizia di quali indagini sono state compiute e quali fatti sono emersi. Ciò credo sia dovuto per riparare al danno inferto alla credibilità della giustizia da un teorema finito così miseramente. Sono certo che la tua sensibilità ti porterà a compiere tutti gli atti di tua competenza.

 

L'Unità - Martedì 23 Luglio 1996

Per i giudici non fu mafia, ma vendetta interna. In cella cinque ex ospiti di Saman

Rostagno tradito in comunità Per l'omicidio arrestata anche la moglie

TRAPANI - Sette ordini di custodia cautelare per l'omicidio di Mauro Rostagno, leader della comunità «Saman», ucciso il 26 settembre 1988 a Valderice in provincia di Trapani. Tra gli arrestati anche alcuni ex tossicodipendenti della comunità, e tra loro ci sarebbero anche gli autori materiali del delitto. Tra le persone arrestate, Elisabetta «Chicca» Roveri, vedova di Mauro Rostagno, accusata dai magistrati di Trapani di favoreggiamento. Francesco Cardella, ex presidente della comunità, attualmente all'estero, forse in Nicaragua o in Svizzera sarebbe indagato. Di più sulla sua posizione non si sa. Intanto sono state perquisite le comunità siciliane di Lenzi, Bonagia e Trapani, oltre le abitazioni della Roveri e di Cardella. La svolta dell'inchiesta giudiziaria è avvenuta quando, oltre a quella della vendetta mafiosa smentita anche dai pentiti di mafia, è stata intrapresa la pista «interna». I giudici avrebbero a disposizione anche le dichiarazioni di due pentiti, designati come «Alfa» e «Beta». FARKASLODATO

 

L'Intervento - Domenica 16 aprile 1995

Il mio stupore per la "Saman" sotto inchiesta

Le notizie relative all'arresto di Chicca Roveri, Francesco Cardella e dei loro collaboratori mi hanno lasciato insieme stupito e addolorato. La descrizione delle attività svolte presso le sedi di Saman che viene data o suggerita dai giornali non ha nulla a che vedere, infatti, con quella che ho conosciuto personalmente e verificato attraverso i ragazzi e le famiglie a Lenzi ed a Pavia, in Calabria ed a Ferrara. Il lavoro che in tutti questi luoghi si svolge era ed è un lavoro serio, centrato sulla ricostruzione di un'identità personale perduta, basato sul rispetto e sulla fiducia nella possibilità di cambiare. Di cui tutto si può dire tranne che fosse basato invece sullo sfruttamento e sulla violenza, sulla mancanza di professionalità e sull'abbandono.Non sono ovviamente in grado di valutare l'attendibilità e la fondatezza delle accuse rivolte dai magistrati ai responsabili di Saman in tema di formazione professionale; può darsi, in effetti, che le attività formative siano state svolte, come recita l'accusa, con modalità "diverse riguardo al tempo e al numero dei partecipanti da quelle dei relativi progetti". Quello che colpisce, tuttavia, è la sproporzione evidente fra la gravità dei provvedimenti assunti e la modestia dei fatti rilevati. Di cui è giusto senz'altro che si proceda ad indagare fino in fondo la fondatezza ma che è necessario anche conoscere nella complessità del loro verificarsi. Una comunità terapeutica per tossicodipendenti non è un luogo in cui è facile svol gere e programmare classi e lezioni nel pieno rispetto di progetti scritti qualche mese prima ed in cui l'idea di svolgere una attività utile dal punto di vista della terapia può spingere ad una sottovalutazione delle finalità proprie della formazione professionale. Nei cui confronti è necessario muoversi, però, tenendo conto soprattutto delle responsabilità che si assume: nei confronti dei ragazzi e delle loro famiglie.C'è un particolare interessante, da questo punto di vista, nella vicenda giudiziaria relativa a Saman. Riguarda il dato per cui la riapertura delle indagini sulla morte di Rostagno, cui le accuse attuali direttamente si collegano, fu chiesta proprio dagli attuali imputati. Truffatori che chiedono l'apertura di un procedimento pericoloso soprattutto per loro sono truffatori di una razza particolare di cui sarebbe stato utile, forse, immaginare la buona fede. Il che non è stato fatto per ragioni di cui al momento non sappiamo nulla ma che è difficile non riferire al clima teso, difficile ed aggressivo che si è creato intorno a Saman in Sicilia ed in Calabria dove la sfida aperta alle organizzazioni mafiose e camorriste ha caratterizzato da sempre l'iniziativa e la testimonianza della Comunità.

UN'ULTIMA osservazione deve essere fatta a proposito del modo in cui i telegiornali hanno dato notizia ieri delle accuse mosse alla moglie, alla figlia e ad un amico di Rostagno. Gettare dubbi non fondati sulla memoria di una persona che è stata giustiziata dalla mafia per la sua attività allegra, forte e chiara di denuncia in una realtà come quella di Trapani, è un modo triste e squallido di esercitare la funzione di giornalista. Accada quel che accada, un giornalista vero era Rostagno, non quelli che titolano in modo ambiguo su una vicenda che appartiene al patrimonio collettivo di chi crede nella necessità e nella possibilità di lottare per un mondo migliore di quello in cui le organizzazioni criminali trafficano droga, controllano e sfruttano gli appalti ed il lavoro di quelli che da loro dipendono. Come continua ad accadere purtroppo in Sicilia e in tanta parte del nostro Sud: fuori delle comunità terapeutiche, tuttavia, non dentro dove battaglie di altro tipo e di altro segno si conducono ogni giorno; nell'indifferenza di quelli che così pronti si dimostrano ad infangare l'opera di chi ha più coraggio e più coerenza di loro.

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